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Non ci ruberanno l’allegria. La Colombia in piazza in difesa della vita
Nelle ultime settimane in tanti paesi in tutto il mondo stiamo assistendo a una espansione delle mobilitazioni sociali causate dalle policrisi che stiamo vivendo. Anche in America Latina, migliaia di persone si stanno mobilitando contro la nuova espansiva ondata reazionaria, in particolare in Argentina, Cile e, dallo scorso 14 ottobre, in Colombia.  Una giornata di mobilitazione popolare che ha lanciato nelle strade un grido collettivo, moltitudinario e potente, con migliaia di persone cantando «Por qué nos asesinan si somos la esperanza de América latina» (Perché ci assassinano se siamo la speranza dell’America Latina), «Que lo vengan a ver, esto no es un Gobierno, son los paracos en el poder»  (Venite a vederlo questo non è un governo, sono i paramilitari al potere), assieme al canto mutuato dalle lotte afrodiscendenti che è diventato ormai parte integrante degli slogan delle lotte popolari, “El pueblo no se rinde” (Il popolo non si arrende).  * * * * La mobilitazione sociale ha inondato le strade di tutto il paese per difendere la vita e i diritti conquistati dalla classe lavoratrice, dalle lotte contadine, dalle comunità nere e indigene, dalle femministe, dal movimento LGBTQI+ e dal movimento studentesco, che sono scese in piazza assieme a migliaia di persone che, con coscienza sociale, comprendono i rischi del rafforzamento dell’estrema destra autoritaria e, dunque, la necessità di continuare a estendere e ampliare la mobilitazione generale del popolo colombiano, come affermato sulle reti sociali dall’ex-candidato presidenziale Iván Cepeda. Perchè la sovranità alimentare, il salario degno, i diritti sessuali e riproduttivi, le riforme socio-ambientali, la libertà di espressione, il diritto alla memoria e all’arte, la cura dell’acqua, dei minerali, dei boschi, della fauna, la pace in Colombia e nel mondo, non sono questioni negoziabili. Sotto un sole radiante, seguito da una intensa grandinata che non ha placato gli animi, con canti, tamburi, balli e slogan pieni di vitalità, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in più di dieci città in tutta la Colombia in risposta alle manovre del Presidente di ultradestra Abelardo de La Espriella che, allineato con l’ingerenza statunitense di Donald Trump, in soli due mesi di governo ha portato avanti una serie di misure, molte delle quali incostituzionali, che mettono a rischio la democrazia, la sicurezza, la salute, l’educazione, i diritti sociali e il benessere delle popolazioni e dei territori. Alla fine della giornata, durante una pacifica iniziativa contro il fracking nella centralissima piazza del Parque de los Periodistas a Bogotá, la polizia ha attaccato con violenza fino a tarda sera le persone che si trovavano all’iniziativa. * * * UN NUOVO ALLINEAMENTO AGLI INTERESSI DEGLI STATI UNITI Gli interessi neoliberali di questo governo si concentrano per il momento sugli accordi commerciali sui cosiddetti minerali rari o strategici con gli Stati Uniti, intensificando i conflitti socio-ambientali, dato che l’estrazione di molte di queste risorse geologiche implica mettere in grave pericolo le riserve idriche che forniscono l’acqua a diverse regioni. Si tratta inoltre di politiche che non tengono conto assolutamente del fenomeno del “Súper niño” che mantiene in stato di allerta tutto il Sud America e annuncia siccità, caldo estremo e crisi idrica, alternate con piogge intense e inondazioni. Al tempo stesso, in linea con il rinnovato impulso alla guerra antinarcotici della Casa Bianca, nelle selve del Putumayo e dell’Amazzonia il governo pretende di iniziare le fumigazioni di oltre mille ettari con composti chimici sperimentali, in zone però scelte non per la presenza di grandi concentrazioni di coltivazioni di piante destinate all’uso illecito, ma piuttosto per un importante sostegno politico alla sinistra durante le scorse presidenziali. Questa operazione ci ricorda la proposta polemica del consigliere di Medellín Andrés Rodríguez, del partito di destra Centro Democrático, che suggerì di bombardare i municipi o le zone del paese dove il voto alle ultime elezioni presidenziali aveva favorito con grande maggioranza la sinistra, affermando che sia stato dovuto alle pressioni dei gruppi armati. Questa affermazione disconosce il voto popolare, la loro capacità di scelta politica e la lunga traiettoria di lotte anticoloniali delle popolazioni che vivono in quei territori, la cui composizione sociale è in gran parte costituita da comunità afrocolombiane e indigene che hanno avuto una partecipazione centrale nel governo della sinistra popolare di Gustavo Petro. Durante lo scorso governo infatti, come parte del progetto politico, le comunità nere e indigene hanno ottenuto in modo significativo che le politiche pubbliche dello Stato colombiano finalmente fossero pensate non più solo per le grandi città e gli interessi dell’estrattivismo, ma per risolvere, con risorse adeguate, alcune delle problematiche fondamentali in diverse regioni, come l’assenza di acqua potabile, la mancanza di strumentazioni negli ospedali, l’accesso alle università. Sono stati portati avanti processi di assegnazione e riconoscimento di massa delle terre per le comunità, è stato rafforzato lo strumento costituzionale della Consulta Previa, che obbliga lo Stato, prima di iniziare qualiasi progetto, attività o misura amministrativa in un territorio di tenere conto delle posizioni delle comunità che lo abitano. E finalmente, è importante sottolineare come questi processi abbiano scosso la percezione di bianchezza della società, riuscendo, per citare l’espressione di Sueli Carneiro, a ennegrecer la soggettività colombiana. Tornando alla questione della complicità politica dell’ultradestra con gli Stati Uniti, le questioni non finiscono qui. Dopo che il presidente di sinistra Gustavo Petro aveva saldato il debito acquisito dal suo predecessore Duque, di estrema destra, con il Fondo Monetario Internazionale, il presidente De La Espriella ha proposto di chiedere un nuovo prestito al FMI. Assicurando vantaggi nell’accesso a prestiti con bassi tassi di interesse, il governo finge di ignorare l’asimmetria di forze che caratterizza le negoziazioni con questa istituzione, e che un nuovo credito aprirebbe le porte a una politica inflessibile di tagli che colpirebbero i settori popolari. Queste politiche che approfondiscono l’ingerenza di un governo straniero nel Paese, sono state accompagnate dal ristabilimento di relazioni commerciali e diplomatiche con Israele, dopo che Petro aveva interrotto le relazioni come denuncia del genocidio, ancora in corso, contro il popolo palestinese. L’apertura nei confronti dell’interventismo israeliano è andata oltre. Dopo il devastante terremoto dello scorso 10 agosto, organizzazioni di soccorso e attivisti sociali che stavano gestendo missioni di soccorso hanno denunciato persecuzioni da parte del contingente di 82 membri delle forze militari di Israele inviate nelle zone colpite dall’emergenza.  