Non ci ruberanno l’allegria. La Colombia in piazza in difesa della vita
Nelle ultime settimane in tanti paesi in tutto il mondo stiamo assistendo a una
espansione delle mobilitazioni sociali causate dalle policrisi che stiamo
vivendo. Anche in America Latina, migliaia di persone si stanno mobilitando
contro la nuova espansiva ondata reazionaria, in particolare in Argentina, Cile
e, dallo scorso 14 ottobre, in Colombia.
Una giornata di mobilitazione popolare che ha lanciato nelle strade un grido
collettivo, moltitudinario e potente, con migliaia di persone cantando «Por qué
nos asesinan si somos la esperanza de América latina» (Perché ci assassinano se
siamo la speranza dell’America Latina), «Que lo vengan a ver, esto no es un
Gobierno, son los paracos en el poder» (Venite a vederlo questo non è un
governo, sono i paramilitari al potere), assieme al canto mutuato dalle lotte
afrodiscendenti che è diventato ormai parte integrante degli slogan delle lotte
popolari, “El pueblo no se rinde” (Il popolo non si arrende).
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La mobilitazione sociale ha inondato le strade di tutto il paese per difendere
la vita e i diritti conquistati dalla classe lavoratrice, dalle lotte contadine,
dalle comunità nere e indigene, dalle femministe, dal movimento LGBTQI+ e dal
movimento studentesco, che sono scese in piazza assieme a migliaia di persone
che, con coscienza sociale, comprendono i rischi del rafforzamento dell’estrema
destra autoritaria e, dunque, la necessità di continuare a estendere e ampliare
la mobilitazione generale del popolo colombiano, come affermato sulle reti
sociali dall’ex-candidato presidenziale Iván Cepeda. Perchè la sovranità
alimentare, il salario degno, i diritti sessuali e riproduttivi, le riforme
socio-ambientali, la libertà di espressione, il diritto alla memoria e all’arte,
la cura dell’acqua, dei minerali, dei boschi, della fauna, la pace in Colombia e
nel mondo, non sono questioni negoziabili.
Sotto un sole radiante, seguito da una intensa grandinata che non ha placato gli
animi, con canti, tamburi, balli e slogan pieni di vitalità, centinaia di
migliaia di persone sono scese in piazza in più di dieci città in tutta la
Colombia in risposta alle manovre del Presidente di ultradestra Abelardo de La
Espriella che, allineato con l’ingerenza statunitense di Donald Trump, in soli
due mesi di governo ha portato avanti una serie di misure, molte delle quali
incostituzionali, che mettono a rischio la democrazia, la sicurezza, la salute,
l’educazione, i diritti sociali e il benessere delle popolazioni e dei
territori. Alla fine della giornata, durante una pacifica iniziativa contro il
fracking nella centralissima piazza del Parque de los Periodistas a Bogotá, la
polizia ha attaccato con violenza fino a tarda sera le persone che si trovavano
all’iniziativa.
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UN NUOVO ALLINEAMENTO AGLI INTERESSI DEGLI STATI UNITI
Gli interessi neoliberali di questo governo si concentrano per il momento sugli
accordi commerciali sui cosiddetti minerali rari o strategici con gli Stati
Uniti, intensificando i conflitti socio-ambientali, dato che l’estrazione di
molte di queste risorse geologiche implica mettere in grave pericolo le riserve
idriche che forniscono l’acqua a diverse regioni. Si tratta inoltre di politiche
che non tengono conto assolutamente del fenomeno del “Súper niño” che mantiene
in stato di allerta tutto il Sud America e annuncia siccità, caldo estremo e
crisi idrica, alternate con piogge intense e inondazioni. Al tempo stesso, in
linea con il rinnovato impulso alla guerra antinarcotici della Casa Bianca,
nelle selve del Putumayo e dell’Amazzonia il governo pretende di iniziare le
fumigazioni di oltre mille ettari con composti chimici sperimentali, in zone
però scelte non per la presenza di grandi concentrazioni di coltivazioni di
piante destinate all’uso illecito, ma piuttosto per un importante sostegno
politico alla sinistra durante le scorse presidenziali.
