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Sem Terra in lotta nella memoria del massacro
Il 17 aprile 2026, duemila braccianti Sem Terra del Brasile hanno marciato verso Salvador, un fiume rosso che si snoda lungo l’autostrada BR-324. Sventolando striscioni, croci di legno e bandiere rosse su aste. «Se restiamo in silenzio – recita un cartello – le pietre urleranno». Ma non tacciono: piangono, suonano i tamburi, cantano. Le loro voci riecheggiano in India, in Indonesia, in Sudafrica, dove contadini e braccianti Senza terra si mobilitano in segno di solidarietà con i loro compagni brasiliani Questa straordinaria ondata di attività politica segna il trentesimo anniversario del massacro di Eldorado do Carajás, quando la polizia militare brasiliana aprì il fuoco su una manifestazione pacifica guidata dal Movimento dos Trabalhadores Rurais sem Terra (Mst, Movimento dei Lavoratori Senza Terra), uccidendo ventuno attivisti e ferendone più di sessanta. Un’atrocità nella storia della lotta operaia mondiale, paragonabile a Peterloo, Ciénaga e Marikana: una litania che testimonia il terribile potere dello Stato contro i poveri che protestano. Impunità e resistenza continuano a definire la lotta dei poveri senza terra brasiliani per la riforma agraria contro la più potente oligarchia rurale dell’America latina. Carajás rimane un punto di riferimento per l’estrema destra brasiliana, un’espressione estrema della violenza necessaria per mantenere uno dei sistemi di proprietà terriera più ineguali al mondo. Allo stesso tempo, Carajás riafferma la tenacia e l’orgoglio del movimento che è sopravvissuto. Il massacro di Eldorado do Carajás rimane tristemente poco conosciuto in Brasile e ancor meno nel resto del mondo. Eppure, segna una pagina di storia ancora viva e, ripercorrendo quest’atrocità alla luce del presente, possiamo tracciare un lungo arco della lotta per la terra. IL MASSACRO SULLA PA-150 Il massacro di Eldorado do Carajás è avvenuto sulla strada statale PA-150 nello Stato del Pará, nell’estremo nord del Brasile. Il fatto stesso che l’Mst fosse attivo nel Pará è di per sé sorprendente. Quest’immenso Stato, grande il doppio della Francia, è da tempo il feudo di una cricca di famiglie oligarchiche la cui ostilità alla riforma agraria è alimentata dalla polizia e dai tribunali, oltre che da intimidazioni, rapimenti, attentati incendiari e omicidi. «Agiscono come uno Stato nello Stato», afferma un osservatore della violenza rurale. «È difficile immaginare un ambito della pubblica amministrazione in cui non abbiano voce in capitolo». La povertà abissale del Pará è il prodotto diretto delle ricchezze estratte quotidianamente dalle sue foreste e dalla sua terra. Da quando la dittatura militare brasiliana, negli anni Settanta, ha aperto l’Amazzonia allo sfruttamento, il Pará ha generato miliardi di valore per le industrie minerarie e agroalimentari. Questi settori estrattivi hanno contemporaneamente attratto decine di migliaia di lavoratori senza terra per lavori precari nelle miniere e nelle grandi piantagioni, espellendo coloro che già vivevano nella regione, poiché la terra si è concentrata nelle mani di un numero ancora minore di persone. La mancanza di terra è diventata endemica all’ombra di latifondi grandi come piccoli Stati nazionali. Nel 1989, l’Mst iniziò a mobilitarsi in Pará, confidando nella propria disciplina e organizzazione per resistere al potere dei proprietari terrieri. La sua strategia era deliberatamente conflittuale, mirando, attraverso occupazioni di terreni su larga scala, a strappare concessioni alla leadership statale e ai ministeri governativi. In Pará, dopo aver esercitato pressioni sull’Instituto Nacional de Colonização e Reforma Agrária (Incra), l’agenzia statale brasiliana per la riforma agraria, affinché acquistasse un’azienda agricola per l’insediamento, l’Mst si mosse rapidamente per occupare una vasta fazenda chiamata Macaxeira. L’occupazione di Macaxeira rappresentò una sfida sfacciata all’oligarchia rurale del Pará e una dimostrazione del disprezzo dell’Mst per l’approccio graduale dell’Incra alla riforma agraria. Quando circa 1.500 famiglie senza terra decisero di occupare l’autostrada PA-150 per costringere le autorità al tavolo delle trattative, lo Stato intervenne con la forza. Il governatore Almir Gabriel ordinò alla Polizia militare di sgomberare l’autostrada «a qualunque costo». C’erano poche possibilità che l’operazione si svolgesse pacificamente. I signori terrieri locali avevano fornito alle autorità liste di leader dell’Mst da eliminare e, quando la polizia arrivò, questi avevano già rimosso i distintivi. Il palcoscenico era pronto per un massacro. «Fin dall’inizio – disse un giornalista locale – volevano dare all’Mst una lezione che non avrebbe mai dimenticato». Poco dopo le 16:00 del 17 aprile 1996, 155 poliziotti militari arrivarono al blocco dell’Mst, accerchiando gli attivisti da entrambe le direzioni. Scoppiò immediatamente una scaramuccia. Nonostante la superiorità numerica degli attivisti, non c’era parità di forze. La polizia lanciò gas lacrimogeni sulla folla e sparò in aria con le mitragliatrici; i Sem terra risposero al fuoco con bastoni e pietre. Questo diede il via libera a un vero e proprio massacro. Nel giro di pochi minuti, la polizia aprì il fuoco sulla folla e non si limitò a sparare a distanza. La strage di Carajás fu prolungata. Gli agenti inseguirono i feriti sanguinanti nella boscaglia per finirli. Dei diciannove uomini uccisi durante il massacro (altri due sarebbero poi morti per le ferite riportate), sette furono colpiti alla testa a distanza ravvicinata. Ma alcuni poliziotti non si accontentarono della precisa eliminazione dei contadini tramite armi da fuoco. Si impadronirono degli attrezzi agricoli che trovarono a portata di mano e iniziarono a massacrare letteralmente le loro vittime. Dodici dei cadaveri furono ritrovati mutilati con falci e machete. Le testimonianze dei presenti dipingono una scena di frenetico pandemonio. «Hanno mitragliato un ragazzo di 22 anni che era in piedi accanto a me», ha detto Garoto da Conceição. «L’ho visto cadere. Tutti hanno iniziato a correre. C’era molto sangue. Molti morti. Non potevo credere a quello che stava succedendo». Eppure la polizia ha proceduto metodicamente, isolando i leader noti, che sono stati catturati, torturati e giustiziati. Tra questi c’era l’organizzatore diciottenne Oziel Alves Pereira, che è stato costretto a gridare «Viva l’Mst!» mentre veniva picchiato a morte. «Quando ho visto le foto del suo cadavere, non l’ho riconosciuto – ha detto Eva Gomes da Silva – Sapevano che era un leader e volevano che soffrisse per questo». Tredici dei diciannove uccisi confermati erano leader dell’Mst, a sostegno delle accuse secondo cui gli omicidi erano mirati. La strage non si è conclusa sull’autostrada. La polizia ha giustiziato sommariamente almeno un uomo ferito e la notte successiva ha perlustrato gli ospedali della vicina Curianópolis alla ricerca