L’avvicinamento tra il governo colombiano e la potenza militare in Medio Oriente preoccupa anche il popolo Arhuaco nella Sierra Nevada, in Colombia, che denuncia tentativi predatori di appropriazione culturale e risorse naturali, che hanno difeso storicamente e continuano a difendere oggi impedendo la costruzione di nuovi hotel e la distruzione delle montagne e delle fonti idriche, come raccontato da un leader della comunità ai microfoni di AJ+Español. LA GUERRA CONTRO LE SINISTRE E I MOVIMENTI Tutto questo avviene in un contesto di intimidazioni crescenti, che dalla campagna elettorale in poi non si sono mai fermate, da quando De La Espriella alcune settimane prima delle elezioni aveva dichiarato che un volta arrivato al governo si sarebbe dedicato a «sventrare la sinistra». Due sono stati i passi concreti in questa direzione. Da una parte la firma del Decreto 1368 lo scorso 8 settembre, deregolamentando il porto d’armi che, come dimostrato in vari studi internazionali, tende a elevare il tasso di omicidi e produce un aumento letale dei casi di violenza di genere e intrafamiliare. Dall’altra parte, la firma di un decreto che si propone di regolare la protesta sociale attraverso poteri speciali alla forza pubblica limitando il dialogo e la mediazione in piazza, operando con una strategia che, come denunciato dall’ex-candidato presidenziale della sinistra Iván Cepeda, ha l’obiettivo di reprimere la mobilitazione sociale, creare paura e limitare il diritto costituzionale al dissenso. Contemporaneamente, il governo sta preparando uno Statuto Antiterrorista, che assomiglia allo Statuto della Sicurezza dell’ex-Presidente Julio César Turbay (1978 – 1982), che concesse un potere smisurato alle forze militari, diventando uno strumento di violazione sistematica dei diritti umani (come torture, arresti arbitrari di massa e perquisizioni irregolari). Rendendo possibile l’arresto per semplici sospetti, questo statuto fu responsabile di una delle repressioni più brutali della storia dei movimenti in Colombia, consolidando la figura del “nemico interno”, rendendo possibile che i militari considerassero la maggior parte delle questioni sociali come manifestazioni sovversive, che nella pratica si tradusse nel tentativo di sterminare qualsiasi espressione di protesta popolare. Dopo soli 72 giorni dalla formazione del governo di estrema destra e in sole due settimane sono tornate a colpire quelle politiche che provano a far tornare in voga la pratica delle esecuzioni extra-giudiziarie, che durante il governo di Álvaro Uribe Vélez erano arrivate al loro massimo livello portando a 7.837 le vittime riconosciute dalla Giustizia Speciale per la Pace (JEP). Nelle ultime settimane, tre afrocolombiani sono stati assassinati durante operazioni delle forze pubbliche in circostanze non chiarite: Keiner Banguera, 19 anni, oriundo del municipio El Charco, nella nel sud della costa Pacifica nel dipartimento di  Nariño; Donovan Balanta, assassinato a Ciudad Bolívar, Bogotá; e Luis Alfredo Chocó Echeverry assassinato a Villa Rica, Cauca. Le loro famiglie e le comunità esigono una risposta e si sono mobilitate nelle piazze con slogan che reclamano giustizia come: «Las vidas afro importan», «Justicia para ellos», «No más abuso policial», «Fuerza Pública asesina». > Le minacce e e i tentativi insistenti di stigmatizzare e criminalizzare la > protesta e determinati settori sociali, sono state accompagnate tanto dalla > spettacolarizzazione dei procedimenti delle forze pubbliche, quanto > dall’esibizione dei corpi delle persone assassinate, inclusi minorenni, > durante le operazioni militari, nell’ambito della cosiddetta > “controrivoluzione culturale”. Questa iniziativa di opposizione alle politiche progressiste si traduce nella pratica in un attacco ai diritti sessuali e riproduttivi, all’educazione laica, in una minaccia all’autonomia universitaria, con l‘approvazione della possibilità di intervento repressivo all’interno delle istituzioni educative del paese ed esercitando pressione sulla stampa libera. Ma anche negando ai contadini il riconoscimento come soggettività con dei diritti, prendendosi gioco e disconoscendo la diversità sessuale, fino ai tagli del 30% dei fondi per il 2027 al Ministero della Cultura, le Arti e i Saperi, ribattezzato ora Ministero della Cultura. In questo contesto, María Carolina Restrepo, direttrice dell’Istituto Colombiano del Benessere Familiare, responsabile per le politiche di attenzione all’infanzia e all’adolescenza, ha dichiarato che sarà eliminata la parola “bambine” dall’ente come misura contro il linguaggio inclusivo. * Questo scoraggiante panorama si è aggravato la scorsa settimana quando il Presidente ha visitato il Ministero della Cultura per annunciare la sua guerra dichiarata contro il woke. Poco dopo, nel Museo Nacional di Bogotá, uno degli archivi nazionali di arte più importanti del paese, ha ordinato lo smontaggio di 30 opere connesse con il movimento Lgbtiq+, le lotte femministe, le vittime della violenza, la Costituzione del 1991 e gli Accordi di Pace firmati tra il governo dell’ex-Presidente Santos e la guerriglia della Farc nel 2016. Come risposta a queste dichiarazioni, si sono tenute due gironate di mobilitazioni pacifiche di fronte al Museo Nacional, con lo slogan «Ogni dittatura comincia con una censura», duramente represse dalla polizia. Ma le proteste di massa, in piazza e non solo, hanno portato a una paziale vittoria, con una sentenza giudiziaria che impone al Museo di mantenere esposte le opere ritirate dal governo. * * * * * L’OPPOSIZIONE NEL CONGRESSO E NELLE STRADE A fronte di tutte queste misure autoritarie, che rischiano di portare il paese indietro dal punto di vista delle conquiste sociali, economiche, ambientali, culturali e politiche ottenute negli scorsi anni, l’opposizione parlamentare della sinistra, riunita nel Pacto Histórico, ha ufficializzato la nomina di Gustavo Petro come presidente del partito, ed ha annunciato una serie di azioni giuridiche nelle piazze gremite di persone delle mobilitazioni dello scorso 14 ottobre. Sono state avviate azioni giudiziarie contro il decreto che propone la modifica del protocollo di azione della polizia durante le mobilitazioni sociali, sono state denunciate presso la Fiscalía General de la Nación i presunti brogli elettorali durante le scorse presidenziali e sono state promosse azioni legislative e giuridiche per frenare lo smantellamento delle politiche pubbliche approvate negli scorsi anni dal governo Petro in difesa dell’agricoltura, con il blindaggio della destinazione d’uso delle aree più fertili del paese per garantire un uso esclusivo per la produzione di cibo e la sopravvivenza delle campagne. La giornata di mobilitazione dello scorso mercoledì si è conclusa con azioni coordinate davanti al Congresso e nelle piazze pubbliche di tutte le città dove si sono tenuti cortei, presidi e manifestazioni, occupate da rappresentanti di organizzazioni sociali di diverse regioni del paese, con leader sociali, voci femministe, studentesche, contadine, indigene e afrocolombiane, con un primo bilancio positivo della prima mobilitazione di massa dal ritorno dell’estrema destra al governo. Rispetto a questa mobilitazione, risulta interessante l’esistenza di una produttiva ed evidente connessione tra le rappresentanze istituzionali del partito della sinistra con le lotte popolari nelle piazze, con le nuove sfide a venire che riguardano la convocazione di uno sciopero generale nazionale che si terrà a novembre, già annunciato ma in data da definire, l’articolazione regionale con la campagna a sostegno di Lula in Brasile e con le potenti mobilitazioni sociali di queste ultime settimane in Argentina, in Cile e in altre parti del continente e nel mondo. La nuova grande sfida internazionalista riguarda la necessità di costruire una piattaforma globale capace di connettere le ribellioni e i desideri collettivi di relazioni sociali più giuste, che privilegino la cura della vita rispetto all’economia bellica, all’autoritarismo, agli imperialismi e al fascismo. Abbiamo la certezza che non bisogna smettere di credere nella potenza delle lotte, come ha detto dal palco alla fine della manifestazione un leader dei giovani afrodiscendenti. Perché, come si poteva leggere su molti cartelli presenti nelle piazze colombiane, solo il popolo salva il popolo. Immagine di copertina di @vanecasba. Immagini dentro l’articolo e gallerie fotografiche a cura di @vanecasba e dell’autrice dell’articolo. Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580. L'articolo Non ci ruberanno l’allegria. La Colombia in piazza in difesa della vita proviene da DINAMOpress.
