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AMERICA LATINA: UN CORPO CHE CAMMINA
Mappatura delle alternative all’economia sociale in America Latina Sul portale ecor.network1 il 24 maggio scorso è stato presentato (e reso scaricabile in pdf) un lavoro di Mar Soler Masgrau2, che ispirandosi al concetto di Corpo-Territorio paragona l’America latina ad un corpo e cerca di delinearne le malattie.     America Latina, un corpo che cammina. Mappatura delle alternative di economia
La Colombia spera ancora
L’estrema destra contro una sinistra di cambiamento. È la sfida che la Colombia affronterà al ballottaggio presidenziale del 21 giugno, uno scontro che, con diverse sfumature, abbiamo già visto in paesi come Brasile, Argentina e Cile. Al primo turno, è stato il candidato dell’estrema destra Abelardo de la Espriella – ammiratore di Donald Trump, dell’argentino Javier Milei e del salvadoregno Nayib Bukele – ad arrivare primo con il 43,7% dei voti. Subito dietro di lui il senatore Iván Cepeda del Pacto Histórico, l’alleanza di sinistra guidata finora dal presidente Gustavo Petro, con il 40,9%. Questo primo risultato è stata una delusione per la sinistra, dato che i sondaggi avevano previsto la vittoria di Cepeda. La sua campagna elettorale sperava addirittura di superare il 50%, risultato che lo avrebbe reso presidente al primo turno, con la leader indigena Aida Quilcué come vicepresidente. Dopo la doccia fredda di domenica scorsa, tutte le opzioni restano aperte. L’unica certezza è che la presidenza colombiana si deciderà per una manciata di voti. L’ESTREMA DESTRA DIVORA IL CONSERVATORISMO TRADIZIONALE La grande sorpresa delle elezioni del 31 maggio è stata la performance di Abelardo de la Espriella. È riuscito ad attrarre una larga parte dell’elettorato tradizionale dell’uribismo, la corrente guidata dal presidente Álvaro Uribe (2002-2010) che ha dominato la destra colombiana dall’inizio del secolo. A riprova di questo cambiamento, il risultato deludente della candidata sostenuta da Uribe, Paloma Valencia, che, pur avendo inizialmente sperato di accedere al ballottaggio, si è fermata ad appena il 6,9% dei voti. Sia lei che il suo mentore si sono affrettati domenica ad appoggiare De la Espriella, ma non tutti i loro elettori li seguiranno al ballottaggio. Nel tentativo di conquistare il centro, Valencia ha moderato le sue posizioni durante la campagna elettorale e ha scelto Juan Daniel Oviedo, un politico centrista e apertamente gay, come candidato alla vicepresidenza. Come altrove, gli elettori di destra più radicalizzati hanno preferito il linguaggio duro e le proposte dirompenti di De la Espriella – che promette di importare in Colombia la «motosega» neoliberista di Milei e le mega-prigioni di Bukele – al suo tentativo di trovare un equilibrio. Un altro elemento nuovo emerso al primo turno è stata l’affluenza alle urne, che ha raggiunto il 58%, un dato molto elevato per gli standard colombiani. L’intensità della campagna elettorale ha certamente contribuito a questo risultato. Sebbene il concetto di «polarizzazione» venga talvolta utilizzato in contesti in cui si assiste a una radicalizzazione di destra, nel caso colombiano assume un significato preciso: mai prima d’ora candidati con progetti politici così opposti si erano affrontati al ballottaggio. Mentre Cepeda ha definito De la Espriella «sessista, omofobo» e rappresentante «del fascismo mafioso», il candidato di estrema destra ha etichettato il senatore sostenuto da Petro come «criminale» ed «erede delle Farc», con riferimento alle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, l’insurrezione armata di estrema sinistra che ha imperversato nel paese per gran parte degli ultimi sessant’anni. La distribuzione geografica dell’elettorato è simile a quella delle elezioni precedenti: la destra domina il centro del paese, mentre la sinistra è più forte nelle periferie, comprese le povere zone costiere atlantiche e gran parte dell’Amazzonia. Tuttavia, l’estrema destra ha trionfato nelle località con il più alto «rischio