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Scambio di lettere tra Andrés Lasso e Noa relativo al festival Re-Imagine Peace
Pubblichiamo molto volentieri e con l’accordo degli interessati questo scambio di lettere avvenuto in questi giorni tra Andrés Lasso e Achinoam Nini (Noa) e che riguarda anche il festival Re-Imagine Peace che si svolgerà a Firenze questo fine settimana. Gentile Noa (Achinoam Nini), sono Andrés Lasso,  un attivista pacifista ed ecologista di Firenze, attivo nella rete Firenze Città Operatrice di Pace. Ho potuto leggere il suo scambio di messaggi in pubblico con il blogger palestinese Karem Rohana (Karem from Haifa), relativo al festival che lei presiederà in questa città, e mi sono scaturite alcune considerazioni che ci tenevo a sottoporle. Lei inizia la sua risposta dicendo che vede in Karem molta rabbia e frustrazione. Tempo fa Karem, di rientro in Italia con un volo Tel Aviv-Ciampino, è stato seguito da sconosciuti in auto, che poi in 4 lo hanno preso a calci e pugni sotto casa. Evidentemente qualcuno aveva ricevuto i dati del suo volo e ha voluto “dare una lezione”. Quel qualcuno è rimasto impunito. L’evento non ha avuto granché risonanza sui giornali, si fatica a trovare un trafiletto sui principali media. Cosa che capita spesso rispetto alle sofferenze e alle ingiustizie subite dai palestinesi, che suscitano poco clamore, soprattutto nella loro terra ma evidentemente non solo lì. Pensare a quanta risonanza avrebbe avuto l’evento se l’aggredito proveniente da Tel Aviv avesse avuto non la nazionalità di Karem, ma quella israeliana, è qualcosa che fa molto riflettere e fa capire che per buona parte del nostro sistema mediatico e politico, non tutte le ingiustizie, e le persone, sono uguali. Questo genera rabbia e frustrazione e da quel che tocchiamo con mano, anche rassegnazione. Così come l’impunità, che in quel caso riguarda persone ignote, mentre per molti fatti che avvengono a Gaza, o nei territori illegalmente occupati in Cisgiordania, riguarda spesso persone che agiscono a volto scoperto, che filmano i propri crimini di guerra, che umiliano attivisti davanti alle telecamere come successo persino a parlamentari italiani. Questa impunità genera rabbia e frustrazione. Spero che lei a Firenze possa ascoltare le testimonianze di nostri concittadini, fermati illegalmente in acque internazionali da Israele, vessati, picchiati, privati di oggetti personali, solo per aver tentato di aprire un canale umanitario, di portare cibo e medicine alle vittime di un genocidio. Per molti può essere difficile “immaginare la pace” dove c’è una così plateale e abissale ingiustizia, dove chi commette crimini non viene mai condannato, ma nemmeno perseguito. In questo contesto non possiamo limitarci a guardare ad una dimensione interiore, pur importantissima. Anche perché ogni persona ha i propri tempi per guarire dalle ferite, e ferite così profonde come quelle di chi ha perso la casa, i figli, i fratelli, i genitori, gli arti, possono necessitare una vita intera per rimarginare. Ma intanto, mentre queste ferite guariscono, la giustizia deve fare il suo corso, deve andare avanti. Quando viaggiai in Croazia nel 2002, sentivo nella popolazione croata molto odio verso i serbi. La guerra era finita da dieci anni. Probabilmente in Serbia avrei sentito l’opposto verso i croati. Ma anche se quell’odio ancora permaneva nei cuori, le persone avevano da quasi dieci anni ripreso a vivere, le case erano state ricostruite, le attività della vita normale ripartite. Guarire i cuori è importante, ma intanto bisogna che finisca ciò che ha generato quelle ferite. Con i corpi ancora sotto le macerie a Gaza, con le bombe che continuano a uccidere, anche neonati, giornalisti, medici, quotidianamente, con le devastazioni nella West Bank, con l’apartheid e il genocidio, la prima cosa da fare è che tutto questo finisca. Se poi ci vorrà una vita intera perché chi ha perso tutto, riesca a guardare senza rabbia un cittadino della nazione che lo ha reso orfano, vedovo, invalido, senza casa, dovremo aspettare quel tempo. Ma nel frattempo che le vittime siano ascoltate, i carnefici puniti, le case, le scuole e gli ospedali ricostruiti. Abbiamo incontrato nella nostra città degli