di altri manifestanti. «La polizia è entrata e ha sparato a morte a un uomo, così, senza pensarci due volte», ha raccontato Gomes da Silva. Ben presto i medici hanno avuto paura di curare i feriti, molti dei quali vivono ancora oggi con i proiettili negli arti. LEGGI ANCHE… EUROPA IL FRAGILE STOP AL TRATTATO MERCOSUR Monica di Sisto «CANAGLIE E VAGABONDI» «Missione compiuta», disse il colonnello Pantoja alle sue truppe una volta cessati gli spari,  «e nessuno ha visto niente». Si sbagliava su entrambi i fronti. Il massacro fu filmato da una troupe televisiva locale e fece rapidamente il giro del mondo. Il presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso interruppe la guerra contro l’Mst per denunciare l’uccisione come «una vergogna per il paese». Portogallo, Francia e Germania espressero formalmente la loro preoccupazione a Brasilia, e persino il Vaticano condannò il massacro. La narrazione prevalente sostiene che la genuina ondata di indignazione seguita al caso Carajás si sia ritorta a vantaggio dell’Mst. Una serie di riforme ha infatti accelerato le espropriazioni terriere e arginato la resistenza in ambito giudiziario. Tuttavia, gli attivisti nel Pará sono meno ottimisti. «Potrebbe aver influenzato il comportamento del governo federale, ma il governo statale qui in Pará non è cambiato – ha raccontato un osservatore – I proprietari terrieri continuano a godere di totale impunità». Ad oggi, giustizia non è stata fatta per i martiri di Carajás. Solo i comandanti di polizia, il colonnello Pantoja e il maggiore José Maria Pereira de Oliveira, sono stati condannati per crimini – e solo nel 2002, a seguito di un processo «pieno di irregolarità». Gli altri 153 poliziotti presenti sono stati completamente assolti. Questo non ha destato scalpore. In Brasile, i Sem terra possono essere uccisi impunemente. Dei 1.833 omicidi legati alla terra registrati dalla Commissione Pastorale per la Terra della Chiesa Cattolica tra il 1985 e il 2024, solo quarantadue pistoleiros sono stati condannati. Per il Movimento Sem terra, quindi, questa non è storia antica. Trent’anni dopo, molti dei sopravvissuti di Carajás rimangono traumatizzati e segnati. Alcuni, dopo aver ottenuto un appezzamento di terra, si sono ritrovati troppo sfigurati per poterlo coltivare. Mentre il paese virava a destra, Carajás veniva sempre più spesso invocato in termini elogiativi. Nel 2018, l’allora candidato alla presidenza Jair Bolsonaro scelse di tenere un discorso elettorale sul luogo del massacro, dichiarando: «Quelli che avrebbero dovuto essere incarcerati erano i membri dell’Mst, canaglie e vagabondi». Quanto alla polizia, loro «hanno reagito solo per non essere uccisi». LEGGI ANCHE… IL MARXISMO E LA QUESTIONE AGRARIA Daniel Finn FRUTTO DEL LATIFONDO Il massacro di Eldorado do Carajás non è stato un episodio isolato. La violenza è frutto del latifondo tanto quanto la soia o la carne bovina. È il corollario del colosso estrattivo che porta le ricchezze dell’Amazzonia sui mercati globali a spese della terra e dei lavoratori che la coltivano. «Una struttura agraria basata sull’estrema concentrazione della terra – come afferma Ayala Ferreira, leader dell’Mst – impone la violenza come meccanismo di [auto] mantenimento». In tutto il Brasile, oltre 350 persone sono state uccise per questioni di terra solo nell’ultimo decennio. A che punto è oggi la lotta del Movimento dei Lavoratori Sem terra? Per certi versi, la violenza efferata della fine degli anni Novanta rifletteva la reale minaccia che il Mst rappresentava per il sistema fondiario brasiliano. La forza del movimento risiedeva in una base di massa di lavoratori emarginati disposti a sopportare gravi privazioni pur di rivendicare la terra. Questa situazione, tuttavia, non sarebbe durata a lungo. L’ironia della sorte è che la lotta del Mst per la riforma agraria è stata invece ostacolata dal suo alleato politico, il Partito dei Lavoratori (Pt), che ha represso la violenza rurale e distribuito la terra più liberamente, ma a costo di consolidare il latifondo come fondamento del sistema agricolo brasiliano.  Con la crescita economica che ha allontanato i lavoratori senza terra dalle campagne, il Mst ha cessato gradualmente le sue occupazioni su larga scala. Oggi  non possiede la base di massa necessaria per affrontare direttamente l’agribusiness e l’industria estrattiva a livello sistemico. Si è invece orientato verso le sue pratiche di agroecologia, sfruttando la propria infrastruttura per alleviare la fame nelle città, la disoccupazione nelle zone rurali e l’analfabetismo. Nel coltivare una nicchia di mercato per i suoi prodotti (il movimento è il più grande produttore di riso biologico in America latina), il Mst ha dato priorità all’autonomia e alla sicurezza dei suoi due milioni di membri rispetto alla conquista di nuovi territori. Obiettivi lodevoli, ma ben lontani dal terrorizzare i latifondisti, come l’organizzazione era riuscita a fare decenni prima. Eppure la liberazione è un cammino lungo e tortuoso: un’elaborata interazione tra consolidamento ed espansione, militanza e cooptazione. Dopo sette anni di governo di estrema destra e le devastazioni della pandemia, la stessa sopravvivenza del movimento è un fatto notevole. L’Mst rimane il più grande movimento sociale in America latina e senza dubbio il collegamento più importante tra il Pt di Luiz Inácio Lula da Silva e i poveri delle zone rurali. Negli ultimi anni ha iniziato a rivitalizzare la propria posizione militante, cercando di galvanizzare la base di massa necessaria per riportare la lotta per la terra al centro dell’attenzione nazionale. Per i suoi membri, i frutti della lotta sono innegabili: la terra è una cosa tangibile. «Certo, non è molto – riflette Raimundo Gouvêa, un leader dell’Mst in Pará – Ma è molto di più di prima, quando non avevamo niente, solo i sogni che a volte ci facevamo, di un pezzo di terra da coltivare. Dico a volte perché quasi mai riuscivamo a sognare». Quei sogni – di terra, di lavoro dignitoso – risuonano ben oltre i confini del Brasile. Sono alla base delle lotte dei Dalit in India, degli occupanti abusivi in Sudafrica e dei contadini emarginati dalla Colombia alle Filippine. Quest’universalità ha spinto la più grande coalizione mondiale di movimenti rurali, La Vía Campesina, a proclamare il 17 aprile Giornata internazionale della lotta contadina. I sogni, di per sé, non possono strappare la terra ai proprietari terrieri. Ma il loro ripetersi è la prova che una lotta così lunga non può essere abbandonata. «Perché se i sogni sono eterni – scrisse il poeta dell’Mst Ademar Bogo – eterna è anche la certezza della vittoria». Oggi questa certezza trova conferma in Brasile. *Tyler Antonio Lynch è un economista politico e dottorando che si occupa di ricerca su terra, lavoro e Stato in America Latina. Questo articolo è uscito su Jacobin Magazine. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Sem Terra in lotta nella memoria del massacro proviene da Jacobin Italia.
