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L’ARGENTINA CONTINUA A SCAVARE, IN CERCA DEI DESAPARECIDOS DELLA DITTATURA. L’INTERVISTA AGLI ANTROPOLOGI FORENSI DELL’EAAF
A quarant’anni e più dalla fine dei regimi militari che hanno insanguinato l’America Latina, la terra continua a restituire la verità. Una verità materiale, fatta di resti, frammenti e prove scientifiche che il silenzio non è riuscito a consumare. Chi pensa che la stagione delle dittature sudamericane sia un capitolo chiuso della storia del Novecento commette un errore di prospettiva, perché in molti angoli del continente la ricerca della verità e della giustizia si muove ancora oggi, nel 2026, nel silenzio dei cantieri archeologici e delle fosse comuni. L’epicentro di questa attività si trova in Argentina, nella provincia di Córdoba, tra le mura dell’ex centro clandestino di detenzione, tortura e sterminio de “La Perla”. Lì, le squadre dell’Equipo Argentino de Antropología Forense (EAAF) sono ancora al lavoro, impegnate in complessi scavi mirati. Non lo fanno per celebrare una semplice ricorrenza o per un rito della memoria; scavano per risolvere un crimine violento e pianificato a tavolino che è ancora, tecnicamente e giuridicamente, in corso. Il colpo di Stato del 24 marzo 1976 in Argentina non è stato un evento isolato. È stato il tassello di una violenza coordinata che ha travolto interi Paesi della regione: sotto l’ombrello ideologico e operativo del Plan Cóndor – l’accordo segreto tra i servizi segreti, CIA ed eserciti per dare la caccia agli oppositori oltre i confini nazionali –, le dittature di Argentina, Uruguay, Cile, Brasile, Paraguay e Bolivia hanno cooperato per trasformare un intero continente in una rete di repressione spietata. In questo quadro, la violenza di Stato non ha cercato solo la punizione o l’eliminazione fisica dell’oppositore politico, del sindacalista o dello studente. Ha cercato qualcosa di più radicale: la cancellazione totale dell’esistenza. La desaparición forzada è stata una lucida strategia studiata per sottrarre il corpo, negare il decesso, distruggere i documenti e cancellare ogni traccia della persona dai registri dello Stato, trasformando un essere umano in un nulla giuridico. “Non sono né vivi né morti, sono desaparecidos”, diceva con cinismo il generale Jorge Rafael Videla. Un vuoto assoluto progettato per generare un terrore perenne nei vivi, privati persino del diritto di piangere i propri morti. È esattamente su questa interruzione che interviene il lavoro dell’EAAF. Nato nel 1984 nel delicato passaggio del ritorno alla democrazia in Argentina, sotto l’impulso delle madri che cercavano i propri figli e guidato dall’antropologo statunitense Clyde Snow, il gruppo ha capovolto la logica del terrore di Stato. Laddove i regimi hanno nascosto i corpi nelle pieghe della terra o sul fondo dell’oceano, l’antropologia forense ha risposto con il rigore del metodo scientifico. Il lavoro che l’EAAF porta avanti a La Perla e in decine di altri contesti si fonda su una combinazione rigorosa di discipline, che va dall’indagine storica alla raccolta delle testimonianze dei sopravvissuti per ricostruire cosa accadeva nei terreni militari, fino allo scavo archeologico strato dopo strato, necessario per non contaminare i reperti. Infine, lo studio di laboratorio sui resti ossei e la successiva comparazione del DNA con la banca dati biologica dei familiari permette di dare un nome a ciò che lo Stato voleva rendere anonimo per sempre. Questo modello è diventato così solido da fare scuola in tutto il mondo, applicato in Messico, in Bosnia o nei paesi africani devastati dai conflitti civili. Sul versante dei vivi, questo approccio si riflette nell’incessante ricerca delle Abuelas de Plaza de Mayo, che attraverso la genetica continuano a rintracciare e restituire la vera identità ai figli dei desaparecidos sottratti in fasce e cresciuti da famiglie vicine ai regimi sotto falso nome. Restituire un nome a un frammento osseo trovato a La Perla non è una consolazione privata per le famiglie, ma un atto pubblico di giustizia. Ogni identificazione trasforma lo smarrimento della sparizione in un fatto accertabile che entra nei tribunali, riattiva i processi penali rimasti congelati per decenni e inchioda lo Stato alle sue responsabilità criminali. Finché un corpo non viene localizzato e identificato, la desaparición non appartiene al passato, non si è conclusa; è un reato permanente che si sta consumando in questo esatto momento. Il lavoro forense non interpreta la storia e non produce retorica: restituisce le prove materiali e legali su cui fondare la pretesa della verità. Ed è da queste prove materiali, e dalla loro ricerca nel Cono Sur, che bisogna ripartire per raccontare il presente. In collegamento con Radio Onda d’Urto, da Buenos Aires, Juan, antropologo della squadra di ricerca dell’EAAF Ascolta o scarica
June 23, 2026
Radio Onda d`Urto