obiettori di coscienza israeliani, che hanno pagato con il carcere la loro scelta di non voler collaborare con un esercito occupante e con il genocidio. Alcuni hanno parlato a volto coperto, per non essere riconosciuti in video dal proprio paese, che evidentemente potrebbe far pagare loro le testimonianze di vita che ci hanno riportato. Abbiamo ascoltato, in commissione Pace del comune di Firenze, un attivista israeliano che ha mostrato dei video shock di quanto avviene quotidianamente in Cisgiordania occupata. In Regione Toscana abbiamo ascoltato la testimonianza della Hind Rajab Foundation e del tanto materiale che hanno ottenuto direttamente dai soldati dell’IDF, sui crimini di guerra compiuti e spesso “sfoggiati” sui social network. Non possiamo lasciare soli queste persone ad affrontare l’ingiustizia e l’impunità, nemiche della pace. Sole a cercare una “accountability”, un rispondere delle proprie responsabilità, ineludibile necessità per la riconciliazione. Come ci ha spiegato molto bene il direttore della Hind Rajab Foundation di fronte alle istituzioni toscane, è la giustizia che ri-umanizza le vittime, che smettono di essere solo dei numeri, ma umanizza anche i carnefici, togliendoli dal piano del “disumano”, per riportarli al piano delle relazioni umane e della giustizia umana in cui le azioni hanno delle conseguenze. Senza tutto questo rischiamo di cercare una pace astratta, di specchiarci in questo concetto come Narciso sul lago, innamorandoci dei nostri buoni sentimenti, ma senza riuscire a far compiere quel passo decisivo perché l’orrore finisca, e finisca subito. Non so se Karem accetterà il suo invito al confronto o se la sua rabbia glielo impedirà. Io che non sono palestinese, ma che sono comunque arrabbiato (perché 20mila bambini uccisi impunemente generano rabbia) sono disponibile a questo dialogo. Spero in ogni caso che il festival che lei presiederà parli di tutto questo. Che da esso si levino parole di denuncia e richieste concrete. Per la liberazione del dottor Abu Safya ad esempio, da un anno e mezzo detenuto, vessato e probabilmente torturato, senza processo, come migliaia di altri suoi concittadini, anche minorenni. Per l’ingresso di aiuti umanitari, cibo medicine, per il ritorno delle Nazioni Unite a Gaza, per l’ingresso di giornalisti stranieri, per la punizione di quei coloni e di quei soldati che sembrano non interessare ai tribunali israeliani. Per la cancellazione di una pena di morte selettiva, che può diventare strumento ulteriore di pulizia etnica. Io la pace la immagino con queste premesse, la immagino così. Spero che l’immaginario che sarà attivato dal festival che lei presiederà, sia sulla stessa lunghezza d’onda. Cordiali saluti, Andrés Lasso Lettera aperta ad Andrés Caro Andrés, grazie per avermi scritto. Il tuo messaggio mi ha colpito. Mi sono chiesta da dove cominciare e mi sono resa conto che c’è solo un punto da cui partire: dalla mia storia. Provengo da una famiglia di ebrei yemeniti giunti in Terra Santa tra il 1895 e il 1915, quando era ancora conosciuta come Palestina sotto dominio straniero. Perché vennero? Perché non avevano scelta. Per generazioni avevano vissuto tra i loro vicini musulmani. Avevano l’aspetto arabo, proprio come me. Parlavano arabo. Condividevano usanze, cibo, musica e vita quotidiana. La differenza era che erano ebrei. Un giorno, questo bastò per costringerli ad abbandonare le loro case. Fuggirono attraverso il deserto per più di un anno, nascosti e protetti dai beduini, finché non raggiunsero la terra che da secoli era presente nelle loro preghiere. Non si tratta di una storia isolata. Si è ripetuta in gran parte del mondo arabo. Alcuni sono riusciti a fuggire. Molti no. La storia ebraica è costellata di esili, persecuzioni, sfollamenti e dolore. La fondazione dello Stato di Israele ha rappresentato, per milioni di ebrei, la fine di duemila anni di apolidia e vulnerabilità.Quando avevo due anni, i miei genitori si trasferirono negli Stati Uniti mentre mio padre proseguiva gli studi. Temendo che io e mio fratello potessimo perdere la nostra identità, ci mandarono in scuole ebraiche religiose. Lì mi inculcarono un’unica versione dei fatti. Non sapevo nulla dei palestinesi. Nulla della Nakba. Nulla