La sinistra contro le destre: il caso MileiA livello globale, la sinistra si trova ad affrontare un dibattito strategico su
come rispondere all’attuale ondata reazionaria. La risposta dipende da come
caratterizziamo questo periodo, da cosa intendiamo per estrema destra e da quale
tipo di unità politica riteniamo necessaria per contrastarla. In Argentina, la
discussione sta acquisendo sempre maggiore rilevanza, dato il graduale declino
del governo Milei. Prima di esaminare il caso argentino, tuttavia, è opportuno
considerare la portata globale del fenomeno.
L’estrema destra sta avanzando in tutto il mondo a un ritmo irregolare ma
decisivo. Non è invincibile, come dimostra la recente sconfitta elettorale di
Viktor Orbán in Ungheria, ma non è nemmeno un fenomeno puramente contingente.
Sebbene l’estrema destra continui a sfuggire a una definizione univoca a causa
della sua natura eterogenea e in continua evoluzione, gli eventi degli ultimi
anni ci obbligano ad abbandonare una tesi precedentemente dominante: che questi
movimenti fossero semplicemente una variante stridente e retoricamente più
aggressiva della destra tradizionale. Se da un lato non si può escludere in
certi casi una «normalizzazione borghese» verso il conservatorismo
convenzionale, dall’altro la tendenza prevalente indica la direzione opposta:
una reale minaccia autoritaria, pronta a erodere le libertà democratiche, i
diritti sociali conquistati nel XX secolo e persino l’incolumità fisica
dell’opposizione politica.
Gli esempi si accumulano. Negli Stati uniti, Trump ha trasformato l’Ice in una
forza di polizia politica federale dedita ad arresti e deportazioni arbitrarie.
Netanyahu sta conducendo una guerra di sterminio a Gaza e perseguitando i suoi
oppositori. Milei sta guidando la più grande offensiva contro la classe operaia
dai tempi dell’ultima dittatura militare. Bukele governa El Salvador in uno
stato di emergenza permanente. Orbán ha impiegato più di un decennio per
costruire un regime autoritario.
Ma l’avanzata autoritaria non si traduce ancora in un consolidamento duraturo.
Negli ultimi mesi, si sono verificati diversi eventi che sembrano indicare un
rallentamento di questa avanzata: la sconfitta elettorale di Orbán, il calo di
popolarità di Trump, il deterioramento dell’immagine di Milei e la sconfitta di
Meloni all’ultimo referendum costituzionale. Si potrebbero citare anche esempi
contrari: Flavio Bolsonaro in testa nei sondaggi in Brasile, Reform UK che rompe
lo storico sistema bipartitico britannico e l’ottima performance del fujimorismo
al ballottaggio peruviano. Tutto ciò dimostra che ci troviamo di fronte a una
situazione aperta e che l’estrema destra non ha ancora stabilizzato il suo
progetto. Stiamo attraversando un periodo reazionario, secondo l’analisi di
Valerio Arcary: un ciclo prolungato in cui l’equilibrio di potere si sbilancia a
causa dell’accumulo di sconfitte, la sinistra si ritrova sulla difensiva e
l’estrema destra conserva una solida base sociale.
MILEI COME CRISTALLIZZAZIONE DI UNA SCONFITTA
CONTRARIAMENTE ALLA TENDENZA GLOBALE, GRAN PARTE DELL’ANALISI DELLA SINISTRA
ARGENTINA PRESUPPONE CHE LA SITUAZIONE POLITICA LOCALE CONTINUI A ESSERE
DEFINITA DALL’OSCILLAZIONE DEL PENDOLO. SECONDO QUESTA INTERPRETAZIONE, I DUE
POLI DEL PENDOLO STANNO ATTRAVERSANDO UNA CRISI PARALLELA: COSÌ COME MILEI HA
SPAZZATO VIA LA DESTRA TRADIZIONALE, IL PERONISMO, DALL’ALTRA PARTE, STA
SOFFRENDO UNA CRISI DI RAPPRESENTANZA DI CUI LA SINISTRA STA APPROFITTANDO.
