Massimo Villone: riforma della legge elettorale, perchè NO
Pubblichiamo il testo dell’intervista a Massimo Villone, Professore Emerito di
Diritto costituzionale dell’ Università degli Studi di Napoli Federico II,
sulla riforma della legge elettorale in discussione alla Camera, nell’ambito
della serie di video interviste di Carteinregola Riforma della Legge elettorale:
meno rappresentanza, meno democrazia a cura di Anna Maria Bianchi, Isabella
Pierantoni e Pietro Spirito (in calce il video)
Anna Maria Bianchi: Perché questa riforma e perché ora?
Massimo Villone: Il punto di partenza lo dà Meloni nella campagna elettorale
2022, in cui dichiara l’obiettivo di rivoltare il paese come un calzino. Un
obiettivo che poggia su tre riforme, subappaltate ai componenti della
maggioranza: giustizia, premierato, autonomia differenziata. Il referendum del
22-23 marzo infligge un colpo inatteso all’agenda. Cade la giustizia, e la
destra capisce che è meglio mettere in soffitta la riforma costituzionale del
premierato, perché sarebbe rischioso affrontare un secondo voto popolare. Quindi
mette in primo piano la legge elettorale, l’AC 2822, cosiddetto Stabilicum o
Melonellum, strumentale a un premierato di fatto. Una legge pensata per ottenere
un risultato sostanzialmente analogo a quello perseguito con la riforma
costituzionale: un premier investito dal voto popolare, un parlamento docile e
subalterno con ampia maggioranza per il premier, un esecutivo dominante
nell’assetto istituzionale. Con un benefit collaterale: costruire la legge per
favorire il ritorno del Centrodestra a Palazzo Chigi.
Anna Maria Bianchi: Come persegue questi obiettivi la riforma elettorale?
Massimo Villone: Gli strumenti principali sono due: la correzione maggioritaria
e le liste bloccate. Nel 2022 il Rosatellum prevedeva un proporzionale corretto
con collegi uninominali maggioritari, in cui vince chi prende un voto in più. Ma
i collegi uninominali nel 2022 diedero una ampia maggioranza al CDX perché il
CSX vedeva separati PD e M5S. Questa separazione consegnò al CDX circa l’80% dei
collegi. Se il CSX nel 2027 corresse unito le urne potrebbero dare il risultato
opposto, come il voto referendario anche suggerisce. Rimanendo il Rosatellum con
i collegi il CDX sa di poter perdere. Da qui la necessità della principale
modifica dello Stabilicum rispetto al Rosatellum: cancellare i collegi passando
a una correzione del proporzionale con un premio di maggioranza. In tal modo si
prescinde dalla competizione ristretta nel territorio del collegio, e si assegna
con un calcolo puramente aritmetico un certo numero di seggi aggiuntivi al
soggetto vincente su scala nazionale. L’aggiunta sovrarappresenta il vincente e
sottorappresenta lo sconfitto rispetto ai seggi che ciascuno otterrebbe con una
distribuzione proporzionale.
Anna Maria Bianchi: Quali sono i profili di incostituzionalità della proposta?
Massimo Villone: Le audizioni in I Commissione hanno messo in luce molteplici
profili di incostituzionalità. Il primo è la disproporzionalità data dal premio
a cifra fissa: 70 deputati e 35 senatori. Un maxipremio. Perché 70, e non 60 o
50 o una misura variabile, in ragione dei voti conseguiti nel proporzionale?
Perché è la misura che consente a una coalizione vincente con il 43-45% dei voti
di avvicinare il risultato del 2022. È questa la scommessa della destra. Ma
proprio la cifra fissa determina la possibile disproporzionalità, perché rompe
il nesso tra rappresentatività delle assemblee e risultato elettorale. Poi le
liste completamente bloccate, sia nel proporzionale che per il premio. Elettrici
ed elettori non scelgono nemmeno uno dei propri rappresentanti. Ancora, c’è
l’aggancio del premio di maggioranza all’esito nazionale anche per il Senato,
lesivo dell’art. 57 Cost., che prevede un senato eletto a base regionale. Accade
infatti che il premio di maggioranza sia assegnato alla coalizione vincente
nazionalmente anche nelle regioni in cui quella coalizione perde. Infine, c’è il
tentativo di condizionare le prerogative del capo dello stato, prevedendo
l’obbligo per le forze politiche di coalizione di indicare nella documentazione
elettorale la persona che sarà proposta al Presidente della Repubblica per
l’incarico di formare il governo. L’obiettivo non dichiarato è mettere il CSX in
difficoltà, obbligandolo a scegliere formalmente il leader di coalizione.