April 21, 2026
Jacobin Italia
Shield of the Americas
Pubblichiamo –  in due puntate (la seconda la settimana prossima, NDR) –  questo speciale  di INFO-AIT sul progetto imperialista Usa, targato Trump, diretto verso l’America Latina. Nella prima parte, si approfondirà il progetto “Shield of America” e il nuovo corso interventista degli Stati Uniti. Nella seconda parte ci si concentrerà sulla portata politica della nuova fase apertasi con il rapimento
Una nuova offensiva estrattivista sulla Nostra America
José Seoane Un giorno dopo di aver insediato il proprio Governo, il nuovo presidente di destra cileno José Antonio Kast ha ritirato 48 decreti supremi relativi a questioni ambientali emessi durante la precedente gestione e che erano sotto esame della Controlleria Generale. In opposizione a questa misura, che includeva di fare marcia indietro su sei […]
“Shield of America”: chiudere i conti, o quanto meno provarci
Pubblichiamo la seconda puntata dell’approfondimento sulla nuova politica Usa in Latino America, a cura della redazione. Qui la prima puntata. Buona lettura! (InfoAut) Seconda parte CHIUDERE I CONTI, O QUANTOMENO PROVARCI Oltre alla questione della gestione delle rotte del traffico, l’operazione contro il Mencho rende visibile anche il secondo elemento alla base di “Shield of […]
I popoli e le guerre
DA DECENNI LE COMUNITÀ INDIGENE, NERE E CONTADINE DELL’AMERICA LATINA SI AUTO-ORGANIZZANO DAL BASSO, TRASFORMANDO IL LORO MONDO E LE LORO RELAZIONI SOCIALI SENZA PENSARE DI IMPADRONIRSI DELLO STATO. È DA LORO CHE POSSIAMO IMPARARE MOLTO IN QUESTA LUNGA TORMENTA GLOBALE CHE CI HA TRAVOLTO. L’ILLUSIONE CHE PRENDENDO IN MANO LO STATO SI POSSANO PRODURRE CAMBIAMENTI IN PROFONDITÀ È DIFFICILE DA METTERE IN DISCUSSIONE. EPPURE, DOBBIAMO PRENDERE ATTO, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, CHE «NON ESISTONO E NON POSSONO ESISTERE STATI RIVOLUZIONARI, PERCHÉ SONO APPARATI CREATI PER IL CONTROLLO E L’OPPRESSIONE DELLE POPOLAZIONI, CON LE LORO FORZE ARMATE E DI POLIZIA, IL LORO APPARATO DI GIUSTIZIA E I LORO MECCANISMI DI “EDUCAZIONE” DELLA POPOLAZIONE…» Numerose comunità afrodiscendenti da decenni custodiscono in modo straordinario gli ecosistemi tropicali di diversi angoli dell’America latina: la vita quotidiana e le lotte sono portate avanti senza aver preso alcun potere. Foto di Ronald Gonzáles pubblicata su Desinformemonos -------------------------------------------------------------------------------- Nella tradizione dei movimenti rivoluzionari, si distingueva tra guerre tra Stati e guerre contro classi e popoli oppressi. Questa era la posizione di coloro che si rifiutarono di sostenere lo sforzo bellico richiesto dalla borghesia durante la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) tra le Potenze Centrali (Impero austro-ungarico, tedesco e ottomano) e gli Alleati (Francia, Russia, Italia, Regno Unito, Stati Uniti e altre nazioni occidentali). Lenin e Trotsky rimasero soli con una manciata di internazionalisti (si diceva che potessero stare tutti in due taxi), mentre la maggior parte del movimento socialista, riunita nella Seconda Internazionale, deviò dalla rotta appoggiando i crediti di guerra. Di fronte a questo tradimento – poiché questa corrente aveva assicurato a tutti che non avrebbe mai sostenuto la guerra – il movimento si frammentò e si indebolì considerevolmente. Solo l’attivismo degli operai e dei contadini russi, e in seguito quello di altri paesi, riuscì a raddrizzare la situazione. Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, più di 20 milioni di persone dovettero morire, stipate in trincee infette sotto il comando di ufficiali spietati e crudeli. La ribellione degli operai costretti alla guerra fu fondamentale sia per il trionfo della Rivoluzione russa sia per il vasto movimento che si diffuse in tutto il continente europeo, chiedendo una pace immediata. I bolscevichi furono al centro del rifiuto della guerra, facendosi portavoce del movimento operaio e contadino. Una volta al potere, firmarono il Trattato di Brest-Litovsk, impopolare perché la Russia perse territorio, ma necessario per porre fine al massacro e mantenere le promesse di coloro che si erano presentati al Palazzo d’Inverno con gli slogan “Pace, terra e pane”. Nella seconda guerra mondiale, scoppiata nel 1939, non si seguirono gli stessi schemi, poiché fin dai tempi della Rivoluzione russa la Terza Internazionale promuoveva la “difesa della patria sovietica” contro l’aggressione nazista, o contro qualsiasi nemico esterno o interno. Difendere l’URSS era sinonimo di difendere uno Stato che aveva assassinato milioni di contadini e centinaia di migliaia di operai comunisti. Secondo gli standard odierni, dovremmo definirlo uno Stato genocida. Questo profondo cambiamento ha avuto conseguenze durature per i movimenti rivoluzionari, che perdurano ancora oggi. Una di queste è la difficoltà di distinguere tra popoli e governi o Stati. Difendere il popolo è un principio fondamentale per chiunque si consideri di sinistra, ma oggi queste categorie sono intrappolate in una sorta di confusione che offusca ogni distinzione. Abbiamo sempre difeso il popolo vietnamita, attaccato dall’imperialismo yankee, con lo stesso fervore con cui sosteniamo il popolo cubano o ucraino, attaccati dalle rispettive potenze imperialiste. Da questo momento in poi, la sinistra e il pensiero critico ufficiale hanno affinato le proprie argomentazioni, affermando che gli Stati Uniti non sono uguali alla Russia o alla Cina, sostenendo che questi non sono imperialisti o, quantomeno, non altrettanto ostili quanto gli yankee. Possiamo affermare che le “rivoluzioni trionfanti” hanno smussato gli spigoli più aspri del pensiero critico fino a renderlo irriconoscibile a causa del suo zelo statalista. Ondate di mobilitazione popolare si sono abbattute contro stati e governi progressisti, come dimostrano le impressionanti rivolte in Cile, Ecuador e Colombia dal 2019. L’energia collettiva del popolo viene neutralizzata da governi e partiti che lavorano per rafforzare i propri stati-nazione. Il danno causato dalla svolta sovietica verso la difesa dello stato è così profondo e duraturo che lo spirito ribelle popolare non riesce più a immaginare un orizzonte al di là delle istituzioni che lo opprimono. A questo punto, le rivoluzioni che seguirono la Rivoluzione russa non riuscirono a modificare il loro atteggiamento nei confronti dello Stato e, quando hanno vinto, hanno ripetuto più o meno le stesse argomentazioni dei bolscevichi. Qualcuno potrà obiettare, se non sarà necessario difendere governi e stati che si dicono rivoluzionari. Capisco che si tratta di un dibattito necessario ma quasi marginale nella realtà attuale. La mia opinione è che non esistono e non possono esistere stati rivoluzionari, perché sono apparati creati per il controllo e l’oppressione delle popolazioni, con le loro forze armate e di polizia, il loro apparato di giustizia e i loro meccanismi di “educazione” della popolazione. Essere un rivoluzionario, come già accennava il capitán Marcos, significa essere un professionista nell’impadronirsi del potere statale. “Un rivoluzionario intende fondamentalmente trasformare le cose dall’alto, non dal basso, al contrario del ribelle sociale”. Difficile da accettare. Ma non è forse la logica della ribellione sociale proprio ciò che le comunità indigene, nere e contadine di questo continente hanno praticato, organizzandosi dal basso, trasformando il loro mondo senza pensare di impadronirsi dello stato? Come sempre, non c’è niente come imparare dai popoli, seguendo i loro passi e lasciando che la vita collettiva faccia il suo lavoro trasformando il dolore in speranza. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I popoli e le guerre proviene da Comune-info.
April 4, 2026
Comune-info
“Shield of Americas”: l’Impero annuncia la guerra in America Latina
Pubblichiamo, in due puntate, questo speciale a cura della redazione sul progetto imperialista Usa, targato Trump, diretto verso l’America Latina. Nella prima parte, si approfondirà il progetto “Shield of America” e il nuovo corso interventista portato avanti dagli Stati Uniti. Nella seconda parte ci si concentrerà sulla portata politica della nuova fare apertasi con il […]
Shield of Americas: in America Latina l’imperialismo si prepara alla guerra
Dalla Florida, l’amministrazione di Donald Trump lancia “Shield of the Americas”, una nuova iniziativa politico-militare in America Latina, presentata come alleanza contro narcotraffico e criminalità organizzata. L’obiettivo dichiarato è rafforzare cooperazione militare, controllo delle frontiere e operazioni congiunte tra Stati del continente. Ma dietro la retorica securitaria, emergono altre linee di fondo. La coalizione, composta esclusivamente dai governi centro- e latinoamericani alleati di Washington, si inserisce nello scontro strategico con la Cina, sempre più presente in America Latina sul piano economico e infrastrutturale, e mira a rafforzare l’influenza statunitense nella regione per permettere agli USA di accedere alle risorse strategiche del continente. Nel mirino di Trump vi sono anche le esperienze di governo progressista in diversi paesi latinoamericani, come il governo progressista colombiano di Gustavo Petro, attualmente in campagna elettorale e sempre più spesso accusato da Washington di ambiguità sul piano della sicurezza e delle alleanze internazionali. “Shield of the Americas” rappresenta quindi un ulteriore strumento politico dell’imperialismo per ridefinire gli equilibri latinoamericani a favore dell’egemonia statunitense e contenere i processi autonomi nel continente. Ne abbiamo parlato con un compagno colombiano.
