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Napoli: una città, due Pride
IL NAPOLI PRIDE CELEBRA TRENT’ANNI DI STORIA. A UNA SETTIMANA DA ARREVUTAMM PRIDE, NAPOLI OFFRE L’OCCASIONE PER COMPRENDERE DUE MODI DIVERSI DI VIVERE E INTERPRETARE L’ORGOGLIO LGBTQIA+. Trent’anni dopo il primo Pride organizzato nel Sud Italia, sabato 27 giugno scorso Napoli è tornata a colorarsi d’arcobaleno. Il corteo del Napoli Pride 2026 ha attraversato il centro cittadino da Porta Capuana a piazza Dante, portando in strada migliaia di persone, associazioni, realtà del territorio e istituzioni nel nome dei diritti della comunità LGBTQIA+ e del contrasto a ogni forma di discriminazione. “A libertà nun se corregge”, lo slogan scelto per questa edizione, ha voluto richiamare il valore della libertà e dell’autodeterminazione, ricordando come molte delle battaglie iniziate nel 1996 siano ancora oggi aperte. In testa al corteo erano presenti, tra gli altri, il sindaco Gaetano Manfredi, il presidente della Regione Campania Roberto Fico, Antonio Bassolino, Luigi de Magistris ed Emanuela Ferrante. Tra i nomi annunciati dagli organizzatori per il trentennale figuravano anche Maria Grazia Cucinotta, Leo Gassmann, BigMama e La Tarantina, storica icona dei femminielli napoletani. Tra i volti riconoscibili della manifestazione anche Jo Squillo. Il corteo è stato attraversato anche da immagini capaci di raccontare, da sole, alcune delle rivendicazioni presenti in piazza (vedi photogallery). Tra queste, due partecipanti che sfilavano tenendo in braccio dei bambolotti: un gesto semplice ma simbolico, che richiamava il tema della genitorialità e il dibattito sul riconoscimento delle famiglie omogenitoriali. È una delle tante fotografie che restituiscono come il Pride continui a essere non soltanto una festa, ma anche uno spazio nel quale trovano voce domande ancora aperte sui diritti e sul riconoscimento delle persone. Ma raccontare il Napoli Pride soltanto attraverso la cronaca della giornata significherebbe trascurare una domanda che molti cittadini si sono posti nelle ultime settimane: perché quest’anno Napoli ha ospitato due Pride? Solo sette giorni prima, infatti, la città aveva accolto Arrevutamm Pride, raccontato da Pressenza nel reportage di Francesco Russo. Le due manifestazioni non rappresentano semplicemente due appuntamenti distinti, ma due modi diversi di interpretare il significato del Pride. Il Napoli Pride è il percorso storico nato nel 1996, cresciuto negli anni fino a diventare una manifestazione capace di coinvolgere associazioni, istituzioni, sindacati, realtà culturali e migliaia di cittadine e cittadini. La piattaforma politica del trentennale pone al centro la tutela dei diritti delle persone LGBTQIA+, il contrasto alle discriminazioni, l’autodeterminazione delle persone trans, il riconoscimento delle famiglie omogenitoriali, la lotta alle cosiddette terapie di conversione e la difesa delle libertà civili. Arrevutamm Pride, invece, nasce come percorso autonomo, autofinanziato e dichiaratamente radicale. I promotori si definiscono queer, transfemministi, anticapitalisti, antifascisti, antisionisti e decoloniali. Contestano quella che considerano la progressiva istituzionalizzazione e commercializzazione dei Pride, rifiutano sponsor e finanziamenti privati e sostengono che la lotta per i diritti LGBTQIA+ non possa essere separata da altre battaglie, come quelle contro il razzismo, il colonialismo, le guerre e a sostegno del popolo palestinese. In questo contesto viene richiamato anche il concetto di pinkwashing, con cui alcuni movimenti indicano l’utilizzo dei diritti LGBTQIA+ come strumento per migliorare l’immagine di governi o istituzioni, distogliendo l’attenzione da altre violazioni dei diritti umani. Si tratta di differenze reali, che meritano di essere comprese senza semplificazioni. Allo stesso tempo, osservando il corteo di ieri emerge anche un elemento che invita a evitare letture troppo schematiche. La partecipazione al Napoli Pride di personalità che negli ultimi mesi hanno espresso pubblicamente posizioni molto nette a favore della pace e dei diritti del popolo palestinese suggerisce che il dibattito aperto tra le due manifestazioni non possa essere ridotto a una semplice contrapposizione tra chi sostiene la causa