QUESTA DIAGNOSI È ERRATA E PORTA A CONSEGUENZE POLITICHE FUORVIANTI, PERSINO
ILLUSORIE. I RAPPORTI DI POTERE SOCIALE SI SONO DETERIORATI SIGNIFICATIVAMENTE
NEGLI ULTIMI ANNI. IN UN PAESE IN CUI, PER LUNGO TEMPO, LA POSSIBILITÀ DI
POLITICHE DI AGGIUSTAMENTO E RIFORME STRUTTURALI A FAVORE DELLE IMPRESE ERA
STATA BLOCCATA, MILEI È RIUSCITO A IMPORRE «IL PIÙ SIGNIFICATIVO AGGIUSTAMENTO
FISCALE IN UN’ECONOMIA IN TEMPO DI PACE» (FMI). E LO HA FATTO NON SOLO SENZA
UN’IMMEDIATA ESPLOSIONE SOCIALE, MA CONSOLIDANDO IL PROPRIO POTERE. QUALCOSA È
CAMBIATO NEL CUORE STESSO DELLA SOCIETÀ.
Attualmente, l’immagine di Milei sta subendo un calo significativo, come
dimostrano tutti i sondaggi. Tuttavia, ciò non giustifica la conclusione che si
sia ripresentata una situazione di stallo. Dopo due anni di mandato, in un
contesto di crollo dei redditi e paralisi dei consumi, il fatto che il governo
mantenga un indice di gradimento tra il 30% e il 40%, dopo essere partito con un
sostegno vicino al 50%, testimonia più la sua resilienza che la sua debolezza.
La sopravvivenza politica di Milei rivela qualcosa di importante sull’evoluzione
dei rapporti di potere sociali e politici. Questo cambiamento negli equilibri di
potere può assumere diverse forme. La più ovvia è la repressione aperta.
Un’altra via, complementare o alternativa alla coercizione diretta, è la
sconfitta esemplare di un settore del lavoro strategico: i casi classici dei
minatori britannici sotto Thatcher o dei controllori del traffico aereo durante
l’era Reagan lo dimostrano. Anche le crisi economiche terminali, in particolare
l’iperinflazione, possono svolgere questo ruolo. Infine, esiste un meccanismo
meno analizzato, derivato dall’analisi gramsciana dello «stallo catastrofico»:
una graduale alterazione degli equilibri di potere prodotta da una prolungata
situazione di stallo politico, in cui ciascuna forza riesce a porre il veto al
progetto dell’avversario ma non può imporre il proprio. Questa dinamica erode la
base sociale degli stessi contendenti e instilla nella popolazione un diffuso
senso di demoralizzazione e disperazione. Il recente caso argentino può essere
considerato un esempio di questa logica.
Milei rappresenta il culmine di quindici anni di costruzione della destra di
fronte a un campo progressista esausto. La sua ascesa dipende non solo dalla sua
forza personale, ma anche dalla debolezza strategica del suo avversario. La base
sociale della destra è uscita dalla debacle di Macri più radicalizzata. La base
kirchnerista è entrata in una fase di demoralizzazione e confusione. Per tutte
queste ragioni, l’estrema destra va intesa come un fenomeno organico e non come
un incidente di percorso. Questa caratterizzazione non implica, ovviamente, che
il contesto politico e le dinamiche di potere che hanno permesso l’ascesa di
Milei siano irreversibili. Tuttavia, un improvviso cambiamento della situazione
è improbabile. Se ci sarà un riallineamento, sarà più lento e graduale, simile
al ciclo iniziato nel 1995 e culminato nel 2001.
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SCONFITTA SOCIALE E SUOI LIMITI
CIÒ NON EQUIVALE AD AFFERMARE CHE LA SCONFITTA SOCIALE ABBIA PRODOTTO UNO
SPOSTAMENTO OMOGENEO A DESTRA NELL’INTERA POPOLAZIONE O UNA PERDITA
IRREVERSIBILE DELLA CAPACITÀ DI RESISTENZA. DEFINISCO «SCONFITTA SOCIALE»
UN’ALTERAZIONE PRATICA NEGATIVA DEI RAPPORTI DI FORZA: LA PERDITA DELLA CAPACITÀ
DELLE CLASSI POPOLARI DI BLOCCARE OFFENSIVE REGRESSIVE CHE, IN UN ALTRO MOMENTO,
AVREBBERO INCONTRATO UNA RESISTENZA BEN PIÙ INTENSA. IL LAVORO EMPIRICO SU CUI
SI BASA BALSA, CONDOTTO NEL 2023, CI PERMETTE DI CHIARIRE QUESTO PUNTO. I SUOI