March 25, 2026
Radio Blackout - Info
Territorio e terra
ROMPERE LA GABBIA CHE LE GEOPOLITICA IMPONE AL CONCETTO DI TERRITORIO CONSENTE DI ASCOLTARE IL MONDO DI QUELLI CHE SONO IN BASSO. NEGLI ULTIMI ANNI INFATTI IL TERRITORIO È DIVENTATO IL CENTRO IN CUI SI MATERIALIZZATA L’ECONOMIA GLOBALE, MA AL TEMPO STESSO È DIVENTATO IL FULCRO DELLA RESISTENZA DELLE COMUNITÀ INDIGENE, NERE E CONTADINE. COME DIMOSTRANO SEMPRE PIÙ TERRITORI, A COMINCIARE DAL SUD AMERICA, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, OGGI LA RESISTENZA AL CAPITALISMO È GUIDATA PRIMA DI TUTTO DA QUELLE COMUNITÀ, LE UNICHE IN GRADO DI FERMARE I PROGETTI DELLE GRANDI MULTINAZIONALI E DI PORRE UN FRENO AI PROCESSI DI PRIVATIZZAZIONE DI BENI COMUNI COME TERRA E ACQUA IN MERCI Foto: @Tukuma_pataxo per APIB / Articulação dos Povos Indígenas do Brasil -------------------------------------------------------------------------------- «La terra e i territori non sono semplicemente uno sfondo per la riconfigurazione geopolitica», scrive Oscar Bazoberry, coordinatore dell’Istituto per lo Sviluppo Rurale in Sud America (IPDRS), nell’introduzione al Decimo Rapporto: Accesso alla Terra e al Territorio in Sud America. Aggiunge che la terra e i territori «continuano a essere lo spazio in cui si materializzano cicli politici, strategie estrattive e nuove agende ambientali». Bazoberry sostiene che porre l’accesso alla terra e ai territori al centro dell’analisi e dell’attenzione globale è necessario per comprendere come il potere si stia riorganizzando, sia a livello locale che globale. Il rapporto, pubblicato da dieci anni, copre nove paesi della regione, poiché quest’anno non è stato possibile ottenere contributi dal Venezuela per ovvie ragioni. Secondo l’IPDRS, si tratta di un progetto di «ricerca collaborativa situata» che si avvale di informazioni fornite da movimenti e organizzazioni sociali, media alternativi e alcuni rapporti istituzionali per sistematizzare i dati disponibili, rendendoli utili per i soggetti collettivi che i rapporti intendono mettere in luce. Redatte da accademici strettamente legati ai movimenti, le relazioni annuali offrono approfondimenti sulle principali tendenze della lotta per la terra e il territorio nel subcontinente, avvicinandoci al contempo alle persone che difendono la terra e la vita. Ogni sezione mette in luce un particolare movimento di resistenza, illustrato con fotografie dei suoi leader. È importante sottolineare i cambiamenti avvenuti in appena un decennio, che hanno radicalmente modificato i conflitti. “Per anni, la terra è stata considerata una questione rurale e settoriale, legata all’agricoltura, e marginale in termini di occupazione e residenza”, si legge nell’introduzione. Ora, invece, il territorio è diventato il centro della formazione del valore, “dove si è materializzata l’economia globale”, nonché il fulcro della resistenza delle comunità. In breve, la terra è centrale come risorsa globale, come accesso alle fonti energetiche, all’estrazione mineraria e forestale, e come fonte di speculazione finanziaria attraverso i crediti di carbonio, tra le altre cose. Uno dei cambiamenti più significativi riguarda le modalità di accumulazione del capitale. Le catene del valore globali esercitano ora un’influenza molto maggiore sulla proprietà terriera da parte delle vecchie oligarchie latifondiste, con tutte le implicazioni che ciò comporta per le lotte sociali. Mentre il capitalismo impatta sui territori dei popoli indigeni, cercando di espropriarli per privatizzare i beni comuni trasformandoli in semplici merci, emergono nuove forme di resistenza e nuovi soggetti collettivi: le comunità indigene, nere e contadine. In relazione a ciò, si sta verificando una trasformazione di lunga durata: la lotta per la riforma agraria, intesa come distribuzione individuale della terra, è stata soppiantata dall’emergere dei territori indigeni. I movimenti di resistenza realmente esistenti si basano sull’attaccamento ai propri spazi e sull’impregnazione di spiritualità, che ha trasformato la terra in un territorio integrale, abitato da comunità forgiate all’interno di questi processi. Il mutamento del panorama degli attori storici nella lotta anticapitalista ha modificato l’intero contesto istituzionale e politico. L’importanza di questi popoli (indigeni, neri e contadini, che in Brasile vengono definiti “popoli della campagna, delle acque e delle foreste”) implica non solo un cambiamento negli attori coinvolti, ma anche una trasformazione fondamentale nelle modalità di conduzione della politica, che d’ora in poi appare incentrata sull’autogoverno e sull’autonomia territoriale. Osserviamo come la resistenza al capitalismo sia guidata dalle autonomie indigene, nere e contadine in tutto il continente, sebbene alcuni “analisti” ritengano che i lavoratori industriali rimangano la classe che resiste al sistema. In Brasile, i popoli indigeni rappresentano meno dell’1% della popolazione totale, ma sono gli unici in grado di fermare i progetti delle grandi multinazionali, come dimostra la recente vittoria di 14 comunità amazzoniche contro i piani di Cargill (L’importanza di riconoscere le vittorie dei popoli). Questa resistenza si sta riaccendendo oggi grazie alle donne indigene del fiume Xingu, che chiedono la revoca della licenza ambientale della compagnia mineraria canadese Belo Sun. Da tre settimane occupano la sede dell’Istituto Indigeno e hanno bloccato l’autostrada per l’aeroporto di Altamira. I movimenti di resistenza si stanno diffondendo in tutto il continente e ogni giorno veniamo a conoscenza di nuove esperienze. Ho chiesto a Silvia Adoue, che accompagna alcune di queste lotte, perché siano proprio gli indigeni a resistere maggiormente. Dopo averci pensato, ha risposto: “Sono più preparati degli abitanti delle città ad affrontare la guerra del capitale, perché non ne sono mai stati al di fuori. E sono meno contaminati dal capitalismo”. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada con il titolo Tierra y territorios en Sudamérica -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Territorio e terra proviene da Comune-info.
March 21, 2026
Comune-info
Ramón Labañino: «A Cuba comandiamo noi cubani»
Le azioni intraprese negli ultimi mesi dal presidente statunitense Donald Trump contro Cuba possono essere definite come parte di una strategia di “strangolamento totale”, che va ben oltre lo storico embargo dell’isola per trasformarsi in un assedio energetico senza precedenti. Così facendo, Washington confessa di star sperando di ottenere una possibile resa del governo dell’Avana tramite un assedio umanitario che sconvolga la vita quotidiana della popolazione. Mentre Trump afferma che l’isola «sta per cadere», la risposta in chiave rivoluzionaria è la resistenza e la riaffermazione della sovranità, denunciando le pressioni della Casa Bianca come flagranti violazioni del diritto internazionale, che però non fanno altro che rafforzare il sentimento di unità nazionale di fronte alle interferenze esterne. Ramón Labañino è conosciuto in tutto il mondo come uno dei “Cinque Eroi” cubani arrestati negli Stati Uniti nel 1998, mentre svolgevano operazioni di intelligence contro organizzazioni terroristiche con base a Miami che operavano contro Cuba, condannato insieme ai suoi colleghi René González Sehwerert, Antonio Guerrero Rodríguez, Gerardo Hernández Nordelo e Fernando González Llort in un processo costellato di irregolarità. Durante gli anni di prigionia nelle carceri statunitensi sono diventati un simbolo della lotta antimperialista e le campagne per la loro liberazione si sono moltiplicate.  