J.F. Martel / Il valore dell’arte
In un’epoca così complessa come quella che stiamo vivendo, assediata da oggetti
estetici che mirano a manipolare, tra guerre e cambiamento climatico innegabile
nella scala delle priorità su quale gradino mettereste l’arte? Non tra i primi
di certo, ed è proprio questo il punto da cui nasce la riflessione descritta nel
libro di J. F. Martel già pubblicato nel 2015. A distanza di oltre dieci anni la
situazione non è migliorata, anzi semmai è peggiorata ed è fondamentale
ripensare il ruolo dell’arte che come dichiara nell’introduzione Donna Tartt
«non è decodificabile, non è esauribile, non è perfettamente apparecchiata al
servizio della morale o dell’ideologia».
Molte le citazioni e molti gli esempi riportati all’interno di questo saggio
quanto mai attuale che punta a considerare l’arte come apolitica e libera dal
moralismo, e l’artista come creatore di atti profetici, sottolineando che solo
attraverso l’arte gli esseri umani possono esprimere e condividere i poteri
archetipici che plasmano l’universo. Abbandonarla significherebbe dunque
rinunciare al dono della visione. L’utilizzo dell’IA è sempre più massiccio
nonostante le conseguenze sull’ambiente ma dobbiamo ricordarci che le sue
immagini non sono altro che imitazioni, un rigurgito di ciò che già esiste
creando una competizione diretta tra artisti e macchine, nella speranza che
tutto questo non ci porti a diventare dipendenti dall’artificio, e che la vera
arte non resti poco più di un’eco.
Nella postfazione Martel sottolinea l’obiettivo del libro: se è necessario
ribadire che l’arte nasce da un’esperienza diretta, da un incontro, da anime e
corpi in carne ed ossa, se non è immediatamente ovvio che un’immagine prodotta
da una macchina non potrà mai eguagliare uno scarabocchio umano testimonianza
del reale, questo deve metterci in guardia dal pericolo che l’artificio continua
a rappresentare. Sei intensi capitoli che costruiscono un percorso di
approfondimento e che creano riflessioni e fanno sorgere nuove domande,
affrontando una scaletta scomoda che porta a un interessante dibattito.
L’arte è misteriosa, ne ignoriamo lo scopo e il premio Nobel russo Aleksandr
Solzenicyn nel suo discorso di accettazione del 1970 sostiene il paragone di
un’opera d’arte a un dono, una meraviglia tecnologica che fin dall’Età della
pietra l’uomo si rigira tra le mani pensando al suo utilizzo ordinario,
ignorandone quello straordinario. Lo stupore è la prova del nove per l’arte,
meravigliarsi significa essere colti alla sprovvista dalla rivelazione di realtà
negate o represse nel quotidiano.
La teoria naturalista che ridurrebbe l’arte, il mito e la religione a forme
primitive di indagine in attesa dell’arrivo del metodo scientifico è il frutto
di un grossolano fraintendimento. Quando osserviamo le stelle non pensiamo al
come bensì al perché. Ma la reazione di fronte a un’opera d’arte non è la
medesima per tutti, quindi forse la variabilità dell’esperienza artistica
dipende da una capacità individualmente acquisita di essere toccati dall’arte,
una capacità sviluppata attraverso la propria cultura in combinazione con il
proprio carattere. La variabilità delle opinioni è una conseguenza inevitabile e
perfino benefica per quella che Joyce considera arte autentica. L’ultima cosa
che vogliono i produttori di artificio è dividere il pubblico poiché la loro
competenza dipende dalla capacità di provocare la stessa reazione emotiva nella
fetta più ampia possibile di popolazione.
Passiamo poi ai criteri di definizione del bello. L’arte non può obbedire a una
richiesta perché consiste proprio nel creare l’inatteso, rivelare quello che la
normalità sotterra. Risulta quindi che l’arte autentica è difficile o per usare
l’espressione di Baudelaire “il bello è sempre bizzarro”. Martel associa poi
l’arte all’espressione e la contrappone alla comunicazione che invece consiste
nel ridurre le cose a segni mentre l’espressione si apre sulla dimensione
dell’immaginale. Solo quest’ultima, infatti, consente al simbolo di apparire in
forma di un evento estetico. Bellezza e simbolo, una combinazione di bellezza
radicale e risonanza simbolica che rende gli oggetti estetici sconvolgenti. La
bellezza senza profondità simbolica sfocia nell’ornamento, il simbolo senza
bellezza sfocia nella psicanalisi. Per quanto concerne la politica, con l’arte
rappresentano due grandi ingranaggi complementari della macchina psichica umana,
ruotano in direzioni opposte e ognuno riflette l’altro e ne ha bisogno per
azionare la propria rotazione.
Partendo da Oscar Wilde, passando per Kubrick e Herzog, citando Kant e Deleuze
ma anche Melville, Tolkien e Joyce e molti altri, in un susseguirsi di teorie e
controprove si assapora piacevolmente un saggio intenso e denso di materiale, il
tutto servito con una prosa divulgativa ma comprensibile, per nulla tecnica,
facilmente esplorabile anche ad un lettore neofita che si approccia a queste
tematiche più per curiosità che per motivi di studio.
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