di controllo» da parte di gruppi armati illegali, cresciuti negli ultimi anni nonostante i tentativi del governo Petro di negoziare con loro per deporre le armi. A dieci anni dalla firma dell’accordo di pace tra lo Stato e le Farc, la crescita di altri gruppi guerriglieri, organizzazioni criminali e paramilitari, per un totale di circa ventisettemila combattenti a livello nazionale, ha rafforzato l’attrattiva della retorica militarista di De la Espriella. Egli ha promesso di «eliminare» i criminali e si presenta ai suoi comizi indossando un giubbotto antiproiettile e rinchiuso in una teca di vetro antiproiettile. LEGGI ANCHE… COLOMBIA COLOMBIA, LA PROVA DI PETRO Pablo Castaño PUNTI DI FORZA E SFIDE A SINISTRA Nonostante la delusione di domenica, la sinistra può ancora ottenere la presidenza. Uno dei punti di forza di Cepeda è il suo Pacto Histórico, che dal 2022 si è evoluto da coalizione a partito politico unito. Questa unità ha già dato i suoi frutti nelle elezioni legislative di marzo, in cui il Patto si è consolidato come principale forza parlamentare del paese, migliorando i risultati del 2022, pur non raggiungendo la maggioranza assoluta. Cepeda può contare anche sul sostegno maggioritario che Petro si è guadagnato nell’ultima fase del suo mandato, dopo una presidenza turbolenta, caratterizzata da ambiziosi progetti di riforma sociale e ambientale, ma anche da una feroce opposizione da parte dell’establishment politico, economico e mediatico colombiano. Il primo governo di sinistra nella storia della nazione andina è riuscito a varare importanti riforme in settori come la tassazione, le pensioni e l’istruzione superiore. Ha inoltre reso la Colombia il primo paese al mondo a fermare l’espansione dell’industria petrolifera, nonostante l’importanza di questo settore per le sue esportazioni. Dopo quattro anni di governo di sinistra, è stata distribuita più terra che mai ai contadini senza terra, il salario minimo è aumentato e povertà, fame e disoccupazione sono diminuite. D’altro canto, altre importanti riforme, come il tentativo di ridurre il ruolo delle compagnie assicurative private nell’erogazione dell’assistenza sanitaria, sono state bloccate in parlamento. La politica della «pace totale» è fallita, nonostante un processo inizialmente promettente con i guerriglieri dell’Ejército de Liberación Nacional (Eln). Si tratta di un bilancio complessivamente positivo per la vita dei colombiani, soprattutto dei più poveri, che Cepeda ha saputo enfatizzare durante la campagna elettorale. Come nel 2022, la divisione tra destra e sinistra nel voto mostra una forte correlazione con le classi sociali, con gli elettori a basso reddito molto più favorevoli al Pacto Histórico rispetto a quelli più ricchi. Non è altrettanto chiaro se il risultato di Cepeda sia stato favorito dall’atteggiamento bellicoso di Petro durante la campagna elettorale. Domenica sera, Petro ha messo in discussione i risultati provvisori presentati dalle autorità elettorali. In occasioni come questa, l’impulsivo Petro sembra trascinare Cepeda – meno carismatico, ma molto più misurato e riflessivo – in uno stile di confronto in cui il senatore, noto per la sua difesa delle vittime della violenza politica e per aver promosso un procedimento giudiziario contro Uribe per i suoi legami con i paramilitari, si trova a disagio. Mentre Petro è da tempo stigmatizzato per il suo passato da guerrigliero, Cepeda gode di un’immagine etica che contrasta con l’aggressività e il passato oscuro di Abelardo De la Espriella, che ha difeso alcuni dei più sanguinari capi paramilitari del paese, tra cui Salvatore Mancuso, accusato di settantacinquemila reati e reo confesso di trecento omicidi. Il curriculum di Cepeda in difesa dei diritti umani potrebbe aiutarlo ad attrarre il 5% degli elettori che al primo turno hanno sostenuto i centristi Sergio Fajardo e Claudia López, oltre alla parte dell’elettorato conservatore di Paloma Valencia più vicina a Oviedo, il suo candidato alla vicepresidenza. Un’altra sfida sarà quella di mobilitare