October 27, 2026
DINAMOpress
La lotta popolare vince con Lula
Per lo storico Luiz Antonio Simas, il Brasile Istituzionale è un progetto di odio e di esclusione, disegnato fin dal periodo coloniale per concentrare il reddito e promuovere il razzismo, il maschilismo e l’annientamento della maggioranza della popolazione. La Brasilianità ne è il contrappunto, la forza viva della cultura popolare, delle strade, dei terreiros, del samba e delle feste che inventano modi di esistere e di resistere di fronte alla scarsità e alla violenza. Domenica scorsa la Brasilianità ha vinto. Lula è stato rieletto con 64.256.232 voti, pari al 51,79% dei voti validi, contro i 59.826.041 (48,21%) di Flávio Bolsonaro, secondo i dati ufficiali del Tribunale superiore elettorale (Tribunal Superior Eleitoral). La differenza di circa 4,4 milioni di voti ha sancito la prima rimonta al secondo turno nella storia delle elezioni presidenziali brasiliane. Al primo turno, il 4 ottobre, il figlio maggiore di Jair Bolsonaro era arrivato in testa, con il 47,04% dei voti validi e oltre 56 milioni di elettori, contro il 45,15% di Lula. In tre settimane Lula ha guadagnato più di 10,3 milioni di voti, e Flávio 3,7 milioni. Questa rimonta è il frutto di una mobilitazione popolare senza precedenti, tra le più grandi dalla ridemocratizzazione del 1985, che pose fine a 21 anni di dittatura civile-militare. Tutto è cominciato lunedì 5 ottobre. All’Università federale fluminense (Uff), a Niterói, la rappresentanza studentesca della Facoltà di Giurisprudenza ha convocato un’assemblea per discutere del secondo turno, con un appello a trasformare lo sgomento per il risultato in azione. Il giorno seguente l’Unione nazionale degli studenti (Une) ha approvato il sostegno a Lula e ha lanciato la campagna Estudantes com Lula (Studenti con Lula). In tre giorni il movimento raggiungeva già più di 40 università in 14 Stati e nel Distretto federale. Domenica 11 è arrivato in Avenida Paulista, alla presenza dello stesso Lula. LEGGI ANCHE… ANTIFASCISMO IN BRASILE LA CONVERGENZA GLOBALE ANTIFASCISTA Tommaso Chiti Si sono formate alleanze improbabili. Fandom che di solito si fanno la guerra, da Taylor Swift ai Bts (Bangtan Boys), hanno messo i propri canali social a disposizione della campagna per informare gli indecisi e portare alle urne chi si era astenuto. Anche deputati eletti con risultati notevoli si sono lanciati nella campagna, dagli esordienti Ana Elisa (PT-MG) e Guilherme Cortez (Psol-SP) a Erika Hilton (Psol-SP), rieletta come la donna più votata nella storia della Camera dei deputati. L’Exército do Lula (Esercito di Lula), canale WhatsApp creato dal deputato André Janones, è passato da 50 mila a quasi 11 milioni di iscritti al secondo turno, e ha funzionato allo stesso tempo come scuola di attivismo digitale e come strategia di occupazione dei social. Mentre i media egemonici e corporativi normalizzavano il discorso di Flávio Bolsonaro, i media indipendenti (Intercept Brasil, Revelando, O3 News, Piauí, Mídia Ninja, ICL, tra gli altri) hanno svolto il lavoro necessario di indagare e mostrare chi fosse l’avversario di Lula. Un nepo baby della politica, oggi indagato in due inchieste per riciclaggio di denaro e corruzione. Un candidato dalle aspirazioni autoritarie, regressive e complottiste, erede diretto del progetto di odio e distruzione inaugurato dal padre. Un progetto di cui conosciamo già il bilancio. Durante la pandemia il governo Bolsonaro ignorò le offerte di vaccini e mandò la gente in strada: secondo gli epidemiologi circa 400 mila morti avrebbero potuto essere evitate. L’Amazzonia ha vissuto record di deforestazione, e la violenza contro i popoli indigeni e le comunità quilombola è esplosa, con invasioni di terre e assassinii di leader. Nel corso della campagna, Flávio ha ricevuto il sostegno di quello che il giornalista e scrittore Cesar Calejon chiama «modello estrattivo agrofinanziario». Alle élite economiche ha promesso un «tesouraço» ispirato alla motosega di Javier Milei, che si sarebbe tradotto nel congelamento delle pensioni e del salario minimo e lo smantellamento della sanità, dell’istruzione, degli investimenti pubblici e di programmi sociali come il Bolsa Família, il più grande programma di trasferimento di reddito del paese. All’orizzonte c’era inoltre la privatizzazione di imprese statali strategiche, una flagrante dilapidazione del patrimonio pubblico. LEGGI ANCHE… AMERICA LATINA I MOVIMENTI SPOSTANO A SINISTRA LULA Pablo Castaño - Vitória Genuino Sul piano internazionale nulla ha attirato più attenzione dell’ombra di Donald Trump, Marco Rubio e J.D. Vance sull’elezione. L’ingerenza è cominciata ben prima della campagna. Eduardo Bolsonaro, fratello di Flávio, si è trasferito negli Stati uniti nel marzo 2025 per fare lobbying contro il processo al padre per il tentato golpe del 2022. Quattro mesi dopo Trump ha imposto dazi del 50% sui prodotti brasiliani, presentati apertamente come ritorsione per il processo. Flávio ha seguito lo stesso copione. Alla Cpac (Conservative Political Action Conference), negli Stati uniti, ha presentato il Brasile come «la soluzione» per permettere a Washington di ottenere terre rare e liberarsi dalla dipendenza dalla Cina; a maggio è stato ricevuto da Trump nello Studio Ovale e ha promesso un allineamento automatico con gli Stati uniti. Una vittoria di Flávio avrebbe consegnato su un piatto d’argento la sovranità brasiliana, sulla scia di quanto accaduto in paesi come Argentina, Venezuela e Colombia. Per non parlare dell’interferenza algoritmica delle big tech. La stessa Meta ha ammesso falle che hanno danneggiato la campagna del Pt (Partido dos Trabalhadores), limitando la sponsorizzazione e l’engagement dei post relativi a Lula. Come c’era da aspettarsi da un candidato antidemocratico, Flávio non ha riconosciuto la sconfitta. Domenica sera ha dichiarato impossibile riconoscere il risultato e ha annunciato che chiederà l’annullamento del voto, sostenendo che la proroga delle operazioni elettorali abbia violato la parità di condizioni. L’argomento non regge, perché la proroga l’ha chiesta anche lui. Nell’orario prolungato sono stati registrati appena 34.319 voti, in un’elezione decisa da più di 4,4 milioni. Il copione golpista è di famiglia. Nel 2022 Jair Bolsonaro evitò di riconoscere una sconfitta con un margine ancora più ridotto, di 2,1 milioni di voti, e partì per Orlando due giorni prima dell’insediamento di Lula. Finì condannato a 27 anni e 3 mesi di carcere per aver guidato una trama golpista che comprendeva una bozza di decreto per annullare l’elezione e un piano, battezzato Punhal Verde e Amarelo (Pugnale verde e giallo), per assassinare Lula, Geraldo Alckmin e Alexandre de Moraes, e che sfociò negli attacchi dell’8 gennaio 2023 alle sedi dei Tre Poteri. Se il mondo potrà respirare un po’ più sereno e ottimista nei prossimi anni, in senso letterale e figurato, lo dovrà al Brasile. Che l’internazionale fascista sia sconfitta dall’internazionale progressista e della sinistra radicale, nelle strade, sui social e alle urne. Il voto brasiliano del 2026 sarà ancora studiato con calma, ma una cosa è già evidente. È stata un’elezione legittima, che ha dimostrato che c’è ancora spazio perché i paesi affermino la propria sovranità e si rifiutino di stare al gioco di governanti narcisisti che scelgono la morte e la distruzione. C’è ancora terreno di lotta per gli incanti, le utopie e le resistenze. *Bárbara Bastos è assegnista di ricerca presso la Facoltà di Scienze Politiche e Sociali della Scuola Normale Superiore di Pisa. La sua ricerca si concentra su giustizia ambientale, salute ed estrattivismo. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La lotta popolare vince con Lula proviene da Jacobin Italia.
