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La Cordigliera dei sogni infranti. Il Cile dall’Estallido al trionfo dell’ultradestra
«Se Pinochet fosse vivo voterebbe per me». Questa frase, da sola, basterebbe per descrivere la portata di quello che è successo in Cile domenica 14 dicembre 2025, giorno delle ultime elezioni presidenziali. A pronunciarla, qualche anno fa, nel 2021, fu José Antonio Kast, che oggi è il nuovo Presidente della Repubblica. Leader dell’estrema destra, Kast proviene da una famiglia tedesca emigrata in Cile dopo la seconda guerra mondiale. Suo padre, Michael Kast, fu membro del Partito Nazista e servì nella Wehrmacht durante la guerra, mentre uno dei suoi fratelli, Miguel Kast, fu ministro durante il regime di Pinochet. Tuttavia, per il nuovo Presidente questo pedigree non è affatto imbarazzante. Così come per una parte consistente della popolazione cilena non sono un’eredità imbarazzante i quasi 17 anni di dittatura. Ma l’assenza di una memoria condivisa, a 52 anni dal golpe, non è l’unico motivo che ha portato alla vittoria dell’ultradestra. Il Cile in cui Kast si è affermato è un Paese prima di tutto dominato dalla paura, ma soprattutto dalla delusione. Una delusione che, per essere compresa fino in fondo, richiede un passo indietro di quasi sei anni. LE PROTESTE DEL 2019 Nel 2019, 30 anni dopo il ritorno alla democrazia, il Cile continua a fare i conti con l’eredità del modello neoliberista imposto durante la dittatura di Pinochet: uno stato sociale debole e frammentato e una distribuzione della ricchezza profondamente diseguale. L’economia cilena è tradizionalmente considerata come una delle più solide dell’America Latina, ma l’1% della popolazione detiene il 26,5% della ricchezza, mentre il 50% più povero appena il 2%. A questa situazione si aggiungono un sistema sanitario pubblico limitato e un sistema pensionistico gestito da compagnie assicurative private, con pensioni che spesso non raggiungono i 400 euro mensili. Le diseguaglianze economiche logorano la coesione sociale e il Paese è una pentola a pressione pronta a esplodere. > Il 7 ottobre 2019, dopo l’entrata in vigore dell’aumento delle tariffe del > sistema di trasporto pubblico, Santiago diventa l’epicentro delle proteste che > saranno poi conosciute come “estallido social”, a partire dal 18 ottobre. Le e gli studenti iniziano a rifiutare in massa di pagare il biglietto e a occupare le fermate della metro. Scendono in strada manifestando contro le disuguaglianze, il carovita e la corruzione. Il 18 ottobre la situazione si aggrava, alcune linee della metropolitana vengono chiuse a causa di forti scontri tra carabineros e manifestanti. Le proteste si fanno sempre più violente, nella notte la capitale è in preda a incendi e saccheggi, mentre incominciano a verificarsi episodi di rivolta in tutto il Paese. La mattina del 19, il Presidente Sebastian Piñera sospende l’aumento della tariffa della metro e dichiara lo stato di emergenza, con un coprifuoco in tutta l’area metropolitana di Santiago. Ma ormai è troppo tardi, la bomba cilena è già esplosa. > Lo stato d’emergenza viene esteso in quasi tutte le città capoluogo e > l’esercito viene dispiegato per le strade per far rispettare l’ordine e > reprimere le rivolte. Il 21 ottobre Piñera dichiara: «Siamo in guerra contro > un nemico potente e implacabile». Quel nemico è il suo stesso popolo. Il 25 ottobre, più di un milione di persone scendono in strada a Santiago, in quella che sarà considerata da autorità e stampa come «La marcha más grande de Chile». Non è noto con certezza il numero dei manifestanti che hanno partecipato in tutto il Paese. L’estallido raggiunge la sua fase più intensa tra novembre e dicembre del 2019, affievolendosi nei primi mesi del 2020 con l’arrivo della pandemia di COVID-19, ma i suoi effetti sulla società cilena sono destinati a perdurare nel tempo. Accanto ai casi di rivolte violente e saccheggi, sono molteplici le segnalazioni di abusi e violazioni dei diritti umani da parte delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti: torture, spari contro i civili, maltrattamenti fisici e verbali. Echi da un passato oscuro. Un passato che la società cilena credeva di aver lasciato alle spalle. di Luca Profenna IL GOVERNO BORIC E IL PROCESSO DI RIFORMA COSTITUZIONALE Tuttavia, l’estallido social ha portato con sé anche una serie di promesse e speranze: riduzione delle disuguaglianze, rafforzamento dello stato sociale, giustizia sociale, riconoscimento delle popolazioni indigene, una nuova costituzione. Queste speranze hanno consentito, nel 2022, l’elezione del governo Boric e l’avvio di un tentativo di riforma costituzionale teso a superare la Carta del 1980, un’ulteriore eredità del regime di Pinochet. L’11 marzo del 2022, Gabriel Boric raccoglie il 56% dei voti al ballottaggio, battendo proprio José Antonio Kast, diventando il presidente più giovane nella storia recente del Cile. Proveniente dai movimenti studenteschi e portatore di un linguaggio radicalmente diverso da quello della politica tradizionale, Boric conquista la presidenza a capo di una coalizione di partiti e movimenti sinistra. Il suo programma prevede la sostituzione del sistema pensionistico privato con uno pubblico, l’introduzione di tasse più progressive, l’aumento del salario minimo e la riduzione della settimana lavorativa a 40 ore, la riforma delle forze di polizia e investimenti nella lotta contro il cambiamento climatico. In poche parole, un nuovo Cile. L’assemblea costituente, intanto, redige una nuova costituzione, che per alcuni osservatori sarebbe stata una delle più progressiste del mondo. Sicuramente più progressista di quanto la maggior parte dei cileni si aspettasse: ampi diritti alle popolazioni indigene, protezione ambientale, disposizioni sulla parità di genere, impegni più ampi in materia di welfare e un significativo intervento economico statale. La destra sale sulle barricate, inizia una massiccia campagna mediatica contro la riforma costituzionale. A peggiorare la situazione, la lunghezza e la complessità della nuova Carta, di fatto uno dei progetti costituzionali più estesi al mondo, con 388 articoli e numerose disposizioni transitorie, che rendono difficile per molti cittadini capire come e quando le riforme sarebbero entrate in vigore. Ampia tematicamente e complessa nel linguaggio, la proposta introduce concetti innovativi e ostici per l’elettorato cileno: come lo Stato plurinazionale e i sistemi di giustizia paralleli per le popolazioni indigene. Concetti sostenuti dai settori progressisti, ma percepiti come radicali da una parte rilevante dell’elettorato. > Al referendum del 4 settembre 2022, gli elettori respingono la proposta con > quasi il 62% dei voti: una sconfitta schiacciante. A meno di un anno > dall’inizio del suo mandato, Boric si trova così ad affrontare il primo grande > fallimento del suo governo. Non è soltanto il fallimento di un testo > costituzionale, ma il collasso del principale veicolo simbolico del > cambiamento. L’opposizione, rinvigorita, cerca di avviare un nuovo processo costituzionale, producendo un secondo documento, più conservatore. Ma anch’esso viene affossato nel referendum del 17 dicembre del 2023. Ma quel giorno, a Santiago del Cile, non ci sono folle festanti. La costituzione voluta da Pinochet è ancora in vigore. Dopo il primo referendum, il governo Boric entra in una nuova fase. La spinta riformista lascia il posto alla necessità di governare in un contesto istituzionale ostile, con un Parlamento frammentato e un’opinione pubblica più prudente, se non addirittura diffidente. Boric rimescola il governo, apre agli esponenti più moderati della sinistra tradizionale e abbassa il tono della sua agenda. Questo passaggio produce una frattura profonda. I settori che avevano visto in lui il rappresentante politico dell’estallido iniziano a percepirlo come normalizzato, assorbito dalle logiche del potere che aveva promesso di cambiare. Al tempo stesso, i settori moderati continuano a giudicarlo inesperto e indeciso. Il risultato è un governo che fatica a costruire una maggioranza sociale solida e riconoscibile. di Luca Profenna Uno dei punti di maggiore attrito riguarda il tema della sicurezza. L’estallido nasce anche come reazione agli abusi delle forze dell’ordine e alla repressione statale. Boric aveva promesso un nuovo approccio, più garantista e rispettoso dei diritti umani. Tuttavia, durante il suo mandato, la percezione di insicurezza cresce: criminalità organizzata, narcotraffico e violenza urbana diventano temi centrali nel dibattito pubblico. La destra cilena alimenta questa percezione e riesce a far breccia. Di fronte a questa pressione, il governo è costretto a rafforzare polizia ed esercito, adottando misure che contraddicono la narrativa originaria. Un altro nodo cruciale, profondamente legato alle aspettative dell’estallido, è la questione mapuche. Durante la campagna elettorale, Boric aveva promesso un cambio di paradigma nel rapporto tra Stato e popoli indigeni: dialogo politico, riconoscimento dei diritti territoriali e fine della militarizzazione del Wallmapu, territorio mapuche che comprende la cosiddetta “Macrozona sur”. Una promessa che si inscriveva perfettamente nella narrativa di rottura con il passato e nella visione di uno Stato plurinazionale. Una volta al governo, però, queste aspettative si sono scontrate con le esigenze politiche. L’esecutivo ha prorogato più volte lo stato d’emergenza, mantenendo la presenza militare nell’area. Questo ha generato una forte delusione tra le comunità indigene e parti della società cilena che avevano sostenuto Boric, alimentando l’accusa di continuità con le politiche securitarie dei governi precedenti. > Sul piano sociale ed economico, i risultati del governo appaiono parziali, con > riforme promesse come epocali e poi annacquate dal compromesso parlamentare. > Mentre il mandato di Boric sta per finire, pensioni, sanità, istruzione e > costo della vita restano problemi centrali per ampi settori della popolazione > cilena. È innegabile la sproporzione tra le aspettative nate nel 2019 e l’impatto concreto delle politiche pubbliche sulla vita quotidiana. La sensazione diffusa è che il cambiamento promesso non si sia tradotto in miglioramenti tangibili. L’estallido aveva alimentato l’idea di una svolta storica, mentre il governo Boric appare invece intrappolato nella gradualità e nei limiti del sistema che voleva superare. Tuttavia, il fallimento più profondo dell’era Boric non è misurabile in leggi o riforme, ma nella sfera simbolica. Gabriel Boric rappresentava una generazione che chiedeva un nuovo modo di fare politica: più vicino ai movimenti, più empatico, più trasparente. Con il passare del tempo, questa promessa si è scontrata con la realtà delle istituzioni e del potere. Per molti giovani e per una parte della società scesa in piazza nel 2019, la delusione non riguarda solo un programma mancato, ma la sensazione che un momento storico irripetibile sia stato sprecato. Non tanto perché il Cile non sia cambiato abbastanza, ma perché l’energia collettiva che sembrava poterlo trasformare si è dissipata senza trovare una forma duratura. di Luca Profenna IL TRIONFO DELL’ESTREMA DESTRA È in questo clima di sconforto che prende il via la campagna per l’elezione del 37° Presidente della Repubblica del Cile. Al primo turno, gli avversari principali di Kast sono: Jeannette Jara, candidata della sinistra unitaria, espressione del Partito Comunista del Cile ed ex-ministra del Lavoro del Governo Boric; Evelyn Matthei, esponente della destra moderata, ma comunque conservatrice su economia e ordine pubblico; Johannes Kaiser, figura di destra radicale, con posizioni più conservatrici e controverse dello stesso Kast; infine, Franco Parisi, del “Partido de la Gente”, figura populista di centro-destra con posizioni anti-establishment. > La campagna viene fin da subito dominata dai temi della sicurezza, della > criminalità e dell’immigrazione. Questioni che la destra cilena è riuscita a > far percepire all’elettorato come prioritarie, nonostante le statistiche > offrano una descrizione del Cile come uno dei paesi più sicuri del continente. Inizialmente i sondaggi sembrano dare Evelyn Matthei come favorita, ma un esercito di bot inizia a intraprendere una campagna tesa a minare la sua credibilità, sostenendo addirittura che fosse affetta da Alzheimer. Evelyn Matthei denuncia la presenza di gruppi dell’estrema destra vicini a Kast dietro le diffamazioni. La guerra sucia è talmente violenta da indurre Janette Jara a prendere le sue difese, nonostante siano politicamente agli antipodi. José Antonio Kast riesce ad arrivare secondo con il 23% dei voti, a pochi punti di distanza da Janette Jara, che ottiene il 26%. Evelyn Matthei arriva quinta e, visibilmente contrariata, viene costretta dal suo partito ad appoggiare pubblicamente e far convergere i propri voti su Kast. Passerà il resto della campagna elettorale postando sui social contenuti con oggetti di colore rosso, chiaro riferimento alla candidata di sinistra. Janette Jara tenta di affrontare nel migliore dei modi un’elezione che la vede partire sfavorita fin dall’inizio. Mantenendo l’impostazione progressista del suo programma, cerca di presentarsi come un profilo moderato, la giusta via di mezzo tra l’entusiasmo giovanile dell’estallido e la concretezza di una dirigente di esperienza pronta a governare il Paese. Incalza Kast, che rifiuta persino di partecipare ai dibattiti. Riprende alcune proposte di Evelyn Matthei, come quella di coprire l’intero acconto per l’acquisto della prima casa per i giovani tra i 25 e i 40 anni. Cerca di gettare il cuore oltre l’ostacolo, ma non ci riesce. Il 14 dicembre 2025, Kast ottiene il 58% dei voti. L’estrema destra vince in tutte le regioni del Paese, dal deserto di Atacama ai boschi australi, dalle Ande al mare. Il Cile che nel 2019 riempiva le piazze chiedendo dignità, diritti e giustizia sociale è oggi un Paese diverso, profondamente cambiato. Un Paese che vota ordine e sicurezza, dove la paura è diventata programma politico. La Cordigliera, che da sempre osserva Santiago come una madre silenziosa, resta lì, immobile. Ma i sogni che ai suoi piedi avevano preso forma sembrano oggi più lontani che mai. Copertina a cura dell’autore. Immagini nell’articolo di Luca Profenna SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La Cordigliera dei sogni infranti. Il Cile dall’Estallido al trionfo dell’ultradestra proviene da DINAMOpress.