Anna Maria Bianchi: Ma la Corte costituzionale non aveva già assolto le liste
bloccate, purché brevi, e il premio di maggioranza?
Massimo Villone: È vero. Un premio di maggioranza che scatta sopra una soglia
del 42%, come lo Stabilicum (nel nuovo testo base) prevede somiglia certo a
quello che la Corte salvò nell’Italicum, con la sentenza 35 del 2017. Ma la
differenza è in quello che lo Stabilicum aggiunge, e che l’Italicum non aveva:
il premio agganciato all’esito nazionale anche al Senato, lesivo dell’art. 57
della Costituzione, e le liste interamente bloccate, là dove l’Italicum lasciava
in parte le preferenze, bloccando il solo capolista. È un effetto cumulativo che
rende l’impianto chiaramente incostituzionale, anche non volendo considerare
eccessiva e incostituzionale già la misura del premio di per sé. Per chi volesse
approfondire rinvio all’analisi dettagliata che ho pubblicato su ASTRID Rassegna
8/2026, e che si legge anche sulla mia pagina Facebook.
Anna Maria Bianchi: Come possiamo contrastare una riforma incostituzionale?
Massimo Villone: Dobbiamo sapere che non ci sono argini insuperabili. Abbiamo
due custodi della Costituzione: il Presidente della Repubblica e la Corte
costituzionale. Il Capo dello Stato può rinviare la legge alle Camere ai sensi
dell’art. 74, ma è obbligato a promulgare in caso di riapprovazione. Inoltre, il
Presidente si richiama per prassi alla “manifesta incostituzionalità”. Non basta
un mero dubbio sulla conformità alla Costituzione, è necessaria una evidenza
indiscutibile. E qui incrociamo la Corte costituzionale, con due sentenze
principali, la 1/2014, sul Porcellum, e la 35/2017, sull’Italicum. Sono pronunce
che colgono in parte i profili che oggi emergono per lo Stabilicum. Ma la Corte
lascia al legislatore uno spazio di discrezionalità molto ampio, cui pone il
limite di una “manifesta irragionevolezza”. È una giurisprudenza a maglie molto
larghe, forse troppo larghe. Manifesta incostituzionalità e manifesta
irragionevolezza concorrono nel lasciare al legislatore confini molto ampi ed
elastici per quanto riguarda la legge elettorale. Inoltre, la Corte ci dice
nella sentenza 1/2014 che la incostituzionalità della legge elettorale non
impedisce al Parlamento già eletto in precedenza di rimanere in carica con
pienezza di poteri. Esattamente quello che è successo. La sentenza 1/2014
dichiara la incostituzionalità della legge in base alla quale nel 2013 è eletto
il parlamento, che però rimane regolarmente in carica fino al 2018. Ed è oggi
molto improbabile che i tempi consentano alla Corte di pronunciarsi sullo
Stabilicum prima del prossimo voto. Soprattutto considerando che i tempi del
lavoro parlamentare sono gestiti dalla maggioranza secondo le sue convenienze.
Anna Maria Bianchi: Quindi è inutile pensare di attaccare la riforma con le armi
del diritto?
Massimo Villone: Non è inutile. Ma certo può accadere che la nuova legge
elettorale sia dichiarata incostituzionale dalla Corte dopo il voto, e il
parlamento già eletto rimanga in carica così com’è. Se la destra vincesse, con i
numeri garantiti dallo Stabilicum potrebbe avere a disposizione un’altra
legislatura per riprendere il disegno originario: scrivere la propria
Costituzione stravolgendo in alcuni punti nodali la Costituzione antifascista
del 1948. A dire il vero, ci sarebbe una possibilità: uno scioglimento
anticipato delle Camere da parte del Capo dello Stato, perché la pronuncia della
Corte sulla illegittimità costituzionale della legge elettorale determinerebbe a
mio avviso la “manifesta incostituzionalità” a lui richiesta per agire. Ma
sarebbe una prima volta in assoluto, e la via non si mostra agevole. In realtà,
il contesto e i tempi prevedibili ci dicono che la battaglia contro la riforma
elettorale è oggi primariamente politica, e non giuridica.
Anna Maria Bianchi: Una battaglia politica da combattere senza se e senza ma?