palestinese e chi partecipa al Pride storico della città. La realtà appare più articolata. Le differenze sembrano riguardare soprattutto il modo di concepire il ruolo politico del Pride, il rapporto con le istituzioni, la presenza degli sponsor e il legame tra la rivendicazione dei diritti LGBTQIA+ e le altre lotte sociali. Napoli, in questo giugno, ha mostrato entrambe queste visioni. Da un lato il Pride del trentennale, che continua il percorso iniziato nel 1996 e punta a coinvolgere l’intera città; dall’altro Arrevutamm Pride, che rivendica un’impostazione più radicale e autonoma. Due strade differenti che testimoniano come il movimento LGBTQIA+ continui a interrogarsi sul proprio presente e sul proprio futuro. Il confronto può anche essere acceso, ma può aiutare a comprendere meglio la complessità di un movimento che continua a riflettere su linguaggi, alleanze e priorità. La difesa della dignità delle persone LGBTQIA+ resta il terreno da cui partire, anche quando le strade scelte per rivendicarla non coincidono. Fonti * Napoli Pride – sito ufficiale⁠ * Arcigay Napoli – “La libertà non si corregge”. Il Napoli Pride 2026 celebra trent’anni di corpi, lotte e trasformazioni * Gay.it – Arrevutamm Pride 2026⁠ * Pressenza – Francesco Russo, “Napoli, Arrevutamm Pride 2026. Corpi e territori” Lucia Montanaro
June 28, 2026
Pressenza
Napoli, Arrevutamm Pride 2026. Corpi e territori
IN PIAZZA GARIBALDI UN PRIDE RADICALE, AUTOFINANZIATO E POLITICO, CHE INTRECCIA RIVENDICAZIONI QUEER, SOLIDARIETÀ ALLA PALESTINA E RIFIUTO DELLE LOGICHE COMMERCIALI E ISTITUZIONALI. Napoli, 20 giugno 2026 Piazza Garibaldi, metà pomeriggio. Il sole batte ancora sui sampietrini quando arrivo, e la piazza è già più piena di quanto mi aspettassi. Il monumento al centro diventa il punto di raccolta naturale, la quinta scenica intorno alla quale la gente si dispone senza che nessuno lo abbia deciso. Sopra le teste, uno striscione dipinto a mano: “NO PRIDE IN GENOCIDE”, lettere rosa e nere. Poco più in là, un’anguria di cartone con “FREE PALESTINE” in bianco su rosso oscilla sopra la folla. La piazza non aspettava. Era già. Arrevutamm Pride non si presenta come un evento. La Manifesta 2026 lo dice in apertura: è un progetto politico vivo, fluido, in divenire. Un laboratorio permanente che si anima del fuoco di chi lo attraversa. Il nome viene dal napoletano, “rivoltiamo”, e il capovolgimento riguarda prima di tutto il metodo. Niente sponsor, niente sponsorizzazioni commerciali, niente logiche verticistiche. L’autofinanziamento non è una scelta obbligata dalla mancanza di risorse, è una posizione politica: rifiutare che le rivendicazioni di chi viene sistematicamente espulso dal discorso pubblico vengano monetizzate, addomesticate, rese presentabili al mercato. Durante la dichiarazione di apertura, dal megafono: “La nostra autonomia politica non è in vendita in questa piazza”. La Manifesta chiama per nome ciò da cui Arrevutamm si distanzia: “la politicità completamente annientata dalle logiche di consumo, da quelle di consenso, da quelle neoliberali”. Un Pride scomodo, dicono di sé, che nasce come spazio per persone queer marginalizzate, cancellate, rese feticcio, tokenizzate, silenziose. Nasce, soprattutto, come risposta alla stanchezza dei compromessi. La Manifesta 2026 porta una delle affermazioni politiche più nette che si possano leggere in un documento di movimento in questo momento: “NO PRIDE IN GENOCIDE finché la Palestina non sarà libera dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo”. Non una postilla, non una nota a margine, ma una delle colonne portanti dell’intero impianto politico del collettivo. Arrevutamm ha costruito il corteo di oggi in solidarietà con quei corpi, ha spostato una delle proprie assemblee preparatorie dentro il presidio permanente pro-Palestina dell’Università Federico II, a Porta di Massa. Il pinkwashing, nella lettura di Arrevutamm, non è solo la pratica delle aziende che appendono una bandiera arcobaleno a giugno. È anche la pratica degli Stati che usano i diritti delle persone queer come argomento di legittimazione della propria violenza militare. Dal megafono: “Non è possibile accettare che ai Pride partecipino le stesse aziende che inquinano il pianeta, che lucrano sui nostri dati, che distruggono con progetti