December 22, 2025
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Il Leviatano e i sentimenti: riflessioni sul disastro elettorale in Cile
Lo scorso 16 novembre si è tenuto il primo turno elettorale delle presidenziali cilene: seppure è arrivata al primo posto la candidata della sinistra, Jeannette Jara, del Partito Comunista – Unidad por Chile, con il 26,78%, gli altri candidati della destra, divisi in almeno tre liste, rendono assolutamente complicato il ballottaggio del prossimo 14 dicembre. Al secondo posto, l’estrema destra di José Antonio Kast, del Partito Repubblicano, con il 24,02%, che andrà al ballottaggio contro Jara. Al terzo e quarto posto, rispettivamente, altri candidati di destra, Franco Parisi Fernández, del Partido de la Gente, al 19% e Johannes Kaiser Barents con il 13%. Indicativamente sosterranno tutti Kast, uscito sconfitto quattro anni fa dal ballottaggio contro Boric e oggi principale candidato alla vittoria presidenziale. Pubblichiamo un testo di analisi dello scenario politico ed elettorale cileno a cura di Rordrigo Karmy Bolton, docente dell’Università del Chile. Quanto destituito dalla rivolta del 2019 è stato capitalizzato dalla nuova destra. La sinistra ha finito per espellere la moltitudine che si era mobilitata al punto di arrivare a redigere una nuova Carta Fondamentale, depoliticizzando tutto il processo e infarcendolo di discorso giuridico (il ripristino di un sapere giuridico che ha oscurato la dimensione politica dei sentimenti), al punto che il “legalismo” della sinistra si è concentrato molto più sul contenuto esatto che sull’effetto politico della Nuova Carta redatta da quell’entità, tanto sfuggente quanto problematica nella storia cilena, chiamata “il popolo”. La sinistra ha sostituito il popolo con il diritto. In questo scenario, la destra ha fatto la sua parte e, attraverso i meccanismi oligarchici del Senato, lo ha spogliato del suo potere costituente. Però il processo costituente è rimasto aperto, nonostante molte proposte siano state respinte sia nella prima che nella seconda Assemblea Costituente. Tuttavia, tra le due Assemblee Costituenti [2020 e 2022 – ndt] si è verificata una congiuntura decisiva: le coalizioni tradizionali, sia progressiste che neoliberiste conservatrici, sono state rimaste fuori dai giochi. Altri attori sono entrati in scena, altri volti sono emersi. È in questo “fuori dai giochi” che irrompe sulla scena il Frente Amplio con al timone. Gabriel Boric [Presidente della Repubblica dal 2022 – ndt] e Daniel Jadue [candidato sconfitto alle primarie del Frente Amplio – ndt] Tuttavia, la situazione affrontata dal governo Boric ha fatto sì che, anziché essere un governo di trasformazione, diventasse un governo di “normalizzazione”, replicando così la razionalità politica concertativa degli ultimi 30 anni, ma in un momento storico in cui il governo era stato destituito dalla rivolta del 2019. Da allora, non potendosi fondare su alcun patto costituzionale, il governo Boric è rimasto un governo etereo. Con il pretesto delle “divergenze” su questioni di sicurezza, il governo ha accettato l’agenda della destra con l’ingresso di Carolina Tohá [ex Ministra dell’Interno,  candidata alle presidenziali per il PPD – Partito per la Democrazia – ndt] e per questo, invece di munirsi di un nuovo patto giuridico e istituzionale, hanno concertato un accordo performativo per la sicurezza. La sicurezza (ovvero il meccanismo fondamentale della guerra civile globale) si è trasformata in un sostitutivo della Costituzione, nonostante fosse stata respinto per ben due volte da una cittadinanza in agitazione. > Il progressismo (o la sinistra, per i più ottimisti) è rimasto intrappolato > dal governo per quattro anni: nella misura in cui ha optato per la razionalità > “transitoria” già destituita, non ha potuto rinnovare il proprio immaginario > politico e, non potendolo fare, ha ceduto alla destra il terreno della > mobilitazione emotiva. A questo proposito, è fondamentale affrontare la questione del contatto. Per quanto sia stato decisivo nella rivolta del 2019, nella misura in cui non è stato altro che un incontro affettivo che ha generato una connessione erotica all’interno della moltitudine, ha però sofferto le pene dell’inferno durante la pandemia di Covid19, visto che , con il senno di poi, il contatto non è stato semplicemente oggetto della repressione giuridico-statale, ma piuttosto di gestione biopolitica nella quale bisognava imporre il “distanziamento sociale” e utilizzare le mascherine. Il “contatto” è stato doppiamente pericoloso: per la polizia durante la rivolta e per motivi sanitari durante la pandemia. Di conseguenza, la sinistra intrappolata al governo è stata piuttosto il sintomo di una situazione in cui l’affetto cristallizzato nel “contatto” era stato criminalizzato e patologizzato e, in questo senso, completamente dis-affezionato. Così, il governo di Gabriel Boric ci ha proposto uno scenario ormai vecchio e non ha generato altro che “rabbia” (emozione gioiosa che grida giustizia), immediatamente trasformata dalla destra in “odio” (emozione triste e xenofoba). > La sicurezza ha prevalso. Sia a livello “legale” che “medico”. Ma non come un > punto all’ordine del giorno, bensì come un macchinario mitologico che potuto > compensare con fantasia, attraverso una serie di meccanismi statali, grandi > società di sicurezza private e mezzi di comunicazione in mano agli oligarchi, > lasciando incompiute le trasformazioni costituzionali. Torniamo al punto precedente: il progressismo è stato manchevole di immaginazione politica perché, intrappolate al governo, le masse erano già state tagliate fuori da ogni “contatto”. Tutto è diventato individuale,  tutto apparteneva a “ognuno”, e “l’altro” è diventato un nemico assoluto. La giustizia è stata cancellata dalle priorità e il cammino verso il fascismo internazionale è iniziato proprio in questi anni. L’eventuale vittoria di José Kast [candidato di estrema destra del Partito Repubblicano, fondato nel 2019 da alcuni fuoriusciti dall’UDI Unione Democratica Indipendente – ndt] al secondo turno delle elezioni presidenziali non farà che confermare formalmente il seguente punto: il progressismo ha trovato conforto nella freddezza del Leviatano (lo Stato, secondo Hobbes), ma la nuova destra ne ha catturato l’anima (le emozioni). In breve, il progressismo ha governato seguendo una razionalità politica (la transizione dalla dittatura) che non è riuscita a mobilitare le emozioni. E, di conseguenza, è stata proprio la destra a gestire le anime dei cileni. Stiamo assistendo alla fine del progressismo neoliberista e della visione di transizione che ha rappresentato. La democrazia è diventata così profondamente securitaria che funzionerà come nuova forma di dittatura “civile” (o cibernetica, se vogliamo), precipitando il Paese nella dilagante guerra civiles globale. Ovviamente, tutto questo deve essere spiegato nel contesto globale del trionfo delle destre. Ma nulla può essere spiegato se non si analizza l’impatto locale della mobilitazione emotiva del fascismo alimentata dalla paralisi governative e delle istituzioni. Nulla può essere spiegato se non riconosciamo la sua metamorfosi in quella ragione politica di transizione che la cittadinanza stessa aveva rifiutato. Lo spettro di Portales [Diego Portales, politico cileno durante la Repubblica Conservatrice, ucciso durante un’insurrezione contro la guerra contro la Confederazione Perù-Bolivia del 1836-1839 – ndt], (immagine che riassume il panorama politico della storia cilena) è più attuale che mai: Diego Portales ha instaurato una dittatura e in caso di vittoria al secondo turno, José Kast non eserciterebbe una dittatura nel senso tradizionale del termine, ma intensificherà l’intero apparato securitario che la democrazia fornisce già per iniziare a interferire in spazi ed erodere diritti un tempo considerati inalienabili. Immaginare che la “democrazia liberale” sia l’unico orizzonte politico per la sinistra non è soltanto ingenuo, ma anche complice della trappola in cui è stata catturata. La copertina ritrae Gabriel Boric dopo l’elezione presidenziale (wikimedia) Articolo pubblicato originariamente sul sito lavozdeloquesobra.cl. Traduzione a cura di Michele Fazioli per DinamoPress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il Leviatano e i sentimenti: riflessioni sul disastro elettorale in Cile proviene da DINAMOpress.