dell’altra storia che si svolgeva parallelamente alla mia. Già poco più che ventenne ero diventata una cantante di successo in Israele e all’estero. Poi i giornalisti stranieri cominciarono a farmi domande sul conflitto israelo-palestinese. Con mio grande imbarazzo, non avevo risposte. Così cominciai a leggere. Ho scoperto un’intera realtà che nessuno mi aveva mai insegnato. Mi ha sconvolta. Poi sono arrivati gli Accordi di Oslo. Per la prima volta, la pace sembrava possibile. Quando sono stata invitata a cantare a una manifestazione per la pace a sostegno del primo ministro Yitzhak Rabin, ho accettato senza esitazione. Ho cantato. Pochi minuti dopo, Rabin è sceso dallo stesso palco. È stato assassinato proprio dietro di me. Quella notte ha cambiato per sempre la mia vita. Ho deciso che, se la fiaccola della pace fosse caduta, avrei dedicato la mia vita a cercare di portarla di nuovo in alto. Per più di trent’anni ho fatto proprio questo. Mi sono opposta all’occupazione. Mi sono opposta all’estremismo nella mia stessa società. Mi sono espressa contro Benjamin Netanyahu e contro chi predica l’odio. Ho sostenuto la pari dignità, la parità dei diritti e una soluzione a due Stati. Ho marciato, cantato, scritto, discusso, manifestato, raccolto fondi per cause umanitarie e mi sono schierato al fianco di israeliani e palestinesi che rifiutano di arrendersi alla disperazione. Il prezzo da pagare è stato enorme. Sono stata minacciata, calunniata, derisa, boicottata e diffamata. La mia carriera ne ha risentito profondamente. Ho perso opportunità e amicizie. Eppure non mi sono mai pentita di aver scelto questa strada, perché credo che la voce di un’artista non abbia senso se non può essere messa al servizio dell’umanità. Ciò che oggi mi addolora di più non è l’odio degli estremisti. Me lo aspetto. Ciò che mi spezza il cuore è essere respinta da persone che sostengono di cercare proprio quel futuro che ho dedicato la mia vita a costruire. Qual è la mia colpa? Che insisto sul fatto che israeliani e palestinesi un giorno dovranno vivere insieme? Che mi rifiuto di disumanizzare entrambi i popoli? Che credo che il dialogo non sia resa, ma coraggio? Non biasimo Karim per il suo dolore. Come potrei? Provo dolore per ciò che ha vissuto. Provo dolore ogni singolo giorno per Gaza, per i suoi bambini, per le sue famiglie, per le sofferenze inimmaginabili che continuano a sopportare. Provo dolore per gli ostaggi e le loro famiglie. Per le vittime del 7 ottobre. Per i palestinesi che vivono sotto l’occupazione. Per gli israeliani che vivono nella paura. Per ogni bambino a cui è stato rubato il futuro da leader che traggono profitto da una guerra senza fine. La mia rabbia non è diretta contro le vittime. È diretta contro i sistemi, le ideologie e i leader che continuano a sacrificare esseri umani innocenti per preservare il potere. L’orrore deve finire. Questo significa Hamas. Significa i coloni violenti. Significa Ben-Gvir e Smotrich. Significa Netanyahu. Significa Hezbollah. Significa il regime iraniano. Significa razzismo, antisemitismo, islamofobia, suprematismo bianco, fanatismo religioso, corruzione politica e ogni industria che trae profitto dalla guerra mentre la gente comune seppellisce i propri figli. Nessuno di questi mostri appartiene a una sola nazione. La crudeltà non conosce bandiere. E nemmeno la compassione. Spesso mi chiedono dove sia la mia tribù. La mia tribù è composta da coloro che scelgono la vita. Coloro che rifiutano la vendetta. Coloro che riconoscono l’umanità della persona che hanno di fronte. Coloro che proteggono i bambini invece di sacrificarli all’ideologia. Esistono tra gli israeliani. Esistono tra i palestinesi. Esistono ovunque. Questa è la tribù a cui appartengo. Dobbiamo anche abbandonare l’illusione che ogni tragedia abbia un solo autore e ogni popolo una sola identità. Il mondo non è diviso tra santi e mostri. Non lo è mai stato. Senza compromessi, senza immaginazione, senza il coraggio di immaginare un futuro condiviso, ci condanniamo a una ripetizione infinita dello stesso dolore. Ecco perché abbiamo creato Re-Imagine Peace. Non per abbellire la realtà. Non per cancellare l’ingiustizia. Non per fingere che tutto sia uguale. Ma per dimostrare