Ramón è stato uno degli ultimi a riacquistare la libertà nel dicembre 2014 [insieme a Hernández e Guerrero – ndt], nell’ambito degli storici accordi tra il presidente cubano Raúl Castro e il presidente statunitense Barack Obama. Laureato in Economia all’Università dell’Avana, è vicepresidente dell’Associazione Nazionale degli Economisti e dei Contabili (ANEC) di Cuba. In questa intervista esclusiva con Diario Red América Latina, analizza le conseguenze dell’inasprimento del bloqueo, il contesto internazionale e la sua possibile conclusione. Pur credendo che il Paese stia affrontando «la peggiore crisi economica degli ultimi decenni», dichiara che è convinto che riusciranno a superare la situazione: «La storia è dalla nostra parte». L’embargo statunitense è in vigore da 64 anni, ma le ultime misure messe in campo da Donald Trump hanno inasprito le restrizioni nei confronti di Cuba, soprattutto per quanto riguarda l’accesso a carburante ed energia. Che impatto ha avuto tutto questo sulla vita quotidiana del popolo cubano nelle ultime settimane? L’impatto è stato profondo e crudele. Questa politica è strutturata proprio per provocare la massima sofferenza possibile, affinché il nostro popolo insorga contro il governo per distruggere la rivoluzione. Le recenti misure annunciate dall’amministrazione Trump, tra le quali la minaccia dell’imposizione di dazi nei confronti dei Paesi che riforniscono di petrolio l’isola, hanno portato a un blocco energetico che ha colpito tutti gli aspetti della nostra società. Questa grave carenza di carburante ha costretto il nostro governo ad adottare misure estreme di razionamento per proteggere i servizi essenziali. Nelle ultime settimane, ad esempio, si sono verificati blackout che hanno colpito simultaneamente più della metà del Paese, con un deficit di produzione di energia superiore ai 1.700 MW. Il trasporto pubblico ha subìto forti limitazioni, con riduzioni di oltre il 90% in alcuni servizi interregionali, la vendita di carburante è stata limitata a 20 litri per utente e deve essere pagata in valuta estera, con un impatto diretto sui bilanci familiari. L’economia cubana è in una fase di recessione critica, con una contrazione del prodotto interno lordo di oltre il 4% nel 2025 e con la produzione industriale ai minimi storici degli ultimi 40 anni. Questo perché l’embargo è andato intensificandosi nel tempo, fin dall’inizio dell’amministrazione Trump. In questo contesto, cosa accadrebbe se il governo statunitense raggiungesse il suo obiettivo di lasciare Cuba senza petrolio? Il fabbisogno di Cuba per il funzionamento ordinario è di circa 110.000 barili di petrolio al giorno ma a livello nazionale ne produciamo solo 40.000. Il Venezuela ci forniva tra i 27.000 e i 30.000 barili al giorno, ma questa fornitura si è completamente interrotta dopo il rapimento del presidente Nicolás Maduro e il controllo sulle esportazioni venezuelane esercitato dagli Stati Uniti. Il Messico, dal canto suo, ci ha fornito una media di 17.000 barili al giorno per i primi nove mesi del 2025. Tutto questo sta provocando senza ombra di dubbio una crisi energetica interna. In molte zone, a causa del collasso del sistema, le interruzioni di corrente superano le 20 ore al giorno. Altro fattore rilevante è l’impennata dei prezzi dovuta alla scarsità di beni. L’inflazione su base annua ha raggiunto il 14,75% nel giugno 2025 e mancano medicinali e generi alimentari di base per il nostro popolo. Assistiamo a un crollo e ad un declino di settori chiave come il turismo, fonte vitale di valuta estera ma che ha registrato i peggiori risultati degli ultimi 20 anni (esclusa la pandemia), e l’agricoltura, anch’essa al suo punto più basso. A questo si aggiunge l’isolamento finanziario causato dall’inasprimento dell’embargo, che limita l’accesso ai finanziamenti esterni e ai mercati internazionali impedendo a Cuba di pagare le importazioni o di rilanciare la propria economia. Un blocco totale delle forniture di petrolio provocherebbe un collasso economico generalizzato. Uno studio stima un calo del 27% del prodotto interno lordo, con un aumento del 60% dei prezzi dei prodotti alimentari e del 75% dei costi di trasporto. Sarebbe una grave crisi umanitaria, che potrebbe innescare un’ondata migratoria e la completa paralisi dei servizi essenziali. In sintesi, Cuba sta affrontando la peggiore crisi economica degli ultimi decenni, aggravata dall’interruzione delle forniture di petrolio venezuelano e dalle pressioni statunitensi su altri fornitori come il Messico. Un’interruzione totale delle forniture porterebbe a un collasso socioeconomico e umanitario. Quali misure immediate vengono adottate per affrontare questo nuovo scenario? La nostra risposta è stata che il governo rivoluzionario ha attivato il piano di emergenza, aggiornando i concetti dell’opzione zero [gestione economica del paese in assenza totale di carburante e rifornimenti esterni – ndt] acquisita durante il periodo especial [1991-2000, periodo di austerità a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica – ndt] in modo da poter garantire la sopravvivenza della Nazione. Le misure si concentrano sulla protezione dei servizi essenziali e sull’ottimizzazione di ogni singola goccia di carburante disponibile. La priorità è stata data alla produzione di energia elettrica, all’approvvigionamento idrico, alla produzione alimentare, all’assistenza sanitaria e, naturalmente, alla difesa nazionale. Per quanto riguarda il lavoro e l’istruzione, gli orari sono stati resi più flessibili promuovendo il telelavoro nella pubblica amministrazione e adeguando gli orari delle lezioni per ridurre al minimo il consumo energetico. Nel settore turistico, una delle principali fonti di valuta estera per la nostra economia, si è proceduto con l’accorpamento delle strutture alberghiere, concentrando i turisti in aree selezionate per garantire la massima qualità del servizio, nonostante le cancellazioni forzate dei voli dovute alla scarsità di carburante. Al contempo, si stanno semplificando le procedure in modo che tutti gli operatori economici privati, se ne hanno la possibilità, possano importare carburante direttamente, dimostrando la flessibilità e l’ingegnosità del nostro modello per superare le aggressioni esterne. Ora più che mai, cerchiamo soluzioni che emergano dall’intelligenza cubana, dalla nostra capacità di ricostruire, reinventarci e andare avanti. Nessuna di queste opzioni, ovviamente, prevede la resa all’imperialismo.   È lecito fare autocritica per non essere riusciti a migliorare prima la capacità energetica di Cuba riducendo la dipendenza dall’estero? Sarebbe stato possibile farlo? Credo che siamo stati rigorosi nella nostra autocritica. I problemi e gli errori sono stati riconosciuti. Lo stesso governo cubano e la sua leadership sono stati storicamente i primi a condurre un’analisi critica della nostra realtà economica. Si dovrebbero leggere, ad esempio, le parole del nostro Primo Ministro Manuel Marrero all’Assemblea Nazionale del Potere Popolare [in occasione della Sesta sessione ordinaria della X Legislatura il 18 dicembre 2025 – ndt], con le quali ha spiegato in dettaglio e profondità tutte le contraddizioni, i problemi e gli errori commessi. È vero che permangono vulnerabilità strutturali nel sistema elettroenergetico, con un parco centrali termoelettriche senza manutenzione adeguata, efficiente e tempestiva. Situazione ovviamente aggravata ulteriormente dalla mancanza di valuta estera. Tuttavia, ed è importante sottolinearlo, qualsiasi autocritica deve essere inquadrata nel contesto dell’embargo più lungo e brutale della storia. Una guerra economica totale che ci ha sistematicamente negato l’accesso a tecnologie, rifornimenti, finanziamenti e la possibilità di integrarci pienamente nel mercato internazionale. Dalla rivoluzione energetica guidata dal nostro comandante Fidel Castro, sono stati compiuti passi da gigante per portare l’elettricità in ogni angolo del Paese. Ma l’asfissia finanziaria esacerbata da amministrazioni come quella di Trump ne ha impedito la necessaria modernizzazione. La Banca Mondiale indica che per la manutenzione delle infrastrutture sono necessari investimenti pari a circa il 25% del prodotto interno lordo, impossibile sotto un embargo che ci priva di oltre 7,5 miliardi di dollari ogni anno. Nonostante tutte queste difficoltà, Cuba non ha abbandonato l’obiettivo di raggiungere il 100% di produzione di energia da fonti rinnovabili entro il 2050. Con l’installazione di parchi fotovoltaici come priorità, dimostra che, nonostante le avversità, la pianificazione e la visione del futuro sono princìpi cardine della rivoluzione. Nonostante ogni anno la stragrande