December 1, 2025
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Le primarie del Pacto Histórico in Colombia tra tensioni politiche e sfide future
A poco meno di un anno dalle elezioni, le tensioni nel paese sono cresciute su più fronti e la campagna elettorale ha fatto irruzione sullo scenario politico colombiano: tra riforme sociali, elezioni primarie delle sinistre e tensioni internazionali, il cammino verso le presidenziali che definiranno il futuro governo del paese, e la continuità o meno di un processo di trasformazione sociale, si iscrive in un contesto di pesanti ingerenze statunitensi nella regione. L’approvazione della riforma del lavoro dello scorso giugno ha sbloccato il cammino delle riforme sociali promesse dal governo e votate da milioni di persone alle scorse presidenziali. Si tratta di una delle questioni più importanti del programma politico progressista: l’approvazione al Congresso e al Senato è stata ottenuta solamente dopo imponenti mobilitazioni sociali, significative tensioni sociali e politiche nel paese e nelle istituzioni, fino all’annuncio di una consulta popolare, poi ritirata dallo stesso Petro dopo l’approvazione della riforma. Mentre l’ambivalente riforma delle pensioni, che istituisce un fondo minimo universale per tutte le persone escluse dal sistema pensionistico, ma al tempo stesso finisce per rafforzare i fondi privati, è stata approvata, ma poi sospesa dalla Corte Costituzionale, la riforma della salute è ancora blocccata al Senato e rappresenta l’ultima delle grandi riforme che il governo cercherà di approvare prima della fine del mandato di Gustavo Petro. LA VIOLENZA NEL PAESE La violenza, che caratterizza la storia e, in modi diversi, il presente del paese, si espande nei periodi elettorali, con un aumento degli omicidi contro i leader sociali nel paese, come denunciato dall’ONG Indepaz, che ha pubblicato un documento denunciando 158 leader sociali assassinati nel 2025 (fino all’11 novembre, data di pubblicazione del report), e 34 ex guerriglieri che hanno firmato la pace (nel 2024 erano stati rispettavamente 173 e 31). Intanto, dallo scorso giugno, la violenza politica ha fatto nuovamente irruzione sulla campagna elettorale, con l’attentato durante un comizio a Bogotà lo scorso giugno contro il candidato di estrema destra Miguel Uribe (poi deceduto dopo due mesi di ospedale, ad inizio agosto), colpito da un colpo di pistola alla nuca da un sicario minorenne (da chiarire ancora chi siano stati i mandanti). Una successiva accelerazione su grande scala si è avuta con gli attentati di fine agosto a Cali (autobomba di fronte ad una scuola militare, con sette morti e 78 feriti, tra i quali diversi civili) e nel territorio di Antioquia (12 poliziotti uccisi nell’abbattimento di un elicottero militare impegnato nell’attacco contro coltivazioni illecite)  quando diversi gruppi armati, legati alle dissidenze delle ex Farc e ai paramilitari del Clan del Golfo, hanno attaccato forze militari, in risposta all’offensiva militare dell’esercito colombiano. Nel pieno di uno scenario di profonda riconfigurazione delle logiche e delle forme del conflitto armato, come analizzato da Alejandro Cortés Ramirez, l’obiettivo della Pace Totale, proposto dal nuovo governo con l’obiettivo di costruire tavoli di negoziazione con le diverse formazioni armate che operano nel paese, si sta confrontando con la ripresa di  ondate di violenza: dopo la crisi nel Catatumbo precipitata nel mese di gennaio, gli sfollamenti forzati in diverse regioni del paese e le autobombe ad agosto, nelle scorse settimane in particolare sono stati effettuati una serie di bombardamenti da parte dell’esercito colombiano contro diversi gruppi armati in vari territori del paese. MOBILITAZIONI SOCIALI In questo contesto, negli scorsi mesi, si sono tenute una serie di mobilitazioni sociali e popolari in diverse città colombiane: in primo luogo, a fine settembre, diversi movimenti sociali del paese hanno organizzato a Bogotà la Cumbre Nacional Popular “La città per chi?”. Con la partecipazione di oltre millecinquecento militanti di organizzazioni popolari, per tre giorni all’Università Pedagogica nei laboratori, nelle assemblee e nelle riunioni centinaia di persone hanno discusso l’agenda di lotta dei movimenti popolari nel paese: dall’ecologia al femminismo, dalle economie popolari al diritto alla città, dalla sicurezza nei territori fino alle resistenze nel mondo dell’arte e della cultura, hanno costruito uno spazio di dibattito, articolazione e confluenza di movimenti provenienti da oltre quindici città e regioni del paese. L’ultimo giorno un corteo ha attraversato la zona finanziaria e i quartieri ricchi della città, reclamando diritti e giustizia sociale, e denunciando gli interessi e le violenze delle elite finanziarie e oligarchiche del paese. A metà ottobre, con lo slogan “Aquí en la lucha” decine di manifestazioni hanno attraversato il paese denunciando il ritorno e l’impunità del paramilitarismo e della violenza nei territori, rivendicando potere popolare e diritto alla città, sovranità nazionale contro le ingerenze statunitensi, fine del paramilitarismo e della criminalizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici ambulanti nelle città, denunciando l’impatto della turistificazione nei territori dei Caraibi. Nelle diverse città, nei blocchi stradali e nelle proteste di fronte alle istuituzioni, con l’occupazione simbolica di una serie di Ministeri (a cui il ministro degli Interni Bendetti ha risposto con gravi e preoccupanti dichiarazioni di criminalizzazione delle lotte sociali), i movimenti hanno chiesto un impegno del governo Petro nell’affrontare l’emergenza umanitaria, approvare le riforme sociali, gli accordi sottoscritti con le comunità nelle diverse regioni del paese. IN PIAZZA CONTRO L’INGERENZA DI TRUMP A fine ottobre, venerdì 24, in un momento di forti tensioni internazionali con il governo statunitense, il presidente Gustavo Petro ha convocato una mobilitazione nella centralissima Plaza de Bolívar a Bogotá. Denunciando le misure economiche e militari del governo degli Stati Uniti di Donald Trump che colpiscono la sovranità nazionale, dall’aumento dei dazi sui prodotti colombiani alle azioni armate nei Caraibi e sul Pacifico con il pretesto delle operazioni antidroga, Gustavo Petro ha annunciato nuove alleanze economiche globali per fare fronte a questa situazione. Ha poi rivendicato il tasso più alto di sequestri di cocaina degli ultimi decenni nel paese, segnalando come queste operazioni non abbiano comportato né i massacri, né le altissime cifre di morti che hanno caratterizzato la “guerra alla droga”, né esecuzioni extragiudiziali, come quelle che le forze militari statunitensi stanno compiendo negli ultimi mesi impunemente nei Caraibi e nel Pacifico. Non è un caso che la de-cecertificazione della Colombia, da parte degli Stati Uniti, rispetto alla lotta contro il narcotraffico sia arrivata proprio pochi mesi prima delle elezioni: Petro ha denunciato l’inclusione del suo nome, e di alcuni suoi familiari, assieme al ministro degli Interni Benedetti, nella cosiddetta Lista Clinton – ufficialmente la Specially Designated Narcotics Traffickers List (SDNT), amministrata dagli Uffici del Controllo di fondi stranieri del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti – una misura politica di pressione contro il governo colombiano che include l’impedimento di accedere al sistema finanziario. Una avanzata gravissima contro il governo progressista e contro la Colombia, assieme al ritiro dei fondi e degli aiuti nella cooperazione militare. Una manovra che interviene nella politica interna di un paese con l’obiettivo di delegittimare il governo e rafforzare l’estrema destra in vista delle elezioni: le condizioni che pone il segretario di Stato Rubio sono quelle di cooperare con gli Stati Uniti, come affermato poco prima di partire per Tel Aviv a sostenere il genocidio in Palestina. Dal palco di Plaza Bolivar, Petro ha qualificato questo atto come una persecuzione politica ed un affronto alla sovranità colombiana. L’attacco contro il governo ha sequestrato il numero più alto di tonnellate di cocaina negli ultimi decenni arriva come segnale politico, esplicitamente voluto da Trump, parte del nuovo progetto interventista ed imperialista statunitense in America Latina, alla pari con le portaerei militari di fronte alle coste venezolane. Infine, davanti alla piazza gremita di manifestanti, Gustavo Petro ha annunciato che il prossimo 20 luglio (anniversario dell’indipendenza colombiana) il suo governo presenterà al Congresso un progetto di legge per l’Assemblea Nazionale Costituente, con l’obiettivo di trasformare la struttura politica ed economica del paese secondo i principi di giustizia sociale, sovranità e partecipazione popolare. LE PRIMARIE DEL PACTO HISTÓRICO In questo clima teso nel paese, poche ore dopo la mobilitazione, si sono tenute domenica 26 ottobre le primarie del Pacto Histórico, che hanno visto la partecipazione di oltre 2 milioni e settecentomila votanti, un risultato definito come straordinario da diversi analisti politici e dallo stesso Pacto Histórico (le attese era di circa un milione e mezzo di votanti, per una consulta primaria inedita e senza che coincidesse con alcuna data elettorale nel paese). L’elezione ha definito sia il prossimo candidato unitario delle sinistre alle presidenziali del maggio del 2026, sia l’ordine delle liste per la Camera e il Senato, alle elezioni parlamentari del prossimo mese di marzo. Con oltre un milione e mezzo di voti, corrispondete al 65% delle preferenze, ha vinto la consulta popolare Iván Cepeda Castro, leader del Movimiento Nacional de Víctimas de Crímenes de Estado (Movice), figura di riferimento delle negoziazioni di pace con le FARC e con l’ELN, mentre al secondo posto, con poco meno di settecentomila voti, è arrivata Carolina Corcho, ex ministra della Salute del governo attuale, che sarà la prima candidata al Senato. Un voto significativo per il paese, che rilancia il Pacto Histórico come il principale partito a livello nazionale, e prepara le elezioni primarie del Frente Amplio annunciate per marzo, per definire la coalizione più ampia di centrosinistra che punterà alla continuità di un governo progressista nel 2026. Cepeda ha annunciato che lavorerà per una ampia coalizione e come punti salienti del programma, in continuità con il governo attuale, ha segnalato che punterà ad una rivoluzione etica, economica e ambientale, per consolidare la Colombia come una “potenza mondiale della vita”. Iván Cepeda è una figura di riferimento nel paese per le denunce contro il paramilitarismo, figlio di Manuel Cepeda, un dirigente del partito comunista assassinato dai paramilitari nel 1994, nell’ambito dello sterminio della Unión Patriótica, molto conosciuto per il processo portato avanti contro l’ex presidente Álvaro Uribe Vélez che, condannato in primo grado a a 12 anni a fine luglio per corruzione e frode procedurale , dopo un mese di arresti domiciliari è stato assolto in secondo grado, a fine ottobre. L’istanza decisiva passerà adesso alla Corte Suprema, l’istituzione più temuta dall’ex presidente, per la cui liberazione si è speso direttamente il presidente statunitense Trump in più occasioni. Allo stesso modo, Trump ha difeso Bolsonaro dopo la condanna per il tentato golpe, aumentando i dazi per i prodotti provenienti dal Brasile: non è un caso che le pressioni statunitensi sulla Colombia e su Petro sono arrivate puntuali dopo la condanna in primo grado dell’ex presidente. L’interventismo statunitense è stato decisivo anche in Argentina con il prestito a garanzia della stabilità del peso rispetto al dollaro condizionato dalla vittoria elettorale di Milei, annunciato poco prima delle elezioni di Midterm, che ha pesato sul voto di fine ottobre. MANOVRE DI GUERRA NEI CARAIBI I tentativi delle destre a livello nazionale, in articolazione con gli Stati Uniti, di screditare e colpire il governo colombiano si succedono senza sosta di settimana in settimana, mostrando quelle trame di potere e complicità che sono tornate al centro dello scenario e della contesa politico già diversi mesi fa, quando il presidente Gustavo Petro aveva denunciato il tentativo di golpe di Leyva, suo ex cancelliere, che aveva negoziato con esponenti del partito repubblicano statunitense una transizione post democratica in Colombia. Un tentativo fallito che ha però mostrato le implicazioni tra paramilitari, destra colombiana e il partito repubblicano statunitense, denunciate da Petro e da diversi media a livello internazionale. Queste manovre si situano all’interno di un nuovo scenario di scontro nei Caraibi, attraverso l’offensiva di Trump contro il Venezuela, atttraverso una riedizione della guerra alla droga, cominciato con la mobilitazione dei marines e delle navi portarei militari Usa nel Caribe, con le provocazioni e le minacce a pochi chilometri dalle coste venezolane, l’attacco contro il governo Petro in Colombia, i missili sparati contro presunte lance di narcotrafficanti, in alcuni casi contro pescatori colombiani e venezuelani nei Caraibi e sulle coste dell’oceano Pacifico, con oltre 79 esecuzioni extragiudiziarie accertate, veri e propri assassinii compiuti dalle forze militari Usa. La risposta di Petro arriva in occasione della riunione dell’ONU di fine settembre, con un discorso di denuncia dei venti di guerra nei Caraibi, e delle connivenze tra il partito repubblicano e il narcotraffico. Ieri intanto, è stata lanciata anche l’operazione Lancia del Sud, annunciata da Trump, con una ancora più grande mobilitazione militare che estende le operazioni già attive dal mese di agosto, con minacce dirette contro il Venezuela, e la destabilizzazione dell’area caraibica come nuovo teatro di operazioni di guerra. Le sfide della coalizione progressista in Colombia, così come quelle dei movimenti sociali e popolari che hanno l’obiettivo di costruire la pace con giustizia sociale, in questo scenario, diventano ancora più complesse ed urgenti, ed al tempo stesso decisive, per accumulare forze contro il regime di guerra, contro la riedizione del Plan Colombia, evocato come primo punto del programma elettorale a venire dall’estrema destra da parte dello stesso Álvaro Uribe Vélez, e per mantenere aperta la possibilità di un cambiamento sociale, di pace e giustizia in Colombia e in America Latina. Tutte le immagini in questo articolo sono di Sebastián Bolaños Pérez, fotografo e collaboratore di Dinamopress, da Bogotá, Plaza Bolivar, 24 ottobre 2025 SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Le primarie del Pacto Histórico in Colombia tra tensioni politiche e sfide future proviene da DINAMOpress.
