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Yennayer, l’ostinata resistenza di una festa pagana
Il 12 gennaio di ogni anno, mentre l’Occidente ha già archiviato le celebrazioni del suo Capodanno gregoriano, nel Maghreb si accendono i fuochi di una festa millenaria che ha resistito a tutto: alle invasioni, alle religioni monoteiste, ai tentativi di cancellazione culturale. È Yennayer, il Capodanno amazigh (berbero), una delle poche celebrazioni pagane sopravvissute prima all’ostilità dei Padri della Chiesa cristiana e poi alle condanne dei dotti musulmani medievali. Una festa che viene da lontano Yennayer segna l’inizio dell’anno 2976 del calendario amazigh, che affonda le radici nel calendario giuliano romano. Il termine deriva dal latino “ianuarius”, il mese dedicato a Giano, dio bifronte che guarda passato e futuro. In Algeria si festeggia il 12 gennaio, in Marocco il 14, ma ovunque Yennayer resta una celebrazione della terra, del raccolto e dell’armonia con la natura. A partire dagli anni Sessanta, la numerazione degli anni prende le mosse dal 950 a.C., anno dell’ascesa al trono del faraone Shoshenq I, re berbero che fondò la XXII dinastia egizia: un gesto di rivendicazione identitaria che precede di secoli l’arabizzazione del Nordafrica. L’ostilità cristiana: Tertulliano e Agostino contro le feste di gennaio La celebrazione del Capodanno in Nordafrica doveva essere particolarmente vivace già prima dell’arrivo del cristianesimo, tanto da attirare la feroce condanna dei Padri della Chiesa. Tertulliano, il teologo cartaginese del II-III secolo, bollò come usanze pagane incompatibili con la fede cristiana le celebrazioni legate al ciclo solare e alle divinità della natura. Ancora più esplicito fu Agostino d’Ippona nel V secolo. Nel suo Discorso 198, pronunciato il 1° gennaio, il vescovo tuonò contro i fedeli che partecipavano alle feste pagane: “Se parteciperai alla festa delle strenne, come un qualunque pagano, se giocherai ai dadi, se ti ubriacherai, in che modo credi diversamente?”. Agostino attaccava frontalmente le usanze nordafricane di inizio anno, con scambio di doni augurali, banchetti, canti e mascherature. “Essi si scambiano le strenne, voi fate le elemosine; essi si ubriacano, voi digiunate”. Eppure, nonostante le condanne, quelle feste resistettero. Il Nordafrica cristiano fu teatro di questa battaglia tra monoteismo e tradizioni legate alla terra. Una battaglia che il cristianesimo non vinse mai completamente. L’islam e la persistenza del “paganesimo” Con l’arrivo dell’islam nel VII secolo, Yennayer affrontò un nuovo tentativo di soppressione. I dotti musulmani medievali condannarono ripetutamente la festa, considerandola un’”innovazione pagana” incompatibile con l’unicità di Allah e con il calendario lunare islamico. Le invocazioni rituali che accompagnavano Yennayer – formule come “bennayu”, “babiyyanu”, “bu-ini” – erano considerate residui di antichi auguri romani (“bonus annus”, “bonum annum”) e quindi tracce di un paganesimo da estirpare. Ma anche l’islam, come prima il cristianesimo, non riuscì a cancellare Yennayer. La festa continuò a essere celebrata, spesso confondendosi con l’Ashura, la ricorrenza islamica del decimo giorno di Muharram, ma mantenendo la sua identità profonda. Il motivo di questa resistenza è semplice: Yennayer non era solo una festa religiosa. Era un rito di sopravvivenza. In una regione dove la carestia, la siccità, il freddo potevano significare la morte, festeggiare l’inizio dell’anno agricolo con abbondanza di cibo era un modo per esorcizzare la paura, per chiedere alla terra di essere generosa. I riti di Yennayer: purificazione, sacrificio, abbondanza Le celebrazioni durano più giorni, scandite da riti che variano da regione a regione. La festa inizia con la “Thabbourth Aseggas”, la “porta dell’anno”, la