che, anche in mezzo a un dolore inimmaginabile, ci sono ancora esseri umani disposti a sedersi insieme, a creare insieme, a piangere insieme e a immaginare insieme. Questo, per me, non è normalizzazione. È resistenza contro la disperazione. Quindi invito voi – e Karim – a non giudicarci da lontano. Venite. Ascoltate. Metteteci alla prova. Interrogateci. Incontrate gli straordinari israeliani e palestinesi che hanno rischiato la carriera, la reputazione, le relazioni e talvolta persino la propria incolumità per stare insieme. Concedete loro, se non altro, il rispetto della vostra presenza. Sto scrivendo queste parole dalla Germania, dove ho appena tenuto una serie di bellissimi concerti. Ottant’anni fa, gli antenati del mio popolo furono massacrati su questa terra. Oggi sono qui, una donna ebrea libera di origini arabe, a cantare canzoni di pace. Se la storia ci insegna qualcosa, è proprio questo: gli esseri umani possono scegliere un’altra strada. Credo, con ogni fibra del mio essere, che un giorno israeliani e palestinesi vivranno in pace. Non perché sia inevitabile. Perché è necessario. E perché un numero sufficiente di persone, da entrambe le parti, si rifiuta di rinunciare a quel sogno. Le mie braccia rimangono aperte a te, a Karim e a chiunque sia disposto a percorrere quella strada difficile insieme a noi. Martedì sarò a Firenze. Se desideri incontrarmi mercoledì, cercherò volentieri di trovare il tempo. Con amicizia, speranza e solidarietà, Noa Risposta di Andrés Lasso grazie per il messaggio e per la condivisione del suo vissuto personale. Grazie anche per l’invito per mercoledì, purtroppo per motivi di organizzazione familiare non riuscirò a essere presente. Volevo rispondere ad alcune delle molte questioni che pone nella sua mail. Ad un certo punto, dopo aver raccontato delle difficoltà, ostacoli e conflitti che comporta il suo impegno, chiede “dove è la mia colpa, il mio peccato?”. Ci tengo a precisare che la mia lettera non ha un intento di giudicare la sincerità e la bontà del suo impegno, neanche di fare polemica, ma di dare una chiave di lettura dei conflitti che emergono oggi dentro all’attivismo pacifista e di suggerire quelle che sono a mio avviso le priorità per porre fine allo sterminio di un popolo che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Riconosco anche che la mia posizione è probabilmente una posizione più comoda. Io non vivo in Israele, lei sì e dunque il suo impegno si inserisce in un contesto potenzialmente conflittuale, fortemente intossicato di suprematismo e di razzismo che viene appreso fin dalla scuola, dove anche dire parole di buon senso e di comprensione per l’altro può generare enormi problemi e ritorsioni di vario genere. Fatte queste premesse, c’è secondo me un punto importante. Lei scrive che “nessuno ha il monopolio della sofferenza”. E’ vero, basta guardare ciò che avviene oggi in Sudan, ma anche in altre parti del mondo. Eppure sembra che qualcuno abbia invece il monopolio dell’impunità. Quando nel 94 avveniva il genocidio dei tutsi in Rwanda, il mondo non aveva del tutto contezza di cosa stesse succedendo. Oggi il genocidio a Gaza avviene sotto gli obiettivi di migliaia di cellulari, con soldati IDF che postano sui social i loro crimini di guerra come trofei senza che nessuno venga perseguito dalle istituzioni del proprio paese. Quando Sudafrica e Zimbabwe praticavano l’apartheid, erano sottoposti dal mondo a sanzioni, economiche persino sportive, e quella pressione del mondo aiutò il superamento di quell’abominio. Oggi l’apartheid contro i palestinesi, certificato da quanto ha scritto la International Court of Justice nel luglio 2024,Corte riconosciuta da 197 paesi, non genera alcuna conseguenza. Il dossier sul genocidio della Commissione ONU non genera reazioni, non genera alcuna reazione la parola degli esperti, inclusi israeliani come Amos Goldberg, Omer Bartov e altri storici dell’Olocausto che dicono “siamo davanti a un caso da manuale di genocidio”. E qui viene la preoccupazione di molti attivisti, in una città come Firenze un tempo all’avanguardia su certi temi, ma che negli ultimi anni è stata molto più timida di altre città italiane rispetto alla denuncia di ciò che sta accadendo. E in un paese