“L’algoritmo della farfalla”, una graphic novel che racconta il buco nero dei CPR
Per questa intervista nessuno può essere pronto. I centri dove vengono rinchiusi
migranti, che in gran parte non hanno nessuna colpa perché non hanno commesso
nessun delitto, i cosiddetti Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) sono il
buco nero della coscienza istituzionale, un posto per nascondere quello che non
vogliamo vedere.
In un lavoro collettivo che ha prodotto una graphic novel indispensabile, Lucio
Cascavilla svela i retroscena e rivela l’umanità negata dai CPR, dove migranti
in attesa di rimpatrio vengono detenuti in condizioni troppo spesso indegne e
oltre i limiti di qualsiasi prescrizione normativa.
I centri per il rimpatrio sono un buco nero. Perché?
Perché nessuno può visitare gli “ospiti” (scrivo ospiti, ma bisognerebbe usare
il termine recluso, perché se qualcuno non può uscire volontariamente da una
struttura non è un ospite); i giornalisti non possono accedervi e i religiosi,
di qualsiasi ordine e grado, non sono ammessi. In genere nei CPR non viene
richiuso nessun personaggio famoso: niente attori, né politici, né modelle o
cantanti. Quindi quello che accade all’interno dei CPR è un mistero.
Non trapelano informazioni e sui media nazionali se ne parla poche volte, solo
quando muore qualcuno all’interno o quando c’è una rivolta. Il CPR è
un’istituzione scomoda e nessuno vuole che se ne parli. Dopo tutto non è
possibile migliorarli, bisognerebbe solo chiuderli. Aggiungerei che possono
accedere i parlamentari e i consiglieri regionali, che spesso sono costretti a
lunghe attese, perché il posto deve essere abbellito. I controlli a sorpresa non
sono ben visti.
Gli assistenti devono essere assistenti del parlamentare o del consigliere
regionale, che non possono farsi accompagnare da attivisti e traduttori, che
sono indispensabili. Inoltre è proibito portare telefoni, telecamere o fogli di
carta per registrare ciò che i detenuti dichiarano.
L’estetica narrativa della graphic novel “L’algoritmo della farfalla”
conferisce una dimensione umana importante alle storie raccontate. Laddove il
sistema della detenzione amministrativa nega l’umanità delle persone, il vostro
lavoro restituisce dignità umana a persone che troppo spesso finiscono nei CPR
senza aver commesso alcun reato. Questo tipo di divulgazione può aprire una
breccia di speranza per abolirli?
L’idea della graphic novel era esattamente quella di mostrare al lettore che chi
finisce all’interno dei CPR è un essere umano che viene deumanizzato. Quando si
parla di deportazioni e di CPR, si utilizzano solo i numeri. I ministri (di
destra e di sinistra) gridano: ne abbiamo riportati a casa diecimila. Guardate
solo ai numeri che vengono sbandierati dall’amministrazione americana ogni mese.
Nessuno dei politici si pone il problema di quali siano gli effetti sulle
persone (e sui loro familiari) che vengono rinchiuse nei CPR e poi deportate.
Non credo che questa pubblicazione porterà all’abolizione dei CPR, ma bisogna
parlarne sempre e di più e in tutti i modi possibili. Negli anni ’70 in Italia
c’era il cinema di impegno civile con film come “Indagine su un cittadino al di
sopra di ogni sospetto”, “Sbatti il mostro in prima pagina”, “Sacco e Vanzetti”.
Per quanto riguarda i CPR ci sono molti report di associazioni, organizzazioni e
del garante per le persone private della libertà individuale e moltissimi
reportarge; ma mancava e mancano memoir di chi è stato nei CPR e versioni
romanzate di quel che accade là dentro, un film o un libro di fiction.
Questa graphic novel può servire affinché molte più persone prendano coscienza
di quel che accade all’interno. Perché quando si parla di CPR, pochi sanno di
cosa stiamo parlando e ancora meno sanno che all’interno dei CPR avvengono
gravissime violazioni dei diritti umani.
Psicofarmaci e manganelli travalicano i muri dei CPR e ci parlano delle tendenze
securitarie che colpiscono tutte le persone che osano esprimere qualche dissenso
riguardo al sistema. I CPR non raccontano solo storie allucinanti, ci parlano
anche della cura dei sintomi per occultare le cause? Franco Basaglia direbbe che
nessuna persona vista da vicino è “normale”. Conosciamo le soluzioni, ma le
cause quali sono?
E’ chiaro che i CPR servono a nascondere altri problemi in Italia e in Europa;
sono soprattutto economici, ma nessuno cerca di risolverli.
I migranti (soprattutto se irregolari) sono ricattabili e servono come
manodopera a basso costo che non deve protestare. Dalle mie parti, nel tavoliere
delle Puglie, la raccolta dei pomodori è possibile solo perché ci sono i
migranti.
Le politiche securitarie (il governo ha fatto 5 decreti sicurezza da quando è
iniziata la legislatura) servono a rassicurare una certa parte della
popolazione. Diceva Sant’Agostino che si ha paura di quel che ci è ignoto.
Il problema principale è che una certa parte politica che non ha interesse a
risolvere il problema, ma che vuole che la situazione resti così, soffia su
queste paure perché spesso la propria felicità e sicurezza deve passare per la
sofferenza altrui.
Ray Man