November 16, 2025
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La vittoria di Milei tra astensionismo e indebitamento: note sulle elezioni argentine
Lo scorso 26 ottobre la coalizione di Milei e del macrismo hanno vinto con il 40,7 per cento dei voti le elezioni di Midterm, che rinnovano metà del Congresso e un terzo del Senato, contro il peronismo fermo al 34,9. Si è trattato delle elezioni con l’affluenza più bassa della storia democratica argentina: solamente il 67,85% dell’elettorato si è recato alle urne, in un paese in cui il voto è obbligatorio. Un mese e mezzo prima, ad inizio settembre, si erano tenute le elezioni di midterm nella provincia di Buenos Aires, bastione storico del peronismo (nella provincia vive un terzo dei votanti argentini): il peronismo aveva vinto con oltre il 14% di voti in più, facendo sperare che il risultato si sarebbe riversato anche sulle elezioni nazionali, ma questa volta ha vinto la coalizione di governo non solo a livello nazionale, ma anche nella stessa provincia di Buenos Aires, ottenendo con il 41,5 per cento contro il 40,8 del peronismo (nella capitale Buenos Aires invece Milei, con la ministra Bullrich come candidata, ha ottenuto il 50% dei voti, in calo rispetto alle precedenti elezioni). Pur essendo stati meno voti in assoluto, e percentuali di voti più basse, rispetto al turno precedente, è stata una vittoria significativa per Milei, dopo anni di tagli, austerità, impoverimento di massa, repressione e tagli a programmi sociali e welfare. Come segnalato da questo ed altri contributi ed analisi elettorali, su questo voto ha pesato in maniera significativa l’accordo con Trump (che ha dichiarato di aver investito tanti soldi per l’elezione argentina), rispetto al prestito dell’FMI, con l’annuncio del presidente Usa di garantire la stabilità del peso sul dollaro solo in caso di vittoria elettorale del governo (se perdeva Milei ci sarebbe quindi stata una fortissima svalutazione, elemento che ha sicuramente avuto un peso non indifferente nelle scelte elettorali). Milei ha festeggiato la vittoria, che gli ha garantito un significativo aumento delle forze parlamentari a suo sostegno (passando da 43 deputati a 97, e da 7 senatori a 20): subito dopo i comizi, ha annunciato le riforme del lavoro, delle pensioni e dell’educazione, prossimi terreni di scontro politico nel paese. Seppure le elezioni parlamentari argentine hanno rafforzato la maggioranza del presidente Milei, al tempo stesso pongono una serie di interrogativi, ognuno dei quali può spiegare una parte di un tutto che non è coerente, né necessariamente stabile e che, in fondo, non va nemmeno considerato “un tutto”. Pubblichiamo una riflessione post elettorale di Ariel Pennisi, ricercatore e docente argentino: un contributo che nasce dalla discussione collettiva della Biblioteca Paolo Virno, nata due anni fa dalla collaborazione tra Red Editorial (casa editrice argentina, di cui l’autore è parte), e Tercero Incluido, casa editrice spagnola, che hanno pubblicato quattro titoli di Paolo Virno (e altri due sono in preparazione) per raccogliere in una stessa linea editoriale i contributi del filosofo italiano in spagnolo. [nota della redazione] Il dato più rilevante è forse l’astensionismo? Si tratta del tasso di astensionismo più alto dal ritorno della democrazia [in Argentina il voto è obbligatorio, ndr]. Il numero delle persone che non hanno votato, infatti, supera quello di chi ha scelto la coalizione di governo vincente. Significa che una parte consistente di chi vive in difficoltà preferisce non votare? Che non considera valide le alternative proposte, o che non crede nelle elezioni e, quindi, nelle istituzioni come strumenti per risolvere la propria condizione? Ancora: un’astensione di questa portata indica forse che l’opposizione ha un potenziale limitato e non riesce a imporsi come alternativa reale? C’è un punto in cui la sfiducia del sistema democratico formale si confonde con l’assenza di progetti politici convincenti. > I dati sull’indebitamento di una parte della popolazione con le carte di > credito sono durissimi. C’è chi si indebita persino per comprare cibo. > Economie fragilissime, esposte al minimo scossone. Prevarrà la paura di un > cambiamento troppo brusco, in un contesto di governo già indebolito? È una situazione che ricorda, in parte, quella delle persone legate al consumo a rate negli anni Novanta, quando la disoccupazione cresceva. Allora la maggioranza preferì sostenere quel regime per timore di perderne i pochi benefici, pur senza condividere troppi punti né sul piano ideologico né su quello morale. Il rapporto della popolazione con i prodotti importati non è omogeneo. I ceti medi ne approfittano per mantenere uno stile di vita in linea con il proprio immaginario, mentre per i settori popolari la possibilità di acquistare beni importati a basso costo offre spesso un’opportunità di commercio e di reddito. Un caso esemplare: una giovane donna del profondo conurbano [periferia del Gran Buenos Aires, ndt] utilizza prodotti importati dalla Cina, che ottiene grazie all’apertura indiscriminata delle importazioni, per uno dei suoi lavori, un piccolo business di decorazione di sale per eventi che affianca al lavoro domestico. Grazie a ciò ha smesso di recarsi nei mercati come La Salada per acquistare materiali. Il giorno in cui, per necessità di un prodotto non disponibile come importato, è dovuta tornare a La Salada, è stata derubata mentre raggiungeva la fermata del bus. In altre parole, la politica di apertura le garantiva non solo un miglioramento economico, ma anche, in parte, una maggiore sicurezza personale. Si può definire questo un segno di consenso al governo, o piuttosto una forma di pura sopravvivenza? In uno scenario dominato dal breve termine e dalla mancanza di orizzonti condivisi come Paese, società o collettività, le tendenze generali non incidono davvero nella percezione quotidiana delle persone. Le incoerenze del piano economico, i rischi di medio e lungo periodo raramente entrano nelle conversazioni comuni. Nessuno cambia da un giorno all’altro e, poiché si vive alla giornata, nessuno sembra desiderare un cambiamento. L’orizzonte stesso scompare dal radar. Un dettaglio, per nulla secondario: alle elezioni del 7 settembre nella provincia di Buenos Aires [vinte dal peronismo con 14% in più della coalizione di governo, ndr] hanno votato anche gli stranieri abilitati, circa il 3% del totale. In quell’occasione, circa il 90% di loro votò per il peronismo, contribuendo alla larga vittoria di Fuerza Patria. Stavolta, essendo elezioni nazionali, non hanno potuto votare. Possiamo allora ipotizzare che quel segmento avrebbe potuto modificare, se non l’esito generale, almeno la coloritura politica del vincitore nella provincia di Buenos Aires? Viviamo in una trappola? Al di là delle somiglianze ideologiche e programmatiche tra l’attuale governo e il periodo menemista, si percepisce l’odore di una realtà tenuta insieme con gli spilli. In questo senso, la paura che il governo potesse cadere dopo una sconfitta elettorale può aver pesato, anche se è difficile misurarne l’impatto. L’intervento degli Stati Uniti è stato determinante, ma in modo diverso dal passato. Se ai tempi di Menem si costruì una certa “mistica” attorno alle cosiddette relazioni carnali con gli Stati Uniti, come parte di un’alleanza modernizzatrice fondata sulla convertibilità e sull’identificazione con il dollaro, oggi il tono è ben diverso: non un futuro promettente, né un sogno americano da inseguire, ma un “salvataggio” annunciato con tono minaccioso, che alimenta la paura di perdere ancora di più. > Oltre all’intervento del Tesoro statunitense per contenere il dollaro (a > quanto sarebbe arrivato senza quel sostegno?), il messaggio di Trump è stato > inequivocabile: se il governo non avesse vinto, avrebbe perso ogni appoggio. La costruzione di uno scenario di sconfitta prima delle elezioni ora ritorna come effetto sorpresa, uno shock simbolico. Ma in realtà, al governo è andata più o meno come al macrismo nel 2017, anzi, leggermente peggio. Solo che, al tempo, Macri non aveva alle spalle un governo così debole come quello del Frente de Todos e dovette, infatti, inventarsi la storia della pesada herencia [“pesante eredità” dei governi progressisti del kirchnerismo]. L’ultimo governo di Cristina aveva lasciato punti deboli e questioni irrisolte, ma, a guardarlo oggi, i suoi risultati di gestione erano nettamente migliori. Ancora una volta, si conferma che ogni discesa riduce il margine di recupero per i settori popolari e, così, anche il livello del dibattito pubblico scende. Pesa di più l’antiperonismo reattivo o il progressismo possibilista che rinuncia a confrontarsi e a interpellare? Infine, il ricordo del fallimento del governo del Frente de Todos è ancora vivo. L’inflazione, le oscillazioni della pandemia, i vizi tipici del peronismo territoriale quando detiene il potere… > Il governo, che nel 2023 aveva suscitato aspettative, oggi non è più in grado > di generarle: ha perso oltre quindici punti rispetto a quella tornata > elettorale. Si potrebbe dire, ipotizzando, che questa volta, non avendo > bisogno di creare aspettative per il futuro, gli sia bastato evocare la paura > di tornare al passato. E, in effetti, l’opposizione peronista si comporta come quando era al governo: con gli stessi slogan, le stesse lotte interne e la stessa incapacità di cogliere la trama sottile delle vite precarie. Forse, non è possibile dare un senso unitario a ciò che è accaduto. Le diverse esperienze e le molteplici dinamiche quotidiane non si sommano in un “tutto” coerente. È quasi frustrante, per la nostra volontà analitica, non riuscire a comporre un quadro chiaro, anche se questo significasse arrivare a una conclusione sgradita. C’è qualcosa nella varietà delle ragioni minime, delle pratiche quotidiane e delle contingenze che continua a sfuggirci. Eppure, queste condizioni non ci esonerano dall’analisi, né rendono impossibile elaborare uno sguardo critico (esercizio quanto mai necessario); anzi, vale la pena interrogarsi sulla frammentazione e sulla liquidità (concetti che da quasi trent’anni ricorrono nei saggi e nelle analisi) della società argentina, e sulla crescente segmentazione dei comportamenti sociali. Articolo pubblicato originariamente in spagnolo su Canal Abierto. Traduzione in italiano a cura di Alessia Arecco per Dinamopress Immagine di copertina di Gage Skidmore da wikimedia commons SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La vittoria di Milei tra astensionismo e indebitamento: note sulle elezioni argentine proviene da DINAMOpress.