Questa operazione ci ricorda la proposta polemica del consigliere di Medellín
Andrés Rodríguez, del partito di destra Centro Democrático, che suggerì di
bombardare i municipi o le zone del paese dove il voto alle ultime elezioni
presidenziali aveva favorito con grande maggioranza la sinistra, affermando che
sia stato dovuto alle pressioni dei gruppi armati. Questa affermazione
disconosce il voto popolare, la loro capacità di scelta politica e la lunga
traiettoria di lotte anticoloniali delle popolazioni che vivono in quei
territori, la cui composizione sociale è in gran parte costituita da comunità
afrocolombiane e indigene che hanno avuto una partecipazione centrale nel
governo della sinistra popolare di Gustavo Petro.
Durante lo scorso governo infatti, come parte del progetto politico, le comunità
nere e indigene hanno ottenuto in modo significativo che le politiche pubbliche
dello Stato colombiano finalmente fossero pensate non più solo per le grandi
città e gli interessi dell’estrattivismo, ma per risolvere, con risorse
adeguate, alcune delle problematiche fondamentali in diverse regioni, come
l’assenza di acqua potabile, la mancanza di strumentazioni negli ospedali,
l’accesso alle università.
Sono stati portati avanti processi di assegnazione e riconoscimento di massa
delle terre per le comunità, è stato rafforzato lo strumento costituzionale
della Consulta Previa, che obbliga lo Stato, prima di iniziare qualiasi
progetto, attività o misura amministrativa in un territorio di tenere conto
delle posizioni delle comunità che lo abitano. E finalmente, è importante
sottolineare come questi processi abbiano scosso la percezione di bianchezza
della società, riuscendo, per citare l’espressione di Sueli Carneiro, a
ennegrecer la soggettività colombiana.
Tornando alla questione della complicità politica dell’ultradestra con gli Stati
Uniti, le questioni non finiscono qui. Dopo che il presidente di sinistra
Gustavo Petro aveva saldato il debito acquisito dal suo predecessore Duque, di
estrema destra, con il Fondo Monetario Internazionale, il presidente De La
Espriella ha proposto di chiedere un nuovo prestito al FMI. Assicurando vantaggi
nell’accesso a prestiti con bassi tassi di interesse, il governo finge di
ignorare l’asimmetria di forze che caratterizza le negoziazioni con questa
istituzione, e che un nuovo credito aprirebbe le porte a una politica
inflessibile di tagli che colpirebbero i settori popolari.
Queste politiche che approfondiscono l’ingerenza di un governo straniero nel
Paese, sono state accompagnate dal ristabilimento di relazioni commerciali e
diplomatiche con Israele, dopo che Petro aveva interrotto le relazioni come
denuncia del genocidio, ancora in corso, contro il popolo palestinese.
L’apertura nei confronti dell’interventismo israeliano è andata oltre. Dopo il
devastante terremoto dello scorso 10 agosto, organizzazioni di soccorso e
attivisti sociali che stavano gestendo missioni di soccorso hanno denunciato
persecuzioni da parte del contingente di 82 membri delle forze militari di
Israele inviate nelle zone colpite dall’emergenza. L’avvicinamento tra il
governo colombiano e la potenza militare in Medio Oriente preoccupa anche il
popolo Arhuaco nella Sierra Nevada, in Colombia, che denuncia tentativi
predatori di appropriazione culturale e risorse naturali, che hanno difeso
storicamente e continuano a difendere oggi impedendo la costruzione di nuovi
hotel e la distruzione delle montagne e delle fonti idriche, come raccontato da
un leader della comunità ai microfoni di AJ+Español.