nuovi elettori al di là della base del Pacto Histórico, che si è già presentata alle urne al primo turno. Nel 2022, Petro ha ottenuto 2,7 milioni di voti tra i due turni, in un periodo in cui il precedente presidente, il conservatore Iván Duque, era molto impopolare e il Pacto Histórico e Petro erano percepiti come l’espressione politica delle massicce proteste scoppiate negli anni precedenti contro le politiche neoliberiste di Duque. Il contesto politico odierno è maggiormente caratterizzato dall’aumento della violenza in molti territori (sebbene il tasso di omicidi si sia stabilizzato a livello nazionale) e dall’influenza regionale di Trump. LEGGI ANCHE… AMERICA LATINA QUALE CAMBIAMENTO PER LA COLOMBIA? Nadja Sieniawski IL FATTORE TRUMP L’ombra del presidente statunitense incombe sulla politica colombiana dall’inizio del suo secondo mandato, e in particolare dalla pubblicazione della nuova Strategia di sicurezza nazionale, che mira a riaffermare l’egemonia politica, economica e militare di Washington sulle Americhe. A gennaio, in seguito al rapimento di Nicolás Maduro, Cepeda, in un’intervista a Jacobin, aveva messo in guardia contro possibili interferenze elettorali da parte di Washington, simili a quelle subite da Honduras e Argentina. Trump si spinse fino a includere Petro – una delle voci più ferme nella denuncia del genocidio a Gaza – nella «lista Clinton» dei complici del narcotraffico e minacciò un intervento armato contro la Colombia. Tali attacchi rappresentano un elemento chiave dell’egemonia di Washington sulla Colombia, dove gli Stati uniti vantano una significativa presenza militare e una lunga storia di cooperazione in materia di sicurezza, giustificata dalla guerra alla droga. Sebbene Trump abbia sospeso le sue minacce a febbraio, dopo un incontro con Petro, lo spettro di un intervento più o meno diretto per impedire la vittoria di Cepeda rimane ben presente. Finora il Dipartimento di Stato si è limitato a dichiarare di «sostenere il diritto dei colombiani di scegliere liberamente la leadership del proprio paese», e Trump non ha appoggiato direttamente alcun candidato. Ora però che la destra colombiana si è riorganizzata attorno a De la Espriella, un intervento aperto diventa più probabile. Il candidato ultraconservatore ha affermato che, da presidente, «ripristinerà» le relazioni con gli Stati uniti e ha chiesto al paese vicino di «monitorare il ballottaggio». La notizia di un incontro tra il senatore repubblicano Bernie Moreno, De la Espriella e Valencia potrebbe indicare questa direzione. Tuttavia, il palese imperialismo di Trump nei confronti della regione – di cui hanno sofferto persino i governi latinoamericani alleati del magnate, sotto forma di dazi e politiche migratorie razziste – sta innescando una reazione sovranista in Colombia che potrebbe contribuire a lanciare Cepeda alla presidenza. Come già accaduto in passato con la messicana Claudia Sheinbaum e il brasiliano Lula da Silva, negli ultimi mesi Petro ha visto crescere la sua popolarità di pari passo con lo scontro con Trump. Parte di questa popolarità si è trasferita a Cepeda, che al ballottaggio dovrebbe sottolineare la sottomissione del suo avversario all’agenda di Trump per la Colombia e l’America Latina. Il 21 giugno la Colombia deciderà se proseguire sulla strada della trasformazione sociale e ambientale iniziata da Petro o sprofondare in una distopia di militarismo e tagli alla spesa sociale. Quest’ultima opzione aggraverebbe senza dubbio il conflitto armato interno e le ingiustizie sociali che lo hanno generato, mettendo persino a repentaglio la già imperfetta democrazia colombiana. Le ripercussioni di entrambi gli esiti si faranno sentire ben oltre i confini del paese. *Pablo Castaño è un giornalista freelance e politologo. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze politiche presso l’Università Autonoma di Barcellona e ha scritto per Ctxt, Público, Regardse Independent. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La Colombia spera ancora proviene da Jacobin Italia.