November 14, 2025
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Indulto in Bolivia: alleggerite le carceri, mancano piani di reinserimento
Qalauma, centro di reinserimento sociale per giovani di età compresa fra i 18 e i 28 anni, La Paz, Bolivia. Sono seduta nel mio ufficio, sto sistemando delle interviste fatte ai ragazzi che lavorano all’interno dei laboratori produttivi, quando mi sento chiamare: «Lice, Lice» – è C., che in modo irruento entra nello stanzino. Lo guardo sorpresa: di solito è molto pacato, riservato, tranquillo. Mi fissa con un timido sorriso sul volto. Ricambio lo sguardo con fare interrogativo. Mi dice che è passata: la legge sull’indulto è stata approvata, presto uscirà dal centro penitenziario. Gli chiedo come si senta e mi risponde che non lo sa, che dopo quattro anni da encerrado (recluso), sarà difficile riprendere la sua vita fuori. Vorrebbe continuare a studiare sociologia, ma sa che dovrà anche lavorare per mantenersi e per non gravare sulla famiglia. Nella sua voce si sente tutta l’emozione per la notizia, ma anche una punta di preoccupazione, quasi a dire: «E ora?». Obrajes, centro di orientazione femminile, La Paz, Bolivia. Mi trovo nella corte interna del centro penitenziario, in attesa delle due ragazze con cui devo svolgere alcune attività. Mi piomba davanti una donna con i suoi capelli biondo platino (strana visione e strano colore in questo paese – penso fra me e me), mi chiede se ho con me il cellulare e se posso cercare un’informazione per lei. Tiro fuori cautamente il mio telefono e le chiedo cosa io debba digitare su google. Mi risponde: «qualcosa sull’indulto, qua girano voci che sia stato approvato il decreto, voglio verificarlo, voglio saperlo con certezza». Leggiamo la notizia insieme: è vero. Il suo volto si illumina, mi ringrazia calorosamente, come se questa legge l’avessi approvata io. Mi saluta dicendomi: «devo correre a dirlo alle mie amiche, presto potremo uscire da questo posto». > A ottobre in Bolivia è stata approvata la legge sull’indulto, un provvedimento > che assolve totalmente o parzialmente la pena delle persone private di > libertà, il cui caso rispetti e segua determinati requisiti giuridici ed > umanitari. «Abbiano approvato questa legge di indulto, un decreto presidenzialer che entrerè in vigore, notivo per cui è imopostante socializzare uk sui contenuti, Ka si sta imolementando proiprio poer lottare contro il sovraffollamento delle carceri e perché ci soni moilti privati della libertà che ancora aspettano la revisione dei loro processi». Così si è espressa Olivia Guachalla (MAS – IPSP), presidentessa della Comisión de Constitución, Legislación y Sistema Electoral in Bolivia. La deputata ha chiarito che la legge è stata approvata per rispondere alla grave crisi di sovraffollamento dei centri penitenziari del paese. Questa crisi è data anche, e forse soprattutto, dal fatto che in Bolivia molte persone vengono detenute in maniera preventiva, ma non è presente un sistema giuridico rapido ed efficace che permetta poi di snellire le pratiche in tempi brevi. Così donne, uomini e giovani di età superiore a 18 anni si ritrovano spesso a passare anni e anni nei centri penitenziari senza avere una sentenza definitiva e certa. A oggi, le persone detenute in maniera preventiva superano il 67%, stando a quanto detto dalla deputata del MAS, Betty Yañìquez. È anche per questo motivo che le condizioni all’interno delle carceri sono pessime: non solo non ci sono posti letti e coperte a sufficienza, ma nemmeno bagni e docce che rispettino condizioni igieniche umane e che soddisfino i bisogni di ciascuna persona che ci vive. In conseguenza a tutto ciò e dopo mesi di trattative, proteste all’interno dei recinti penitenziari e discussioni politiche,  il 22 settembre 2025 il presidente Luis Arce ha promulgato il Decreto Supremo No 5460, che ha come obiettivo quello di concedere l’indulto alle persone private di libertà che rispettino alcuni criteri prestabiliti. Affinché la norma si applichi, però, doveva essere approvata definitivamente dall’Assemblea Legislativa. Per questo motivo giovedì 16 ottobre, nel pomeriggio, si sono riuniti senatori e deputati del paese per discutere, fra le varie tematiche, quella della “Concessione di indulto” e definirne i termini e l’esecuzione. Il risultato della riunione è stato favorevole e la risoluzione è stata approvata da due terzi dei partecipanti all’assemblea. Sono stati chiarificati i parametri che consentiranno alle persone di beneficiare o meno dell’indulto. Fra essi: avere una condanna di 10 o meno anni, di 12 anni e averne compiuta un terzo, di 15 anni e averne scontata almeno la metà. Sono escluse, invece, tutte quelle persone sentenziate per genocidio, terrorismo, assassinio, femminicidio, traffico di armi e/o persone, delitti finanziari e corruzione, delitti le cui vittime siano persone minori di età. Non potranno accedere all’indulto neanche le persone che siano reticenti nei loro crimini. > Nelle prossime settimane si prevede, quindi, un grande alleggerimento della > popolazione carceraria. Si stima che i centri penitenziari si svuoteranno. A > La Paz, per esempio, si pensa che circa la metà delle persone private di > libertà usciranno dalle carceri perché rispettano i criteri prestabiliti. C’è > grande fermento per la notizia. Ciò che il decreto legge non prevede però sono programmi post-penitenziari, piani di reinserimento sociale, familiare e lavorativo per le persone che, magari dopo anni, usciranno dal sistema carcerario. Non ci sono, infatti, in Bolivia, progetti che mirino all’accompagnamento delle persone private di libertà nel momento della loro fuoriuscita. Non c’è sensibilizzazione su come molte delle persone all’interno delle carceri intraprendano percorsi attraverso laboratori creativi, ricreativi e produttivi, grazie ai quali imparano a conoscere se stesse e nuovi lavori. Non c’è l’intenzione di guidare queste persone in un mondo che cambia molto rapidamente e dal quale sono state emarginate, escluse, ignorate. Si pensi, per esempio, che in Bolivia il 19 ottobre si sono tenute le elezioni presidenziali e i giovani di Qalauma non hanno potuto votare perché nessuno li ha presi in considerazione e si è mobilitato affinché essi potessero accedere a questo diritto. Sono persone dimenticate.                                 Il decreto mira quindi ad alleggerire i centri penitenziari, a fare giustizia e chiarezza nei confronti di persone private di libertà in maniera frettolosa, senza che ci fossero prove concrete o evidenti, ad aggirare in un qualche modo la corruzione che dilaga in questo paese, in cui vige la “legge del denaro”. Non menziona, però, altre necessità che dovrebbero essere chiamate in causa parallelamente: il bisogno che l’esterno includa umanamente all’interno della comunità tutti coloro che potranno beneficiare dell’indulto, che vi siano opportunità e orizzonti lavorativi, sociali ed educativi favorevoli per queste persone, che vi sia l’intento di combattere le critiche sterili delle persone che non sanno, di contrastare l’ignoranza e l’indifferenza e che vi sia la voglia di riconoscere che le persone sbagliano, ma devono essere coinvolte in seconde opportunità. Non tiene in conto, infine, della necessità che vi sia una giustizia sociale ed umana, ancora prima di quella legale. Allora la domanda che sorge spontanea è: la società civile boliviana è pronta ad accogliere e reinserire queste persone all’interno del tessuto urbano? Si è lavorato per questo? Si riusciranno a lasciare da parte giudizi e discriminazioni? Si riuscirà a trattare queste persone in quanto tali o verranno lette e presentate solamente in base al loro delitto, alla loro pena o agli anni trascorsi in un centro penitenziario? E, quindi, ritorniamo all’iniziale interrogativo di C., 22 enne, nel centro penitenziario di Qalauma da 4 anni: «E ora?». Foto nell’articolo a cura dell’autrice SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Indulto in Bolivia: alleggerite le carceri, mancano piani di reinserimento proviene da DINAMOpress.