SONDAGGI HANNO MOSTRATO UNA SOCIETÀ SOSTANZIALMENTE DIVISA IN TRE TERZI. UN
TERZO SOSTENEVA POSIZIONI COERENTI ED ECONOMICAMENTE PROGRESSISTE: DIFESA DEL
RUOLO DELLO STATO, DIRITTI DEI LAVORATORI E REDISTRIBUZIONE. UN ALTRO TERZO
AVEVA UN NUCLEO NEOLIBERISTA INTRANSIGENTE. E UN TERZO INTERMEDIO, PIÙ DIFFUSO,
COMPRENDEVA SETTORI CENTRISTI, MODERATI, APOLITICI O SEMPLICEMENTE FRUSTRATI,
PRIVI DI UN SOLIDO QUADRO IDEOLOGICO. POICHÉ L’ELETTORATO SI È INFINE
FRAMMENTATO IN DUE GRANDI BLOCCHI, CIÒ CHE SOLITAMENTE DETERMINA IL PRIMATO
DELL’UNO O DELL’ALTRO È QUALE DELLE DUE MINORANZE PIÙ FORTI RIESCE AD ATTRARRE
LA MAGGIORANZA DI QUESTO SETTORE INTERMEDIO. NON C’È STATA, QUINDI, UNA
CONVERSIONE DI MASSA DELLA SOCIETÀ AL NEOLIBERISMO O ALLA DESTRA: IL BLOCCO
DELLE POSIZIONI REDISTRIBUTIVE E IL BLOCCO NEOLIBERISTA PARTIVANO DA UNA
POSIZIONE DI APPROSSIMATIVA PARITÀ NUMERICA. IL FATTORE DECISIVO SI È VERIFICATO
A UN ALTRO LIVELLO.
Non sappiamo con precisione come si siano evolute queste correnti dopo due anni
di governo Milei. La base filogovernativa più intransigente ha mostrato una
notevole risolutezza di fronte all’aggiustamento fiscale e al calo delle
entrate, ma l’attuale crisi del governo sembra rafforzare gradualmente
l’opposizione e creare crepe nella base di sostegno ufficiale. Persino il
settore imprenditoriale sta iniziando a considerare una figura alternativa in
grado di sostenere il programma economico qualora il calo di popolarità di Milei
dovesse compromettere la sua rielezione. In ogni caso, gli studi empirici sul
2023 restano rilevanti: esiste una base sociale con posizioni redistributive, di
dimensioni equivalenti al nucleo neoliberista, pronta a opporsi all’attuale
programma di aggiustamento. Oggi, tuttavia, questa base funziona più come un
blocco ideologico che come una forza politica attiva: è sulla difensiva, cerca
di evitare il peggio. È l’esatto opposto della radicalizzazione del suo
avversario.
I dati empirici sui conflitti sociali sotto il governo Milei confermano questa
diagnosi. Secondo il Ministero del Lavoro, nel 2025 in Argentina si sono
registrate 465 controversie di lavoro con scioperi, il dato più basso degli
ultimi vent’anni; nel settore privato, invece, se ne sono contate solo 157, il
numero più basso nella serie statistica. I picchetti, secondo un’indagine della
società di consulenza Diagnóstico Político , sono diminuiti da 8.239 nel 2023 a
3.893 nel 2025: una riduzione di quasi il 53% e il dato più basso dal 2011. Il
conflitto esistente è prevalentemente di natura difensiva: secondo il Centro di
Economia Politica Argentina (Cepa), il 63,6% dei casi esaminati tra gennaio 2024
e febbraio 2026 ha riguardato licenziamenti.
Ci sono state, ovviamente, importanti giornate di mobilitazione contro il
governo: le marce del 24 marzo, la Marcia dell’Orgoglio Antifascista e
Antirazzista in seguito alle dichiarazioni di Milei a Davos, gli scioperi
generali della Cgt e le manifestazioni universitarie contro i tagli al bilancio.
Queste grandi mobilitazioni dimostrano che la capacità di resistenza non è stata
spezzata ma, per il momento, non sono sufficienti a modificare la situazione di
fondo.
Questa debolezza è evidente anche in ambito ideologico. I recenti risultati
delle elezioni universitarie ne sono una dimostrazione: la sinistra sta perdendo
la capacità di attrarre le giovani generazioni. Nelle elezioni studentesche
dell’Università di Buenos Aires (Uba), storicamente un importante barometro
dell’impegno politico giovanile, la sinistra ha registrato il suo peggior
risultato dalla fine degli anni Novanta. Il basso livello di conflitto sociale
sta influenzando le ipotesi su come potrebbe finire il governo di Milei.