October 27, 2026
Jacobin Italia
Sorveglianza digitale come quotidianità
di Catalina Balla (*) Qualche volta guardare lontano ci permette di capire meglio cosa sta accadendo e cosa si profila. Quando i sistemi di sorveglianza diventano parte integrante del panorama In America Latina, i sistemi di sorveglianza stanno “colonizzando” gli spazi quotidiani grazie anche alla nostra progressiva indifferenza Illustrazione di Gilda Martini. Uso lecito Questo articolo è tratto da Global
October 17, 2026
La Bottega del Barbieri
Anatomia di un eroe
Dalla parte di tutto  quello che un uomo  incontra nel suo cammino e si sa, bisogna prendersi cura dell’erba, anche di quella schiacciata dagli stivali, di quella che cresce ostinata tra una pallottola e il silenzio. L’erba non conosce i nomi, non sa distinguere  il santo dal colpevole. Beve la […] L'articolo Anatomia di un eroe  su Contropiano.
October 8, 2026
Contropiano
Elezioni in Brasile: verso il ballottaggio tra Lula e Bolsonaro
1. Il voto di domenica è stato tremendamente negativo. Flávio Bolsonaro è arrivato in testa con il 47,03% dei voti, con Lula a quasi due punti di distanza, al 45,16%. Terzo il centrista e scrittore di libri di auto-aiuto Cury, con il 2,89%; quarto Renan Santos, con il 2,24%; quinto Rolando Caiado, con il 2,18%, entrambi di destra. Gli altri candidati, a sinistra e a destra, si dividono lo 0,5% dei voti restanti. 2. Il risultato non era previsto dalla maggioranza dei sondaggi, ma nemmeno era del tutto inatteso. Il 30% dei sondaggi del giorno prima delle elezioni dava Flávio in vantaggio su Lula già al primo turno, di uno o due punti. Gli altri davano invece Lula in vantaggio da uno a cinque punti. Nessun sondaggio, in tutta la campagna elettorale, aveva mai previsto una vittoria di Lula al primo turno, come invece quasi tutti nella mia bolla di sinistra speravano il giorno del voto. I due istituti di sondaggi più importanti del Brasile (Datafolha e Quaest) prevedevano una vittoria di Lula di uno e tre punti percentuali al primo turno, mentre la media dei sondaggi per il secondo turno dava una sfida 50-50, totalmente incerta. Quindi è vero: c’è stata una sorpresa rispetto ai sondaggi, ma nemmeno troppo vistosa. E il fenomeno è in continuità con quanto accaduto quattro anni fa, quando Jair Bolsonaro era dato al 39-40% al primo turno e prese invece il 43,3%. Sembra esserci, nell’elettorato di estrema destra, un voto nascosto fisiologico del 3-4%. Non è chiaro se questo voto sia nascosto perché gli elettori si vergognano di dichiararlo oppure perché uno zoccolo duro del bolsonarismo è ancora oggi così profondamente antisistema da disconoscere e non legittimare gli istituti sondaggistici. 3. Ora la strada per il secondo turno è ardua. Lula può provare a recuperare una maggioranza dei voti di Cury, ma tra quelli di Santos e Caiado sarà quasi impossibile. È possibile, tuttavia, che una buona parte degli elettori di Renan Santos si astenga. Santos è stato una sorpresa in questa elezione non tanto per il numero di voti ottenuti, quanto per il tipo di sostegno militante che ha raccolto tra i giovanissimi, come candidato antisistema. Pur provenendo da posizioni di estrema destra – è legato al Movimento Brasil Livre (MBL), nato nel 2014 a sostegno dell’impeachment di Dilma Rousseff, è adorato negli ambienti redpill – sta avendo ora una deriva che potremmo definire “rossobruna”: è arrivato a difendere la riforma agraria e la sovranità nazionale contro le ingerenze di Trump, a sponsorizzare la lettura di Mark Fischer e ha rotto completamente i ponti con il bolsonarismo, accusandolo di corruzione. Caiado è invece il rappresentante dell’agribusiness dello Stato di cui è governatore. Anche se non ha dichiarato preferenze, la maggior parte dei suoi voti andrà probabilmente a Bolsonaro; forse una piccola parte dei voti “locali” del suo Stato potrebbe andare a Lula. In generale, Lula potrebbe recuperare consensi tra chi ha votato bianco o nullo (quasi il 10%) e tra gli astenuti. Più del 20% dei cittadini si è astenuto, anche se il voto è teoricamente obbligatorio; la maggior parte di loro è costituita da persone anziane, residenti nelle aree interne o povere, tutti settori nei quali Lula è in vantaggio. 4. Il principale problema di questa elezione, tuttavia, è stato il risultato al Congresso, specialmente al Senato. In Brasile il Congresso è tradizionalmente dominato da partiti di centro e centrodestra denominati Centrão: sono partiti fisiologicamente clientelari, privi di un’ideologia politica definita, ma con un forte radicamento locale intorno ad alcune figure di spicco. Normalmente appoggiano qualunque governo, di qualunque colore, in cambio di ministeri, segreterie e finanziamenti pubblici di ogni tipo. La sinistra occupa tradizionalmente circa un quarto dei parlamentari. In questa elezione il suo peso non è cambiato, mentre dal 2018 quello dell’estrema destra è cresciuto enormemente, prima ai danni dei partiti del centrodestra tradizionale – ormai praticamente scomparsi – e ora del Centrão. > Prima di domenica, il PL, il partito dei Bolsonaro, aveva 98 deputati su 513 e > 14 senatori su 81; ora è passato a 121 deputati e 28 senatori. Ma alcune stime > indicano che, includendo i partiti e i parlamentari alleati del bolsonarismo, > questo blocco arriva a 49 senatori e 283 deputati, più del 50%. Per fare un paragone, i partiti di centrosinistra hanno complessivamente 124 deputati e 15 senatori. Tra questi sono cresciuti leggermente il PT, il partito di Lula, e il PSOL, la sinistra cosiddetta radicale, ai danni di altri partiti generalmente più moderati. Nel caso del PSOL, è aumentato da tre a cinque il numero dei deputati anticapitalisti. 5. Questa composizione parlamentare, che già prima delle elezioni era estremamente preoccupante e poneva enormi problemi di governabilità a Lula, oggi renderebbe un ipotetico nuovo governo Lula completamente monco. > Al di là della possibilità, sempre possibile, di un impeachment del > presidente, il rischio più immediato è che ai 49 senatori bolsonaristi si > aggiungano i cinque necessari per avviare un processo di impeachment contro i > giudici del Supremo Tribunale Federale (STF) che hanno condannato Jair > Bolsonaro. Questo creerebbe un terremoto nei rapporti fra i tre poteri. Nel caso in cui vinca Flávio Bolsonaro, l’impeachment dei giudici a lui contrari è praticamente certo. A questo si aggiunge il fatto che il prossimo presidente nominerà quattro degli undici giudici che compongono la Corte. Quello stesso STF che, durante il governo di Jair Bolsonaro, aveva dato parecchio filo da torcere all’estrema destra. 