maggioranza dei paesi condanni l’embargo all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, pochi sembrano disposti a sfidare il blocco statunitense. Ad esempio il Messico, che storicamente ha sempre sostenuto Cuba, ha interrotto le forniture di petrolio sotto le pressioni da parte di Washington. A eccezione della Russia, gli altri paesi si limitano soltanto all’invio di “aiuti umanitari” ma non di carburante, principale e più urgente necessità dell’isola in questo momento. Qual è la sua analisi di questa situazione internazionale? Il contesto internazionale in cui ci troviamo riflette la politica di intimidazione, l’imposizione di dazi e ogni sorta di sanzione esercitata dall’imperialismo statunitense. La recente votazione delle Nazioni Unite [30 ottobre 2025 – ndt], nella quale 165 paesi hanno richiesto la fine del blocco, dimostra la schiacciante opposizione globale a questa politica genocida. Tuttavia, Washington impone il proprio potere extraterritoriale minacciando qualsiasi nazione o azienda che osi commerciare con Cuba, in flagrante violazione del diritto internazionale. Il caso del Messico ne è un esempio lampante: applaudiamo il coraggio della sua presidente, Claudia Sheinbaum, nel definire ingiuste le misure e nell’inviare aiuti umanitari con tonnellate di cibo, ma la pressione degli Stati Uniti è riuscita in ogni caso a bloccare le spedizioni di petrolio greggio a partire da dicembre 2025. Non si tratta di mancanza di solidarietà, bensì della manifestazione di una politica del bastone, la nuova Dottrina Monroe nella sua forma più estrema, che la Casa Bianca usa contro i propri vicini per piegarli ai propri interessi. Per quanto riguarda la Russia, la sua solidarietà politica è evidente. Le complessità logistiche e l’attuale contesto internazionale rendono il cammino da percorrere non facile, ma nonostante tutto la maggior parte della comunità internazionale è al fianco di Cuba, e questa forza morale e politica è un’arma fondamentale nella nostra lotta. Cuba è membro associato dei BRICS. Cosa sta facendo questa organizzazione di paesi per aiutare l’isola? L’ingresso di Cuba come membro associato dei BRICS a partire da gennaio 2025 rappresenta senza dubbio un passo di enorme importanza strategica e un riconoscimento del prestigio della nostra nazione nel Sud del Mondo. Apre uno spazio privilegiato di cooperazione e scambio con alcune delle economie più dinamiche del pianeta, che rappresentano una parte sostanziale del prodotto interno lordo mondiale e condividono la visione di un ordine internazionale più equo, multipolare, solidale ed equilibrato. Anche se i meccanismi di aiuto e cooperazione sono ancora in fase di sviluppo, il far parte dei BRICS ci fornisce un’occasione preziosa per superare l’embargo. Ci permette di esplorare nuove fonti di finanziamento, accedere alle tecnologie e stabilire alleanze commerciali in comparti strategici come l’energia, le biotecnologie e l’agricoltura, tutto al di fuori del controllo egemonico degli Stati Uniti. Si tratta di una piattaforma che rafforza la nostra capacità di resistere e di progredire nella costruzione di un futuro prospero, diversificando le nostre relazioni internazionali e riducendo la nostra vulnerabilità all’aggressione imperialista. Queste nuove misure di embargo limitano ulteriormente l’ingresso e l’uscita di persone e merci dall’isola, creando una situazione di maggiore isolamento per il territorio, simile a quella messa in atto da Israele nella Striscia di Gaza con l’intento di generare disperazione tra la popolazione. Sei d’accordo con questa valutazione? Sono paragonabili? Siamo pienamente d’accordo sul fatto che le misure annunciate da Trump abbiano come obiettivo finale un genocidio, ovvero sottoporre il popolo cubano a condizioni di vita così dure e difficili da generare disperazione e portare ad abbandonare il progetto rivoluzionario. Asdrúval de la Vega, funzionario del Ministero degli Esteri cubano, l’ha descritta come una guerra economica condotta con precisione chirurgica e la situazione è proprio questa: ci stanno attaccando dove possono infliggere più danni possibili con l’obiettivo di peggiorare il tenore di vita della popolazione. La persecuzione finanziaria, il divieto per le banche straniere di venderci carburante e l’interruzione dei viaggi sono senza ombra di dubbio tattiche di soffocamento e isolamento. Tuttavia, ogni conflitto ha le sue peculiarità e non spetta a noi tracciare analogie storiche. Affermiamo, però, che il blocco imposto dagli Stati Uniti a Cuba rientra nella definizione di atto di guerra illegale. Un atto di guerra crudele, spietato, non abituale e straordinario. Un assedio che mira all’immobilizzazione totale del Paese. Lo scopo è lo stesso di qualsiasi blocco criminale: isolare e soggiogare un popolo con la forza, impedendogli di esercitare il proprio diritto sovrano all’autodeterminazione. La comunità internazionale, compresi i relatori delle Nazioni Unite, ha denunciato che queste misure coercitive unilaterali violano i diritti umani dell’intera popolazione cubana, in particolare i più vulnerabili. Cuba è sopravvissuta al Periodo Speciale in condizioni estremamente difficili; tuttavia, sono trascorsi 30 anni e sia l’isola che il mondo sono cambiati. Le nuove generazioni sono cresciute in un contesto diverso e hanno aspettative diverse. Inoltre, Trump ha dichiarato esplicitamente di volere che la rivoluzione cada «entro la fine dell’anno». Pensi che il popolo cubano sarà in grado di superare questa nuova offensiva imperialista? Perché? Non solo sopravviveremo ma sconfiggeremo questa nuova offensiva, così come abbiamo fatto negli ultimi sessant’anni. La storia è dalla nostra parte. La generazione storica ci ha insegnato a resistere nelle condizioni più avverse e le nuove generazioni di cubani, pur essendo cresciute in un contesto diverso, hanno dimostrato la propria lealtà alla patria e il proprio impegno antimperialista di fronte a ogni sfida, dalla pandemia all’inasprimento dell’embargo. La coscienza dei nostri giovani, formata nelle aule e attraverso la pratica quotidiana, è la migliore garanzia della continuità della rivoluzione. Bisogna sottolineare che la nostra rivoluzione è nata in patria: nessuno ce l’ha imposta da fuori. È una rivoluzione forgiata nel fuoco e nel sangue contro l’imperialismo statunitense e sentiamo molto profondamente l’eredità di essere liberi, indipendenti e sovrani. A Cuba, comandano i cubani. I nostri 32 eroi che hanno combattuto contro l’imperialismo nell’aggressione al Venezuela ci impongono di riaffermare la nostra lealtà all’enorme sacrificio che hanno compiuto per il nostro popolo. > Ogni volta che Cuba viene attaccata o si tenta di intimidirla, l’unico > risultato che si ottiene è un rafforzamento dell’unità nazionale. Cresce > l’antimperialismo, così come l’idea di indipendenza e sovranità che non > possono essere violate da nessun Paese, per quanto potente sia. Le dichiarazioni di Donald Trump rivelano la disperazione di un impero che non riesce a sottomettere un popolo che difende la propria dignità. I loro calcoli sono errati perché non conoscono veramente Cuba e non comprendono l’essenza della rivoluzione cubana. Cuba non è un regime; è un atto d’amore, di giustizia sociale e di sovranità che pulsa nei cuori di milioni di persone. Come ha sottolineato il Ministro degli Esteri Bruno Rodríguez, il loro obiettivo è spezzare la volontà politica del popolo cubano, ma non conoscono il vero carattere di questa nazione. Di fronte all’arroganza imperialista risponderemo con maggiore unità, maggiore creatività, maggiore resistenza e maggiore resilienza. Supereremo questa prova con ottimismo, fiduciosi che la vittoria finale sarà nostra perché stiamo difendendo l’indipendenza conquistata con sangue, fuoco e sacrificio. Traduzione in italiano a cura di Michele Fazioli per DinamoPress Articolo pubblicato originariamente sul sito di Diario Red che ringraziamo per la gentile concessione La copertina è di Ministerio del Interior de Cuba (Wikimedia) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Ramón Labañino: «A Cuba comandiamo noi cubani» proviene da DINAMOpress.
