Paolo Simonetti / La balena bianca non è un animale cartesiano
Dopo la critica radicale delle fondamenta stesse del pensiero occidentale da
parte del Neopragmatismo americano di Richard Rorty ed altri, dopo il
superamento della metafisica operato o quantomeno auspicato da Martin Heidegger,
dopo la decostruzione del logocentrismo a opera di Jacques Derrida, è diventato
quasi un luogo comune affermare che la filosofia la si può trovare non tanto e
non solo nei trattati di filosofia, ma nei testi che “parlano d’altro”, nei
testi non-filosofici, soprattutto in quelli letterari. Paul de Man, autorevole
esponente della “Scuola di Yale”, versione americana del decostruzionismo,
sosteneva che la filosofia contemporanea dovrebbe sempre partire dall’analisi
del testo e svilupparsi secondo dei meccanismi testuali. Dunque, alla luce di
questa “svolta testuale”, diventa fondamentale rileggere alcuni testi letterari
che aiuterebbero a farci comprendere la nostra condizione postmoderna. Uno di
questi testi è L’Uomo di Fiducia di Herman Melville, libro da cui parte la
riflessione di Paolo Simonetti – docente di Letteratura angloamericana presso La
Sapienza – nel saggio L’arte della Fiducia. Herman Melville, Letteratura e
Post-Verità, per arrivare a rileggere tutta l’opera di Melville alla luce di
questo romanzo-non-romanzo, di questo romanzo destrutturato, composto da una
serie di scenette, dialoghi, riflessioni sulla natura umana.
La trama de L’Uomo di Fiducia (The Confidence-Man: His Masquerade), pubblicato
nel 1857, sei anni dopo Moby Dick, è ben nota: un gruppo di passeggeri a bordo
di un battello a vapore – il Fidèle – in viaggio lungo il fiume Mississippi,
diretto a New Orleans, è coinvolto in una serie di conversazioni e riflessioni
sul tema della fiducia, una fiducia che viene costantemente sollecitata e messa
alla prova da un misterioso personaggio (o forse più personaggi), “l’uomo della
fiducia”, che di volta in volta assume diversi travestimenti, e infine si rivela
essere in ultima analisi un puro e semplice truffatore. Tra l’altro, proprio
negli anni in cui Melville compose il romanzo, l’espressione Confidence-man
veniva utilizzata sui giornali per descrivere un personaggio – un certo William
Thompson – che aveva raggirato dei poveri creduloni estorcendo loro con
l’inganno del denaro o degli oggetti preziosi.
Il romanzo all’epoca ebbe scarsissimo successo, tanto da far ipotizzare che con
quest’opera Melville avesse compiuto un suicidio letterario: in realtà era così
avanti sui tempi che Simonetti si spinge ad affermare che «Il postmodernismo ha
[…] creato il terreno ideale per The Confidence Man. Un libro pieno zeppo di
oscure allusioni letterarie alla Bibbia, a Shakespeare, ai Trascendentalisti del
New England e dio solo sa cos’altro». Per l’autore, con la sua “crisi delle
metanarrazioni” (Lyotard), il Postmodernismo «ha finalmente reso possibile
leggere L’Uomo di Fiducia per ciò che esso è realmente: un romanzo che distrugge
tutte le nostre certezze, l’affermazione di una “verità dialogica” e
“letteraria” che è l’unica verità possibile, una verità che solo la letteratura
ci può dare».
Da L’uomo di fiducia nasce una riflessione critica, una serie di analisi di una
figura archetipica della cultura americana: la figura del truffatore, di colui
che ottiene successo, soldi, notorietà, grazie alla fiducia che riesce a
suscitare negli altri. E nascono opere letterarie e personaggi che riprendono il
tema della fiducia nella realtà rappresentata, nella destrutturazione del
romanzo o del racconto tradizionali: The Floating Opera (1956) di John Barth,
uno spettacolo frammentario rappresentato su un battello alla deriva lungo il
fiume; i meravigliosi schnorrer protagonisti di alcuni celebri racconti di
Bernard Malamud (Pictures of Fidelman, 1969); il burattinaio Mickey Sabbath ne
Il teatro di Sabbath (1995) di Philip Roth, oppure il protagonista di America
Fantastica (2023) di Tim O’Brien (tradotto in Italiano dallo stesso Simonetti).
Ma si possono ritrovare figure di confidence-men anche nelle opere di altri due
grandi scrittori americani: Philip K. Dick e Thomas Pynchon. In Dick troviamo
dei personaggi che potremmo definire dei confidence-men: attori falliti,
imbroglioni, individui che fanno leva sulla fiducia delle persone per
arricchirsi, per diventare uomini d’affari di successo, leader politici, oppure
dei veri e propri Messia. Basti pensare al leader nero Ray Roberts di In Senso
Inverso (1966), al personaggio di Bunny Hentman in Follia per Sette Clan (1964),
o al falso Messia Wilbur Mercer in Ma gli androidi sognano pecore elettriche?
(1968). Anche nell’opera di Thomas Pynchon, altro grande scrittore di cui
Simonetti si è occupato in numerosi saggi, sono presenti dei confidence-men. Uno
dei più riusciti è Zoyd Wheeler in Vineland (1990), un ex-hippie che basa tutta
la propria esistenza sulla fiducia che le autorità ripongono nella sua capacità
di mettere in scena un atto di follia ritualizzato, un rituale che consiste nel
saltare da una finestra rompendo il vetro, una follia simulata che gli consente
di campare con un sussidio di invalidità.