sera dell’11 gennaio: le case vengono pulite a fondo, le pietre da cucina sostituite, le pareti imbiancate. È un atto simbolico di rinnovamento. Il sacrificio di un animale – tradizionalmente un pollo – è un rito centrale. Il sangue versato è un’offerta agli spiriti della natura. Chi è più legato alla dimensione magica pone offerte nei campi: cous cous secco gettato sulla terra, datteri piantati ai margini dei terreni. Il cuore della festa è il pasto serale, l'”Imensi n Yennayer”. In Algeria le celebrazioni durano tre giorni: porridge di semola il primo giorno, cous cous con sette legumi e sette spezie il secondo, pollo il terzo. Il numero sette rappresenta pienezza, totalità, armonia con l’universo. Nella Cabilia si prepara l'”asfel” con carne sacrificale e “berkukes”, nell’Aurès la “trida” o la “chakhchoukha”. Ogni piatto è un legame con la terra. Yennayer è anche un momento per riti di passaggio: primo taglio di capelli dei bambini maschi, celebrazione di matrimoni, raccolta nei campi. I bambini girano per le strade cantando formule augurali. Si indossano abiti tradizionali, si canta, si suona. Secondo la credenza popolare, chi festeggia con abbondanza non conoscerà fame né povertà per tutto l’anno. Il riconoscimento ufficiale: dalla repressione alla celebrazione Per secoli Yennayer è rimasto nell’ombra, praticato in privato. Solo di recente, in un contesto di rivendicazione identitaria amazigh, ha conquistato uno spazio pubblico. Nel 2018 l’Algeria è diventata il primo Paese del Nordafrica a riconoscere Yennayer come festa nazionale. Le celebrazioni sono diventate eventi di massa: nel gennaio 2025 Algeri ha ospitato un mega-cenone pubblico in Piazza della Grande Poste, a Tizi Ouzou una sfilata di moda amazigh culminata con l’elezione di Miss Berbera. In Marocco il riconoscimento è arrivato nel maggio 2023, quando re Mohammed VI ha dichiarato Yennayer festa nazionale. La lingua tamazight è ufficiale dal 2011 e oggi è presente nella pubblica amministrazione, nelle scuole e nei tribunali. Una festa pagana nel XXI secolo Yennayer è oggi una delle poche feste pagane ancora vive e pulsanti nel Mediterraneo. Mentre in Europa le antiche celebrazioni agricole sono state assorbite dal cristianesimo o ridotte a folklore svuotato di significato, Yennayer mantiene intatta la sua carica simbolica. È una festa che parla di armonia con la natura, di rispetto per i cicli della terra, di legame tra l’uomo e il cosmo. È una festa che celebra la resistenza culturale, la capacità di un popolo di mantenere la propria identità attraverso tre millenni di storia, di invasioni, di tentativi di cancellazione. In un’epoca in cui la crisi climatica ci costringe a ripensare il nostro rapporto con la natura, Yennayer ha qualcosa da insegnarci. Le sue celebrazioni ci ricordano che l’essere umano non è il padrone della terra, ma ne fa parte. Che la sopravvivenza dipende dalla generosità del suolo, dalla regolarità delle piogge, dalla temperatura dell’inverno. Che festeggiare l’abbondanza è anche un modo per esorcizzare la paura della scarsità. Gli amazigh, gli “uomini liberi”, hanno dimostrato che una cultura può sopravvivere anche quando viene attaccata da religioni potenti, da imperi conquistatori, da Stati nazionalisti. Yennayer è la prova vivente che le radici pagane dell’umanità sono più profonde di quanto si pensi, e che nessuna dottrina monoteista, per quanto pervasiva, può completamente sradicarle. Ogni 12 gennaio, quando le famiglie amazigh si riuniscono attorno al tavolo imbandito, quando i bambini ricevono i primi capelli tagliati, quando il cous cous con sette legumi viene servito tra canti e risate, quella resistenza si rinnova. E il grido “Assegas Ameggaz!” risuona come un’affermazione di vita, di continuità e di futuro.   Redazione Italia
Dove nasce Gesù? Dove eri tu?