November 1, 2025
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Ballottaggio in Bolivia: un voto contro la destra radicale
Il primo turno delle elezioni presidenziali del 2025 in Bolivia ha segnato una sconfitta storica per la sinistra, rappresentata dal Movimento per il Socialismo (MAS), che ha governato da solo per gli ultimi 20 anni. Tuttavia, la tanto annunciata svolta verso la destra radicale non si è concretizzata. L’inaspettato ballottaggio, tenutosi il 19 ottobre (il primo nella storia democratica della Bolivia), ha dato la vittoria a una coalizione di centro ancora  ancora larga e indefinita, tendente verso destra, rappresentata dal senatore Rodrigo Paz Pereira e dall’ex agente di polizia Edman Lara. Un binomio accidentale, che secondo i risultati ufficiali ha vinto le elezioni con il 54,96% dei voti con un partito preso in prestito [PDC, Partito Cristiano Democratico della Bolivia – ndt]. Prima del 17 agosto nessuno si aspettava che potessero vincere. Paz e Lara hanno sconfitto il candidato neoliberista e conservatore di destra, l’ex presidente Jorge “Tuto” Quiroga, la cui la propaganda allarmistica e la campagna elettorale milionaria, che includeva un’intensa guerra mediatica diffamatoria contro i propri oppositori, non sono riuscite a deviare la volontà dell’elettorato. In un contesto di profonda incertezza, il nuovo governo, che entrerà in carica l’8 novembre, dovrà costruire accordi di maggioranza nell’Assemblea Legislativa e gestire la governabilità dei territori per affrontare una grave crisi economica e una persistente polarizzazione politica, etnica e regionale. > Il primo turno elettorale ha segnato la fine del ciclo ventennale del MAS come > partito dominante. Dopo aver ottenuto quattro vittorie consecutive con la > maggioranza assoluta (nel 2005, 2009 e 2014 con Evo Morales e nel 2020 con > Luis Arce), il MAS è finito in poco tempo relegato ai margini della politica. Le divisioni interne, lo scontro per la rielezione, la cattiva amministrazione di Arce, l’impedimento per Morales (che ha poi invocato il voto nullo) a partecipare al voto e, soprattutto, la stanchezza per il cosiddetto «Processo del Cambiamento» [iniziato da Morales nel 2006 – ndt] hanno lasciato il MAS non soltanto fuori dal ballottaggio, ma anche quasi privo di rappresentanza politica istituzionale. Un partito che ha governato con larghe maggioranze (raggiungendo addirittura i due terzi del Parlamento) che ha costruito un’egemonia politica senza precedenti si è improvvisamente ritrovato quai senza presenza nel nuovo Parlamento: il blocco del MAS, che si è presentato diviso alle elezioni, potrà contare su un totale di dieci parlamentari su 130 e non avrà alcuna rappresentanza al Senato. Una sconfitta in gran parte autoinflitta, che si è tradotta in un «collasso ssenza infamia e senza lode». > Questa volta le urne hanno assegnato un’ampia maggioranza a forze politiche e > candidati in un arco politico che spazia  dal centro alla destra radicale. > C’era una forte richiesta di cambiamento e la sinistra rappresentava la > continuità. Al primo turno del 17 agosto hanno partecipato otto forze politiche, tra cui tre partiti provenienti dal MAS: quella dell’attuale presidente Luis Arce, che ha mantenuto illegalmente la sigla MAS, ha ottenuto il 3,2% dei voti, appena sufficiente per assicurarsi due deputati; quella del Presidente del Senato Andrónico Rodríguez, giovane leader dei cocaleros [AP, Alianza Popular, sostiene i coltivatori di coca – ndt] che rappresentava il rinnovamento del movimento, ha raggiunto l’8,5% e otto seggi, ben lontano da alcune previsioni che lo davano al secondo turno; e quella dell’ex presidente Evo Morales [EVO Pueblo – ndt], che, dopo essere stato squalificato dalle elezioni, ha lanciato una campagna per il voto nullo ottenendo un non trascurabile 19,9% (rispetto a una media storica di voti nulli del 3,7%). Questa divisione da caudillo, unita al voto di protesta contro il governo di Arce e alla crisi economica in corso, ha portato al collasso elettorale del più forte movimento politico nella storia democratica boliviana. Ma il cambiamento dello scenario politico ha le sue sfumature. Da un lato, i boliviani hanno votato contro l’opzione di estrema destra che avrebbe allineato il Paese al governo di Javier Milei e altre destre reazionarie. Dall’altro, Paz e Lara hanno vinto grazie al voto degli ex elettori del MAS. La maggior parte di chi nel recente passato aveva votato per Evo Morales si è distolta verso Paz, e quei voti sono stati decisivi per la sua vittoria. Non è stata un’ adesione ideologica né tanto meno identitaria, ma piuttosto una serie di circostanze. Mentre il capitano Lara (un carismatico ex-agente di polizia con il ruolo di capitano, licenziato per aver denunciato la corruzione all’interno delle forze dell’ordine) è entrato in sintonia con il mondo campesino, e il voto popolare si è rivelato essere principalmente un voto contro “Tuto” Quiroga, visto come il pericolo maggiore. «Paz e Lara hanno vinto con il voto degli elettori di EVO Pueblo, con il voto degli indignati per la proscrizione e l’esclusione elettorale», ha dichiarato categoricamente l’ex presidente Evo Morales in un post sui social media riferendosi alla sua impossibilità a partecipare a queste elezioni. Se al primo turno Morales ha insistito nel chiedere agli elettori di annullare il voto, al ballottaggio non ha promosso abbastanza questa strategia, e le schede bianche, di fatto, sono andate in massa a favore della candidatura di Paz. Secondo Morales, il voto nullo avrebbe costretto il nuovo presidente a non distruggere lo Stato Plurinazionale né le sue conquiste sociali, a non attuare misure neoliberiste né a sottomettersi all’«imperialismo», a non criminalizzare la proteste e a governare consultando il popolo. Era una sorta di nostalgia di un governo del MAS, ma senza il MAS. Per ora, Lara ha strizzato l’occhio a questa idea nella sua prima conferenza stampa da vicepresidente eletto: «Rispetteremo sempre lo Stato Plurinazionale». Foto da Nueva Sociedad L’accoppiata Paz-Lara, oltre alle zone rurali, ha raccolto voti dai quartieri più popolari e periferici delle città, così come dalle province, vincendo in sei dei nove dipartimenti. Ha ottenuto larghe vittorie a La Paz, Cochabamba, Potosí e Oruro (con oltre il 60% dei voti) e maggioranze superiori al 50% a Pando e Chuquisaca. Da parte sua, Quiroga ha vinto nelle capitali, tra la classe media e nella sua roccaforte di Santa Cruz, una regione agroindustriale tradizionalmente avversa al MAS, e con una percentuale inferiore nel dipartimento settentrionale di Beni. C’è stato quasi un pareggio nel dipartimento di Tarija, al confine con l’Argentina, terra dove Rodrigo Paz ha sviluppato la sua carriera politica e dove vive suo padre, l’ex-presidente della Bolivia Jaime Paz Zamora (1989 – 1993). Questa divisione territoriale è simile a quella delle elezioni del 2005. Il binomio Paz-Lara ha espresso meglio la richiesta di cambiamento, ma senza una restaurazione oligarchica conservatrice. Questo processo elettorale, quindi, lascia i seguenti risultati immediati: (a) un nuovo governo (debole), che per la prima volta dal 2005 non è del MAS, ma piuttosto di centro-destra, e che dovrà realizzare un incerto aggiustamento economico; (b) una riconfigurazione del campo politico, con tre forze minoritarie «che contano» nel nuovo scenario (il PDC, Partito Democratico Cristiano di Paz, Libre di Quiroga e Unidad dell’imprenditore Samuel Doria Medina, il favorito che alla fine ha ottenuto il terzo posto al primo turno); (c) una prevedibile mutazione del modello economico, che cesserà di essere incentrato sullo stato e si orienterà maggiormente verso il mercato e gli investimenti privati; (d) una conversione elettorale del campo «nazional-popolare» che per due decenni si è identificato alle urne con il MAS e oggi pende, per ragioni pragmatiche, verso la promessa di Paz di un «capitalismo per tutti»; (e) una polarizzazione persistente che solleva interrogativi sull’unità nazionale. Si tratta di una transizione nella quale la Bolivia popolare ha reagito in modo flessibile all’implosione del MAS (finora considerato il suo «strumento politico») attraverso patti con i partiti tradizionali a cui erano abituati prima dell’arrivo di Morales al potere. Ora, al di là delle elezioni e dei loro effetti politici, qual è l’orizzonte di questa nuova fase? Ci troviamo di fronte a una combinazione di un’immagine di rinnovamento (sebbene Rodrigo Paz sia impegnato in politica e nella pubblica amministrazione da oltre due decenni, non ne è stato una figura centrale); un programma di riforme che non può tralasciare la potente economia popolare e informale; un’attenzione alla lotta alla corruzione (soprattutto sulla base della storia personale del capitano Lara); una narrazione religiosa e conservatrice (Dio e la famiglia al primo posto); e una sfida nazionale alle élite escludenti e discriminatorie. Resta da vedere se tutto ciò sarà sufficiente per garantire un governo stabile. > In questo contesto, il nuovo ciclo guidato dal presidente eletto Rodrigo Paz > si trova ad affrontare un’agenda complessa con compiti e tempi diversi. Il più > urgente, senza dubbio, riguarda la crisi economica, che si manifesta in > inflazione, deficit fiscale e mancanza di beni (carburante, dollari e > medicinali). Paz ha promesso che avrebbe normalizzato fin dal primo giorno del suo mandato la fornitura di benzina e gasolio, che attualmente causa interminabili code alle stazioni di servizio,. Non sembra facile se non si tiene in conto la valuta sufficiente a coprire, ancora per un po’, le ingenti sovvenzioni pubbliche che nemmeno Morales è riuscito a controvertire. In realtà, ancora non è chiaro il percorso critico di questo cambiamento, inizialmente concepito come graduale, che il nuovo governo metterà in campo. L’agenda per combattere la crisi economica, che prevede anche la necessaria riforma normativa, richiederà una maggioranza parlamentare. Questo non sembra essere troppo complicato. La somma aritmetica dei membri di di maggioranza e di quelli di Unidad di Doria Medina, che hanno già espresso la loro disponibilità a collaborare con il nuovo governo, garantirebbe al nuovo presidente la maggioranza in entrambe le Camere. Per ottenere i due terzi, dovrà cercare accordi con  il blocco di “Tuto” Quiroga. Questo scongiura il pericolo di un’impasse istituzionale. Forse l’aspetto più impegnativo sarà mantenere la coesione all’interno dello stesso blocco del PDC, acronimo utilizzato da diversi candidati e che comprende diverse fazioni e leader, tra cui il nuovo vicepresidente, Edman Lara, che avrà un proprio programma e un protagonismo particolare. Molto popolare su TikTok, è una figura dalla personalità complessa, come si è potuto constatare in diversi momenti di tensione con lo stesso candidato alla presidenza. La storia democratica boliviana, però, soprattutto durante l’era della cosiddetta «democrazia pattata« degli anni ’80 e ’90, ha ampiamente dimostrato che i patti parlamentari, e persino le coalizioni di governo multipartitiche, sono insufficienti a garantire la governabilità nelle strade. Nel 2003, il presidente neoliberista Gonzalo Sánchez de Lozada godeva del sostegno di diversi partiti che insieme detenevano oltre i due terzi dei seggi al Congresso, ma è finito con il dimettersi nel mezzo della cosiddetta «guerra del gas» [proteste popolari del 2003 contro le politiche di sfruttamento di un giacimento di gas scoperto nel dipartimento di Tarija – ndt] e fuggire negli Stati Uniti. Pertanto, Paz dovrà ottenere larghe intese con i settori sociali e con le organizzazioni di base che lo hanno votato, e con attori territoriali come Santa Cruz, che in maggior parte non lo ha sostenuto. Questo compito