Un’eventuale sconfitta elettorale di Milei nel 2027 aprirebbe una nuova fase
politica, ma non chiuderebbe di per sé il periodo reazionario. Le condizioni che
lo hanno generato continuerebbero a persistere: l’ala di destra sociale
formatasi dal 2008, l’attenuarsi del conflitto sociale e l’atmosfera di
pragmatismo ereditata sia dai fallimenti progressisti che dal radicalismo di
destra. Il caso brasiliano ne è un esempio lampante: sebbene Lula abbia
sconfitto Bolsonaro nel 2022 e sia riuscito a migliorare i principali indicatori
sociali, il bolsonarismo mantiene una base elettorale vicina al 35% e continua a
essere altamente competitivo nelle prossime elezioni.
Il fatto che una sconfitta elettorale non ponga fine al ciclo politico non
significa che sia indifferente che venga inflitta o meno. In una situazione del
genere, guadagnare tempo è fondamentale. Sconfiggere Milei alle elezioni non
basta a ricostruire la forza del movimento popolare, ma impedisce all’estrema
destra di ottenere una vittoria strategica.
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MILEI, IL QUARTO CICLO LIBERISTA
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FRONTE ANTIFASCISTA POPOLARE?
QUALE VALORE HANNO DUNQUE I DIBATTITI CHE IL MARXISMO HA SVILUPPATO DI FRONTE
ALL’ASCESA DEL FASCISMO NEL SECOLO SCORSO, IN PARTICOLARE QUELLI RIGUARDANTI IL
FRONTE OPERAIO UNITO E IL FRONTE POPOLARE? VALE LA PENA RIPERCORRERE IL
DIBATTITO MARXISTA DEGLI ANNI VENTI E TRENTA. IL FRONTE UNITO FU DISCUSSO PER LA
PRIMA VOLTA NEL 1922 NELL’INTERNAZIONALE COMUNISTA E SUCCESSIVAMENTE RIPRESO
NELLA LOTTA CONTRO IL FASCISMO. LENIN FU CATEGORICO SULLA SUA IMPORTANZA:
CHIUNQUE NON COMPRENDESSE IL FRONTE UNITO ERA PERDUTO PER IL MOVIMENTO
COMUNISTA. PERRY ANDERSON LO DEFINÌ «L’ULTIMO GRANDE CONSIGLIO DI LENIN AL
MOVIMENTO OPERAIO OCCIDENTALE PRIMA DELLA SUA MORTE». PER GRAMSCI, NELLA
POLITICA DEL FRONTE UNITO SEMBRAVA ESSERCI IN GIOCO QUALCOSA DI PIÙ DI UNA
SEMPLICE UNITÀ DIFENSIVA CON I RIFORMISTI. IL FRONTE UNITO RAPPRESENTAVA UN
TENTATIVO DI UNIFICARE E CONSOLIDARE L’ATTIVITÀ DI TUTTI I LAVORATORI, NON SOLO
DI COLORO CHE ADERIVANO AL PARTITO RIVOLUZIONARIO. LA SUA LOGICA È RELATIVAMENTE
SEMPLICE: LE MASSE DEVONO UNIRE LE PROPRIE FORZE PER DIFENDERSI. IL PROBLEMA È
CHE, UN SECOLO DOPO QUEL DIBATTITO, LA REALTÀ DELLA CLASSE OPERAIA E DELLA
SINISTRA NON POTREBBE ESSERE PIÙ DIVERSA. COME ABBIAMO SOTTOLINEATO, IL FRONTE
UNITO DEGLI ANNI VENTI PRESUPPONEVA L’ESISTENZA DI DUE VERI PARTNER CON UNA
PRESENZA MASSICCIA TRA LA CLASSE OPERAIA: UN PARTITO SOCIALDEMOCRATICO
RIFORMISTA E UN PARTITO COMUNISTA RIVOLUZIONARIO. QUEL MONDO NON ESISTE PIÙ. LE
TRADIZIONALI SOCIALDEMOCRAZIE EUROPEE, COME IL PARTITO SOCIALISTA FRANCESE (PS)
O IL PARTITO SOCIALISTA OPERAIO SPAGNOLO (PSOE), HANNO CESSATO DI ESSERE VERI
PARTITI OPERAI DECENNI FA. LE NUOVE FORZE DI SINISTRA, COME DIE LINKE, PODEMOS O
LA FRANCE INSOUMISE, SONO ATTORI SIGNIFICATIVI, MA LA LORO FORZA SI ESPRIME
PRINCIPALMENTE NELL’ARENA ELETTORALE E NON SI TRADUCE IN UNA PRESENZA DI MASSA
ORGANICA. NEMMENO GLI ESPERIMENTI NEOPOPULISTI IN AMERICA LATINA, COME IL
KIRCHNERISMO O MORENA, POSSONO ESSERE DEFINITI FORZE RIFORMISTE INDIPENDENTI.
