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Notte di guerra a Odessa
Sono le due di notte e sto nella mia camera di albergo a Odessa, Sono tornato qui in pullman partito ieri pomeriggio da Mykolaiv, Sparano. Forse alcuni colpi sono della contraerea. Ora sono le sei e trenta del mattino e, ad ogni modo, io ho dormito profondamente quasi tutta la notte… ero molto stanco. Ora i colpi continuano, in lontananza. Il coprifuoco ora è finito Non è corretto parlare di bombardamento, ma di un attacco di droni. Ora il palazzo ha tremato. Il colpo era più vicino, ma i vetri hanno retto. Continuano gli spari: è una notte di guerra. Penso alle due ragazze italiane – una è la mia amica Giovanna – alla loro amica ucraina e al ragazzo di Mantova: sono volontari italiani di Operazione Colomba che portano aiuti alla popolazione di Kherson che non vuole evacuare. La nostra meglio gioventù. L’altro ieri sera tra una cosa seria e l’altra abbiamo un po’ cazzeggiato. Ho raccontato delle persone più anziane che parlano solo Ucraino o Russo, anzi probabilmente sia Russo che Ucraino. Se gli mostri un messaggio sul cellulare nell’altro lingua, prendono il cellulare per risponderti, ma si impiccia o, lasciano perdere il cellulare ed iniziano a parlare nella loro lingua e parlano, parlano… è non c’è modo di fermarli. Una signora ha pensato che fossi un po’ sordo e mi ha gridato una frase nell’orecchio, un’altra mi ha scritto su un foglietto… in Ucraino! Ho detto che mi capitava la stessa cosa a Napoli dove nel 1984 ho fatto il servizio civile per Pax Christi, al quartiere Ina Casa di Napoli Secondigliano… mi parlavano in Napoletano stretto, io non capivo nulla e allora alzavano il tono della voce, come se fossi sordo. Questə ragazzə non sono fanaticə e, a Roma si dice, “non se la tirano”, non si danno arie. Parlavano senza nascondere la preoccupazione e i pericoli.* C’è gente che ha bisogno: anziani soprattutto, mamme con bambini piccoli. Noi possiamo fare qualcosa per loro, le strade e la città sono coperte da reti anti-droni, e quindi facciamo ciò che è giusto fare. Certo, le reti non difendono dai missili… Io invece adesso, in questa camera di albergo di Odessa ho deciso di farmi una doccia… Pensando alla canzone ‘Shampoo” di Giorgio Gaber. Sotto la doccia non si sentono gli spari. Non sento altri spari, ma il colpo più forte e vicino non l’ho sentito solo nelle orecchie ma anche nei piedi… per la secca vibrazione dell’edificio. Credo che me lo ricorderò a lungo, insieme al piacere di aver fatto un’interminabile doccia, calda al punto giusto, e uno shampoo rigenerante. Mauro Carlo Zanella
September 28, 2026
Pressenza
Tre pacifiche giornate di guerra
Odessa, lunedì 21 settembre Di questi tre giorni passati a Odessa mi porterò dentro ricordi indelebili che spero di riuscire a comunicarvi. È una città cosmopolita, antica ed europea, che riserva scoperte piacevoli ad ogni angolo. Antichi palazzi, alcuni consumati dal tempo, altri finemente ristrutturati con i caratteristici colori pastello e decorati con opere in ferro battuto tipiche di Odessa. I grandi e maestosi alberi lungo le strade, i parchi, gli eleganti bistrot, i bar pasticceria, i ristoranti dove assaporo il loro Borshch, piatto tradizionale inserito nella lista UNESCO del patrimonio immateriale dell’Umanità. E la gente gentile, sempre pronta ad aiutarti e ad accoglierti. Una città pulitissima grazie a un esercito di spazzini che iniziano il proprio lavoro all’alba, appena termina il coprifuoco. Operano coscienziosamente, con grande dignità, consapevoli dell’importanza sociale del proprio lavoro. Gli eleganti palazzi color pastello che resistono al tempo e alla guerra L’esercito gentile che ogni mattina, finito il coprifuoco, restituisce pulita la città Conosco un reporter freelance pacifista, ha girato mezzo mondo e ama Odessa, una città che si fa amare. Passa mesi qui quando può. Prendiamo un caffè in un chiosco e lui conosce e saluta molte persone che passano, e Margherita, la barista. Parliamo a lungo e condividiamo molte cose: preoccupazioni e speranze e soprattutto l’etica di un giornalismo libero da padroni, che ascolta e racconta la vita della gente. Giro per le strade e raccolgo tre testimonianze. Mi limito a chiedere di scrivermi nella loro lingua ciò che pensano della situazione attuale in Ucraina e in particolare a Odessa, dal loro punto di vista. Mi facilita sicuramente il fatto di essere un reporter volontario di un’Agenzia