è più arduo, soprattutto considerando il programma di aggiustamento economico, i suoi costi sociali e i prevedibili scenari di conflitto. Nelle loro prime apparizioni pubbliche la sera delle elezioni, Paz e Lara hanno lanciato messaggi di unità e riconciliazione. «La campagna elettorale è finita, la nostra bandiera è la Bolivia», ha dichiarato Lara. «Oggi, da questa vittoria, tendiamo la mano per governare con tutti», ha aggiunto Paz. Tuttavia, questo messaggio si scontra con un contesto di polarizzazione e divisione. Nonostante lo sconfitto Quiroga abbia riconosciuto il risultato e si sia congratulato con Paz, i suoi sostenitori più radicali hanno rapidamente fomentato accuse di brogli con retorica divisiva, incitamento all’odio, espressioni razziste e, seppur isolati, atti di violenza. Questo è andato a aggiungersi a diversi tweet pubblicati dal candidato alla vicepresidenza di Libre, Juan Pablo Velasco, in cui chiedeva di uccidere i collas» [nome con il quale sono definiti gli abitanti delle zone di confine con Perù e Argentina – ndt]. Indigeni e cholos hanno bloccato ancora una volta le aspirazioni di un settore della élite percepito come revanchista. Ma c’è un altro programma che, pur non essendo in prima linea tra le questioni urgenti, è strategico e deve essere affrontato il prima possibile in questo nuovo ciclo: il programma di riforme politiche e istituzionali, a partire da una trasformazione completa del sistema giudiziario, attualmente in uno stato di crisi terminale. Oltre alla crisi economica, principale preoccupazione dell’opinione pubblica al centro della campagna elettorale, si sta verificando una sorta di débacle istituzionale che richiede una serie di riforme, tra cui possibilmente un cambiamento costituzionale. Tra le altre cose, sono in agenda riforme riguardanti la rielettività, l’iperpresidenzialismo, la mancata elezione popolare delle alte autorità giudiziarie, la struttura delle istituzioni pubbliche, la natura della Corte Costituzionale e la rappresentanza politica diretta delle organizzazioni indigene. Sono necessari anche adeguamenti nell’organizzazione territoriale dello Stato e nel modello autonomo, nonché nel sistema economico. Per ora, è salutare che il duo eletto non abbia aderito alla falsa e inutile bandiera del «ritorno alla Repubblica» al posto dello Stato Plurinazionale (che equivarrebbe a una repubblica senza indios né diritti collettivi), come fatto invece da “Tuto” Quiroga e dal candidato della destra Manfred Reyes Villa (quinto dopo il voto del primo turno) [con il partito APB, Autonomia Per la Bolivia – ndt] Cosa succederà dopo il ballottaggio e il cambiamento politico consumato, senza un partito dominante o un progetto egemonico? Se la gestione del governo e le future politiche pubbliche propendessero maggiormente verso un approccio «nazional-populista», Paz e Lara potrebbero formare un governo di cambiamento con una visione verso il futuro e non soltanto di transizione. Per raggiungere questo obiettivo, dovranno affrontare la pressione delle élite, soprattutto quelle di Santa Cruz, e un contesto regionale e internazionale avverso. Se, invece, propendessero maggiormente verso un’agenda restauratrice, è probabile che si sfaldino dall’interno. Dovranno rendere conto a chi li ha votati, anche se soltanto per pragmatismo, proprio per evitare questo epilogo. Per ora, la cosa più importante è fornire segnali di certezza e ricostruire la fiducia (nella politica e nell’economia). In ogni caso, a prescindere dal percorso intrapreso da questo nuovo governo di centro-destra, l’enorme questione di come ricostituire la sinistra popolare plurinazionale rimane ancora aperta. Questo richiede qualcosa rimasto in sospeso fin dalla congiuntura critica e dalla sollevazione civico-poliziesca del 2019: autocritica. Ovviamente, è anche urgente far emergere nuove leadership e rigenerare le organizzazioni sociali (attualmente divise e soggette a logiche di cooptazione statale), insieme a una visione per il futuro: non è più sufficiente proporre un ritorno all’età d’oro del MAS, quando l’economia cresceva del 5% annuo e la Banca Centrale traboccava di riserve. Tuttavia, l’implosione del MAS tra feroci lotte interne, rimanda per ora questo progetto, mentre va ridefinendosi il ruolo di Evo Morales nella politica boliviana, ora«autoesiliatosi» nella regione di coltivazione della coca del Chapare. Articolo pubblicato originariamente sulla rivista Nueva Sociedad, che ringraziamo per la gentile concessione. Traduzione a cura di Michele Fazioli per DINAMOpress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Ballottaggio in Bolivia: un voto contro la destra radicale proviene da DINAMOpress.
November 1, 2025
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Un mese di proteste, repressione di Noboa in Ecuador: ora la sfida del referendum
«L’Ecuador è un Paese bellissimo, ma purtroppo da alcuni anni è diventato pericoloso». Sono parole che ormai si ascoltano spesso, conversando con gli ecuadoriani. Non riconoscono più la propria casa. La notizia di un omicidio, che fino a qualche anno fa avrebbe fatto parlare per settimane, passa ormai in sordina. Un tempo considerato uno dei Paesi più tranquilli dell’America Latina, l’Ecuador è ora noto come uno dei luoghi con un tasso di mortalità tra i più elevati al mondo. L’attuale crisi della sicurezza ha radici profonde, tra cui la forte presenza del narcotraffico, una gestione politica discontinua e un progressivo smantellamento dello stato sociale per mano degli ultimi governi, di stampo principalmente neoliberista. FINCHÉ IL VASO NON TRABOCCA La situazione è complessa già da tempo, ma nell’ultimo mese è esplosa in seguito alla decisione del Presidente Daniel Noboa, annunciata il 12 settembre, di eliminare il sussidio statale sul gasolio, determinando un’impennata del prezzo da 1,80 a 2,80 dollari per gallone (3,78 litri). La misura, che rientra nella strategia governativa volta ad abbassare il deficit statale e a raggiungere gli obiettivi fissati dal Fondo Monetario Internazionale, colpisce duramente le fasce piú vulnerabili della popolazione. Tra queste, i campesinos e le comunità indigene che svolgono lavori principalmente agricoli e di trasporto, fortemente legati all’uso del carburante. L’intervento sul diesel è l’ultimo di una serie di episodi che ha fatto detonare il profondo malcontento popolare, dovuto alla lunga crisi in cui versa il Paese e alle politiche sempre più autoritarie e neoliberiste di Noboa. Il suo mandato, iniziato nel novembre del 2023, ha visto un aumento della militarizzazione e dell’utilizzo di pratiche lesive dei diritti umani, accompagnate, negli ultimi mesi, da una massiccia riduzione degli apparati statali con un drastico taglio alle risorse pubbliche in tema di ambiente, genere, diritti umani e cultura. di Ronald Reascos SCOPPIA IL MALCONTENTO Dopo l’annuncio sul diesel sono iniziate le proteste, soprattutto nel Nord del Paese. Il Presidente risponde da un lato promettendo la distribuzione di bonus e sussidi e, dall’altro, dichiarando un nuovo stato d’emergenza in diverse province. Il 18 settembre, Marlon Vargas, Presidente della CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas de Ecuador), principale organizzazione indigena del Paese e protagonista delle grandi sollevazioni popolari degli ultimi decenni, proclama uno sciopero (paro) «immediato e indefinito» in tutto il territorio nazionale. Denuncia, tra le altre cose: l’iniquità del provvedimento sul diesel, la crisi della sanità e dell’istruzione, il modello estrattivista promosso dal Governo, la mancanza di risorse e di un piano efficace per la sicurezza. Il giorno seguente, Noboa indice un referendum per l’istituzione di un’Assemblea Costituente incaricata di redigere una nuova carta costituzionale. È importante rimarcare che il Paese vanta una delle Costituzioni più avanzate al mondo in termini ambientali e di pluralismo, identificando la natura (Pachamama) come soggetto di diritto e riconoscendo i diritti collettivi delle diverse nazionalità e popoli che abitano l’Ecuador, «Stato plurinazionale e interculturale». Un quadro giuridico all’avanguardia che si scontra spesso con un’applicazione insufficiente e che è stato messo in pericolo dalle ultime decisioni del Governo, all’interno di un processo corrosivo dello stato di diritto e della separazione dei poteri. Dopo l’appello della CONAIE, a partire dal 22 settembre, diversi settori e comunità, prevalentemente indigene, iniziano a riempire le strade e a bloccare importanti vie di comunicazione, soprattutto al Nord. Mentre la protesta si propaga e si moltiplicano i focolai del dissenso, si intensifica anche il conflitto con le forze dell’ordine, inviate in massa dal Governo a sedare i disordini. Si diffondono testimonianze sull’uso spropositato della forza da parte di polizia e militari e si parla di una escalation di violenza contro i manifestanti, principalmente campesinos e indigeni. Molte persone vengono fermate, schedate e arrestate – spesso senza un giusto processo – e cresce rapidamente il numero dei feriti. di Ronald Reascos ¡SOMOS PUEBLO, NO SOMOS TERRORISTAS! Contemporaneamente all’inasprimento della repressione, si assiste a una preoccupante evoluzione nella comunicazione del Governo, che promuove la criminalizzazione del dissenso, dipingendo i manifestanti come terroristi e minacciando con pene fino a 30 anni di reclusione chi prende parte al paro. Il 28 settembre viene annunciata la prima vittima: Efraín Fuerez, comunero indigeno kichwa di 46 anni, raggiunto da proiettili militari durante gli scontri in Imbabura, come indicano varie fonti. Viene diffuso un video in cui si vedono diversi militari aggredire l’uomo esanime in terra e la persona che si era fermata a soccorrerlo. Le organizzazioni per i diritti umani e le Nazioni Unite denunciano l’uso spropositato della violenza da parte delle forze governative e sollecitano un apertura al dialogo tra le due parti. Al contrario, la violenza aumenta sempre di più. Nella notte del 27 settembre, il Presidente invia un convoglio, definito “umanitario”, verso la provincia di Imbabura. I manifestanti, in segno di dissenso, tentano di respingere il convoy, formato da 140 veicoli militari, lanciando alcune pietre. All’interno del convoglio, al fianco di Noboa, rappresentanti politici, diplomatici e della cooperazione, tra cui l’ambasciatore italiano Giovanni Davoli, che denuncia l’attacco da parte dei dimostranti, definendo il fatto come un “atto di terrorismo”, aderendo alla narrazione criminalizzante dell’esecutivo. Media indipendenti denunciano la presenza di grandi quantità di materiale militare all’interno del convoglio. di Ronald Reascos Nelle settimane successive, la situazione si fa sempre più critica: le proteste si moltiplicano in altre province del Paese e le forze dell’ordine inaspriscono la stretta sui manifestanti. Aumentano i report di violazioni dei diritti umani: repressioni violente, proiettili e lacrimogeni ad altezza d’uomo, arresti arbitrari e attacchi alla stampa e ai media indipendenti. Un caso esemplare è l’espulsione con l’accusa di «attentare alla sicurezza nazionale» del giornalista spagnolo Bernat Lautaro (Peloguefo), che stava documentando le proteste. Vengono riportati inoltre meccanismi di persecuzione e censura, procedimenti penali abusivi e il congelamento dei conti bancari a diverse organizzazioni e leader sociali. La INREDH (Fundación Regional de Asesoría en Derechos Humanos) denuncia incursioni militari all’interno di alcuni ospedali per detenere i feriti durante le manifestazioni e impedire al personale sanitario di assisterli. Il 14 ottobre viene inviato il secondo convoglio“umanitario”verso la provincia di Imbabura, con l’intento dichiarato di portare cibo, medicine e beni di