come l’Italia, che dopo USA e Germania è tra i principali complici del genocidio e potrebbe in futuro essere chiamato a rispondere di tale complicità presso la ICJ, stando a quanto scritto nella convenzione sul genocidio del ’48. Perché il timore di molti è quello della normalizzazione e dell’assuefazione a un orrore che ha pochi termini di paragone nella storia recente. Perché ciò che molti di noi ritengono è che il tema della “accountability” dei crimini sia fondamentale. (Su questo consiglio di ascoltare questo intervento del Dr. Abou Jahjaj nell’incontro che abbiamo organizzato in Regione Toscana: https://www.youtube.com/watch?v=wJZBPS4cvAM ) Nessun altro paese ha ucciso 300 giornalisti. Nessun altro paese ha ucciso e torturato medici e paramedici in tal quantità e con tale tranquillità. Nessun altro paese è arrivato al palazzo di vetro a Neww York e ha stracciato la carta delle Nazioni Unite davanti all’assemblea. Nessun altro paese ha arrestato parlamentari europei in acque internazionali in una operazione di pirateria. Inoltre tra i machete che nel 94 in Rwanda hanno compiuto il genocidio rwandese, e i droni programmati per riconoscere neonati e ucciderli mentre vengono allattati al seno da madri palestinesi, c’è un salto di qualità nell’organizzazione dello sterminio, che non può essere sottaciuta, che dovrebbe smuovere il mondo intero. E dunque anche se non c’è “il monopolio della sofferenza” ed è un compito arduo fare la classifica storica degli orrori compiuti dall’uomo contro l’uomo, oggi il genocidio a Gaza costituisce la bancarotta etica e morale dell’intero Occidente, perché questo orrore in diretta streaming è strettamente legato all’impunità, al sapere che nessuna conseguenza c’è per coloro che uccidono o torturano palestinesi, per chi spara ai bambini, o impedisce a cibo e medicine di arrivare a destinazione, o ha distrutto pressoché ogni ospedale, scuola, comprese quelle realizzate dalla cooperazione e dalle ONG dei nostri paesi. E l’impunità è garantita non da un governo, ma da un sistema molto pervasivo di connivenza che coinvolge anche i nostri paesi europei. Quando visitai Israele e Palestina nel 2012, apprezzai molto realtà che si spendono per la riconciliazione. Come Tent of Nations Nassar farm, vicino a Betlemme, dove campeggia la scritta “we refuse to be enemies” in inglese ebraico e arabo. Eppure quella realtà, da anni lotta per il riconoscimento della propria presenza in quel luogo. Nonostante i documenti dei tempi dell’impero ottomano, dei tempi del protettorato inglese eccetera, i tribunali israeliani continuano a non riconoscere quel diritto. Sono in questi 14 anni cambiati governi e parlamenti, ma nessun cambiamento per quella situazione come per tante altre. Lavorare per la riconciliazione è doveroso, pur sapendo che è un lavoro lungo. Ci può volere una vita per far cambiare idea a qualcuno, ci può volere una o due generazioni per superare l’odio. Ma far rispettare il diritto, si può fare anche oggi, subito, se lo vogliamo, se il mondo si attiva in questo senso, prendendo in mano gli strumenti del diritto. Alcuni dei quali sono elencati anche nei pronunciamenti di ICJ e di luglio 2024. Per questo il mio auspicio, è che la presenza nel festival di Pizzaballa, di Combatants for peace, di realtà che apprezzo, faccia sentire una voce chiara su questo punto. Che il riconoscimento della sofferenza dell’altro, del fatto che “non c’è un monopolio della sofferenza” non ci porti a creare magari involontariamente una narrazione “simmetrica” tra aggredito e aggressore tra chi ha bisogno dell’aiuto del mondo intero per rialzarsi e ritrovare la propria dignità calpestata e violentata, e chi ha bisogno dell’aiuto del mondo intero per fermarsi e rendere conto della devastazione che ha generato. Redazione Italia
July 6, 2026
Pressenza
Ricordiamo a Noa che non c’è pace senza giustizia
In una recente intervista su Vanity Fair l’artista NOA (Achinoam Nini) dichiara, riguardo al genocidio in Palestina: “Personalmente non uso quella parola. Ma se qualcuno accanto a me sente il bisogno di usarla non gli chiuderò la bocca. Se è così che vede le cose, rispetto il suo punto di […] L'articolo Ricordiamo a Noa che non c’è pace senza giustizia su Contropiano.