6. Il tema dell’STF ci porta a uno dei motivi del disastro elettorale di domenica: il cordone ombelicale che lega il governo attuale alla Corte Suprema e, soprattutto, al suo giudice più famoso, Alexandre de Moraes. Il problema risale a monte. Fin dall’inizio del governo Lula, una volta recuperata la vita democratica dopo il fallito colpo di Stato, non ci sono stati sforzi da parte della sinistra istituzionale per promuovere qualunque tipo di lotta antifascista dal basso. In una logica ormai consolidata di adattamento all’istituzionalità democratica e allo status quo, la sinistra e il PT hanno avuto l’ingenuità di affidare ai giudici il compito di sconfiggere il fascismo. E il fascismo, ovviamente, ha avuto buon gioco nel presentarsi ancora una volta come opposizione al “sistema”. Ora, succede che questo cordone ombelicale con la Corte Suprema abbia avuto il suo tornaconto. A inizio anno è scoppiato in Brasile il più grande scandalo di corruzione della storia del Paese, intorno a una banca chiamata Banco Master e al banchiere Daniel Vorcaro, che ora si trova in prigione. Qualche mese fa era venuto alla luce un audio di Flávio Bolsonaro a Vorcaro, nel quale chiedeva un finanziamento enorme per realizzare un film sul padre, Jair. Pare che buona parte del finanziamento servisse a mantenere l’attività politica di Eduardo Bolsonaro, fratello di Flávio e figlio di Jair, che si trova negli USA in “autoesilio”, ma che è di fatto la cinghia di trasmissione con il governo Trump. Questo audio aveva creato un enorme scandalo e Flávio Bolsonaro era precipitato nei sondaggi. Tuttavia, a inizio settembre è emerso un nuovo scandalo, che legava il Banco Master allo stesso Alexandre de Moraes. Un audio incriminato di Vorcaro a Moraes è stato fatto filtrare da un altro giudice dell’STF, André Mendonça, alleato di Bolsonaro. Questo ha creato una crisi enorme all’interno dello stesso STF, il cui principale effetto politico è stato quello di bruciare la credibilità del tribunale in quanto tale. E, visto che il tribunale era percepito come politicamente associato al governo, tutto questo ha finito per ricadere anche su Lula. Già tre settimane fa, dunque, era evidente a tutti che l’elezione non sarebbe stata più una passeggiata, ma una sfida sul filo di lana. *** 7. Per quanto le cronache giudiziarie abbiano preso il sopravvento nell’ultimo anno, esistono anche motivi più profondi alla base della delusione – o, per lo meno, di una certa indifferenza – di ampli settori dell’elettorato nei confronti del governo Lula. Il governo Lula è il prodotto di un’alleanza molto ampia tra diversi settori, dalla sinistra a pezzi del centrodestra, costruita intorno all’unico obiettivo di battere Bolsonaro nel 2022, in un contesto di crisi della democrazia e di estrema polarizzazione politica. > Questa piattaforma, estremamente moderata, riprendeva in una forma ancora più > blanda l’orientamento politico già presente nei precedenti governi del PT, nei > quali alcune politiche pubbliche decisive per contrastare la fame e la povertà > assoluta venivano finanziate attraverso un aumento delle esportazioni di > materie prime, soia e cereali. Questo comportava un aumento del peso > dell’agribusiness e del settore minerario nella società. In questo caso, tuttavia, il terzo governo Lula ha posto limiti ancora più stretti alla capacità dello Stato di realizzare politiche pubbliche di inclusione sociale. Fin dal secondo anno di governo, infatti, per rassicurare i mercati finanziari, il ministro dell’Economia Fernando Haddad, del PT, ha fatto approvare dal Parlamento una legislazione speciale che impone un tetto alla spesa pubblica in ogni ambito e limita anche la crescita del salario minimo, mantenendola non molto al di sopra dell’inflazione. L’aumento del salario minimo era stato invece uno dei motori dello sviluppo e dell’ascesa sociale nei precedenti governi del PT. Allo stesso tempo, un altro problema è stata la politica della Banca Centrale. Dal 2016, con Temer, ne è stata istituita l’autonomia, in ossequio al diktat neoliberale, e la Banca ha imposto tassi di interesse sistematicamente altissimi, intorno al 15%. A partire dal 2024, Lula ha potuto nominare un proprio banchiere centrale di fiducia, ma questi ha mantenuto gli stessi tassi di interesse e il governo ha smesso di chiederne l’abbassamento. Questo ha prodotto almeno tre effetti nocivi. In primo luogo, l’impossibilità per molta gente di accedere al credito per acquistare beni durevoli come una casa o un’automobile, con effetti depressivi sull’economia, che, nonostante abbia beneficiato ancora una volta della crescita delle materie prime, non ha mai registrato una crescita superiore al 3%. In secondo luogo, gli alti tassi di interesse hanno permesso al settore finanziario di appropriarsi di una parte consistente dei benefici ottenuti dalla popolazione grazie all’aumento dell’occupazione – anche se in buona parte informale – e al modesto aumento dei salari. Infine, i tassi elevati hanno alimentato una corsa senza fine all’indebitamento privato, per cui nuovi debiti servivano a pagare gli interessi enormi sui debiti precedenti. Questo ha contribuito a far cadere una parte consistente della popolazione nella piaga delle scommesse online. 8. Ci sono però ragioni per la sconfitta di Lula al primo turno che non possono essere spiegate soltanto attraverso queste questioni macroeconomiche. Di fatto, le condizioni di vita sono leggermente migliorate negli ultimi quattro anni, l’inflazione è stata mantenuta relativamente sotto controllo, sono stati introdotti sgravi fiscali e agevolazioni per la classe medio-bassa – che in maggioranza vota Bolsonaro – e il Brasile è uscito nuovamente dalla mappa mondiale della fame, nella quale era rientrato durante il governo Bolsonaro. Sembra proprio che in Brasile sia successo qualcosa di molto radicale sul piano ideologico, nelle forme della coscienza collettiva, negli anni 2014-2018: gli anni del secondo governo Dilma, dell’impeachment, dello scandalo della Lava Jato, del governo Temer, della riforma neoliberale del lavoro e dell’ascesa di Bolsonaro. Qualcosa che invece non è avvenuto con la stessa radicalità durante gli anni del governo Bolsonaro, vissuti tra indici altissimi di inflazione e un governo che ha scientemente lasciato morire 700.000 persone durante la pandemia. Tutta la tragedia rappresentata dal bolsonarismo ha avuto come massimo effetto una sconfitta elettorale estremamente di misura, 50,9% contro 49,1%, nel 2022. Ma ha mantenuto l’opzione politica bolsonarista viva e in crescita, con il pieno appoggio di strutture sociali come le chiese evangeliche, di istituzioni come l’esercito e la polizia militare e di svariate categorie di lavoratori, soprattutto formalmente autonomi Oggi sembra proprio che l’estrema destra disponga di un consenso stabile e incrollabile, qualunque cosa accada nella società: un consenso ideologico che arriva, in molti casi, a identificare la sorte dei membri della famiglia Bolsonaro e di altre figure di spicco dell’estrema destra con la propria. 9. Il radicamento del consenso ideologico dell’estrema destra è avvenuto, però, attraverso un cambiamento delle sue forme. Nel 2018 l’ascesa di Bolsonaro era vissuta da molti con un sentimento di rottura, di cambiamento radicale, quasi di “rivoluzione”. Nella società era quindi visibile una militanza attiva nelle strade, violenta, aggressiva, fascista nel vero senso della parola o, per lo meno, propria di quel fascismo originario, diciannovista, radicale e squadrista. Sia nel 2018 sia nel 2022, c’erano stati diversi episodi di figure di spicco del bolsonarismo che andavano in giro armate, minacciavano di morte o di stupro gli avversari politici, così come casi di omicidio di sostenitori del PT. Quest’anno la campagna bolsonarista è stata condotta più in sordina, senza dichiarazioni eclatanti e con numeri bassi nelle manifestazioni di strada. Questo aveva dato una falsa impressione di crisi del bolsonarismo, che le urne hanno clamorosamente smentito. Lo stesso Flávio Bolsonaro è considerato una figura più moderata rispetto al padre o al fratello, è privo di un grande carisma e non ci sono state, in questa campagna elettorale, dichiarazioni o proposte politiche di particolare rilievo