di Stampa internazionale no-profit e indipendente, e anche il fatto di essere italiano. Qui, a quanto pare, tutti amano l’Italia, le sue città, la sua cucina e le sue canzoni. Chi sogna di andarci e chi ha avuto la possibilità di visitarla grazie a parenti o amici che lavorano da noi. Mi elencano Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Palermo… Pizza, carbonara, lasagne, tiramisù… Qualcuno accenna qualche canzone: “Lasciatemi cantare, sono un italiano vero” di Toto Cutugno è la più gettonata, ma conoscono anche “Felicità” e “Bella ciao: una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor…” Io ricambio con sincerità dicendo che amo il loro Paese, le loro città, il loro popolo, le loro torte e naturalmente il Borshch. Alla fine, girando, scopro di essere arrivato in riva al Mar Nero e scendo fino alla spiaggia. È attrezzata, ci sono diversi stabilimenti ed è affollata: famiglie, bambini che giocano. È pomeriggio inoltrato e via via la gente se ne va. Allora passerotti, cornacchie e gabbiani scendono sulla spiaggia a ripulirla dalle briciole lasciate dagli umani. Anche io ho fatto il bagno, in mutande a dire il vero, ma non credo che nessuno ci abbia fatto caso. Ceno nel ristorantino dello stabilimento balneare. Poi chiedo di chiamarmi un taxi che mi riporta a casa. Dov’è allora la guerra? La guerra sono le sirene che suonano più volte al giorno, i monumenti inscatolati, e per la prima volta le esplosioni che sento distintamente, alcune come un tuono. Penso che dovrei trovare un rifugio ma non so dove trovarlo. Poi mi guardo intorno: nonostante le esplosioni, nessuno si scompone, nessuno allunga il passo, nessuno sembra badarci. Assuefazione alla guerra? Fatalismo? O è una forma di resistenza? Qual uno ha scritto Mir, “pace” sia in Ucraino che in Russo La realtà è che quasi tutti hanno un parente o un amico al fronte, e tanti sono i dispersi e centinaia di migliaia i morti. Quanti non si sa, né di qua né di là dal fronte. È segreto militare. Si danno solo i numeri dei civili morti o feriti. Numeri imparagonabili al genocidio di Gaza e ad altre guerre a partire dalla Seconda Guerra Mondiale in poi. Certamente ogni vita è preziosa, l’aridità dei numeri non ne dà conto. Tuttavia è giusto dire che in questa guerra non ci sono stati bombardamenti a tappeto che abbiano distrutto interi quartieri provocando così migliaia di morti. È importante dirlo perché questa guerra non è ancora una guerra totale e quindi non c’è un nemico assoluto da distruggere come fu il nazismo durante la Seconda Guerra Mondiale. Qui ci sono ancora i margini per bloccare l’escalation e per giungere a un cessate il fuoco che possa intanto salvare migliaia di vite umane e aprire vere trattative per una pace giusta in Ucraina e in Europa. Solo i popoli possono imporre ai rispettivi governi questo obiettivo, altrimenti continueremo a rotolare verso una guerra totale, globale e, Dio non voglia, atomica. Mauro Carlo Zanella
September 22, 2026
Pressenza
Ritorno alla Casa di Sindacati di Odessa
È la quarta volta che vado alla Casa dei Sindacati di Odessa ed è la terza volta che vi entro. La prima volta che sono arrivato a Campo Culicovo, la grande spianata che si apre lì davanti, pensavo fosse abbandonata e mi sembrava ancora più sprettrale. Poi, mesi dopo, ho incontrato la responsabile del sindacato degli insegnanti dell’Oblast di Odessa al Centro di sostegno psicologico, alla cui realizzazione ha contribuito la Confederazione Italiana Generale del Lavoro. La sindacalista mi ha detto che due ali dell’edificio, che ha la forma di una C, non furono toccate dall’incendio appiccato dalle bande di criminali nazifascisti che assaltarono il presidio antifascista di Campo Culicovo. Fu una orribile strage: ma ai seguaci di Banderas, ora eroe nazionale ma in realtà collaborazionista dei Nazisti nonché mandante autore di stragi e pogrom ai danni di Polacchi, Ebrei e Rom, non pare vero di distruggere la sede sindacale. L’edificio nacque come sede del Soviet di Odessa e successivamente diventò la sede del Sindacato Sovietico i cui beni passarono, dopo l’indipendenza, al neonato Sindacato Ucraino. Piano piano il sindacato di Odessa procede alla ristrutturazione della prestigiosa sede consapevole che si tratta di un monumento storico e che quindi gli interventi vanno fatti con cura. Allo scopo di trovare fondi per i lavori in corso, alcuni locali sono stati affittati ad agenzie come uffici. Ho pensato che