Massimo Villone: Dobbiamo avere una consapevolezza: siamo sul piano inclinato di
uno scivolamento verso l’autocrazia, perché con lo Stabilicum si realizza
l’obiettivo di avvicinare la coalizione vincente alle maggioranze di garanzia,
che toccano l’elezione parlamentare del Capo dello stato, di cinque giudici
della Corte costituzionale e dei componenti laici del CSM. Sia chiaro: quelle
maggioranze restano qualificate — due terzi o tre quinti a seconda dei casi, e
maggioranza assoluta per il Quirinale dal quarto scrutinio — e salvo che per il
Capo dello stato lo Stabilicum di per sé non le consegna. Ma l’avvicinamento
c’è, la distanza si accorcia, e i pochi voti che mancano un governo in carica
probabilmente non avrebbe difficoltà a trovarli. Per non dire che con una
legislatura a disposizione quelle stesse maggioranze qualificate potrebbero
essere riviste al ribasso. È uno scenario che ci colloca nella crisi – in atto
in molti paesi – della democrazia cd liberale, in difficoltà nell’affrontare le
sfide di un mondo che cambia.
Anna Maria Bianchi: Ma cosa si può davvero fare in politica contro la riforma?
Massimo Villone: Che le opposizioni ottengano in parlamento correzioni
significative è del tutto improbabile, perché per regolamento e prassi
parlamentari non dispongono di strumenti efficaci. Contro una maggioranza che
rimane compatta le opposizioni non hanno armi decisive. La prospettiva è che la
maggioranza mantenga l’impianto dello Stabilicum perché è servente alle sue
esigenze. Ad esempio, ha bisogno di un megapremio e di liste completamente
bloccate perché il passaggio al proporzionale con premio favorisce FdI rispetto
ai partner di coalizione, e quindi c’è bisogno di molti posti sicuri da
distribuire per accontentare tutti e mantenere l’accordo. Si è manifestato un
problema Vannacci. Ma, a parte il teatrino su chi è la destra che più a destra
non si può, dovranno venire a patti, perché Vannacci ha lo swing vote, il voto
indispensabile a vincere. Se non c’è, la coalizione di destra perde. Quindi
possiamo scommettere che, a meno che Vannacci non si riveli un fenomeno
passeggero di folklore politico, si metteranno d’accordo. Al più, in specie se
il campo largo non riuscisse a compattarsi, la destra potrebbe scegliere di
abbandonare lo Stabilicum e votare con il Rosatellum. Il momento decisivo sarà
comunque nelle urne, e voteremo con la legge elettorale che la destra riterrà
più conveniente per sé, quale che sia. Rimane quindi indispensabile che il CSX
risponda trovando unità e progetto politico.
Anna Maria Bianchi: Quale potrebbe essere questo progetto politico?
Massimo Villone: Ne indico due punti, a mio avviso suggeriti dalla storia degli
ultimi 30 anni.
Il primo. Rafforzare la partecipazione democratica e la messa in sicurezza della
Costituzione, in rapporto a qualsiasi maggioranza il futuro ci riservi. Si può
ad esempio pensare a qualche modifica per ampliare il ricorso ai referendum ex
art. 75 e 138, a un ritocco verso l’alto delle maggioranze di garanzia, a un
accesso preventivo alla Corte costituzionale per determinate leggi, come la
stessa legge elettorale.
Il secondo punto. Trovare il coraggio di abbandonare il mantra della stabilità e
governabilità date dai numeri farlocchi di una correzione maggioritaria che
consegna una ampia maggioranza di seggi a chi ha un ridotto consenso reale nel
paese. La lezione che viene dai governi dell’ultimo trentennio, incluso quello
in carica, è che alla fine non funziona. Stabilità forse e non sempre,
governabilità no. Tornare invece al proporzionale, preferibilmente di collegio
come il Senato pre-1993, consentirebbe il radicamento territoriale dei candidati
nella dimensione del collegio, e una assegnazione dei seggi che riflette il
consenso effettivo di ciascuna forza politica e favorisce il recupero di
rappresentatività delle assemblee elettive. È quella la sede per perseguire la
stabilità e la governabilità che l’assetto sociale prima che politico
realisticamente consente. Non sono invece convinto di un ripristino delle
preferenze, perché nessun soggetto politico è oggi in grado di gestirle, e si
rischiano le truppe cammellate, le derive clientelari, i cacicchismi locali. Del
resto, dall’avvio dei lavori in I Commissione mi pare che nessuno le voglia
davvero.
Due mosse per affrontare un tornante che comunque si avvicina nella storia del
paese.
Guarda la registrazione dell’intervista
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Roma, 27 giugno 2026 ( intervista registrata il 17 giugno e inserita on line il
19 giugno)
Per osservaizoni e precisazioni: laboratoriocarteinregola@gmail.com