Nella spiaggia dei mutilati di Odessa, dove il sole non sana le ferite
reportage di Lucia Capuzzi, inviata de L’Avvenire ad Odessa – A Bez Mezh
(Ucraina) l’associazione “Free warriors” ha organizzato gare per i veterani
disabili. «Lo sport è fondamentale nel recupero». Un ex combattente amputato su
tre ammette di soffrire di depressione.
Immobile e trasparente, il Mar Nero è uno specchio di luce. Il sole estivo
inonda la costa e lo stabilimento, d’un bianco accecante. Sulla pedana,
centinaia di persone si contendono i coni d’ombra proiettati dai teloni.
A prima vista, Bez Mezh non sembra differente dall’adiacente Kaleton o dalla
baia dei Delfini e dalle altre stazioni balneari di Odessa. Oasi in cui
visitatori da tutta l’Ucraina cercano rifugio dalla routine di una guerra
interminabile. Più lunga ormai perfino del Primo conflitto mondiale.
Il fronte, distante una sessantina di chilometri, appare lontanissimo. Ma è solo
un’illusione. Il suo fuoco è inciso con lettere indelebili sulle carni arrossate
dal sole degli uomini di Bez Mezh, la spiaggia dei feriti e dei mutilati in
battaglia.
Il corpo di Valery, ad esempio. Dall’anca in giù, la gamba sinistra è un arto di
metallo. L’altra – «quella di prima», come la chiama – l’ha vista andare in
frantumi quando la granata russa l’ha colpita nella regione di Zaporizhzhia un
giorno d’inverno del 2024. Mancava un chilometro per terminare l’assalto alla
postazione avversaria. Il primo ordine ricevuto appena era stato schierato sul
campo al termine dell’addestramento dopo l’arruolamento obbligatorio.
«Più del dolore lancinante non riesco a dimenticare la paura. Mi ha perseguitato
per non so quanto tempo. Ero sicuro che sarei morto. E non volevo. Forse per
questo sono riuscito a strisciare indietro, aggrappandomi al Kalashnikov.
Millimetro dopo millimetro, ci ho messo sei ore. Ho dovuto attenderne altre otto
in trincea prima di potere essere evacuato. C’erano 13 gradi sotto zero e nessun
farmaco per lenire la sofferenza». Le parole del 43enne di Sumy si mescolano
alla musica pop, sparata a tutto volume dagli altoparlanti.
È un giorno di festa a Bez Mezh: “Free warriors” ha organizzato giochi e gare
per i veterani disabili.
«Lo sport è fondamentale nel processo di recupero», spiega l’ex atleta Arsen
Riaboshapko che, insieme a Illya Pylypenko, ha fondato l’associazione due anni
fa. «Lo so per esperienza», sottolinea, mentre mostra la schiena crivellata dai
proiettili. «Queste me le sono fatte in uno scontro corpo a corpo a Bakhmut, nel
2023», aggiunge, prima di scappare per presentare la successiva competizione:
remo sul posto.
Dall’inizio dell’invasione, si contano 600mila ucraini con disabilità, secondo
il governo di Kiev. Il totale ha oltrepassato i 3,4 milioni. Di questi, 143mila
sono registrati come mutilati di guerra, un decimo del totale dei veterani.
Almeno i due terzi hanno subito amputazioni e hanno ricevuto protesi nell’ambito
del programma statale di assistenza, a cui il bilancio pubblico ha destinato 190
milioni di dollari per il 2026.
Poco meno di 450 milioni di dollari sono stati stanziati, inoltre, per pensioni,
sussidi, compensazioni.
Le necessità reali, però, aumentano con il protrarsi delle ostilità.
Non tutti i mutilati, poi, rientrano nel censimento ufficiale.
«Ti “aggiustano”. Le ferite peggiori, però, ti restano dentro – dice Alex, che
ha la gamba destra mozzata all’altezza del ginocchio – La cosa più difficile è
riuscire ad accettarti per come sei diventato. Prima lo fai, prima inizi davvero
a uscire dal tunnel. La gente intorno spesso non capisce. Per questo, sono
entrato in “Free warriors”, per avere qualcuno con cui poter parlare
liberamente».
Almeno un ex combattente disabile su tre ammette di soffrire di depressione,
ansia e altri disturbi mentali, secondo l’ultima rilevazione dell’Organizzazione
internazionale delle migrazioni.
Il numero di quanti si sentono tagliati fuori dalla propria comunità è
triplicato nell’ultimo anno, passando dal 9 al 27 per cento.
«Non dimenticherò mai quando ho visto il moncone al posto del piede. Non potevo
crederci. La protesi è arrivata dopo mesi. Allora, pian piano, ho ripreso a
camminare e a guardarlo di nuovo. Ad accettare il nuovo me», racconta Sergeij,
48 anni, originario di Rivna, colpito dal proiettile di un Grad ad Andriivka un
anno e mezzo fa. «Ero partito volontario. Sapevo che, con la mobilitazione
generale, prima o poi, mi avrebbero reclutato. Così sono andato sulle mie gambe.
Sono tornato su una». Il volto tradisce un sorriso amaro.
«Adoro la spiaggia, fin da quando ero bambino. Ora, forse, l’amo ancora di più.
In acqua ritorno uguale a come ero prima». Appena finisce la frase, si dirige
verso lo scivolo e raggiunge il bagnasciuga. Lentamente si immerge nell’acqua
insolitamente tiepida. La stampella resta sulla sabbia scura accanto a una sedia
a rotelle.
Redazione Italia