March 17, 2026
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Vittoria della sinistra alle parlamentari in Colombia: ora le sfide verso le presidenziali
Domenica 8 marzo, in Colombia si è votato per le elezioni parlamentari, eleggendo deputati e senatori nelle due camere che compongono il Congresso della Repubblica. Il voto per il Congresso, secondo la Costituzione del 1991 – nata dagli accordi di pace con una parte delle formazioni guerrigliere reintegrate nell’arco parlamentare – precede di alcuni mesi l’elezione presidenziale. Si tratta di un combinato disposto di parlamentarismo e presidenzialismo che rende l’attuale Repubblica colombiana una struttura istituzionale peculiare, esposta a processi spesso contraddittori. I risultati della tornata elettorale confermano quanto anticipato nei sondaggi delle ultime settimane: il Pacto Histórico – coalizione delle sinistre colombiane, attualmente al governo con Gustavo Petro Urrego come presidente – si afferma come prima forza politica, con circa quattro milioni e mezzo di voti (22-23%). Il nome di questa formazione non è casuale: “storica” è la fase politica per il paese, così come lo è l’accordo tra diverse anime, orientamenti ideologici e ipotesi strategiche della sinistra colombiana. Vi confluiscono forze molto differenti, che vanno dal Polo Democrático Alternativo, coalizione di correnti di sinistra, alla Colombia Humana, il partito del presidente Petro, alla corrente Progresistas, fino all’Unión Patriótica – già vittima di un genocidio politico da parte dello Stato e dei paramilitari negli anni Ottanta, formazione di sinistra in cui confluiscono anche ex-guerriglieri delle FARC reintegrati nella vita politica nel 1991. – al Partito Comunista, passando per i socialisti bolivariani ed exmilitanti dell’M-19, il movimento di guerriglia urbana alla quale apparteneva l’attuale presidente Petro. Foto di Sebastián Bolaños Pérez PACTO HISTÓRICO PRIMO PARTITO Il Pacto Histórico si conferma prima forza nella capitale e in diversi altri territori, particolare in alcune regioni chiave sia per l’intensità del conflitto armato interno sia per il livello delle disuguaglianze: zone come Bogotá, appunto, la capitale del paese, ma anche il centro-sud del paese – Valle del Cauca, Cauca, Putumayo, Nariño – e la regione dell’Atlantico, tra le più povere della Colombia, affacciata sull’omonima costa caraibica e storicamente amministrata dalle clientele para-mafiose del cosiddetto “clan Char”. Subito dietro il Pacto, ma con una differenza di oltre sette punti percentuali e quasi un milione e mezzo di voti, si colloca il Centro Democrático dell’ex-presidente Álvaro Uribe Vélez (già condannato in primo grado a 12 anni per tentativo di corruzione di testimoni in un processo relativo ai legami tra l’ex-Presidente e il paramilitarismo, responsabile di omicidi e sparizioni forzate), vale a dire la principale forza dell’estrema destra colombiana, nota per i suoi legami tanto profondi quanto opachi con il paramilitarismo e settori del narcotraffico. Seguono il Partito Liberale, forza di centro aperta – a determinate condizioni – all’interlocuzione con la sinistra; diversi altri partiti di centro e di destra (dai Verdi al Partito de la U fino al partito Conservatore) e infine la “nuova” estrema destra di Abelardo De la Espriella, dato come principale candidato di destra dai sondaggi, avvocato di alcune figure chiave delle Autodefensas Unidas de Colombia, il principale gruppo paramilitare del Paese negli anni Novanta e Duemila. Si è trattato di elezioni ad alta tensione, con osservatori internazionali dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite dispiegati in numerosi territori. Nelle settimane che hanno preceduto il voto, Petro ha denunciato un attentato – fallito – all’elicottero presidenziale nei territori alluvionati di Córdoba, mentre l’Ejercito di Liberación Nacional (ELN),la guerriglia di matrice maoista presente in alcuni territori del paese, denunciava bombardamenti sulle proprie posizioni alla frontiera con il Venezuela. Il ritrovamento dei resti di Camilo Torres Restrepo – il prete rivoluzionario, fondatore della prima facoltà di sociologia in Colombia e poi guerrigliero, morto in combattimento il 15 febbraio di sessant’anni fa – poi trasportati alla cappella dell’Universidad Nacional di Bogotá, ha peraltro riacceso il dibattito pubblico sulle cause storiche della guerriglia comunista e sull’uso politico della memoria. Nonostante gli sforzi compiuti sia dal “governo della vita”, guidato dal Pacto, per garantire condizioni pacifiche, sicure e trasparenti nello svolgimento del voto, sia dalle migliaia di testimoni elettorali auto-organizzati per contrastare brogli e compravendita di voti, si segnalano centinaia di episodi oscuri. In particolare, nelle città di Medellín – storico feudo politico di Uribe –, Barranquilla e Cartagena, testimoni elettorali e osservatori internazionali denunciano che il numero di schede conteggiate ha superato quello degli aventi diritto al voto. Questi episodi gettano luce sui meccanismi di corruzione, ricatto e manipolazione attraverso cui le classi dominanti colombiane hanno storicamente mantenuto il potere in ampie aree del paese. Nei giorni successivi al primo scrutinio i voti del Pacto Histórico sono infatti aumentati (al momento, due seggi in più al Senato sono stati ottenuti con il riconteggio dei voti), in seguito alla denuncia delle irregolarità registrate e al riconteggio sotto il controllo delle autorità elettorali. A dieci anni dagli accordi di pace con le FARC, per la prima volta resta fuori dal Parlamento il partito Comunes, la formazione che riuniva molti dei guerriglieri marxisti che firmarono quegli stessi accordi, e Fuerza Ciudadana. In base agli impegni stabiliti nel processo di pace, per due mandati consecutivi il partito Comunes avrebbe beneficiato di una rappresentanza garantita – cinque seggi alla Camera e cinque al Senato. Con i risultati di queste elezioni, tuttavia, Comunes non raggiunge la soglia di sbarramento per ottenere rappresentanti propri. Si apre dunque un punto interrogativo sul futuro degli ex-combattenti delle FARC, protagonisti del processo di pace, oggi vittime di migliaia di esecuzioni sommarie nei territori più omplessi del paese, come il Norte de Santander, alla frontiera con il Venezuela, il Chocó, Antioquia e il Cauca. Foto di Alioscia Castronovo IVÁN CEPEDA CANDIDATO PER LE PRESIDENZIALI Nel complesso, i risultati della tornata elettorale consegnano un quadro politico positivo per le forze progressiste, ma articolato e punteggiato di ostacoli. Il Pacto Histórico non ottiene una maggioranza assoluta – controlla oggi circa un terzo degli scranni – ma consolida una posizione di forza tanto alla Camera quanto, soprattutto, al Senato, dove le logiche clientelari locali hanno un peso minore. Si tratta di un risultato significativo che conferma la centralità delle forze di trasformazione nello scenario politico colombiano e il grande appoggio popolare al proceso de cambio promosso dal primo governo di sinistra nella storia del paese, pur in un contesto istituzionale segnato da forti resistenze alle riforme, da una persistente frammentazione parlamentare e dall’uso della recrudescenza del conflitto armato come forma di governo in molti territori. All’interno di questo scenario si rafforza la figura di Iván Cepeda Castro, candidato presidenziale del Pacto Histórico in vista delle elezioni del prossimo 31 maggio. Cepeda si colloca in naturale continuità con Gustavo Petro, ma rappresenta al tempo stesso una specificità rispetto alla figura dell’attuale presidente. Proveniente dalla tradizione marxista colombiana – laureato in filosofia negli anni Ottanta nella Repubblica Popolare di Bulgaria –, Cepeda è figlio di due dirigenti dell’Unión Patriótica – il padre fu assassinato dai paramilitari nel 1994 – la formazione politica emersa dalle negoziazioni di pace con le FARC dei primi anni Novanta, sterminata nel corso del genocidio politico operato da esercito e paramilitari. Nel corso della sua attività politica e parlamentare Cepeda si è distinto soprattutto per il lavoro di accompagnamento delle vittime della violenza statale e paramilitare. Ha svolto un ruolo centrale nel sostegno alle famiglie delle vittime dei cosiddetti falsos positivos, le migliaia di civili assassinati dall’esercito colombiano negli anni Duemila e presentati come guerriglieri uccisi in combattimento per gonfiare le statistiche militari durante la presidenza di Uribe. Cepeda ha contribuito a portare alla luce una delle più gravi violazioni dei diritti umani nella storia recente della Colombia, sostenendo il lavoro delle organizzazioni per i diritti umani e delle associazioni dei familiari delle vittime ed è parte in causa nell’accusa contro l’ex-Presidente Uribe che ha portato alla condanna in primo grado (poi assolto al secondo grado, in attesa del verdetto della Corte Suprema). Non sorprende dunque che la sua candidatura sia oggetto di una