che io ricordi. L’impressione è che, se al suo posto avessero candidato qualsiasi persona, avrebbe ottenuto lo stesso numero di voti. Sono calate, quest’anno, anche altre figure di estrema destra considerate battitori liberi, che presentano in alcuni casi divergenze puntuali rispetto al bolsonarismo. Le eccezioni sono state Renan Santos – che comunque ha ottenuto un risultato elettorale mediocre – e il senatore Cleitinho, che è stato eletto governatore di Minas Gerais al primo turno per il Partito Repubblicano. Sembra esserci stato un disciplinamento delle figure alternative al PL, mentre quelle che stanno emergendo sono più fedelmente allineate al bolsonarismo, come nel caso del deputato Nikolas Ferreira, che a 29 anni ha ottenuto più di tre milioni di voti individuali – più di un quarto dei voti per deputato nello Stato – e che molti considerano il futuro leader dell’estrema destra brasiliana. > Tutto ciò dà l’idea di una transizione del fascismo verso una fase più > istituzionale, “di regime”. Se un ipotetico governo Flávio – il cui primo atto > sarebbe dare l’indulto al padre – riuscisse a sottomettere la Corte Suprema, > potremmo presto ritrovarci di fronte a qualcosa di simile a ciò che sta > avvenendo negli USA con Trump II, ma in un contesto nel quale il peso del capo > è relativizzato e l’adesione ideologica al partito è più forte. Rimane però un problema non indifferente per l’estrema destra: se vince, dovrà governare. Durante il governo Jair, il suo metodo era una sorta di “lotta e governo”: cercava continuamente di aggirare i problemi radicalizzando la propria base e attribuendo la colpa ai nemici di turno – sindaci, governatori, sistema giudiziario. Ma in questa nuova versione di fascismo “dall’alto” potrebbe non essere facile mantenere il controllo sulla piazza, soprattutto se, come alcuni economisti prevedono, dovesse presto esplodere una nuova grande crisi. 10. Un’ultima riflessione riguarda la sinistra, brasiliana e latinoamericana. Nell’ultimo anno, governi progressisti sono stati sconfitti alle elezioni da candidati di destra in Cile e in Colombia. In Cile si trattava di un governo estremamente deludente e moderato, che aveva tradito senza appello qualsiasi sentimento di cambiamento da parte della popolazione che lo aveva eletto; in Colombia, invece, di un governo molto più audace, capace di riforme strutturali e di una mobilitazione costante contro l’oligarchia interna e l’aggressione statunitense. Questa doppia sconfitta fa riflettere sulle difficoltà che esistono oggi per chiunque si opponga alla macchina finanziaria, mediatica e desiderante-suicida dell’estrema destra trumpista, dal momento che dimostra che tanto la via centrista come quella radicale non sono riuscite nel loro obiettivo. Nel caso del Brasile abbiamo una situazione intermedia: un governo debole e con scarsa iniziativa, che però si regge sul carisma e sulla mitologia di un leader come Lula, una delle maggiori figure politiche della storia latinoamericana. Che Lula riesca o meno nell’impresa della rimonta, tuttavia, da questo momento entriamo nella prospettiva di una sinistra in crisi nella società, con la difficilissima sfida di rinnovarsi senza dover fare affidamento sul salvatore della Patria. Questo probabilmente la farà sprofondare in una crisi ancora maggiore nel breve periodo, ma potrebbe anche avere effetti benefici sul lungo periodo. Perché ciò avvenga, però, non deve avere paura di inserirsi nelle lotte che potrebbero sorgere nel prossimo periodo, senza la pretesa di controllarle e addomesticarle in funzione elettorale, ma con il coraggio di navigare in mare aperto. Immagine di copertina di Edilson Rodrigues da Wikimedia Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. 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October 6, 2026
DINAMOpress
A nudo le reti di Cerimedo per espandere l’ultradestra in America Latina
Il nome di Fernando Cerimedo ha perturbato lo scacchiere politico regionale, comparendo ripetutamente nell’intreccio fra campagne elettorali, operazioni di comunicazione digitale e reti politiche transnazionali della nuova destra latinoamericana. L’impresario argentino è stato arrestato in Bolivia nelle scorse settimane, con l’accusa di aver organizzato un’aggressione armata contro la sua ex-moglie, Nadia […] L'articolo A nudo le reti di Cerimedo per espandere l’ultradestra in America Latina su Contropiano.
October 6, 2026
Contropiano
Non c’è fumetto senza fuochetto: Carlos Latuff
… domenica 4 ottobre ci sono le elezioni presidenziali in Brasile: come le vede un vignettista brasilibanportoghese Ho deciso di dedicare una rubrica (con cadenza alla come viene) ad alcuni disegnatori/fumettisti/vignettisti che mi piacciono, che penso siano meno conosciuti di quanto meritino o per altri motivi che non devo spiegare a nessuno… Benigno Moi A pochi giorni dalle delicate elezioni presidenziali in
Gli Stati Uniti, l’America Latina e l’estrema destra: il nuovo «cortile davanti casa»
L’America Latina sta vivendo un’ondata di estrema destra e la mappa politica riflette vividamente questo cambiamento. All’inizio del secolo, la regione si è fatta conoscere per i movimenti sociali e le sollevazioni dal basso, seguite dalla “marea rosa”, che ha portato al potere governi progressisti e di sinistra [1998-2010, sfociando nei governi Chavez, Lula e Morales – ndt], a cui è seguita un’ondata transfemminista che ha visto nella “marea verde” della lotta per il diritto all’aborto il suo centro di enucleazione [2018-2023. Nata in Argentina, ha portato a riforme legislative in materia di aborto in Argentina, Messico e Colombia – ndt]. Però la marea ha cambiato direzione: dodici delle ultime quindici elezioni presidenziali sono state vinte da candidati di destra. La mappa della regione presenta ora tutt’altra combinazione di colori. Come si plasma un emisfero sempre più dominato dall’estrema destra? Modellato sul presidente argentino Javier Milei e sul salvadoregno Nayib Bukele e sviluppatosi all’ombra di Donald Trump e Marco Rubio, emergono le sue dinamiche violente e crudeli eppure coordinate. Come dimostrano le recenti dichiarazioni di Marco Rubio durante la conferenza “Rinascita del Terrorismo Politico” e il lancio del progetto di difesa dal narcotraffico “Scudo delle Americhe” [tenutosi il 7 marzo 2026 presso il resort Trump National Doral Miami a Doral, in Florida – ndt], l’estrema destra opera sempre più come una sorta di progetto “internazionalista”. > Grazie i legami finanziari, ideologici, teologici e politici che si rafforzano > e si approfondiscono costantemente, l’estrema destra internazionale è più > connessa, più aggressiva e agisce più rapidamente che mai. L’utilizzo delle nuove tecnologie e la loro fusione con il gran capitale tecnologico moltiplicano le piattaforme sulle quali possono intervenire e diffondere le proprie idee, riempiendone al contempo le tasche. Queste sono le forze in campo che si contendono lo scacchiere regionale, dove le elezioni rappresentano un elemento chiave ma certamente non l’unico. Questa estrema destra, o «internazionale della destra», come la definisce lo stesso Milei, sta emergendo dalle crepe di un terremoto geopolitico. Non viviamo più in un mondo bipolare come durante la Guerra Fredda, né unipolare con gli Stati Uniti e la loro egemonia globale autoproclamata. Stiamo assistendo a una vera e propria multipolarità, nella quale Cina, Russia, Unione Europea, Iran