sarebbe nostro dovere aiutare il Sindacato Ucraino in questa costosa impresa. Lo scorso 25 Aprile ho avuto la possibilità di esporre a Maurizio Landini questa idea che lui ha trovato ottima. Purtroppo il responsabile esteri della segreteria nazionale della Cgil, Salvatore Marraha scritto al responsabile esteri dei sindacati ucraini, ma non ha avuto alcuna risposta. Mi ha dunque consigliato di contattare la Camera del Lavoro di Roma con la Camera del Lavoro di Odessa. Di questo volevo aggiornare i dirigenti sindacali di Odessa. Dopo una lunga conversazione Andrej, il Segretario Confederate, mi ha chiesto di seguirlo e mi ha invitato a pranzare con lui con alcuni operai. Mi hanno offerto pomodori (italiani) ripieni con riso e carne e guarniti con fettine di peperoncino decisamente piccante, inoltre pomodori con un formaggio locale simile alla feta. Uno degli operai o dei responsabili dei lavori era un ebreo Ucraino ed indossava una kippah. Non so come ci siamo capiti perché io non conosco il Russo, che a Odessa credo sia la lingua principale, e loro non conoscevano l’italiano e l’inglese non lo parlava decentemente né io né loro. Andrej sapeva un po’ di Francese che perlomeno somiglia un po’ di più all’italiano dell’Ucraina. In qualche caso necessario abbiamo utilizzato il traduttore di Google, ma rallenta molto la conversazione. Soprattutto abbiamo brindato con diversi bicchierini di ottima Vodka per saldare l’amicizia tra il sindacato Italiano e il Sindacato Ucraino che a causa della Legge Marziale non può indire scioperi né organizzare manifestazioni di piazza… insomma è tollerato e, a quanto pare, odiato dalle squadracce fasciste nonostante abbia sempre condannato l’aggressione della Federazione Russa. La Casa dei Sindacati di Odessa. Di fronte hanno posizionato dei carriarmati. Una minaccia? Mauro Carlo Zanella
September 17, 2026
Pressenza
Nei cortili di Odessa, in Ucraina, tra chi dice “no” alla leva
Zelensky ha bisogno di nuove reclute da mandare al fronte e per questo ha intensificato la caccia a chi è arruolabile. Molti ragazzi si nascondono nei posti più impensati. Vasily trascorre le giornate in un patio di periferia, da sempre zona franca per le autorità: «Io non sono una merce usa e getta. E questa non è la guerra del popolo» «Questo cortile è l’unico orizzonte. Tutta la mia vita». Dal risveglio alla notte, la sua giornata si svolge nel quadrato disegnato dai palazzoni su cui si stratificano successive architetture e altrettanti progetti politici. La modernizzazione urbanistica voluta dall’imperatrice Caterina e ispirata al neoclassicismo italiano, le geometrie create dalle avanguardie socialiste e riportate al criterio dell’efficienza massima dalla burocrazia sovietica, la decadenza libertaria anni Novanta e il patriottismo ufficiale dell’Ucraina invasa. La storia di Odessa – cosmopolita e anti-establishment per definizione – è concentrata sulla vernice scrostata di questi edifici popolari e labirintici, sulle loro ringhiere malconce attraversate da file di panni stesi, sull’unico tavolo del baretto-dispensario che si erge fra le auto scassate parcheggiate dai tempi dell’Urss, le biciclette e le vetture moderne. “Dvorik”, patio in russo, lingua madre di quanti abitano le comunità in miniatura invisibili alla metropoli che si estende oltre ai pesanti portoni di legno e ferro. «Amo questo panorama. Ma ora, a volte, mi manca l’aria. Sento come se i fabbricati avanzassero verso di me, fino a stritolarmi», dice mentre gli occhi d’un celeste chiarissimo si guardano sperduti intorno, quasi a fugare il dubbio. Lo chiameremo Vasily. Il suo nome non può essere rivelato poiché un “fuggitivo” o “draft dodger”. Un popolo di almeno due milioni di uomini tra i 25 e i 60 anni, secondo il ministero della Difesa ucraino, che si nasconde per non essere bloccato dagli ufficiali di reclutamento, caricato a forza su uno dei pulmini bianchi in agguato per le strade e spedito al fronte. Altri 200mila hanno lasciato le armi e si sono dati alla macchia: Awol, li chiamano, «assenti dal fronte senza giustificazione». Ad agosto, Vasily, 33 anni, è scampato per un soffio all’arruolamento generale obbligatorio in vigore da quattro anni. «Ero in centro quando, d’un tratto, mi sono trovato di fronte il bus. L’autista ha inchiodato, un uomo è sceso e mi invitato a salire. È accaduto in una manciata di secondi, non ho riflettuto, ho agito d’impulso. Con tutto il fiato che avevo in gola ho gridato: “No!”