July 4, 2026
Contropiano
Firenze per la Palestina: “Ricordiamo a Noa che non c’è pace senza giustizia”
In una recente intervista su Vanity Fair l’artista NOA(Achinoam Nini) dichiara, riguardo al genocidio in Palestina: “Personalmente non uso quella parola. Ma se qualcuno accanto a me sente il bisogno di usarla non gli chiuderò la bocca. Se è così che vede le cose, rispetto il suo punto di vista.” Peccato che dal settembre 2025 questo non sia più solo il punto di vista di qualcuno, ma la conclusione a cui è giunta la Commissione di inchiesta internazionale indipendente dell’ONU sui territori palestinesi occupati. Rispondendo ad un nostro post e riferendosi al prossimo evento “Re-imagine Peace”, che si svolgerà a Firenze dal 10 al 12 luglio, NOA afferma: “Le persone che verranno a questo festival non passeranno il tempo a gridare ‘genocidio’ dalla mattina alla sera. Perché chi parla solo in questi termini, spesso, non parla di pace”. Sul sito della sua Fondazione (NOA’s Ark Foundation) sta scritto che l’evento è una chiamata ad “ascoltare le narrazioni, il dolore e il potenziale reciproci in uno dei conflitti più radicati e strazianti del nostro tempo”. Con un colpo di spugna vengono cancellati 80 anni di colonialismo di insediamento di Israele in Palestina e la questione viene presentata come una specie di faida tra due popoli. In questa breve lettera aperta vogliamo rivolgere alcune domande a NOA e fare alcuni commenti rispetto a queste e ad altre sue affermazioni. – Come è possibile parlare di pace senza partire da un esame onesto della realtà attuale e della storia? Senza tener conto del parere degli organismi del diritto internazionale? Senza prendere in considerazione le numerosissime testimonianze, non solo delle vittime, ma anche di chi sta commettendo questo orrendo crimine? – Come è possibile invocare il dialogo tra due parti senza denunciare chiaramente che uno è l’oppresso e l’altro è l’oppressore? L’affermazione di una presunta simmetria tra israeliani e palestinesi, o il concetto che colonizzatori e colonizzati siano ugualmente responsabili del “conflitto” rappresenta, negli effetti anche se non sempre nelle intenzioni, una forma di normalizzazione del predominio. Per quanto riguarda l’equiparazione delle sofferenze, ricordiamo che l’antisemitismo è nato in Europa, che il genocidio degli ebrei, dei Rom e l’eliminazione sistematica di altri gruppi di individui considerati indesiderabili come disabili, gay ed oppositori politici, sono stati perpetrati da europei suprematisti: i palestinesi non hanno alcuna responsabilità per questi eventi. NOA sostiene che c’è una chiara separazione tra il governo di Israele e la grande maggioranza della popolazione, perfino coloro che hanno votato il governo. Aggiunge che non c’è assolutamente alcuna responsabilità del popolo ebraico per le azioni del governo israeliano. Questa seconda dichiarazione ci pare ovvia: quando parliamo di Israele non ci riferiamo alla comunità ebraica, che è cosa ben diversa. Equiparare i due concetti è una disonestà intellettuale utilizzata per accusare pretestuosamente di antisemitismo chi critica le politiche israeliane. Alla pretesa di una netta distinzione tra il popolo e il suo governo replichiamo che la maggior parte degli israeliani ha votato partiti suprematisti, colonialisti e razzisti. Non basta che ora critichino alcuni eccessi per essere considerati “chiaramente distinti” da chi hanno eletto. Ricordiamo anche che il Parlamento israeliano ha recentemente approvato (con 71 voti a favore e 13 contrari) una mozione che impegna il governo ad annettere la Cisgiordania occupata. Il numero di voti favorevoli supera quello dell’attuale maggioranza di governo