e altri attori stanno limitando il potere statunitense. Per molti analisti, l’intensificarsi delle potenze regionali evoca la Dottrina Monroe, quella politica statunitense ottocentesca che designava l’America Latina come il «cortile di casa» degli Stati Uniti. Nel tentativo di esercitare e articolare la propria maggiore influenza sull’emisfero occidentale, l’amministrazione Trump ha ripreso questa narrazione, ribattezzandola goffamente “Dottrina Donroe” e riappropriandosi del concetto di «cortile di casa». Tuttavia, questa vecchia metafora non riesce a cogliere appieno quanto l’America Latina stia diventando centrale nel nuovo ordine geopolitico e per l’estrema destra stessa. > Per comprendere meglio l’America Latina di oggi, proponiamo l’immagine del > «cortile davanti»: un laboratorio emergente per la sperimentazione > imperialista e fascista. Questo rappresenta un cambiamento nel quale i governi di estrema destra si uniscono attorno a cause comuni e costruiscono nuovi nemici. Il quadro di riferimento è una nuova fase del capitalismo globale: l’estrattivismo intensificato, la finanziarizzazione delle economie e la militarizzazione ne sono le cause transnazionali. Anche chi verrà definito “nemico interno” da questa logica di riorganizzazione capitalistica sta acquisendo un carattere sempre più transnazionale: migranti, popolazioni indigene, movimenti transfemministi e lotte ambientaliste, che ora vengono accomunati sotto l’etichetta di «narco-terroristi». Questo termine nuovo e assolutista, che sintetizza la «guerra alla droga» con le stesse parole chiave utilizzate dopo l’11 settembre 2001, funziona allo stesso tempo come richiamo alla sicurezza e come invito all’eliminazione della “minaccia”. Man mano che il termine “terrorismo” si espande semanticamente fino a comprendere qualunque avversario immaginabile, diventa chiaro che l’internazionalismo e la solidarietà tra le lotte in diversi territori è l’obiettivo finale dell’attuale estrema destra internazionale. > In breve: l’estrema destra globale è più organizzata che mai e parte di questa > organizzazione consiste nel criminalizzare qualsiasi forma di solidarietà > transfrontaliera tra le diverse lotte. Perché sono loro a interrompere quel > nuovo triangolo di accumulazione di capitale, organizzato e interconnesso dai > settori finanziari, estrattivisti e militari. La conferenza sulla “Rinascita del Terrorismo Politico”, pianificata da tempo da Marco Rubio e Stephen Miller, si è tenuta a Washington il 16 luglio. Vi hanno partecipato delegati provenienti da oltre 60 paesi per ascoltare i funzionari del governo statunitense parlare della più grave minaccia alla «civilizzazione» e per coordinare risposte poliziesche e militari. Dopo che l’amministrazione statunitense ha tagliato i programmi federali di monitoraggio della violenza di estrema destra, la conferenza si è concentrata sulla narrazione che ribalta completamente la propria responsabilità politica affermando che, la stragrande maggioranza della violenza storica e contemporanea proviene dalla «estrema sinistra». LA «LOTTA AL TERRORISMO» NELLE AMERICHE «Questa è una conferenza internazionale perché ci troviamo di fronte a una minaccia internazionale e transnazionale», ha dichiarato Marco Rubio nel suo intervento all’assemblea plenaria. «Non si tratta di cellule separate e isolate. Sono reti interconnesse. Non riconoscono i nostri confini. Di fatto, non credono nello Stato-nazione». Come gran parte del discorso di Rubio, anche le osservazioni del Sottosegretario di Stato Christopher Landau si sono concentrate sugli anni ’70, ponendo l’attenzione, ad esempio, sulle organizzazioni sudamericane dei Tupamaros e dei Montoneros, da lui definite come gruppi terroristici. > Per quanto riguarda l’Argentina, questo costituisce un palese rovesciamento > della narrazione storica: ignora il terrorismo di Stato perpetrato dalla > dittatura militare e adotta, invece, lo stesso linguaggio dei responsabili del > genocidio per definire queste organizzazioni politiche. Quando Landau celebra la “sconfitta” della resistenza di sinistra («può essere sconfitta perché è stata sconfitta e possiamo sconfiggerla di nuovo»), si riferisce a una sconfitta che ha incluso la tortura e la scomparsa di migliaia di persone, atti che sono stati processati e condannati in Argentina come crimini contro l’umanità. A seguito della sessione plenaria di apertura, il Ministro degli Esteri argentino Pablo Quirno ha tenuto il discorso di apertura della sessione centrale. Ha garantito al pubblico che il governo Milei continuerà a coordinarsi con gli Stati Uniti per eliminare tutto quello che considera «terrorismo di sinistra». «Ci troviamo di fronte», ha avvertito Quirno, «a un nemico che non conosce confini e continua a muoversi, alla ricerca di crepe nel sistema». L’iniziativa guidata dagli Stati Uniti contro il “terrorismo politico” è stata paragonata all’Operazione Condor da esperti come il giudice federale argentino Adrián Grünberg, presidente del tribunale che ha processato quegli eventi come crimini contro l’umanità. Il primo incontro dell’Operazione Condor, sostenuto dalla CIA e tenutosi nel 1975 nel Cile di Pinochet, riunì le dittature di Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Brasile. Secondo il tribunale, fu in quell’occasione che venne formalizzato un accordo «allo scopo di organizzare un sistema di repressione, persecuzione e annientamento degli oppositori politici di sinistra in tutta la regione». LO «SCUDO» DELLE AMERICHE Dopo l’uccisione indiscriminata in mare di centinaia di persone di essere “narco-terroristi” e dopo l’invasione del Venezuela, l’amministrazione Trump ha lanciato le sue principali iniziative nell’emisfero: lo Scudo delle Americhe e la Coalizione contro i Cartelli delle Americhe (A3C). Con l’obiettivo dichiarato di combattere la criminalità, il traffico di droga, la migrazione e l’influenza cinese nel quadrante. Questi progetti rappresentano il tentativo più ambizioso mai intrapreso finora di coordinare oltre dieci governi di destra in America Latina e nei Caraibi. Nel corso di una tavola rotonda tenutasi a marzo con la partecipazione di Javier Milei, del presidente salvadoregno Nayib Bukele e, tra i tanti, anche del presidente ecuadoregno Daniel Noboa e di quello cileno José Antonio Kast, Marco Rubio ha presentato Kristi Noem come “inviata speciale per lo Scudo delle Americhe”. > L’ex-Segretaria della Sicurezza Interna, che aveva appena supervisionato la > campagna di “deportazioni di massa” nelle città statunitensi da parte > dell’ICE, ha dichiarato che si trattava di una missione condivisa «per dare la > caccia a quei narcotrafficanti che stanno distruggendo i nostri popoli». Nel descrivere nel dettaglio l’A3C, Pete Hegseth e Stephen Miller hanno ribadito tale definizione. Il programma definisce «vari cartelli e gruppi transnazionali come organizzazioni terroristiche straniere» e si impegna a «utilizzare il pugno di ferro per sconfiggere queste minacce alla nostra sicurezza e alla nostra civiltà». Questo si affianca al lavoro interno di Stephen Miller per definire “Antifa” come organizzazione terroristica e che ha già prodotto i primi risultati: condanne straordinarie per terrorismo, con almeno 50 anni di carcere per ciascuno dei quindici manifestanti anti-deportazione che hanno partecipato a una «manifestazione rumorosa» fuori da un centro di detenzione in Texas, in solidarietà con le