imperialisti interi territori e popoli, che quando la Casa Bianca chiama non pensano due volte a rimuovere tutti i programmi di diversity and inclusion pur di mantenere buoni rapporti con l’amministrazione”. Arrevutamm rifiuta di essere la faccia presentabile di un Occidente che bombarda. “Finché la Palestina non sarà libera dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, il nostro grido sarà solo uno”. Quello che accade a Napoli oggi non è un caso isolato. Negli stessi giorni, il Rivolta Pride di Bologna porta lo stesso “NO PRIDE IN GENOCIDE” come asse politico centrale, non come postilla. A Roma il Pride ufficiale ha escluso il carro di un’associazione filo-sionista sotto la pressione del movimento. La formula è la stessa, la direzione è la stessa: nei Pride radicali italiani il sostegno alla causa palestinese non è un tema aggiunto, ma un criterio di appartenenza. Il conflitto non è tra chi fa Pride e chi non lo fa: è dentro la parola stessa, su cosa debba contenere e a quali esistenze debba rispondere. Quando parte il corteo, lo striscione principale occupa tutta la larghezza della strada: “ARREVUTAMM PRIDE 2026”, fiamme rosa alla base, e sul lato sinistro “CORPI E TERRITORI”. Guardando chi sfila, viene da pensare che quella scritta non sia solo una dichiarazione programmatica. I corpi in questo corteo non corrispondono all’immaginario che certi Pride hanno costruito e replicato negli anni: corpi performativi, omologati, esibiti come prova di accettabilità. Qui c’è altro, e non è semplice da nominare senza scivolare nella retorica. Sono corpi che non hanno contrattato la propria presenza, che non si sono resi presentabili per ottenere il diritto di sfilare. Corpi che non chiedono di essere trovati accettabili perché rifiutano la logica stessa dell’accettazione: quella per cui esisti nella misura in cui qualcuno con più potere di te decide che puoi farlo. Non è una postura, non è un’estetica alternativa. È il rifiuto di diventare merce di scambio: ti mostro quanto sono normale, tu mi concedi i diritti. Quei corpi rivendicano sé stessi senza attendere che qualcuno conceda loro il diritto di farlo. L’energia in piazza non era quella dei cortei che celebrano. Era qualcosa di più intenzionale: la voglia concreta di non essere soggetti passivi, ma responsabili della propria vita. Dalla dichiarazione di apertura: “Noi non chiediamo che ci vengano concessi i diritti, pretendiamo che ci vengano garantiti tutti quelli che attivamente la società ci toglie e ci strappa dalle mani. Non chiediamo il favore di essere tollerate e incluse”. E ancora, rivolto alle istituzioni presenti in piazza: “Fate un passo indietro. Mettetevi nella folla, parlate con le comunità, sentite che hanno da dire, e semmai partite da qui per compiere il vostro lavoro”. Una settimana dopo, il Napoli Pride ufficiale celebrerà i trent’anni dal primo corteo del 1996. Due manifestazioni nella stessa città, nello stesso giugno. La questione che Arrevutamm solleva non è di concorrenza tra cortei, né di purezza politica contrapposta alla contaminazione istituzionale. È più scomoda: riguarda cosa si intende per orgoglio quando il termine viene usato da soggetti politicamente inconciliabili. Se orgoglio può significare contemporaneamente autofinanziamento e sponsorizzazione bancaria, antisionismo e viaggio a Tel Aviv, presidio universitario pro-Palestina e Pride Park al Palazzo Fuga, allora la parola non descrive più niente di preciso. Il rischio non è la divisione del movimento, che è sempre esistita ed è spesso stata fertile. Il rischio è che la proliferazione di usi dello stesso termine finisca per svuotarlo, per renderlo un contenitore disponibile a qualsiasi riempimento, compreso quello di chi lo usa per non fare niente. Arrevutamm prova a tenere il termine ancorato a una pratica concreta: niente sponsor, niente istituzioni sul palco, niente silenzio su Gaza. La Manifesta 2026 chiude così: “Saremo tumulto, come il bradisismo dei Campi Flegrei, da cui far emergere nuovi orizzonti nella frattura dell’esistente”. Il bradisismo è il movimento lento del suolo che si gonfia dal basso. Oggi, in questa piazza, non sembrava una metafora. Piazza Garibaldi durante Arrevutamm Pride 2026, con cartello “Free Palestine”. Francesco Russo
June 22, 2026
Pressenza