Ma la più geniale incarnazione di questo personaggio archetipico è Operazione
Shylock (1993) di Philip Roth. In questo romanzo-non-romanzo, il truffatore
compie la metamorfosi estrema: si traveste dall’autore stesso del libro, e va in
giro per la Gerusalemme del 1988 – in cui si svolgono il processo al nazista
ucraino John Demjanuk, il boia di Treblinka, e la Seconda intifada dei
Palestinesi – carpendo la fiducia degli altri sotto le mentite spoglie del
celebre scrittore ebreo americano Philip Roth.
The Confidence-Man è insomma un libro attualissimo, che dovrebbe essere al
centro del dibattito contemporaneo. E qui arriviamo alla domanda cruciale, che
sottende tutti i ragionamenti sulla sua attualità: Donald Trump è un
confidence-man? Il quarantasettesimo Presidente degli Stati Uniti è forse
l’ultima incarnazione di un personaggio che ha avuto un’importanza decisiva
nella costruzione dell’America che conosciamo, l’America dei grandi raiders
finanziari, dei grandi truffatori e manipolatori come Ivan Boesky, Bernard
Madoff, Jeffrey Epstein? Oppure Trump è semplicemente un Joker che è andato al
potere? Melville può darci una mano ad affrontare la Bestia sovranista? La
lettura di The Confidence-Man può aiutarci a capire meglio la nuova guerra
civile americana che sta arrivando? Secondo Simonetti, L’Uomo di Fiducia ci
aiuta a comprendere i meccanismi tramite i quali si costruisce la cosiddetta
post-verità, analizzando “il desiderio assolutamente umano di lasciarsi
convincere dalle bugie” (Roth, Operazione Shylock). È dunque la nazione
americana stessa che viene descritta da Melville come un battello a vapore alla
deriva, come una nave dei folli medievale, oppure come una baleniera impegnata
in una folle caccia alla balena bianca, un novello Pequod lanciato verso il
proprio destino funesto. Trump è il folle nocchiero di questa nave, che si
dirige a grande velocità verso il disastro finale. Ecco allora che i passeggeri
del Fidèle riflettono nei loro discorsi la percezione diffusa di un disastro
imminente – la stessa sensazione che pervadeva l’America, l’immaginario
americano, prima dell’11 settembre.
La tesi di fondo di Simonetti è che nella costruzione dei suoi dialoghi
“filosofici” incentrati sulla fiducia a bordo del Fidèle, Melville si sia
ispirato alla illustre tradizione del dialogo filosofico e della satira
menippea, ai Dialoghi di Diogene di Sinope riportati da Diogene Laerzio, ai
Dialoghi di Platone e di Luciano di Samosata; e che, soprattutto, nella sua
opera sia possibile rintracciare l’influsso profondo di un’opera fondamentale
per comprendere il secolo dei lumi, l’opera vastissima del filosofo francese
Pierre Bayle, il Dictionnaire Historique et Critique, pubblicata nel 1697. La
verità “dialogica” descritta da Bayle nel suo Dictionnaire, e la verità di cui
sono alla ricerca i personaggi di Confidence-Man, è quella stessa verità che
ricercavano gli Enciclopedisti e gli Illuministi del Settecento, basata sullo
scetticismo radicale, che pone in dubbio qualsiasi cosa, anche l’identità della
persona che ci troviamo di fronte.
Man mano che ci si addentra nel libro, ci si rende conto che Simonetti avrebbe
potuto argomentare ulteriormente, dal punto di vista filosofico, l’accostamento
tra The Confidence-Man e la critica di Nietzsche al concetto di verità, tra il
dubbio radicale di quest’opera e la decostruzione della metafisica occidentale
di Derrida. Questi, tra l’altro, ha scritto pagine bellissime sul Bartleby di
Melville e ha spesso utilizzato lo scetticismo di Bayle per decostruire il
dogmatismo di Cartesio. Bayle è dunque un precursore dell’Illuminismo, degli
enciclopedisti del Settecento come Diderot e D’Alembert, ma anche un precursore
del pensiero filosofico radicale contemporaneo, della decostruzione e del
postmodernismo. È stato uno dei primi a scrivere commenti ai margini delle varie
voci del suo Dizionario, a scrivere note su due colonne più lunghe del testo
principale, proprio come hanno fatto quasi tre secoli dopo Derrida (Living On:
Border Lines), oppure Samuel Beckett, o William Burroughs. In vari saggi,
Derrida ha utilizzato Bayle contra Cartesio, in particolare contro la nozione
cartesiana di animale-macchina, l’affermazione che gli animali siano da
considerarsi come delle semplici macchine prive di anima.
“Il romanzo di Melville è uno specchio deformante che prefigura l’infosfera
contemporanea” scrive Simonetti, ecco perché L’Uomo della Fiducia prefigura
l’era della post-verità. Ma alla base di tutti i ragionamenti dell’autore, della
sua appassionata ricerca di una “verità dialogica” nascosta nel testo, si
intuisce una grande paura di “perdere i testi”, di leggerli e di comprenderli,
in mezzo ai bombardamenti di stimoli e di fake news cui siamo quotidianamente
sottoposti. Al contempo si intuisce – quasi a voler confortare il lettore
anch’egli in preda a questa paura – un grande amore per la letteratura.
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