Karen Barad / Femminismo contemporaneo e fisica quantistica
Cosa c’entrano le idee di Niels Bohr sulla meccanica quantistica con la
riflessione filosofica sul postumano e il pensiero poststrutturalista? Per
indagare questa interferenza in Incontrare l’universo a metà strada, venti anni
fa Karen Barad prendeva in prestito un neologismo da Donna Haraway:
“diffrazione” è l’iterazione in essere tra relazioni che si sovrappongono e
producono effetti simili a cerchi d’acqua sulla superficie in uno stagno.
Increspature, dunque, e non riflessi più o meno meccanici. Bohr, premio Nobel
per la fisica (1922) per il suo studio sulla struttura dell’atomo, è insieme a
Werner Heisenberg il padre di quella che anni più tardi venne definita
“l’interpretazione di Copenhagen” (1927), il primo e più noto tentativo di
contenere sul piano teorico l’impatto che la dualità onda-particella aveva
sollevato nel mondo della fisica.
Nel modello del fisico danese, a sua volta considerato un filosofo profondamente
connesso con il lato teoretico della scienza, ricopre un ruolo centrale la
teoria della complementarità da cui il libro prende le mosse. A differenza del
cosiddetto “principio di Indeterminazione”, che Heisenberg avanza come chiave
essenzialmente epistemologica, quando Bohr parla di complementarità si muove su
un terreno ontologico: a priori, le particelle non possiedono infatti nessuna
proprietà o grandezza che noi possiamo perturbare all’atto della misurazione, e
non possiedono alcun valore indipendente dall’apparato con cui interagiscono nel
corso dell’esperimento. Per Bohr il taglio che si applica alla realtà adottando
una specifica configurazione tra l’apparato e il soggetto – sia esso umano o non
umano – non è netto, il confine interno che lo descrive è intimamente poroso. Da
questo punto di vista, secondo Barad, la visione dello scienziato, che definisce
“pronto-performativa”, è radicalmente innovativa e sembra presupporre un
approccio che in ambito filosofico emergerà soltanto decenni dopo. Per la
teorica americana, tuttavia, Bohr si ferma invece a un compromesso umanista,
quando per salvaguardare l’obiettività dello statuto scientifico, immagina un
confine esterno non equivocabile, ad esempio tra il laboratorio e le reti
materiali, politiche e sociali che lo hanno materializzato.
L’ontologia agenziale di Barad si propone di andare oltre l’assunto metafisico
della separatezza tra soggetto e oggetto, ricercando le ragioni della scienza
all’interno del fenomeno stesso. Gli apparati sono essi stessi fenomeni, cioè
processi di interazione (“intra-azione”) con altri apparati, che possono
coinvolgere o meno gli “umani”. Oggi è sotto gli occhi di tutti come questa
“configurazione iterativa della materialità” comprenda forme umane, non umane,
cibernetiche e simili. E, nel grande gioco dell’etica, il concetto di
responsabilità non può venire disgiunto da un concetto di agency – se vogliamo
chiamarla ancora così – “che non si esaurisce mai” come parte del divenire del
mondo “perché è un’attuazione e non qualcuno”.
Sul piano dell’etica, osserva Barad, “loro” e “noi” siamo entangled: «Questa
affermazione può essere fonte di disagio sia per chi è abituato a
interpretazioni sia umanistiche che antiumanistiche. Le prime concepiscono gli
apparati come una conseguenza diretta delle azioni, delle scelte
dell’intenzione, degli interessi, delle idee eccetera umane. Ma anche la
prospettiva antiumanistica presenta dei problemi in quanto incoraggia o non
scoraggia sufficienza la convinzione che i corpi e la soggettività siano effetti
di pratiche discorsive esclusivamente umane». Per Barad, la lezione della fisica
quantistica è precisamente questa: siamo parte di quella natura che cerchiamo di
comprendere. Sul piano ermeneutico si scontra non solo con chi vede nel
procedimento scientifico una pura rappresentazione della realtà ma, riferito ad
esempio al lavoro di Ian Hacking nell’ambito della filosofia della scienza,
anche con una metafisica della “cosità” (thingness) e dell’individuazione che
pur nel riconoscimento attivo della performance tratta soggetti e oggetti come
entità nettamente separate.
Barad, oggi una delle teoriche femministe di punta nell’area dei nuovi
materialismi, sa maneggiare una materia non esattamente familiare per i suoi
lettori e sceglie programmaticamente la lingua della divulgazione scientifica
quando deve parlare di fisica del Novecento, evitando scorciatoie e metafore più
o meno fuorvianti. Incontrare l’universo a metà strada è un libro con tutti i
pregi della chiarezza, che non lascia indietro nessuno, al prezzo di una mole
sicuramente considerevole che si presta anche a percorsi di lettura mirati. In
particolare, l’autrice arriva a descrivere il nucleo del suo “realismo agentivo”
nel quarto capitolo (“Il realismo agenziale: quanto contano le pratiche
material-discorsive”), chiarendo forse anche alcune finalità più strettamente
programmatiche del volume: «Il linguaggio ha ricevuto sin troppo importanza. La
svolta linguistica, svolta semiotica, svolta interpretativa, la svolta
culturale: sembra che a ogni svolta, ogni cosa, persino la materialità, venga
trasformata in una questione di linguaggio o di qualsivoglia altra forma di
rappresentazione culturale. Perché al linguaggio e la cultura si riconosce una
propria agency e storicità, mentre la materia viene ancora pensata come passiva
e mutabile o, nei migliori dei casi come adottata solo in modo derivato da un
potenziale di cambiamento sempre in virtù del linguaggio e della cultura?»
La critica che Barad estende anche al Post-strutturalismo assume qui la forma di
una correzione rispetto al nucleo antropocentrico che residua nel pensiero di
Michel Foucault e Judith Butler. Maestri e maestre del sospetto e
dell’emancipazione, sembrano riconoscere l’agency e la storicità solo come
prerogativa di forze sociali, culturali o discorsive umane, limitando l’azione
della materia fisica o biologica a un ruolo inerte e derivativo. Il pensiero
post-strutturalista concepisce un “mondo senza di noi” o, negando il dinamismo
delle forze geologiche, fisiche o naturali nei processi di materializzazione,
per sottolinearne ancora una volta l’iscrizione culturale, ha rinnovato suo
malgrado l’habitus antropologico di separare le parole dalle cose?
È solo il punto d’innesto di una tra le molte riflessioni che il saggio di Barad
sembra rilanciare adesso, per ripartire da un presente che nasconde le scorie
dell’antropocene sotto strati di minacciose illusioni e nuove fantasie di
distruzione globale. Come osserva Giorgio Griziotti nella prefazione, va oltre e
ci offre «una prospettiva in cui le relazioni materiali co-producono fenomeni,
soggetti, possibilità d’azione con conseguenze politiche decisive (…) offre un
lessico per comprendere che la produzione contemporanea non si limita a
organizzare merci e lavoro: organizza il mondo stesso come fenomeno».
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