forte pressione da parte dei settori conservatori dello Stato. Nelle settimane successive alle elezioni parlamentari, il Consejo Nacional Electoral, con argomenti pretestuosi, ha impedito a Cepeda di presentarsi alle primarie del Frente Amplio (la coalizione di centro-sinistra). L’iniziativa è stata denunciata dai settori progressisti come un tentativo di delegittimazione politica e giudiziaria – una forma di lawfare . Non è un caso che Cepeda abbia scelto come candidata alla vicepresidenza Aida Quilcué, dirigente indigena del Consejo Regional Indígena del Cauca (CRIC), proveniente da una delle regioni più segnate dal conflitto armato e dalle disuguaglianze sociali e razziali. A inizio febbraio Quilcué è stata brevemente sequestrata da un gruppo armato locale nelle montagne caucane, per poi essere liberata grazie alla pressione popolare e all’intervento della Guardia Indígena, che gioca il duplice ruolo di attore di pace e strumento di autodifesa delle comunità ancestrali della regione. La nomina di Quilqué non costituisce soltanto una scelta di rappresentanza simbolica nel variegato mosaico culturale colombiano, in un’ottica di politica delle identità. L’esperienza di resistenza e autorganizzazione indigena del CRIC è infatti segnata dalla sperimentazione di forme di riproduzione sociale non capitalistica. La formula vicepresidenziale di Cepeda segnala la volontà di rafforzare il radicamento del Pacto Histórico tra movimenti contadini e popoli indigeni e afrodiscendenti. Riflette così l’ambizione di ampliare la base sociale del governo Petro ma, soprattutto, di radicalizzarne il progetto di trasformazione, ponendo al centro del dibattito il modello di sviluppo e il paradigma di società. Ma rappresenta anche un’alternativa radicale a un conflitto storico tra popoli colonizzati e terratenenti oligarchi, che proprio nel Cauca ha avuto storicamente il suo epicentro: non a caso, la candidata del partito di estrema destra dell’uribismo, il Centro Democratico, è Paloma Valencia, ricca e bianca discendente dell’oligarchia terriera e latifondista del Cauca, che pochi anni fa aveva proposto la divisione della regione segregando i popoli indigeni originari. Foto di Alioscia Castronovo LE RIFORME E GLI ORIZZONTI DI TRASFORMAZIONE SOCIALE Con i risultati del 9 marzo, Cepeda si conferma il candidato forte – se non il favorito – per le elezioni presidenziali del 31 maggio. A partire da ora si apre tuttavia una nuova fase della campagna elettorale, segnata da logiche profondamente diverse rispetto alla competizione parlamentare e attraversata da ostacoli politici, istituzionali e sociali tutt’altro che trascurabili. L’attuale dibattito pubblico colombiano è dominato dai grandi cantieri di riforma aperti dal governo di Gustavo Petro. Tra questi la riforma del lavoro e l’aumento del salario minimo vitale del 23% (bloccato dalla Corte Suprema, controllata dalla destra, poi reso effettivo da un secondo decreto presidenziale), ma anche la riforma dell’istruzione, orientata a ridurre il sostegno pubblico alle università e alle scuole private e ad ampliare invece le possibilità di accesso universale all’istruzione gratuita. Un altro terreno decisivo è quello della transizione ecologica, un punto che caratterizza l’esperienza progressista colombiana rispetto ad altre esperienze latino-americane – come quella chavista in Venezuela o quella di Evo Morales e Álvaro García Linera in Bolivia – fondate invece su modelli fortemente estrattivisti. A questi si aggiungono altri cantieri di trasformazione altrettanto cruciali: la riforma agraria, con la redistribuzione delle terre alle popolazioni contadine e alle comunità ancestrali, e il processo di negoziazione con i diversi gruppi armati per raggiungere quella che il governo definisce la paz total (pace totale). Foto di Alioscia Castronovo Si tratta di terreni di trasformazione sui quali la partita è aperta. Da un lato, i risultati delle elezioni confermano che una parte consistente della società colombiana continua a sostenere il processo di cambiamento avviato negli ultimi anni, a partire dal ciclo di mobilitazioni del paro nacional (sciopero nazionale) e dell’estallido social (sollevazione sociale) del 2019-2021 e dall’arrivo al potere di Petro. Dall’altro lato, le riforme vengono costantemente ostacolate e svuotate dai grandi poteri economici e politici del paese, profondamente radicati negli apparati giudiziari dello Stato colombiano, vincolati alle imprese e ai gabinetti diplomatici nordamericani, nonché, in molti territori, legati all’opacità strategica del capitalismo mafioso. Lo scontro si dispiega allora su più livelli: istituzionale – a colpi di sentenze, ricorsi e blocchi parlamentari – ma anche sociale e, in alcune regioni del paese, ancora armato. L’estrema destra continua a essere non solo presente, ma minacciosa, pronta ad accelerazioni violente al primo segnale di Washington. Nonostante queste tensioni, ciò che si percepisce nella società colombiana è una trasformazione più profonda del senso comune. L’idea che sia in corso un proceso constituyente – con l’attivazione di un vero e proprio “potere costituente” della moltitudine a sostegno delle riforme, per usare le parole dello stesso Petro, lettore di Toni Negri – sembra entrare nel linguaggio quotidiano delle università, delle piazze e dei luoghi di lavoro. In questo contesto si fa strada, almeno in alcuni settori della società colombiana, la percezione che il Paese, dopo decenni di conflitto armato interno, si apra al mondo e risulti paradigmatico per alcune delle grandi sfide globali contemporanee: quelle legate alla pace, alla lotta ai “regimi di guerra” come nuove forme di governo capitalistico, alla giustizia sociale e alla transizione ecologica. In altre parole, si diffonde l’idea che – in caso di successo alle elezioni presidenziali, dove la vittoria è tutto meno che scontata – la Colombia possa diventare un laboratorio politico di primo piano per la trasformazione sociale a livello continentale, e oltre. Foto di Sebastián Bolaños Pérez TRA REALISMO E COMBATTIVITÀ: LA COLOMBIA NELLO SCENARIO CONTINENTALE La Colombia appare dunque, almeno per il momento, in controtendenza rispetto all’offensiva dell’estrema destra in America Latina: un continente posto dall’amministrazione statunitense al centro della propria strategia imperiale con il “correttivo Trump” alla Dottrina Monroe, reso noto nel documento di sicurezza strategica pubblicato a dicembre dalla Casa Bianca e già messo in opera con le ingerenze sulle elezioni in Argentina, l’attacco al Venezuela e l’irrigidimento dell’embargo a Cuba. A fronte di questa congiuntura, tra i militanti delle università e delle piazze di Bogotá emerge un atteggiamento che combina realismo politico e combattività. Realismo, perché è diffusa la consapevolezza che la Colombia si trovi in prima linea in uno dei principali fronti della competizione geopolitica internazionale, che assume forme sempre più militarizzate. Accanto al fronte ucraino e a quello iraniano, esiste infatti anche un fronte caraibico, nel quale gli Stati Uniti esercitano una pressione militare considerevole. Episodi recenti – come il sequestro di Nicolás Maduro del 3 gennaio scorso o le misteriose operazioni militari in corso in territorio ecuadoriano – vengono letti in molti ambienti politici colombiani proprio in questa chiave. Da qui la necessità di una strategia di negoziazione con Washington, come dimostrano le recenti iniziative diplomatiche del presidente Petro, culminate anche in un incontro ufficiale alla Casa Bianca. Accanto al realismo, tuttavia, permane la volontà di resistere. L’obiettivo non è quello di piegarsi al potere imperiale, ma di accompagnare la negoziazione con l’ampliamento dei rapporti di forza dentro e fuori dal paese. Si tratta di rafforzare la mobilitazione popolare per rendere impraticabile ogni escalation militare e destabilizzazione interna, mentre, sul piano della politica estera, si costruiscono alleanze regionali e globali. Il governo colombiano è stato tra i promotori del cosiddetto Gruppo dell’Aia, la coalizione di paesi impegnati per la fine del genocidio in Palestina, nonché protagonista dei tentativi di stipulare accordi internazionali vincolanti in materia di transizione energetica. Petro ha rafforzato, al tempo stesso, le relazioni con gli altri governi progressisti della regione, in particolare con il Messico di Claudia Sheinbaum e il Brasile di Inácio Lula da Silva. È questa combinazione di realismo e mobilitazione che sembra oggi caratterizzare l’atteggiamento di buona parte della sinistra e dei movimenti sociali colombiani. Immagine di copertina di Alioscia Castronovo da Bogotá. Immagini nell’articolo di Alioscia Castronovo e Sebastián Bolaños Pérez SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Vittoria della sinistra alle parlamentari in Colombia: ora le sfide verso le presidenziali proviene da DINAMOpress.
March 16, 2026
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