Cosa significa parlare di fronte unito quando non ci sono più due grandi partiti
operai in lizza per la guida di una classe operaia organizzata, ma piuttosto
sinistre frammentate, macchine elettorali instabili e movimenti popolari molto
più deboli? Un fronte unito resta necessario, soprattutto laddove esistono
organizzazioni di sinistra e della classe operaia. Ma il contesto in cui
operiamo non è più lo stesso.
Questa discontinuità storica rispetto al panorama partitico del XX secolo porta
a una conclusione: attualmente, l’unità esclusiva delle forze di sinistra basate
sulla classe operaia, pur rimanendo il principio organizzativo della politica
socialista, è probabilmente insufficiente a fermare l’estrema destra. Questo
scenario sposta il dibattito su un terreno più spinoso: la possibilità di
accordi ad hoc con settori dissidenti della borghesia o con socialdemocrazie
profondamente istituzionalizzate. Di fronte a questo dilemma, emerge
inevitabilmente il dibattito sui fronti popolari promosso dall’Internazionale
Comunista (Comintern) dopo il suo VII Congresso del 1935.
Il Fronte Popolare fu la politica del Comintern che succedette alla tattica di
estrema sinistra della «classe contro classe», una linea che identificava la
socialdemocrazia con il fascismo e rifiutava qualsiasi azione congiunta con i
settori riformisti. Con questo nuovo orientamento, il Comintern si orientò verso
una strategia di alleanze non solo con i partiti operai, ma anche con i partiti
borghesi democratici nella lotta contro il fascismo.
Questa politica fu contestata da Lev Trotsky. In periodi di forte polarizzazione
o di impeto rivoluzionario, il Fronte Popolare spesso fungeva da meccanismo di
contenimento: l’alleanza con la borghesia liberale tendeva a disciplinare la
classe operaia, subordinando i propri obiettivi al mantenimento della
coalizione. Ma l’esperienza storica si è dimostrata più ambigua della versione
semplificata del canone trotskista. Le vittorie elettorali del Fronte Popolare
rafforzarono anche la fiducia delle classi lavoratrici e agirono da
catalizzatori per la mobilitazione. Il trionfo di Blum portò agli scioperi del
giugno 1936; in Spagna, la vittoria del Fronte Popolare precedette una
straordinaria mobilitazione di operai e contadini, che raggiunse il suo apice
nella resistenza al colpo di stato di Franco. Questo punto ci permette di trarre
una conclusione strategica probabilmente controintuitiva per il senso comune
della sinistra marxista: in molti casi, le masse non si radicalizzano
nonostante la fiducia nelle leadership riformiste, ma piuttosto proprio grazie a
tale fiducia. La mobilitazione popolare di solito inizia quando ampi settori
percepiscono l’esistenza di una forza politica in grado di tradurre le loro
rivendicazioni in risultati concreti. Nelle fasi iniziali di una sollevazione,
tale forza è solitamente una leadership moderata, nazional-popolare o
riformista. Senza quel momento iniziale di fiducia, è improbabile che si
verifichi un secondo momento di pressione, un’ondata di proteste o una
radicalizzazione. Considerare un’ondata di proteste come punto di partenza,
anziché intenderla come un possibile esito di un processo, significa confondere
l’esito con le sue condizioni.
Come dimostrarono gli scioperi del giugno 1936, la vittoria del Fronte Popolare
agì da catalizzatore per l’azione diretta. La stessa logica si può osservare in
altri processi. Pur senza equiparare processi storicamente distinti, tutti
questi esempi rivelano una logica degna di nota: la fiducia in una leadership
politica popolare o riformista può scatenare energie sociali che quella stessa
leadership non riesce a controllare completamente. La vittoria elettorale,
quando viene percepita dalle classi popolari come propria, modifica l’umore
collettivo, accresce le aspettative sociali e rende più plausibile l’idea che la
lotta valga la pena. Questa dinamica non garantisce un esito progressista; può
anche essere contenuta o contrastata. Ma confuta l’idea che ogni mediazione
riformista produca solo passività.
