Bruce Lincoln / Un (tragico) capitolo della storia europea
Ci sono libri che nascono dall’incrocio fortunato — o sfortunato — tra la storia
e la biografia personale del loro autore. Omicidio all’università di Bruce
Lincoln appartiene senza dubbio a questa categoria. Il volume racconta la
vicenda di uno studioso leggendario, un omicidio irrisolto e dei fatidici
documenti che potrebbero collegarli. Ma è anche qualcosa di più: una confessione
intellettuale, la resa dei conti di un grande storico delle religioni con il
proprio passato e con quello del suo ambiente accademico.
Bruce Lincoln è Caroline E. Haskell Distinguished Service Professor Emeritus di
Storia delle Religioni nella Divinity School dell’Università di Chicago, dove ha
insegnato per decenni. È uno dei nomi più autorevoli nel campo degli studi
religiosi internazionali, autore di opere fondamentali su mito, rituale,
ideologia e potere. Eppure questo libro, arrivato ora al pubblico italiano
grazie alla traduzione de il Mulino nella collana «Biblioteca storica», è forse
il più personale e dirompente della sua carriera. Perché al centro della
narrazione c’è un enigma che Lincoln ha vissuto in prima persona, e che lo ha
tormentato per decenni. Nel maggio 1991, Ioan Petru Culianu, professore
associato di storia delle religioni alla Divinity School dell’Università di
Chicago, si avvicinò a un collega con la richiesta di custodire alcuni
documenti. Meno di una settimana dopo, Culianu fu colpito a morte con un
proiettile alla nuca nel bagno della stessa Divinity School. Il caso rimase
irrisolto. La teoria prevalente per spiegare il delitto è che Culianu fosse
stato preso di mira dalla polizia segreta romena, la Securitate, come
conseguenza degli articoli critici che aveva scritto mettendo in dubbio la
“rivoluzione” che aveva liberato il suo paese d’origine portando alla caduta e
alla fucilazione del dittatore comunista Nicolae Ceaușescu. Un po’ troppo poco,
in realtà, per meritare un’esecuzione.
Ma chi era Ioan Culianu? Un giovane brillante e ambizioso che aveva lasciato la
nativa Romania e si era affermato come studioso ampiamente ammirato all’età di
soli quarantuno anni. Insegnava alla Divinity School dell’Università di Chicago,
dove era considerato l’erede designato del suo anfitrione e mentore, Mircea
Eliade, un altro espatriato romeno e luminare nel campo degli studi religiosi,
morto nel 1986. Un talento straordinario, dunque, falciato nel pieno del suo
sviluppo intellettuale. Ma il libro di Lincoln non è soltanto il racconto
dell’enigmatico omicidio di Culianu. È qualcosa di ben più complesso e
disturbante: l’indagine sul passato nascosto di Mircea Eliade, la figura
tutelare che aveva plasmato un’intera generazione di studiosi. I documenti
delicati che Culianu aveva cercato di far custodire, preoccupato dalle
misteriose minacce ricevute, erano le traduzioni in inglese di vari articoli
scritti da Eliade negli anni Trenta, molti dei quali dimostravano il sostegno
militante di Eliade alla Guardia di Ferro, il virulento movimento fascista e
antisemita fondato da Corneliu Zelea Codreanu, che aveva insanguinato per anni
la Romania. Culianu, che aveva sempre sostenuto una posizione, piuttosto
ambigua, di strenua difesa del suo maestro, aveva infine deciso di pubblicarli,
con l’intenzione di discuterli e possibilmente cercare di ridimensionarne il
peso e la responsabilità, ma aveva incontrato la fiera e sdegnata resistenza
della vedova di Eliade, Christinel, che li considerava – avendo accettato
incondizionatamente le giustificazioni reticenti fornitele a suo tempo dallo
stesso Eliade – dei falsi costruiti ad hoc: renderli pubblici era solo un
tradimento verso la memoria e l’onore del marito. Poco dopo la diffida legale
alla pubblicazione del libro da parte della vedova Eliade, Culianu venne ucciso.
Aggiungo in proposito una piccola testimonianza personale: in una conversazione
privata avvenuta vari anni fa, il professor Cristiano Grottanelli, allora
docente di Storia delle Religioni all’Università di Firenze, mi raccontò di
essere stato presente, nel ’90 o nel ’91, a un ricevimento alla Divinity School
di Chicago e di aver notato, essendole in quel momento accanto, lo sguardo di
odio feroce negli occhi di Christinel quando Culianu fece ingresso nella sala.
Tutto qui.
Ma Lincoln si dichiara subito: questo libro non è un whodunit, un giallo in
senso classico. È piuttosto un «perché è stato fatto». L’autore non pretende di
risolvere il caso giudiziario, ma di illuminare le dinamiche intellettuali,
politiche e umane che potrebbero averne costituito lo sfondo. Il risultato è
un’opera ibrida e affascinante, a metà tra memoir accademico, saggio storico e
inchiesta. Lincoln esplora il coinvolgimento – innegabile – di Eliade nel
fascismo romeno degli anni Trenta, i suoi successivi e mai completamente
riusciti tentativi di cancellare o minimizzare quella stagione, e il modo in cui
Culianu si trovò intrappolato tra la lealtà verso il maestro e il dovere della
verità storica.
Quello che emerge è un ritratto devastante dell’ambiente universitario d’élite,
con le sue gerarchie, le sue omertà, le sue fedeltà che talvolta si rivelano più
pericolose degli antagonismi aperti. Lincoln scrive con la precisione del
filologo e la passione di chi sa di avere in mano materiale scottante: il libro
è stato definito da “Harper’s Magazine” come «un’abile dissezione delle
possibilità, condotta con l’obiettività di uno storico e la soggettività di
qualcuno che era lì». La struttura narrativa è ben congegnata. L’autore alterna
la ricostruzione del presente (la sua ricezione dei documenti, la riflessione
sulla propria posizione di testimone involontario) con excursus storici sul
passato romeno di Eliade, sulla nascita e lo sviluppo della Guardia di Ferro,
sulle scelte intellettuali e morali di uno studioso che mai aveva fatto i conti
col suo passato preferendo tacere su parti decisive della propria biografia.
Carlo Ginzburg, professore emerito all’UCLA, ha definito il volume «un modello
di analisi storica» e «una lettura avvincente», elogiando la capacità di Lincoln
di offrire una lettura ravvicinata e approfondita di documenti relativi a un
capitolo tragico della storia europea. La tesi centrale — che l’omicidio di
Culianu possa essere stato collegato al suo tentativo di portare alla luce il
passato fascista di Eliade — rimane, per ammissione dello stesso Lincoln,
un’ipotesi plausibile ma non dimostrabile. La giustizia non è stata in grado di
fare il suo corso, e probabilmente non lo farà mai. Eppure il valore del libro
va ben oltre il caso specifico. Omicidio all’università pone domande che
riguardano la responsabilità degli intellettuali, la trasmissione delle idee
attraverso le generazioni, il modo in cui le istituzioni accademiche gestiscono
(o rimuovono) i propri scheletri. Parla di un mondo — quello della grande
università, americana e non solo, d’élite — che si presenta come luogo della
ragione critica, ma che può essere attraversato da correnti oscure di potere,
silenzio e connivenza. Una lettura necessaria, e a tratti scomoda.
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da Pulp Magazine.