LA GUERRA CONTRO LE SINISTRE E I MOVIMENTI
Tutto questo avviene in un contesto di intimidazioni crescenti, che dalla
campagna elettorale in poi non si sono mai fermate, da quando De La Espriella
alcune settimane prima delle elezioni aveva dichiarato che un volta arrivato al
governo si sarebbe dedicato a «sventrare la sinistra». Due sono stati i passi
concreti in questa direzione. Da una parte la firma del Decreto 1368 lo scorso 8
settembre, deregolamentando il porto d’armi che, come dimostrato in vari studi
internazionali, tende a elevare il tasso di omicidi e produce un aumento letale
dei casi di violenza di genere e intrafamiliare. Dall’altra parte, la firma di
un decreto che si propone di regolare la protesta sociale attraverso poteri
speciali alla forza pubblica limitando il dialogo e la mediazione in piazza,
operando con una strategia che, come denunciato dall’ex-candidato presidenziale
della sinistra Iván Cepeda, ha l’obiettivo di reprimere la mobilitazione
sociale, creare paura e limitare il diritto costituzionale al dissenso.
Contemporaneamente, il governo sta preparando uno Statuto Antiterrorista, che
assomiglia allo Statuto della Sicurezza dell’ex-Presidente Julio César Turbay
(1978 – 1982), che concesse un potere smisurato alle forze militari, diventando
uno strumento di violazione sistematica dei diritti umani (come torture, arresti
arbitrari di massa e perquisizioni irregolari). Rendendo possibile l’arresto per
semplici sospetti, questo statuto fu responsabile di una delle repressioni più
brutali della storia dei movimenti in Colombia, consolidando la figura del
“nemico interno”, rendendo possibile che i militari considerassero la maggior
parte delle questioni sociali come manifestazioni sovversive, che nella pratica
si tradusse nel tentativo di sterminare qualsiasi espressione di protesta
popolare.
Dopo soli 72 giorni dalla formazione del governo di estrema destra e in sole due
settimane sono tornate a colpire quelle politiche che provano a far tornare in
voga la pratica delle esecuzioni extra-giudiziarie, che durante il governo di
Álvaro Uribe Vélez erano arrivate al loro massimo livello portando a 7.837 le
vittime riconosciute dalla Giustizia Speciale per la Pace (JEP). Nelle ultime
settimane, tre afrocolombiani sono stati assassinati durante operazioni delle
forze pubbliche in circostanze non chiarite: Keiner Banguera, 19 anni, oriundo
del municipio El Charco, nella nel sud della costa Pacifica nel dipartimento di
Nariño; Donovan Balanta, assassinato a Ciudad Bolívar, Bogotá; e Luis Alfredo
Chocó Echeverry assassinato a Villa Rica, Cauca. Le loro famiglie e le comunità
esigono una risposta e si sono mobilitate nelle piazze con slogan che reclamano
giustizia come: «Las vidas afro importan», «Justicia para ellos», «No más abuso
policial», «Fuerza Pública asesina».
> Le minacce e e i tentativi insistenti di stigmatizzare e criminalizzare la
> protesta e determinati settori sociali, sono state accompagnate tanto dalla
> spettacolarizzazione dei procedimenti delle forze pubbliche, quanto
> dall’esibizione dei corpi delle persone assassinate, inclusi minorenni,
> durante le operazioni militari, nell’ambito della cosiddetta
> “controrivoluzione culturale”.
Questa iniziativa di opposizione alle politiche progressiste si traduce nella
pratica in un attacco ai diritti sessuali e riproduttivi, all’educazione laica,
in una minaccia all’autonomia universitaria, con l‘approvazione della
possibilità di intervento repressivo all’interno delle istituzioni educative del
paese ed esercitando pressione sulla stampa libera. Ma anche negando ai
contadini il riconoscimento come soggettività con dei diritti, prendendosi gioco
e disconoscendo la diversità sessuale, fino ai tagli del 30% dei fondi per il
2027 al Ministero della Cultura, le Arti e i Saperi, ribattezzato ora Ministero
della Cultura. In questo contesto, María Carolina Restrepo, direttrice
dell’Istituto Colombiano del Benessere Familiare, responsabile per le politiche
di attenzione all’infanzia e all’adolescenza, ha dichiarato che sarà eliminata
la parola “bambine” dall’ente come misura contro il linguaggio inclusivo.