e l’opposizione, sia di centro che della cosiddetta “sinistra”, non ha nemmeno partecipato al voto. Riguardo al 7 ottobre, indipendentemente dal giudizio che si voglia dare sull’operato di Hamas, si è trattato di una rivolta contro un sistema di oppressione, discriminazione, tortura e omicidi che dura da ottant’anni. Aggiungiamo che Israele stessa ha reso molto difficile stabilire come si siano svolte esattamente le cose, avendo prontamente ucciso in maniera extragiudiziale i coordinatori della sortita, in modo che il mondo non potesse sentire la loro versione dei fatti. – Cosa dice NOA della direttiva Hannibal, per cui il 7 ottobre l’IDF ha ordinato di ammazzare, insieme ai palestinesi, anche cittadini israeliani per impedire che venissero rapiti e scambiati nelle trattative? – Cosa dice del fatto che gli Israeliani hanno continuato a sostenere le accuse di stupro rivolte ad Hamas e mai confermate, scrivendo innumerevoli rapporti (tra cui quello intitolato “Aquest for justice”) per tentare di convincere l’opinione pubblica delle loro tesi? – Cosa dice degli stupri verificati anche da organizzazioni israeliane, che avvengono nelle carceri a danno dei palestinesi, anche con cani ed oggetti? Coloro che li eseguono non sono cittadini israeliani? – Cosa dice delle confessioni da parte dei soldati dell’IDF riguardo all’uccisione di civili inermi a cui hanno assistito o da loro stessi perpetrate? A questi ragazzi non viene detto che tutto è giustificabile perché stanno difendendo la propria patria da pericolosi terroristi, che allevano i propri figli all’odio? – Come valuta il recente Rapporto della Commissione Indipendente d’inchiesta ONU che riconosce che Israele sta prendendo di mira deliberatamente i bambini palestinesi? Il rapporto ha elencato divisioni, brigate e unità israeliane che sarebbero responsabili dell’uccisione di bambini, in specifici episodi a Gaza e in Cisgiordania. Da molto tempo siamo a conoscenza, anche tramite le testimonianze di personale sanitario, di cecchinaggi mirati e di ordigni esplosivi a forma di giocattolo. I bambini feriti “affrontano una vita di disabilità” che ora è “una realtà demografica determinante” a Gaza. E cosa ne pensa del film “Innocence” in cui si mostra che è invece nelle scuole israeliane e in tutta la società che si pratica una sistematica educazione all’odio e si allevano i ragazzini nel terrore di quello che potrebbe succedere se non si uccidessero i nemici? NOA si ricorderà di aver esultato sui social nell’aprile 2024, per “l’eroica missione”con cui l’IDF liberò quattro ostaggi israeliani ammazzando circa 210 palestinesi e ferendone 400. Nel post scrisse che condivideva il dolore da entrambe le parti. Questa non è recipocità, nè umana comprensione: ci sembra un esempio di normalizzazione del fatto che le vite dei palestinesi non valgano quanto quelle degli israeliani. Per concludere: NOA stessa ci dice che in Israele “Quando cammini per strada il sole splende, la spiaggia è bellissima, i ristoranti sono aperti.” Noi aggiungiamo che a Gaza non è così, ci sono solo desolazione, topi, fame e morte. Ma le persone trovano comunque la forza per resistere e lottare. Basterebbe questo per capire che non è sufficiente fare un generico appello alla comprensione reciproca per affrontare e risolvere uno dei più grandi scandali del nostro tempo: un genocidio in diretta streaming che molti non riescono nemmeno a definire tale. FIRENZE PER LA PALESTINA   Le affermazioni di NOA cui facciamo riferimento si possono trovare qui: – rivista Vanity Fair https://www.vanityfair.it/article/noa-sionista-mi-vergogno-netanyahu-elezioni-israele-genocidio-intervista – sito della NOA’s Ark Foundation https://www.noasark.foundation/re-imagine-peace2 – pagina Instagram di NOA e sue risposte sulla pagina di Firenze per la Palestina – pagina Facebook di NOA Redazione Toscana
