‘Stabilicum’, ovvero: l’importante è non perdere mai
Il nome dato alla proposta della maggioranza di governo per la riforma della
legge elettorale è Stabilicum.
Pur se in falso latino, come ormai prassi per le leggi elettorali in Italia,
dovrebbe – o vorrebbe – veicolare un significato di stabilità e certezza di
(ri)elezione del prossimo nuovo governo.
Non entriamo qui nel merito delle specificità della legge elettorale sostenuta
dalla maggioranza dal momento che ben più autorevoli commentatori ne hanno dato
conto e ne stanno spiegando ad oggi risvolti positivi e negativi, problematiche
e peculiarità.
La volontà del governo attuale è quella di mostrarsi come forte e credibile nei
confronti delle istituzioni politiche europee ma anche nei confronti della Nato,
delle istituzioni bancarie comunitarie.
Insomma: la necessità è quella di mostrare la propria stabilità, per l’appunto.
Da qui la necessità di far sì che grazie alla prossima legge elettorale ‘si
sappia la sera chi debba governare il giorno dopo’, parafrasando un Renzi quando
era Presidente del consiglio dei ministri, era segretario del Partito
democratico e propugnava il suo modello denominato Italicum. Praticamente una
vita (politica) fa.
Eppure il legislatore italiano ha messo più volte mano alla legge elettorale,
cambiando spesso forma, modo e soglia d’accesso alle istituzioni al fine di
mutare a proprio vantaggio una presenza parlamentare che fosse il più
‘monocolore’ possibile.
Nel corso degli ultimi vent’anni le modifiche alla legge elettorale sono state
tre.
La prima fu nel 2005, la legge Calderoli successivamente denominata «porcata»
dal suo stesso proponente, dunque diventata giornalisticamente nota col nome di
Porcellum.
Quella legge, poi dichiarata parzialmente incostituzionale, rimase in vigore per
tre legislature e andò a modificare il Mattarellum, la legge Mattarella del
1993.
Successivamente, nel 2015, da Matteo Renzi venne proposto l’Italicum, ma la
legge che fu approvata quell’anno venne dichiarata incostituzionale, dunque mai
realmente utilizzata.
Ultima modifica, nel 2017, la legge Rosato, il Rosatellum, in vigore nelle
ultime due legislature.
Nel continente africano esiste un detto che recita più o meno in questo modo:
«non si organizzano le elezioni per perderle [on n’organise pas des élections
pour les perdre]».
A onor del vero sembra che sia più questa espressione politicamente scellerata a
guidare la maggioranza, piuttosto che la stabilità ricercata e sbandierata.
Intendiamoci: se la vocazione dell’Italia è quella di mostrarsi forte e
all’altezza degli altri paesi europei, quello che sta succedendo da un ventennio
è la rappresentazione di un Paese preda di organizzazioni politiche gelose del
potere e bramose di tenerlo per sé. Tutt’altro che un Paese moderno basato sulla
cooperazione tra differenti forze politiche: il dibattito, anzi, è viziato da
post sui social, politiche che si misurano con i cuori di Instagram o le
visualizzazioni di TikTok e titoli sensazionalistici sulla stampa. Non solo. È
anche la fotografia di forze politiche non disposte al dialogo e ad un’idea di
sconfitta dopo il proprio periodo di governo ponendo come necessaria la legge
(magari poi incostituzionale) per far sì che si possa tornare immediatamente al
potere.
Forse i governi di questi decenni più che a ideali di democrazia liberale, si
sono ispirati a modelli di mantenimento quasi imperituro del potere come accade
in Camerun, in cui Paul Biya è stato rieletto a 92 anni per l’ottavo mandato
consecutivo oppure in Congo (Brazzaville) in cui Denis Sassou Nguesso governa
dal 1997 senza mai essere stato sconfitto.
L’importante è non perdere mai. La credibilità della classe dirigente e il bene
del Paese possono aspettare.
Marco Piccinelli