Dopo un Papa “francescano” un Papa… Leone
Jorge Bergoglio, dopo più di ottocento anni, è stato il primo papa a chiamarsi
Francesco, nel ricordo di quel Santo poverello di Assisi che, pur rimanendo
obbediente alla Chiesa Cattolica, contestò le posizioni assunte da Papa
Innocenzo III il quale, seguace del più famoso Gregorio VII, pretendeva di
gestire non solo il potere spirituale ma anche il potere temporale, alimentando
i conflitti con i regnanti e favorendo la Quarta Crociata del 1201 per la
riconquista di Gerusalemme, della Terra Santa occupata dai musulmani. Questa
spedizione armata, che viene ricordata come “crociata deviata”, fu finanziata
attivando un sistema di indulgenze il cui scopo era legato ad un forte introito
di denaro dietro l’ottenimento della remissione di tutti i peccati. Di tutti i
peccati?
Anche quel “peccato mortale” delle “guerre che sono la continuazione della
politica con altri mezzi” (Clausewitz docet) e che seminano, anno dopo anno,
secolo dopo secolo, un numero incalcolabile di morti?
Dopo la scomparsa di quel gesuita “francescano”, a partire dall’8 maggio 2025 è
stato eletto papa della Chiesa Cattolica Robert Francis Prevost (nato il
14-07-1955), con una cittadinanza doppia: americana e peruviana.
In quel fausto giorno si è presentato al mondo intero nel massimo rispetto del
rigido e lussuoso protocollo papale, difatti ha indossato l’abito talare con il
“rocchetto” (una sopravveste che, con forme diverse, veniva usata dai nobili e
dall’alta borghesia), con la “mozzetta rossa”, con la “croce pettorale d’oro”
(puro) e con “la stola papale rossa” con lo stemma della Santa Sede.
Robert Francis Prevost ha deciso di chiamarsi Leone XIV, inserendosi nel
percorso dei “Papi… Leoni”: da Papa Leone I (440-461) che, nel Concilio di
Calcedonia del 451, volle riconoscere la supremazia temporale del Vescovo di
Roma su tutti, a Papa Leone X (1513-1521) che intensificò il carico fiscale e la
vendita delle cariche ecclesiali e delle indulgenze per riassettare le finanze
vaticane e per completare la Basilica di San Pietro. Sono gli anni di una
intensa trasformazione della società civile e sono anche gli anni della “Riforma
Protestante” con cui Martin Lutero (1483-1546), oltre ad avviare una critica
radicale contro la dottrina ecclesiastica, contesta aspramente “la vendita delle
indulgenze” la quale, nella coscienza popolare, si connota come perdono delle
colpe e non solo.
E nel giorno solenne di Pasqua, il 21 Aprile del 1878, venne eletto Papa Leone
XIII (1878-1903) che, nella sua prima enciclica, la “Inscrutabili Dei Consilio”,
scrisse: “Fin dai primordi del Nostro pontificato Ci si presenta allo sguardo il
triste spettacolo dei mali che da ogni parte affliggono il genere umano: il
perenne fomento alle discordie, da cui le intestine contese, e le guerre crudeli
e sanguinose; il disprezzo di ogni legge di moralità e di giustizia;
l’insaziabile cupidigia dei beni caduchi”.
[In Enchiridion delle Encicliche. Ed. E.D.B. Vol. 3, pag. 13]
E poi, il 28 dicembre dello stesso anno, scrisse la seconda enciclica, la “Quod
apostolici muneris (Socialismo, comunismo, nihilismo)”, dove ribadì (repetita
iuvant) il potere temporale della Chiesa Cattolica e scaricò le responsabilità
di tutti quei mali sul Socialismo; ne riportiamo alcuni brani mirati:
“Noi parliamo della setta di coloro, che con nomi barbari e diversi si chiamano
‘socialisti’, ‘comunisti’ o ‘nihilisti’; e che sparsi per tutto il mondo e tra
sé legati con i vincoli d’iniqua cospirazione ormai non ricercano più l’impunità
dalle tenebre di occulte conventicole ma apertamente e spavaldamente usciti alla
luce del giorno si sforzano di colorire il disegno, già da lungo tempo
concepito, di scuotere le fondamenta medesime del consorzio civile.
Sono costoro quelli che, a dire delle Scritture divine, ‘contaminano la carne,
disprezzano la dominazione, bestemmiano la maestà’ (Giuda, 8).
Ai poteri superiori, ai quali conviene che ogni anima si tenga soggetta, e che
da Dio ricevono il diritto di comandare, ricusano l’obbedienza e predicano la
perfetta uguaglianza di tutti nei diritti e nei doveri. (…)
E’ infine noto a tutti con quali gravissime parole e con quanta fermezza d’animo
e costanza il Nostro glorioso predecessore il papa Pio IX di felice memoria
abbia combattuto contro gli iniqui sforzi delle sette e specialmente contro la
peste del socialismo, che da quelle sin d’allora germogliava. (…)
Costoro invero non smettono di blaterare che tutti gli uomini sono per natura
uguali fra loro e quindi sostengono non doversi prestare ai superiori né onore
né riverenza, né obbedire se non forse a quelle leggi che furono da essi stessi
fatte a talento.”
[Op. cit. Encicliche. Vol. 3 ,pag. 33, 35, 39]
Nonostante tutto le idee socialiste maturarono sempre di più e le fasce sociali
più povere cominciarono a prendere maggiore coscienza dei loro diritti facendo
nascere anche nel cuore della Sicilia i promettenti “Fasci Siciliani dei
Lavoratori”.
In quel contesto, decisamente rivoluzionario:
“Si levò anche la voce di Papa Leone XIII che, il 15 maggio del 1891, lanciò
l’enciclica ‘Rerum Novarum‘, basata “sulla condizione degli operai”.