June 3, 2026
Jacobin Italia
Elezioni in Colombia, al ballottaggio l’estrema destra contro il progressismo
Le elezioni del 31 maggio hanno aperto uno scenario che fino a poche settimane fa appariva quantomeno poco probabile: alla chiusura dei preconteggi del voto del primo turno delle presidenziali, con il 58,7 per cento di partecipazione elettorale, l’ex outsider dell’estrema destra Abelardo de la Espriella della lista “Firme por la Patria”, filo trumpiano e difensore dei paramilitari, sfiderà con il 43.74% il candidato del Pacto Histórico, candidato della coalizione “Alianza por la vida”, Iván Cepeda Castro, secondo con il 40.90%, il prossimo 21 giugno al ballottaggio per le presidenziali in Colombia. Quel giorno si definirà il nuovo governo che a partire dal prossimo 7 agosto si insedierà alla Casa de Nariño, il palazzo presidenziale nella capitale colombiana, a seguito del primo governo di sinistra della storia colombiana che durante questi ultimi quattro anni è stato guidato da Gustavo Petro: sarà una virata verso una nuova estrema destra, che va oltre (e con) l’uribismo, nel solco di Trump, Milei, Noboa e Bukele, e della ripresa della guerra, dell’estrattivismo e del paramilitarismo, o si riuscirà a rilanciare nelle urne la continuità di una proposta di governo progressista e popolare, con l’orizzonte della pace e della giustizia sociale? Se nelle scorse settimane questa seconda opzione sembrava la più probabile, dopo il primo turno lo scenario è fortemente riconfigurato: da mesi era in testa nei sondaggi la formula che vede candidato presidente Iván Cepeda Castro, senatore di sinistra, figura riconosciuta delle lotte per i diritti umani, fondatore del movimento delle vittime dei crimini di Stato (suo padre fu un leader politico della Unión Patriótica assassinato dai paramilitari nel 1994), con Aida Quilcué, leader del movimento indigeno del Cauca ed ex senatrice, oggi candidata vicepresidenta. Insieme hanno riempito le piazze con grandissime mobilitazioni, forti del sostengo popolare al presidente e al governo uscente (il più alto degli ultimi decenni) e dei buoni risultati delle elezioni parlamentari dello scorso marzo dove il Pacto Histórico si era confermato primo partito a livello nazionale. > Ma questa volta il primo turno è di fatto diventato un secondo turno > anticipato, con il voto dell’elettorato di destra spostato direttamente su > Abelardo de la Espriella, che ha fatto irruzione nell’ecosistema digitale > negli ultimi mesi, con un forte sostegno dell’estrema destra a livello > internazionale e statunitense in particolare, convogliando sulla sua figura i > voti della destra tradizionale. Infatti, la candidata del partito Centro Democratico, la destra (estrema) tradizionale dell’uribismo, Paloma Valencia, dopo aver ottenuto oltre 3 milioni di voti alle primarie di marzo, si è fermata al 6.92%, non andando oltre il milione e seicentomila voti: è evidente che gran parte del suo elettorato ha votato direttamente il candidato visto come favorito per affrontare la proposta della continuità dell’attuale governo di sinistra, e che l’alleanza con il centrodestra moderato di Oviedo, dichiaratamente omosessuale e candidato vicepresidente con Valencia, non ha pagato in termini elettorali (e proprio Oviedo difficilmente sosterrà, a differenza di Valencia, il voto per Espriella, apertamente omofobo e misogino, aprendo una contesa anche su un settore di votanti di centrodestra in vista del secondo turno). Quarto il centro moderato di Fajardo, con il 4,26 %, pochissime percentuali per tutti gli altri e le altre candidate, a partire dall’ex sindaca di Bogotà Claudia López, che per poco non ha raggiunto l’1 per cento. * * Seppur questo risultato è apparso in buona parte inatteso, la figura di estrema destra di Abelardo de la Espriella stava crescendo in maniera significativa nelle ultime settimane nelle reti sociali e nei sondaggi, fino ad arrivare a presentarsi come il più votato al primo turno in vista del ballottaggio: se la sfida delle sinistre e del progressismo nei mesi scorsi era confrontarsi con l’eredità dell’uribismo, adesso la contesa è su un piano politico differente definito dal protagonismo di una figura nuova sullo scenario politico colombiano che, in sintonia con Trump, Milei, Bukele e Noboa, punterà sulle politiche tradizionali dell’estrema destra, oltre a promettere di “sventrare la sinstra e incarcerare i suoi dirigenti”, minacciando di usare la forza contro Petro e Cepeda (in un paese devastato dalla violenza, reduce da genocidi politici e terrorismo di stato,  queste parole detto da un avvocato difensore dei paramilitari e dei narcotrafficanti pesano veramente tanto). > Nel programma di Abelardo de la Espriella troviamo le ricette dell’estrema > destra a livello internazionale: allineamento strategico in politica estera > con gli Stati Uniti e Israele, smantellamento del pubblico, mano dura > repressiva, intensificazione della guerra. Le proposte vanno dalle carceri speciali alla Bukele, fino ad un intenso e duro attacco contro le politiche sociali e le conquiste di questi anni di governo progressista, misure contro l’aborto e i diritti lgbtqi+, smantellamento della giustizia transizionale e degli accordi di pace, politiche in favore dell’impresa privata e dei latifondisti, misure in favore dell’estrattivismo e contro la transizione energetica. Con il 43,7 per cento dei voti (che corrisponde a 10.361.499 voti), De la Espriella andrà al secondo turno forte del sostegno di Uribe e della destra tradizionale, mentre Iván Cepeda, con il 40,9 per cento, avendo ottenuto il numero più alto di voti nella storia della sinistra al primo turno elettorale delle presidenziali in Colombia, con 9.688.361 voti (ben un milione in più rispetto al primo turno di Petro di quattro anni fa), dovrà comporre alleanze con parti del centro moderato, ma soprattutto conquistare voti tra le milioni di persone che si sono astenute al primo turno, che potrebbero votare, almeno in parte, al ballottaggio, e che saranno decisive per la vittoria dell’uno o dell’altro candidato. Cepeda ha vinto sulla costa dei Caraibi, sulla costa Pacifica, nelle regioni più povere e marginalizzate, ed in quelle colpite storicamente dalla guerra, ma anche nelle grandi città della costa, a Cali e Bogotá (seppure nella capitale con risultati che si possono migliorare); nelle regioni interne, a Medellin e in alcune delle aree colpite dalla crisi umanitaria degli ultimi anni, ha invece vinto Abelardo, riproducendo una mappa elettorale simile a quattro anni fa. Saranno tre settimane decisive per mantenere la speranza e difendere la democrazia per delle elezioni che hanno un valore che andrà bel oltre i confini nazionali colombiani e riguarda quantomeno lo scenario latinoamericano, se non oltre: la contesa sarà durissima, venti giorni di campagna elettorale decisive per la definizione del prossimo presidente in un paese ancora più fortemente polarizzato di quanto non lo fosse già. Quattro anni fa, Petro ha recuperato oltre tre milioni di voti tra il primo e il secondo turno, vincendo le presidenziali, nonostante la somma dei voti del primo turno dei due candidati di destra fosse superiore a quanto ottenuto, in termini di numeri di voti, dalla sinistra. > Seppure ci troviamo in uno scenario differente e difficile, la possibilità di > tornare a vincere per le sinistre è aperta, e queste tre settimane di campagna > saranno decisive per negoziare accordi elettorali ma anche e soprattutto per > convincere nuovi votanti in uno scenario più polarizzato che mai. Da ieri è cominciata una campagna elettorale completamente nuova, dove ogni passaggio, ogni parola e azione saranno decisive, e dove è in gioco non solo la scelta di un presidente, ma il futuro del paese, la possibilità stessa della democrazia, della pace e della difesa della vita in un paese che viene da sessant’anni di conflitto armato, diseguaglianza e violenza, e che in questi quattro anni ha conosciuto importanti