La coalizione Lula-Alckmin del 2022 in Brasile non fu una bella espressione di
marxismo rivoluzionario; né lo fu il Nouveau Popular Front che, nel 2024, bloccò
temporaneamente l’accesso al potere di Le Pen in Francia. In entrambi i casi, si
trattò di misure difensive. Ma in nessuno dei due casi la guida dell’alleanza
cadde nelle mani dell’ala liberal-borghese. In Brasile, fu Lula a guidare il
processo, non i partiti del Centrão; in Francia, l’egemonia passò alla forza
guidata da Mélenchon, non al Partito Socialista.
La sfida attuale è quella di tradurre la lezione dell’unità in un contesto
sociale e politico profondamente diverso da quello delle lotte antifasciste del
XX secolo. La sinistra deve intervenire nel «blocco antifascista» come sua ala
più coerente: promuovendo l’unità contro la reazione senza dissolvere
l’indipendenza di classe e collegando ogni battaglia democratica alla
ricomposizione materiale e organizzativa delle classi lavoratrici.
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L’ULTRADESTRA DESTITUENTE
Miguel Mellino
RADICALIZZARSI? ANDARE AL CENTRO?
ALL’INTERNO DELLA SINISTRA E NELL’OPPOSIZIONE A MILEI, CIRCOLANO DUE REAZIONI
CONTRAPPOSTE DI FRONTE ALL’ESTREMA DESTRA.
La prima corrente, diffusa nel peronismo e nel progressismo, sostiene che la
moderazione sia necessaria per allinearsi al nuovo clima ideologico della
società e conquistare il voto centrista, che tende a oscillare tra i due
blocchi. All’estremo opposto, si sostiene che l’ascesa dell’estrema destra sia
inseparabile dalla frustrazione generata dalla moderazione progressista. La
risposta, quindi, sarebbe quella di radicalizzare il programma: fornire una
risposta più chiara alle esigenze popolari e rafforzare il movimento popolare
nella lotta contro l’estrema destra. L’intuizione è corretta. Ma tutto dipende
da cosa si intende qui con «radicalizzare».
È consigliabile procedere con cautela. Almeno nell’immediato futuro, non
sussistono le condizioni sociali e politiche per misure che rompano con la
borghesia o per un intervento brusco sulla proprietà terriera su larga scala.
Come abbiamo visto, non esiste un radicalismo «antisistema» neutrale che la
sinistra possa contrastare semplicemente alzando il tono del proprio discorso.
Tentare di competere su questo piano porta all’isolamento.
Le esperienze di maggior successo della sinistra a livello globale negli ultimi
tempi, come quelle di Zohran Mamdani a New York, La France Insoumise e Adelante
Andalucía, sono spesso citate come esempi di radicalizzazione di sinistra. Ma, a
rigor di termini, fanno qualcosa di diverso: rompono con il modello
social-liberale della socialdemocrazia convenzionale senza proporre un ambizioso
programma socialista. Lo slogan centrale di Mamdani era il costo degli alloggi e
della vita a New York, non la Vienna Rossa. Gli altri casi seguono lo stesso
schema. In questo contesto, l’unità contro l’estrema destra deve basarsi su un
«programma minimo», nel senso classico della distinzione socialdemocratica tra
programma minimo e programma massimo: un insieme di misure che, nelle condizioni
attuali, migliorino la vita quotidiana della classe lavoratrice, ripristinino la
fiducia collettiva e blocchino l’avanzata autoritaria.
ALTERNATIVE A MILEI
SENZA ESCLUDERE UNA RIELEZIONE DI MILEI, IPOTESI CHE LA SOLIDITÀ DELLA BASE
SOCIALE DELLA DESTRA RENDE PLAUSIBILE, SOPRATTUTTO SE LA SITUAZIONE ECONOMICA
DOVESSE MIGLIORARE, DOBBIAMO CHIEDERCI QUALI SCENARI REALISTICI POTREBBERO
APRIRSI DOPO IL 2027. IN LINEA GENERALE, NE EMERGONO QUATTRO.
Il primo scenario prevede la continuità all’interno dello spazio politico
esistente: un cambio di candidato che preservi il programma e i metodi, con una
figura come Patricia Bullrich in grado di unificare Lla e Pro e di capitalizzare
sul calo di popolarità di Milei. Ciò rappresenterebbe una continuazione del
progetto di estrema destra, non uno spostamento verso la destra convenzionale.
Un’altra possibilità è un ritorno al centro-destra tradizionale, con Macri o ciò
che resta di Pro che propongono una gestione più ordinata dello stesso percorso
economico, sebbene probabilmente con minore intensità autoritaria. Una terza
variante è la destra peronista: Massa o un leader conservatore simile, in grado
di capitalizzare sul calo di popolarità di un peronismo favorevole al mercato.