. Non pensavo di riuscire a urlare tanto forte. Mi sono messo a correre, ho fermato la prima auto che passava e ho supplicato il conducente di aiutarmi. L’ha fatto. E ora sono qui e non una trincea ad uccidere o a essere ucciso. Quel giorno la mia vita è cambiata. A lungo mi sono sentito immune alla leva. Conoscevo la legge ma per eluderla era sufficiente non spostarsi dalla città per non imbattersi in un check-point». Con il protrarsi a oltranza del conflitto e il moltiplicarsi delle perdite in battaglia, la necessità di nuove reclute ha spinto il governo di Volodymyr Zelensky ad intensificare i controlli. Ormai è una vera e propria caccia “all’arruolabile”. Chi non vuole indossare la divisa ha due opzioni. Una è ottenere un’esenzione per ragioni di salute, di lavoro o di famiglia, da rinnovare ogni tre mesi. Kostantin – altro nome di fantasia –, 38 anni, l’ha ricevuta esattamente dieci giorni fa a causa dell’invalidità del padre, malato oncologico. «Questa è solo una parte della verità. L’altra è che ho fatto quello che fa chi può… ho pagato diverse migliaia di euro. Così nessuno ha fatto storie e ho avuto il documento in due settimane. Altrimenti dubito che me l’avrebbero data. Non riesco ancora ad abituarmi all’idea di potermi spostare liberamente. Non lo faccio dal 2023», racconta il giovane nel suo patio trasformato in laboratorio di falegnameria e distilleria artigianale di vodka. «Un modo utile di passare il tempo. Per fortuna avevo il lavoro in un’azienda nautica. Non ufficialmente, certo. Se sei in età di leva non puoi essere impiegato. Ma tanti, come me, sono rimasti al loro posto, solo li pagano in nero. Ipocrisie come queste hanno crescere la mia avversione al conflitto. Non ho paura di combattere, non voglio farlo». L’opzione di chi non ha denaro è quella di rifugiarsi nei “dvorik” delle aree marginali, dove le autorità da sempre non entrano. Nemmeno dopo la caduta del comunismo, quando i cortili interni delle periferie – sociali più che geografiche – erano stati colonizzati dalla criminalità organizzata in piena ascesa. La scelta di Vasily. «Sono recluso, non posso uscire nemmeno per andare al supermercato. Quasi non lavoro: sono musicista ma come faccio a fare i concerti in clandestinità? Sopravvivo organizzando delle proiezioni private di film d’autore per un pubblico di non più di 15 spettatori. Devo controllare chi sono per evitare problemi. Un piccolo cineforum con opere di Antonioni o Truffaut. Grandi classici che aiutano a recuperare la complessità del reale in questo tempo di bianco o nero in cui i dettagli non contano più. È difficile, stressante, provo ansia, un perenne senso di oppressione, dormo a fatica. Ma non posso fare diversamente. Non sono disposto a essere parte di questo inganno: non è la guerra del popolo. Non sono merce usa e getta. Mi rifiuto di esserlo. La mia vita e quella altrui, dei cosiddetti nemici, valgono di più». L’entrata al centro di arruolamento della 39esima brigata della marina è rassicurante: la porta è ricoperta di adesivi colorati. Anche all’interno i poster si mescolano agli stemmi militari. Su una parete spicca il quadro del Cremlino in frantumi, con la scritta: «I sogni devono diventare realtà». La stanza è vuota, a parte i cinque reclutatori dietro alle scrivanie. Igor Poster, uno di loro, garantisce però che da quando è stato aperto, nel 2023, l’ufficio riceve in media cento aspiranti al mese. «È cambiata solo la proporzione: prima erano tutti volontari – sottolinea –. Ora questi ultimi sono il 20%. Un altro 20% sono “assenti ingiustificati” dal fronte che vogliono reintegrarsi. Il 60% viene dal sistema di leva». Cioè dai pulmini bianchi. Questi ultimi non passano, in realtà, per il centro ma vengono inviati direttamente all’addestramento di 52 giorni prima del campo di battaglia. «Lavoriamo per far crescere il numero di volontari con campagne di sensibilizzazione. Invitiamo gli studenti delle superiori a incontrare i veterani o facciamo delle proiezioni di film di guerra. Presto, poi, il modello sarà migliorato». Il governo ha appena annunciato l’aumento del salario minimo dei soldati, al momento equivalente al momento equivalente a 480 euro, il triplo di quello dei civili. E una serie di ulteriori incentivi. Igor è fiducioso sui risultati. «Vuoi parlare con un volontario? Ora non ce n’è, forse la settimana prossima». Poi conclude: «Sempre che venga qualcuno».   Redazione Italia
June 22, 2026
Pressenza