avanzamenti e iglioramenti in termini di crescita economica, di diritti sociali e condizioni socio-economiche, dall’innalzamento del salario minimo all’abbassamento del tasso di disoccupazione ed informalità, con significativi avanzamenti per i diritti del lavoro, delle economie popolari e delle comunità indigene ed afrodiscendenti, in un panorama però segnato anche dai limiti incontrati dal processo della pace totale e da una nuova intensificazione delle violenze dei gruppi armati e del narcotraffico. In questo scenario, bisogna tener conto del contesto geopolitico, oltre a quello ideologico: un fattore di grande importanza è l’influenza sulle elezioni dell’ingerenza statunitense, passato negli ultimi mesi per le minacce di Trump di bombardare la Colombia e le misure contro Petro (dopo l’attacco contro il Venezuela a gennaio, mentre continuano le minacce e il blocco criminaale contro Cuba), ai dazi e alle tensioni militari al confine con l’Ecuador attraverso le politiche del presidente filo trumpiano Noboa, fino alle fake news e agli ingenti finanziamenti per campagne mediatiche e nelle reti sociali contro il governo Petro che arrivano da tanti esponenti dell’estrema destra statunitense e latinoamericana: un campo di battaglia decisivo in vista del ballottaggio. > Nelle piazze, nelle reti sociali e nelle strade ieri sono cominciate le > mobilitazioni per questo secondo turno elettorale: nei quartieri popolari e > nelle università, in tanti e tante sono scese in strada per fare campagna e > difendere la democrazia e la vita contro l’estrema destra, e per dare > continuità al progetto di trasformazione sociale cominciato con gli accordi di > pace, le rivolte sociali e il governo Petro. Ivan Cepeda, dopo aver chiesto di attendere i risultati ufficiali dello scrutinio elettorale, denunciando rischi di frodi elettorali nel preconteggio, a seguito dell’annuncio del presidente Petro, che ha presentato una denuncia di una alterazione del censo elettorale corrispondente a poco più di 800mila voti (poco più della differenza di voti tra De La Espriella e Cepeda), ha dichiarato che bisognerà mobilitarsi per vincere le elezioni contro il fascismo e il paramilitarismo, e per continuare il progetto del cambiamento sociale e politico in Colombia. Poche ore dopo, il presidente Petro ha dichiarato: “Abbiamo tutti il dovere morale di lottare contro il fascismo mafioso che ha governato per decenni la Colombia con Uribe e che oggi vuole tornare al potere con Abelardo. Ma Abelardo ha perso nella sua regione natale, ed è stato sconfitto in tutta la regione dei Caraibi: la gente del suo territorio sa cosa può succedere se un fascista difensore del paramilitarismo torna al potere. Invito tutte le persone democratiche a unirsi per difendere la democrazia contro la morte che si avvicina. Invito la gioventù colombiana a votare in massa per difendere la vita. Oggi serve una vera e grande alleanza per la vita”. Dalla forza e dall’efficacia di questa alleanza per la vita passerà la possibilità e la speranza della Colombia, dell’America Latina e oltre, per resistere alla guerra e al fascismo e all’estrattivismo, e per costruire orizzonti politici di trasformazione nel regime di guerra globale.   Immagine di copertina a cura di Alioscia Castronovo, mobilitazione contro l’ingerenza di Trump in Colombia, Bogotá, 2026. L'articolo Elezioni in Colombia, al ballottaggio l’estrema destra contro il progressismo proviene da DINAMOpress.
June 2, 2026
DINAMOpress
L’Hondurasgate portato in tribunale, e oggi si vota in Colombia
Il giurista colombiano Luis Guillermo Pérez Casas, storico difensore dei diritti umani, e il collega Mario Serrato hanno annunciato la presentazione di una denuncia penale in Colombia e in Honduras contro Juan Orlando Hernández, l’ex presidente del paese centroamericano. Hernández, condannato nel 2024 a 45 anni di carcere per narcotraffico […] L'articolo L’Hondurasgate portato in tribunale, e oggi si vota in Colombia su Contropiano.