necessità ai territori interessati dallo sciopero. Si genera da subito conflitto, con le forze dell’ordine che tentano di disperdere i dimostranti per riaprire le vie di comunicazione. Come denunciato da varie fonti, la giornata si trasforma in un’operazione repressiva condotta dalle forze dell’ordine. Viene uccisa la seconda vittima, Josè Alberto Guaman Izama, 30 anni, colpito al petto da un proiettile, morirà il giorno seguente. Sessanta persone vengono detenute arbitrariamente, più di cinquanta vengono ferite, anche gravemente, a causa di armi da fuoco e gas lacrimogeni. Tra queste, il giornalista Edison Muenala, colpito alla spalla da un proiettile. Il giorno stesso, perde la vita Rosa Elena Paqui, donna kichwa di 61 anni, morta per un arresto cardiorespiratorio causato dall’inalazione di gas lacrimogeno usato dalle forze militari per sedare le proteste nel sud del Paese. di Ronald Reascos IL DIALOGO IMPOSSIBILE A metà ottobre, a più di un mese dall’abolizione del sussidio al gasolio, si avvia il primo tentativo di dialogo tra alcuni dirigenti indigeni e il Governo, che però non porta a risultati concreti, in quanto gli accordi raggiunti non vengono riconosciuti dalle basi del movimento. Le organizzazioni esprimono le proprie condizioni per continuare con il dialogo: giustizia e risarcimenti per le persone detenute e ferite e per i familiari dei defunti, la fine della militarizzazione di Imbabura, un accordo sul diesel e l’annullamento del referendum di novembre. L’esecutivo oppone il suo netto rifiuto a tali richieste, sospendendo le trattative. Le due parti si scambiano accuse di indisponibilità al dialogo, mentre diversi settori della popolazione chiedono la fine dello stato di agitazione, che provoca disagio e danni all’economia del Paese. Dopo la dichiarazione del Governo di voler liberare definitivamente il territorio di Imbabura e porre fine alle proteste, il 22 ottobre Vargas annuncia la sospensione del paro, definendola una decisione difficile ma necessaria in “difesa della vita”, e invitando il movimento indigeno a continuare ad organizzare la resistenza attraverso l’assemblea permanente. Il bilancio, dopo un mese di mobilitazioni e repressione, ammonta a 3 morti e diverse centinaia di feriti e di detenuti. Nelle ore successive alla dichiarazione, alcuni settori indigeni manifestano il proprio dissenso con le dichiarazioni e la leadership di Vargas, continuando con le mobilitazioni. di Ronald Reascos OLTRE IL PARO, VERSO IL REFERENDUM Nonostante i segni di divisione all’interno del movimento indigeno, su una cosa vi è unità indiscussa: il no al referendum voluto da Noboa. Dopo più di 30 giorni di paro, la partita si è infatti spostata su un altro piano, quello della difesa della Costituzione del 2008. Il 16 novembre sarà un giorno cruciale per il futuro del popolo ecuadoriano: si voterà per la convocazione di un’assemblea costituente, incaricata, in caso di vittoria del sì, di redigere una nuova carta. Il timore delle organizzazioni indigene e delle realtà sociali e ambientali è che la revisione della Costituzione metta profondamente a rischio non solo l’immensa biodiversità e la conservazione delle risorse naturali, ma anche uno dei fondamenti dello stato ecuadoriano: la plurinazionalità e la sovranità dei popoli e nazionalità che compongono il Paese. Anche gli altri tre punti del referendum vanno a toccare questioni critiche, sulle quali vi è spesso disinformazione: la reintroduzione della presenza di basi militari straniere sul territorio nazionale; la drastica riduzione del numero di parlamentari (che potrebbe favorire il “monopolio” di un solo partito sull’Assemblea); l’abrogazione dei finanziamenti statali ai partiti politici (permettendo i soli finanziamenti privati e favorendo gli interessi di famiglie abbienti). C’è un fil rouge che connette le politiche neoliberiste che hanno sin da subito caratterizzato il Governo di Noboa, la gestione autoritaria e violenta del dissenso e la campagna mediatica criminalizzante e razzializzante verso la popolazione indigena, la prima a essere colpita dalla revisione della Costituzione. Al di là delle questioni di sicurezza interna, ciò che ora è in gioco è una radicale riscrittura del sistema politico e sociale che regge il Paese, che mette a rischio un progetto costituzionale d’avanguardia, frutto di lunghe lotte indigene e ambientaliste. Immagine di copertina e nell’articolo di Ronald Reascos, che ringraziamo per la gentile concessione. 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October 28, 2025
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Sfiduciata Boluarte, esplodono le proteste contro il regime politico peruviano
Pubblichiamo una analisi critica della destituzione della presidenta golpista Dina Boluarte dopo la mozione di sfiducia votata all’unanimità dal Congresso peruviano. Boluarte è stata utilizzata dai gruppi di potere per volgere a favore delle elite economiche lo scenario politico dopo il golpe contro il governo di Pedro Castillo, e poi scaricata quando non serviva più agli interessi immediati dei gruppi di potere e all’estrema destra. Subito dopo, è stato nominato ad interim José Jerí, l’ottavo presidente in nove anni (di cui solamente due eletti dal voto popolare), parlamentare eletto con appena diecimila voti, sotto accusa per corruzione, arricchimento illicito e violenza sessuale (denunciato da una sua collaboratrice). Dopo l’estallido social contro il golpe, le lotte e le proteste non si sono mai fermate: con la sfiducia a Boluarte e la nomina del nuovo presidente ad interim, il 15 ottobre scorso, migliaia di persone sono scese in piazza a protestare contro il regime peruviano. Sindacati dei trasporti, commercianti, giovani della cosiddetta generazione Z, lavoratori e lavoratrici e tante altre soggettività plebee e popolari sono scese in piazza chiedendo le dimissioni del nuovo presidente: la repressione è stata durissima, un giovane manifestante è stato assassinato, e un nuovo stato di emergenza è stato dichiarato nella capitale. Le mobilitazioni continuano. A seguito il contributo del collettivo editoriale della rivista indipendente peruviana La LineaPe, che ringraziamo per la gentile concessione e la collaborazione. [Nota della redazione] Una notte senza stelle sul cielo di Lima. Di fronte al Congresso, una manifestazione di massa grida la sua allegria, appena saputo del risultato del voto all’interno del Congresso. Deputati e senatori, mossi dall’opportunismo e senza alcuna vergogna per le loro azioni di sostegno passato, hanno posto fine a uno dei capitoli più ripugnanti della storia politica peruviana. Dina Boluarte, che ha usurpato il potere tre anni fa, è stata sfiduciata attorno alla mezzanotte con una decisione unanime del Congresso. Non era la prima volta che affrontava la mozione di sfiducia per incapacità morale. Nell’aprile del 2023, i settori neoliberisti in Parlamento l’avevano difesa di fronte ad un tentativo di destituzione per la sua responsabilità nell’assassinio di cinquanta manifestanti durante le proteste del 2022-23. Nuovamente, nel 2024, i suoi alleati incondizionati nel Congresso le hanno evitato la destituzione a fronte delle numerose prove di corruzione, tra cui il caso dei Rolex. E’ stato presentato una successiva mozione di sfiducia per abbandono del suo ruolo istituzionale quando si è assentata per realizzare una chirurgia plastica. Ma nessuna di queste mozioni di sfiducia è stata nemmeno ammessa al voto. > Per oltre due anni, la maggioranza dei parlamentari ha ricattato la presidenta > approfittando della sua illeggittimità e dei processi penali che accumulava a > suo carico. L’hanno blindata in cambio di ministeri, vantaggi, leggi e > privilegi. Mantenendo questo vergognoso patto di governo, hanno deteriorato > sempre di più la governabilità e lo Stato peruviano sprofondava. Questa situazione ha prodotto enormi contraddizioni in seno allo stesso attuale regime autoritario. L’incapacità propria di una persona senza scrupoli e incapace, che si manteneva al potere ricattata dai gruppi di potere, non poteva funzionare. Mese dopo mese, la popolarità dell’usurpatrice era in caduta fino a stabilizzarsi sotto il margine di errore. Quando l’agenzia sondaggistica IPSOS rese pubblico un sondaggio in cui Boluarte appariva con uno 0% di sostegno, lo stesso direttore dell’agenzia per le Americhe ha dovuto prendere parola per spiegare questo record mondiale di impopolarità. In tre anni di malgoverno, si sono moltiplicate le crisi, a cui Boluarte rispondeva con inefficacia e arroganza. Alla crisi economica che colpisce le famiglie peruviane (il 52% degli abitanti vive in condizioni di insicurezza alimentare secondo la FAO), ha risposto ostentando gioielli Cartier e orologi Rolex, assicurando che cittadini e cittadine del paese potevano mangiare con soli 10 soles (3 dollari). Di fronte alla crisi di insicurezza che si è propagata in tutto il territorio, prodotto dello Stato fallito e della corruzione della polizia, Boluarte ha negato ogni responsabilità statale mentre inviava decine di migliaia di poliziotti a reprimere le manifestazioni. Alla crisi di identità di un paese che manca ancora di un progetto nazionale, Boluarte ha risposto dichiarando che la regione combattiva di Puno “non è Perù”, riaprendo la grande ferita identitaria che attraversa il paese. Fino ad oggi, Boluarte è riuscita a mantenersi al potere di fronte a numerose crisi, all’intensificazione delle manifestazioni contro il regime e nonostante la sua leggendaria impopolarità, grazie ai voti della maggioranza dei rappresentanti al congresso. > Cosa è cambiato? Perché hanno sfiduciato Boluarte adesso? Perché nel mese di > Aprile del 2026 ci saranno le elezioni generali e per i gruppi di potere > continuare a sostenere una persona così tanto odiata dai futuri elettori > rappresentava una grande minaccia per le proprie aspirazioni. Gli stessi che l’hanno mantenuta al potere mentre lei portava a compimento tutte le loro richieste avevano adesso la necessità di smarcarsi dal regime e passare come oppositori. Conquistare voti necessariamente richiedeva consegnare la testa di Boluarte. Boluarte se ne va ma lascia una eredità nefasta e un paese ancora più devastato e in tensione. Hanno vinto i gruppi di potere che hanno sempre visto Pedro Castillo come una minaccia e per questo hanno promosso il golpe. Per accontentare i suoi complici, il regime ha approvato la legge che esonera dalle tasse gli agro esportatori, la legge che stabilisce le Zone Economiche Speciali private, leggi a favore del crimine organizzato, l’indulto ad Alberto Fujimori e l’amnistia ai militari e ai poliziotti responsabili di violazioni dei diritti umani. Dopo averla usata, l’hanno scaricata. Con la sfiducia a Dina Boluarte, la campagna elettorale del 2026 ha avuto inizio. La destra e il Fujimorismo vogliono voltare pagina rapidamente e dal Congresso hanno indicato un presidente ad interim a misura dei propri interessi che possa facilitare lo scenario ellettorale a loro favore. Ma il popolo peruviano ha memoria, e non dimenticherà chi sono stati i responsabili di questo disastro. E non smetterà di reclamare giustizia contro l’usurpatrice. Così come non smetterà di cercare una rappresentazione propria che risponda ai problemi gravi e alle lacune che colpiscono la società peruviana. La crisi politica continua, e lo lotta popolare anche. Articolo pubblicato originariamente su lalineape.com. Traduzione in italiano di Alioscia Castronovo per DINAMOpress Immagine di copertina e nell’articolo di Connie France, proteste contro Boluarte a Lima, 2023. Archivio Dinamopress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. 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October 21, 2025
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