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Questo scoraggiante panorama si è aggravato la scorsa settimana quando il
Presidente ha visitato il Ministero della Cultura per annunciare la sua guerra
dichiarata contro il woke. Poco dopo, nel Museo Nacional di Bogotá, uno degli
archivi nazionali di arte più importanti del paese, ha ordinato lo smontaggio di
30 opere connesse con il movimento Lgbtiq+, le lotte femministe, le vittime
della violenza, la Costituzione del 1991 e gli Accordi di Pace firmati tra il
governo dell’ex-Presidente Santos e la guerriglia della Farc nel 2016.
Come risposta a queste dichiarazioni, si sono tenute due gironate di
mobilitazioni pacifiche di fronte al Museo Nacional, con lo slogan «Ogni
dittatura comincia con una censura», duramente represse dalla polizia. Ma le
proteste di massa, in piazza e non solo, hanno portato a una paziale vittoria,
con una sentenza giudiziaria che impone al Museo di mantenere esposte le opere
ritirate dal governo.
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L’OPPOSIZIONE NEL CONGRESSO E NELLE STRADE
A fronte di tutte queste misure autoritarie, che rischiano di portare il paese
indietro dal punto di vista delle conquiste sociali, economiche, ambientali,
culturali e politiche ottenute negli scorsi anni, l’opposizione parlamentare
della sinistra, riunita nel Pacto Histórico, ha ufficializzato la nomina di
Gustavo Petro come presidente del partito, ed ha annunciato una serie di azioni
giuridiche nelle piazze gremite di persone delle mobilitazioni dello scorso 14
ottobre. Sono state avviate azioni giudiziarie contro il decreto che propone la
modifica del protocollo di azione della polizia durante le mobilitazioni
sociali, sono state denunciate presso la Fiscalía General de la Nación i
presunti brogli elettorali durante le scorse presidenziali e sono state promosse
azioni legislative e giuridiche per frenare lo smantellamento delle politiche
pubbliche approvate negli scorsi anni dal governo Petro in difesa
dell’agricoltura, con il blindaggio della destinazione d’uso delle aree più
fertili del paese per garantire un uso esclusivo per la produzione di cibo e la
sopravvivenza delle campagne.
La giornata di mobilitazione dello scorso mercoledì si è conclusa con azioni
coordinate davanti al Congresso e nelle piazze pubbliche di tutte le città dove
si sono tenuti cortei, presidi e manifestazioni, occupate da rappresentanti di
organizzazioni sociali di diverse regioni del paese, con leader sociali, voci
femministe, studentesche, contadine, indigene e afrocolombiane, con un primo
bilancio positivo della prima mobilitazione di massa dal ritorno dell’estrema
destra al governo.
Rispetto a questa mobilitazione, risulta interessante l’esistenza di una
produttiva ed evidente connessione tra le rappresentanze istituzionali del
partito della sinistra con le lotte popolari nelle piazze, con le nuove sfide a
venire che riguardano la convocazione di uno sciopero generale nazionale che si
terrà a novembre, già annunciato ma in data da definire, l’articolazione
regionale con la campagna a sostegno di Lula in Brasile e con le potenti
mobilitazioni sociali di queste ultime settimane in Argentina, in Cile e in
altre parti del continente e nel mondo.
La nuova grande sfida internazionalista riguarda la necessità di costruire una
piattaforma globale capace di connettere le ribellioni e i desideri collettivi
di relazioni sociali più giuste, che privilegino la cura della vita rispetto
all’economia bellica, all’autoritarismo, agli imperialismi e al fascismo.
Abbiamo la certezza che non bisogna smettere di credere nella potenza delle
lotte, come ha detto dal palco alla fine della manifestazione un leader dei
giovani afrodiscendenti. Perché, come si poteva leggere su molti cartelli
presenti nelle piazze colombiane, solo il popolo salva il popolo.
Immagine di copertina di @vanecasba. Immagini dentro l’articolo e gallerie
fotografiche a cura di @vanecasba e dell’autrice dell’articolo.
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L'articolo Non ci ruberanno l’allegria. La Colombia in piazza in difesa della
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