May 31, 2026
Contropiano
Da invasori a invasi
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Pozol Chiapas, che ringraziamo -------------------------------------------------------------------------------- Nel 1971, tre accademici studiarono e analizzarono il ruolo delle “istituzioni caritatevoli” nelle baraccopoli (formatesi a seguito delle occupazioni abusive) di Lima, pubblicando un’opera profonda e rigorosa intitolata “Dagli invasori agli invasi”, diffusa su Cuadernos de DESCO*. L’opera si concentra sugli effetti che l’intervento dei “benefattori” (oggi diciamo ONG) ha sugli abitanti. Dopo aver documentato l’enorme espansione delle baraccopoli conseguenti alle occupazioni (“invasioni”, come le chiamano i media), in cui milioni di persone si concentrano nelle periferie della capitale, sottolineano come le istituzioni caritatevoli cerchino la “smobilitazione politica degli abitanti”. Esse rappresentano l’imperialismo, la “borghesia nazionale” e gli imprenditori che, “aiutando” gli abitanti, riescono a “neutralizzare politicamente ampi settori urbani che non possono organizzarsi altrove se non all’interno delle baraccopoli”. Aggiungono che i “benefattori” mirano anche a organizzare i consumi dei residenti, e il loro successo è in gran parte dovuto alla defezione della sinistra, che non è stata in grado di unire questo ampio settore urbano. Un secondo tema che affrontano è l’atteggiamento degli “scienziati sociali”, in particolare americani, che hanno condotto studi nelle baraccopoli. Citano il sociologo tedesco Martin Nicolaus: “Gli occhi professionali del sociologo sono fissi sulle classi inferiori, mentre i palmi delle mani sono rivolti verso le classi dominanti”. Sottolineano come il lavoro sul campo di questi professionisti sia stato “di grande utilità per il Peace Corps, l’USAID, altri benefattori, il loro prestigio accademico, le fondazioni che finanziano i loro studi, le loro tesi di dottorato, la gioia degli americanisti, ecc., ma con poche eccezioni per gli abitanti delle baraccopoli”. Il terzo punto affronta l’analisi del modus operandi dei “benefattori” che, avvicinandosi ai settori più attivi delle baraccopoli, “creano clientelismo tra i leader delle associazioni di residenti, i quali, per mantenere la loro leadership, devono rispondere alle richieste degli abitanti”. Inoltre, diffondono l’idea che non esista una classe dominante e che la povertà sia colpa dei poveri, non un problema strutturale. Infine, sebbene ci sia molto altro da dire, i tre autori dicono di non essere interessati a presentare uno studio accademico, bensì a smascherare le istituzioni che “sono solo strumenti di demobilitazione popolare e di trasmissione dell’ideologia dei settori nazionali e stranieri dominanti”. Vogliono che il loro lavoro aiuti le persone a conoscere meglio i loro “benefattori”. Basandomi su questo breve glossario di un’opera eccellente, vorrei ricordare a tutti che i programmi sociali esistono nel nostro continente da oltre mezzo secolo, lo stesso lasso di tempo di coloro che li denunciano senza che le loro indagini vengano prese in considerazione. Certamente, ci sono stati cambiamenti nei metodi e negli stili della cooperazione internazionale per lo sviluppo e la promozione, ma gli elementi essenziali erano già presenti più di mezzo secolo fa. Questo solleva alcuni interrogativi. Perché le organizzazioni di sinistra e i movimenti di base continuano ad accettare questi programmi che, da mezzo secolo, sappiamo essere contrari agli interessi del popolo e dei settori popolari? Perché migliaia e migliaia di accademici e sociologi si lasciano strumentalizzare da chi detiene il potere, quando, con le loro qualifiche, avrebbero altre opzioni e potrebbero lavorare in altri campi? Credo che questi atteggiamenti non possano essere compresi senza considerare che il trionfo del capitalismo, seppur temporaneo, ha convinto molte persone