July 2, 2026
Pressenza
Pensare la pace non è un’utopia: Re-Imagine Peace dal 10 al 12 luglio a Firenze
Pensare la pace non è un’utopia: da questa premessa nasce il festival “Re-Imagine Peace” dal 10 al 12 luglio a Firenze, nell’ambito della rassegna Estate Fiorentina, sotto la direzione artistica delle artiste e attiviste Noa e Mira Awad, nuovamente insieme in Italia dopo il successo dell’esibizione a Sanremo 2025, insieme al chitarrista, arrangiatore e produttore Gil Dor. Co-direttrice artistica Tamar Tal Anati. Per tre giorni Firenze ospiterà concerti, cinema, incontri, performance, momenti di dialogo ed esperienze aperte alla città e al pubblico, con l’obiettivo di creare occasioni di ascolto e confronto attraverso la cultura e le arti. Il festival culminerà in un grande concerto All-Star all’Anfiteatro delle Cascine, dove artisti israeliani, palestinesi e italiani saliranno insieme sul palco in una celebrazione collettiva della musica come linguaggio universale capace di travalicare i confini. Contribuiranno al dialogo di pace con la loro voce anche il Patriarca Latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa e l’attore e regista Neri Marcorè. “Re-Imagine Peace” nasce come piattaforma culturale multidisciplinare che riunisce artisti, musicisti, filmmaker, performer, attivisti, pensatori e organizzazioni internazionali accomunati dalla volontà di costruire spazi di incontro in un tempo segnato da forti divisioni. Il progetto parte da un presupposto semplice: mettere al centro l’esperienza umana, l’ascolto e la possibilità di condividere storie, sensibilità e prospettive differenti attraverso l’arte e la cultura. In questo percorso Firenze rappresenta il contesto ideale per un’iniziativa dedicata al dialogo e alla convivenza, raccogliendo l’eredità civile di figure come Giorgio La Pira e Mario Primicerio. La città è inoltre da anni luogo di collaborazione tra le comunità religiose delle tre fedi monoteiste. Il programma del Festival – che verrà rilasciato completo nelle prossime settimane – include una rassegna cinematografica, con documentari pluripremiati, dedicata a storie di dolore e speranza, con titoli come There is Another Way, Coexistence, My Ass e The Orchestra with the Broken Instruments, seguita da panel di approfondimento e concerti speciali. Tra le partecipanti al progetto figurano Robi Damelin e Bushra Awad, provenienti rispettivamente da Israele e Palestina e da tempo impegnate in percorsi di dialogo e costruzione della pace. Per il loro impegno hanno ricevuto il Fiorino d’Oro, la più alta onorificenza civica conferita dalla città di Firenze. Spazio anche alla cultura gastronomica con “Peace Recipe”, evento ospitato al Teatro del Sale con chef israeliani e palestinesi, e alla musica classica con un concerto per due pianisti, provenienti da Ramallah e Tel Aviv, impegnati in un’esecuzione a quattro mani. Il festival propone inoltre una marcia e preghiera interreligiosa in collaborazione con il Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, con la partecipazione delle comunità ebraica, cristiana e musulmana, e una serie di incontri con attivisti e protagonisti del dialogo internazionale. Il programma si completa con il lancio del libro The Future is Peace e con un evento di musica elettronica e danza che coinvolge DJ del collettivo del festival, in una chiusura dedicata alla contaminazione tra linguaggi e pubblici diversi. Pressenza sarà media partner della manifestazione insieme ad Avvenire e Controradio. Redazione Italia
June 29, 2026
Pressenza