Infine, c’è una qualche forma di rinascita kirchnerista o progressista, con Axel
Kicillof come candidato più probabile al momento.
Le prime tre ipotesi sono, essenzialmente, variazioni sulla continuazione del
programma economico, a prescindere dal fatto che attenuino o meno i metodi
autoritari. Pertanto, vale la pena concentrarsi sulla quarta, che è quella che
alcuni settori della sinistra immaginano come il futuro auspicabile.
Cosa ci si potrebbe aspettare da un nuovo governo kirchnerista? Non molto. Non
sarebbe un governo di rottura o di scontro drastico con le classi dominanti; il
kirchnerismo non ha mai espresso ambizioni di questo tipo. Ma ciò non significa
che un governo del genere sarebbe indifferente agli interessi del popolo. La
questione fondamentale è se esistano le condizioni per ricreare un’esperienza
redistributiva come quella che ha caratterizzato il primo governo Kirchner. Lula
ha vinto nel 2022 con un programma di modesta ripresa dei redditi per la classe
lavoratrice. Durante la prima fase del suo mandato, l’adattamento alle
aspettative delle classi dominanti e il rinvio di alcune misure progressiste
hanno eroso la sua base elettorale e dato impulso al movimento di Bolsonaro. La
situazione ha cominciato a cambiare quando il governo ha adottato un’agenda
sociale più chiara: ampliamento dell’esenzione dall’imposta sul reddito per i
lavoratori a basso reddito, aumento delle tasse per i redditi più alti,
investimenti pubblici attraverso il Nuovo Pac (Partito del Pac) e misure di
credito per i settori precari. Questo approccio gli ha permesso di riconquistare
l’iniziativa politica e di recuperare parzialmente la sua popolarità.
L’esperienza brasiliana ci permette di valutare i limiti e le potenzialità che
una sconfitta elettorale di Milei per mano di una forza parzialmente
progressista derivante dal peronismo potrebbe aprire. Un governo di questo tipo,
a differenza di uno della destra tradizionale o della destra peronista,
creerebbe condizioni più favorevoli per le pressioni dal basso. Il suo impegno
nei confronti della base sociale, dei sindacati e delle aspettative popolari che
ispira lo renderebbe più ricettivo alla mobilitazione, senza che la sinistra
debba compromettere la propria indipendenza politica. L’obiettivo sarebbe quello
di promuovere un programma di ripresa dei redditi e di diritti popolari, insieme
alla difesa delle libertà democratiche e delle organizzazioni sindacali e
sociali contro l’autoritarismo.
COMPITI DELL’ALA SINISTRA
METTERE IN PRATICA QUESTO ORIENTAMENTO RICHIEDE DI COSTRUIRE UNITÀ CONTRO LA
REAZIONE SENZA PERDERE L’INDIPENDENZA POLITICA. RICHIEDE ANCHE UN PROCESSO PIÙ
LENTO: RICOSTRUIRE LA FORZA SOCIALE, SINDACALE, TERRITORIALE E CULTURALE DEL
MOVIMENTO POPOLARE. LE DISCUSSIONI PIÙ DIFFICILI INIZIANO QUANDO SI TRATTA DI
DARE UN CONTENUTO CONCRETO A QUESTO ORIENTAMENTO UNITARIO.
Prima di procedere, è necessario sfatare un equivoco. Negli ultimi mesi, alcuni
sondaggi hanno collocato Myriam Bregman tra i leader con la migliore immagine,
in alcuni casi addirittura al primo posto. Questo è promettente. Ma non equivale
a intenzioni di voto, tanto meno a una radicalizzazione di massa a sinistra. Una
figura di sinistra può essere apprezzata da settori ben più ampi della sua base
elettorale senza per questo diventare un’alternativa politica efficace. In
Francia, Olivier Besancenot del Nuovo partito anticapitalista (Npa) ha raggiunto
quasi il 60% di gradimento alla fine degli anni 2000, superando le figure di
spicco del Partito Socialista e della destra, nonostante né la Lcr né l’Npa
abbiano mai superato il 5% alle elezioni presidenziali. L’ascesa di una figura
di sinistra non contraddice necessariamente la natura difensiva del periodo. In
un contesto di crisi peronista, ma in cui persiste un nucleo sociale
progressista relativamente coeso, è naturale che una parte significativa
dell’elettorato veda Bregman favorevolmente, senza per questo rompere con il
campo nazional-popolare.