Una attenta lettura ci permetterà di capire che Leone XIII, pur avendo voluto
dare un suo contributo laicista, continuò a difendere gli antichi privilegi
della Chiesa Cattolica con il preciso scopo di tenerla lontana dalla sfera
pubblica.
Difatti, nell’essenza, i contenuti di tale enciclica sono permeati da una
teologia strettamente connessa alla politica conservatrice: Leone XIII, in
primis, difende le tesi che “la proprietà privata è sancita dalle leggi umane e
divine… ed è un diritto di natura” e condanna “la sognata uguaglianza la quale
non sarebbe di fatto che una condizione universale di abiezione e di miseria.”
E di questo dà ulteriore conferma nella stessa enciclica:
“Tutte queste ragioni danno diritto a concludere che la comunanza dei beni
proposta dal socialismo va del tutto rigettata, perché nuoce a quei medesimi a
cui si deve recar soccorso, offende i diritti naturali di ciascuno, altera gli
uffici dello Stato e turba la pace comune.
Resti fermo, dunque, che nell’impegno a migliorare le sorti delle classi operaie
si deve porre come fondamento indiscutibile il diritto di proprietà privata. (…)
Nella presente questione, lo scandalo maggiore è questo: supporre che una classe
sociale sia nemica naturalmente dell’altra; quasi che la natura abbia fatto i
ricchi e i proletari per battagliare tra di loro un duello implacabile; cosa
tanto contraria alla ragione e alla verità. (…)
Gli obblighi di giustizia, quanto al proletario e all’operaio, sono questi:
prestare interamente e fedelmente l’opera che liberamente e secondo equità fu
pattuita; non recare danno alla roba, né offesa alla persona dei padroni; nella
difesa stessa dei propri diritti astenersi da atti violenti, né mai trasformarla
in ammutinamento.
E questi sono i doveri dei capitalisti e dei padroni: non tenere gli operai al
pari degli schiavi, rispettare in essi la dignità della persona umana,
nobilitata dal carattere cristiano.
Agli occhi della ragione e della fede il lavoro non degrada l’uomo, ma anzi lo
nobilita col metterlo in grado di vivere onestamente con il proprio lavoro.
(Rerum Novarum di Leone XIII in Enchiridion delle Encicliche. Vol. 3. EDB, 1997.
Pag. 615-619-621).”
[Da: I Fasci Siciliani dei Lavoratori di Giuseppe Dicevi. Ed. CMI, 2018. Pag.
61]
Leone XIII morì il 20 luglio del 1903 e non poté sapere che quel sistema
politico, favorito dai poteri costituiti e dalla sua fiduciosa convivenza tra
ricchi e poveri, oltre a provocare le grandi migrazioni di fine secolo, avrebbe
condotto l’umanità nella sanguinosissima Prima Guerra Mondiale e poi nel lungo
ventennio dominato dai nazi-fascisti; un periodo che rigettò l’umanità nella
Seconda Guerra Mondiale per poi sfociare nell’immane genocidio con la morte di 6
milioni di ebrei e di 5 milioni di “diversi”. Questi furono uccisi e bruciati
nei Campi di Concentramento al cui ingresso sovrastava la funerea scritta: “Il
lavoro nobilita l’uomo”.
E a proposito di lavoro va ricordato che la “proprietà privata” continua ad
essere alla base del “sistema capitalistico” e del “libero mercato” dove viene
praticata la “reificazione”, quel viscido processo di mercificazione e di
alienazione che riduce tutto in “cose”, in “merci”, comprese le forze lavoro.
Antonio Gramsci, in uno dei suoi “Quaderni del Carcere”, tenne ad evidenziare
che “anche i cattolici da sempre, politicamente, hanno riconosciuto una
personalità politica solo alla proprietà, cioè l’uomo valeva non per sé, ma in
quanto integrato da beni materiali.”
[A. Gramsci. Quaderni del carcere. Ed. Einaudi, 2011. Volume terzo. Pag. 1784]
Purtroppo tra i cattolici, così come ribadì lo stesso Gramsci: “L’elemento
‘deterministico, fatalistico, meccanicistico’ era una mera ideologia, una
superstruttura transitoria, immediatamente resa necessaria e giustificata dal
carattere –subalterno- di determinati strati sociali.
Quando non si ha l’iniziativa nella lotta e la lotta stessa quindi finisce con
l’identificarsi con una serie di sconfitte, il determinismo meccanico diventa
una forza formidabile di resistenza morale, di coesione, di perseveranza
paziente. (…)
Occorre dimostrare la futilità inetta del determinismo meccanico, del fatalismo
passivo e sicuro di se stesso, senza aspettare che il subalterno diventi
dirigente e responsabile.” [Op. cit. pag.. 1064]
E poi precisò che:
“la ‘natura’ dell’uomo è l’insieme dei rapporti sociali che determina una
coscienza storicamente definita; questa coscienza solo può indicare ciò che è
‘naturale’ o ‘contro natura’. (…)
La storia è una continua lotta di individui e di gruppi per cambiare ciò che
esiste in ogni momento dato, ma perché la lotta sia efficiente questi individui
e gruppi dovranno sentirsi superiori all’esistente, educatori delle società. (…)
Le forze dirigenti nasceranno per il fatto stesso che il modo di pensare sarà
individuato in questo senso realistico e nasceranno dallo stesso urto dei pareri
discordi, senza ‘convenzionalità’ e ‘artificio’ ma ‘naturalmente’.
[A. Gramsci. Op. cit. Pag. 1875,1878]
In ogni caso le “intelligenze dal basso” continueranno a lottare… E chi vivrà
saprà.
Pino Dicevi