e partiti politici che opporsi al sistema sia pericoloso. Non sto dicendo che le loro vite siano in pericolo, perché non vivono a Gaza, né in quartieri operai o comunità indigene. Il pericolo che percepiscono riguarda le loro carriere professionali, il successo individuale e, soprattutto, la sicurezza economica e lavorativa. Se osserviamo attentamente, sia i partiti di sinistra che gran parte delle dirigenze dei movimenti, sono attualmente composti da persone con titoli accademici, in possesso di qualifiche che fungono da lasciapassare per l’ascesa sociale, e che appartengono a quella che Emmanuel Todd, non senza un pizzico di malizia ma con notevole perspicacia, definisce “oligarchia di massa”. Ciò riflette l’enorme mutamento del sistema, che ha integrato i vertici dei settori popolari, indicando al resto la via per il successo individuale. In particolare, è riuscito a cooptare i leader (o a “clientelizzarli”, come afferma l’opera di cui sto parlando). Questi leader sono fondamentali per stabilizzare il sistema di dominio. Pertanto, l’impegno degli zapatisti a non arrendersi, a non cedere e a non svendersi rimane un punto di riferimento etico imprescindibile, soprattutto in questi tempi di sconvolgimento sistemico. . *Gli autori sono Alfredo Rodríguez, Gustavo Riofrío e Eileen Welsh. L’opera è disponibile online. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Da invasori a invasi proviene da Comune-info.
May 29, 2026
Comune-info
Rapporto RAND sull’America Latina: riprendere il dominio con l’assistenza militare
Nel condizioni attuali della competizione globale, l’America Latina è tornata prepotentemente al centro delle priorità di difesa degli Stati Uniti (leggi: della politica imperialista degli States). Il 5 maggio, un rapporto pubblicato dalla RAND Corporation, intitolato “Force Multipliers in the Americas“, traccia delle linee guida da presentare al Dipartimento della […] L'articolo Rapporto RAND sull’America Latina: riprendere il dominio con l’assistenza militare su Contropiano.
May 26, 2026
Contropiano
Cuba sotto assedio si organizza per difendersi
A Cuba continua ad aggravarsi la crisi energetica ed economica provocata anche dal rafforzamento del bloqueo imposto dagli Stati Uniti. Blackout, carenza di carburante, difficoltà nei trasporti e scarsità di medicinali colpiscono la vita quotidiana dell’isola, mentre Washington intensifica le misure economiche contro il paese. Le sanzioni e le restrizioni sulle forniture energetiche fanno parte di una lunga strategia di pressione e strangolamento economico contro Cuba, che da decenni tenta di isolare politicamente e materialmente l’isola. Degli ultimi giorni è anche la notizia che gli americani vorrebbero spingere Cuba a un tentativo di negoziato sotto pressione, come dimostra la presenza sull’isola del capo della CIA Ratcliffe e l’accusa ufficiale in una corte statunitense contro Raúl Castro. Nonostante questo, Cuba continua a difendere la propria sovranità e a resistere. Il 1 maggio, milioni di cubani sono scesi in strada per sostenere la rivoluzione. Da Cuba un aggiornamento con Michele, un compagno che da anni vive e lavora sull’isola: Riceviamo e pubblichiamo da “Internazionalisti per Cuba” l’appello a firmare anche dall’Italia per sostenere l’appello fatto da oltre 6 milioni di cubani a difendere l’isola e la rivoluzione in caso di attacco:
Colonizzazione America Latina: piano di Trump e Netanyahu
Si tratta di un vero e proprio piano strategico per riappropriarsi di territori, per imporre, anche militarmente, una sempre più feroce politica espansionistica e un modello economico neoliberista estrattivista, quello disegnato dall’amministrazione MAGA (Make America Great Again) e dal governo Netanyahu per America Latina, con il sostegno dell’argentino Javier Milei […] L'articolo Colonizzazione America Latina: piano di Trump e Netanyahu su Contropiano.
May 24, 2026
Contropiano