Il fenomeno è, in ogni caso, un sintomo positivo: esprime l’apprezzamento per
una voce percepita come coerente all’interno di un campo progressista stanco dei
candidati conservatori proposti dal peronismo. La questione cruciale è cosa fare
di questa immagine positiva. E qui riemerge il limite del Fronte di Sinistra,
che è soprattutto un limite alla sua comprensione del periodo attuale. In
pratica, le sue principali fazioni tendono a considerare Milei un fenomeno
passeggero e a spostare il focus del dibattito da come sconfiggere l’estrema
destra a chi guida l’opposizione: il peronismo o la sinistra. Questa
interpretazione rende impossibile uno sforzo unitario, che è proprio l’unico che
permetterebbe sia di bloccare la strada di Milei sia di consolidare la crescita
della sinistra. Una sinistra disposta ad agire come ala combattiva di un ampio
blocco contro la reazione, capace di proporre le misure unitarie che la
situazione richiede senza rinunciare alla propria indipendenza, potrebbe uscire
da questo ciclo rafforzata, così come contribuirebbe a frenare l’estrema destra.
Per ora, purtroppo, non ci sono segnali che questo cambiamento avverrà.
Il declino del governo apre un’opportunità per la sinistra, a patto che adotti
un approccio diverso. Esiste un nucleo sociale che non è stato travolto dalla
reazione e che valorizza le voci percepite come coerenti e combattive. Questa
opportunità va coltivata su più fronti. Il primo è la piazza: convergere il più
ampiamente possibile in ogni specifica lotta difensiva – contro la riforma del
lavoro, in difesa delle università e della sanità pubbliche, contro i
licenziamenti e contro la repressione delle proteste. L’unità d’azione non
richiede un accordo programmatico né lo scioglimento delle identità individuali.
In ambito elettorale, il compito è quello di elaborare tattiche di transizione
che tengano conto della realtà attuale e delle minacce in gioco. La sinistra
deve partire da un dato di fatto fondamentale: al momento non ha la forza di
rimuovere Milei dal governo da sola. Questo è ovvio. Se la priorità è impedire
all’estrema destra di consolidare il suo ciclo di riforme regressive e il suo
inasprimento autoritario, allora non si può escludere una qualche forma di
sostegno mirato, critico e limitato al candidato che realisticamente ha le carte
in regola per sconfiggerla – prevedibilmente proveniente dal peronismo o da un
più ampio blocco progressista. Negare questo problema in nome dell’indipendenza
politica relega la sinistra a un ruolo meramente simbolico in un momento in cui
è in gioco la possibilità di evitare una sconfitta ben più grave.
Tuttavia, questo sostegno, laddove necessario, non deve essere confuso con
l’integrazione o la fiducia politica in un futuro governo peronista: sarebbe
strettamente difensivo, volto a estromettere l’estrema destra. Pertanto, la
sinistra deve intervenire in due modi: contribuendo a impedire che Milei prenda
il potere e preparandosi fin dal primo giorno ad agire in completa indipendenza
contro un tale governo, chiedendo misure per ricostruire il consenso popolare e
facendo affidamento sulla mobilitazione sociale. Che ciò sia perfettamente
possibile è dimostrato da una recente esperienza. In Brasile, il Psol si è
affermato come forza di sinistra indipendente dal Pt, combinando autonomia
politica, azione unitaria contro il bolsonaro e accordi specifici con il partito
di Lula quando la situazione lo richiedeva. E durante questo processo, ha
rafforzato la sua posizione e la sua influenza.
Tale cambiamento richiede la ricostruzione della forza sociale del movimento
popolare: organizzarsi nei luoghi di lavoro e nei quartieri, rivitalizzare
l’attività sindacale, ravvivare il conflitto sociale e sfidare l’egemonia
culturale. È necessario ricostruire le istituzioni operaie e popolari –
sindacali, di partito e comunitarie – che danno sostanza sociale a qualsiasi
ambizioso progetto di trasformazione. In questo risiede la possibilità di
forgiare nuove forze politiche, capaci di superare i limiti delle precedenti
esperienze progressiste di sinistra. Solo su queste basi sarà possibile
costruire un’alternativa fondamentale all’ordine neoliberale in crisi e alla
reazione di estrema destra, e non semplici coalizioni difensive.
*Martin Mosquera è laureato in Filosofia, insegna all’Università di Buenos Aires
ed è caporedattore di Jacobin Latin America che pubblicato il saggio dal quale è
tratto questo testo.
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