persone detenute. Nel caso dell’A3C, Miller ha spiegato che «non esiste una soluzione giuridica al problema dei cartelli». I cartelli, ha aggiunto, «sono l’ISIS e Al Qaeda dell’emisfero occidentale e devono essere trattati con la stessa brutalità». Sulla base di queste stesse motivazioni, gli Stati Uniti hanno giustificato i loro attacchi multilaterali contro il Venezuela e Cuba. Poco dopo la loro conferenza “antiterrorismo”, il Dipartimento di Stato ha pubblicato un rapporto di 100 pagine intitolato Cuba: la capitale del comunismo del XXI secolo. Questa interpretazione neo-maccartista dell’“influenza” cubana cerca di collegare la storia internazionale della sinistra, dal Black Power e dai movimenti guerriglieri degli anni ’70 ai movimenti come Black Lives Matter, Antifa e i Socialisti Democratici d’America di oggi, per giustificare la propria offensiva. > Il rapporto conclude che gli Stati Uniti si trovano attualmente ad affrontare > tre distinte categorie di minacce terroristiche: «narcoterroristi e bande > internazionali», «terroristi islamisti storici» e «estremisti violenti di > sinistra, inclusi anarchici e antifascisti». Il quadro concettuale della «guerra esistenziale» dello Scudo delle Americhe combina l’attenzione di Miller sulla repressione interna con l’obiettivo della militarizzazione emisferica di Rubio. Questo quadro conferisce nuovo impulso al coordinamento contro i nemici storici dell’estrema destra. E adesso, ogni nemico che l’estrema destra desidera eliminare viene stigmatizzato sotto l’eterea categoria criminale di «terrorismo». IL «CORTILE DAVANTI» DELLE AMERICHE Si possono riscontrare echi di collegamento tra gli anni Settanta e oggi, ma è importante sottolineare le novità che caratterizzano la situazione geopolitica attuale. Se in passato gli Stati Uniti parlavano del «cortile di casa» per presentarsi ai vicini latinoamericani come una democrazia superiore, il «cortile davanti» descrive meglio un equilibrio emergente nel quale gli Stati Uniti e i loro alleati di estrema destra perseguono progetti comuni, formulano dichiarazioni collettive e abbandonano l’impegno politico sul piano democratico. A differenza dell’equilibrio durante la Guerra Fredda, nel quale i paesi latinoamericani dovevano essere «sanificati» per poter essere incorporati nelle democrazie liberali del Nord (anche attraverso un colpo di stato, se necessario). > Oggi l’America Latina è il luogo in cui vengono messe in pratica le strategie > autoritarie per uscire dalla democrazia liberale. Osservando i processi specifici che stanno rimodellando il panorama regionale, emerge un espansionismo tecno-finanziario (incentrato soprattutto sulle criptovalute e sul’intelligenza artificiale), estrattivista (minerali rari e combustibili fossili per sostenerli) e militarista. Se il Cile di Pinochet fu l’officina del neoliberismo negli anni ’70, oggi è l’Argentina di Milei a proporsi come laboratorio per la prossima fase del capitalismo. Tutte queste forze convergono nella visita di Peter Thiel in Argentina, dove la tecnologia di intelligenza artificiale predittiva di Palantir viene promossa come strumento di integrazione con un’architettura statale anarchico-libertaria. La sua descrizione del paese come un “bunker” o un “Piano B” di fronte a una catastrofe nucleare o ad altre apocalissi rivela fino a che punto questo rappresenti un «fascismo della fine dei tempi», come lo definiscono Naomi Klein e Astra Taylor. Il caso di Thiel sintetizza uno degli innumerevoli esempi di nuovi investimenti nella sicurezza, molti dei quali mirati a difendere i progetti minerari, forestali e di combustibili fossili dalle proteste sociali. Allo stesso tempo, l’impoverimento della popolazione viene veicolato da meccanismi finanziari che cercano di “mitigare” la crescente povertà. Le criptovalute e la “fintech” rappresentano la nuova infrastruttura per sfruttare la povertà generata dalle politiche di aggiustamento strutturale, ma anche per plasmare la percezione della finanza come spazio di libertà e banco di prova del merito individuale. > Con gli attacchi contro il Venezuela e Cuba, le accuse di ingerenze elettorali > in Colombia e Perù e i primi segnali di manipolazione nelle elezioni > presidenziali brasiliane di ottobre, il 2026 segna una svolta: Milei offre un > modello per la sperimentazione fascista. Oltre a rafforzare i legami con Trump e ad appoggiare il genocidio israeliano a Gaza, adesso sta promuovendo riforme in campo lavorativo, ambientale e fondiario che inaugurano una nuova fase dell’estrattivismo naturale e digitale, estraendo valore per il capitale privato direttamente dal settore pubblico. «L’Argentina invita l’IA a liberarsi», ha dichiarato Javier Milei al “Financial Times”, sostenendo che le aziende di intelligenza artificiale dovrebbero avere uno status giuridico e operare senza regolamentazione. Nella sua visione, Buenos Aires sarebbe per l’era dell’IA quello che Amsterdam è stata per l’era della navigazione a vela. In segno di ammirazione per il laboratorio di estrema destra che l’Argentina rappresenta oggi, Flavio Bolsonaro ha invitato Milei a ballare sul palco durante il lancio della sua campagna elettorale in Brasile del 24 luglio scorso. Quella stessa settimana a Lima, la nuova Presidente del Perù, Keiko Fujimori, lo ha abbracciato durante la cerimonia di passaggio di poteri, proprio come aveva fatto il Presidente boliviano Rodrigo Paz al suo insediamento l’anno scorso. Dopo aver celebrato l’opportunità per Fujimori di far risorgere la dittatura del padre, Milei visiterà altri due leader impegnati a presentarsi come paladini dell’estrema destra regionale: Daniel Noboa in Ecuador e Abelardo de la Espriella in Colombia. Noboa sta rapidamente portando avanti misure autoritarie su più fronti, e De la Espriella, salito al potere il 7 agosto scorso, ha basato la sua campagna sul messaggio che sarebbe stato il leader in stile Milei di cui il Paese ha bisogno per «distruggere» la sinistra. All’interno dello Scudo delle Americhe, l’internazionale di estrema destra attacca ogni forma di solidarietà globale, considerandola «terrorismo». Il paradosso sta nel fatto che le sue campagne di persecuzione e criminalizzazione derivano dalla riconoscimento che le alleanze internazionaliste e antifasciste rimangono forze che costruiscono mondi, capaci di frenare la sete di potere illimitato del fascismo. Questo vuole essere un importante richiamo al potere latente di un autentico internazionalismo. L’immagine di copertina è tratta da commons.wikimedia. L’illustrazione nell’articolo è una illustrazione di Azul Blaseotto. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Substack Patterns da Naomi Klein e su Rivista Crisis. Traduzione a cura di Michele Fazioli per DinamoPress Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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September 29, 2026
DINAMOpress
L’asse del Sud globale come risposta al nuovo assedio imperialista
Il nuovo equilibrio mondiale si sta costruendo contemporaneamente in più geografie del Sud globale. Dall’Iran al Messico, dalla Patagonia al Cile, dal Venezuela a Cuba, emerge un tratto comune: la rivendicazione della sovranità nazionale contro le nuove forme di imperialismo politico, economico e militare. Non si tratta di episodi isolati, […] L'articolo L’asse del Sud globale come risposta al nuovo assedio imperialista su Contropiano.
September 26, 2026
Contropiano