Corteo a Napoli nella notte di Natale: un Gesù Bambino avvolto in una kefiah per denunciare la tragedia di Gaza e interrogare le coscienze. Napoli, 24 dicembre 2025. Nelle nostre case va in scena una liturgia stanca e distratta. Un Natale per inerzia: luci accese, alberi perfetti, tavole imbandite, televisori che coprono il silenzio. Un rito consumato senza corpo e senza ferite. Eppure Gesù, oggi, non nasce lì. Nasce tra le macerie e il fango di Gaza. A Napoli pioveva. Una pioggia insistente, fredda, che entrava nelle scarpe e non chiedeva permesso. Pioveva come piove a Gaza: senza riparo, senza pausa, senza la possibilità di asciugarsi. Sotto quella pioggia, nel quartiere Vomero, un corteo ha attraversato via Scarlatti e via Luca Giordano. Non una rappresentazione, non un presepe vivente per addolcire le coscienze. Un gesto netto. Un atto politico e umano. Un Gesù Bambino avvolto in una kefiah è stato portato in strada dal Comitato Pace e Disarmo – Campania insieme a Alex Zanotelli. È il secondo anno che accade. Abbastanza per dire che, mentre tutto invita alla distrazione, qualcuno sceglie la fedeltà alla realtà. Gaza non è una metafora. È un luogo devastato: decine di migliaia di civili uccisi, ospedali distrutti, strutture sanitarie ridotte a ciò che resta dopo un bombardamento. Le ONG ostacolate, i soccorsi rallentati, la vita resa impraticabile. E mentre Gaza viene annientata, la Cisgiordania continua a essere erosa dall’espansione dei coloni, fino a lambire Betlemme. Betlemme, proprio Betlemme: il luogo in cui la tradizione cristiana colloca la nascita di un Dio che sceglie di venire al mondo come scarto, come povero, come corpo vulnerabile. Al corteo hanno partecipato la Comunità Palestinese, la Rete Sociale No Box, il Presidio di Pace IoCiSto, i Sanitari per Gaza e molte persone senza sigle, senza ruoli, senza protezioni. Persone che non hanno parlato di Gaza, ma hanno camminato per Gaza. I Sanitari hanno denunciato la condizione drammatica delle poche strutture ospedaliere ancora operative e l’atteggiamento ostativo di Israele verso chi tenta di portare aiuti umanitari. Padre Zanotelli ha letto un messaggio arrivato dalla Palestina: parole di gratitudine per la solidarietà italiana, ma soprattutto un appello a non fermarsi. Continuare con le campagne BDS. Sostenere azioni nonviolente come la Flotilla. Disinvestire dalle banche armate. Fare. Non limitarsi a commentare. Non rifugiarsi in una spiritualità che consola senza assumere responsabilità. Il cristianesimo, quello che non tranquillizza, nasce qui. Non nella sicurezza delle nostre case riscaldate, ma dove un bambino non ha una culla, dove una madre non può proteggere, dove un padre non può promettere il futuro. Il Vangelo non è decorativo: disturba. Non anestetizza: smaschera. Se Dio nasce sotto le bombe, allora la neutralità diventa una menzogna. Gravi e inquietanti i tentativi legislativi che in Italia cercano di equiparare antisionismo e antisemitismo. Confondere la critica politica con l’odio razziale non tutela nessuno: serve solo a spegnere le parole, a rendere impronunciabile l’ingiustizia. Questo corteo non cercava consenso. Interrompeva la corsa ai regali, la liturgia del consumo, la pace fittizia del “non mi riguarda”. E poneva una domanda che il Natale tenta disperatamente di evitare: Se Gesù nasce oggi tra le macerie, tu dove eri? Il corteo si è concluso con l’auspicio di rilanciare nuove iniziative per una Palestina finalmente libera. Ma la domanda resta aperta, inchiodata nelle nostre case illuminate e distratte. Dove nasce Gesù? E soprattutto: dove eri tu? Stefania De Giovanni
La narrativa cristiana della lotta non violenta contro le strutture di violenza (o di peccato)
Gandhi ha esteso l’antico insegnamento dello Jainismo (ahimsa) ad una capacità di lottare non violentemente contro ogni struttura negativa della società. Per ispirarsi alla tradizione millenaria dei testi sacri indù la sua lotta non violenta egli ha dato una nuova interpretazione alla Bagavad Gita: ha ribaltato il senso della guerra affrontata da Arjuna in una lotta non violenta con se stesso e con gli altri (Gandhi, Gandhi commenta la Bagavad Gita, Ed. Mediterranee, Roma, 2012).   A noi non violenti interessa sapere se ci sono altre tradizioni religiose che con particolari insegnamenti religiosi abbiano anticipato il senso spirituale della lotta non violenta. Per i cristiani, qual è la maniera di affrontare i conflitti senza “reagire al male senza fare il male” (Mt 5, 39; Rm 12, 17)?  Una risposta viene da una corretta interpretazione delle Beatitudini (Mt 5). Su di esse Lanza del Vasto (LdV) ha avuto un suggerimento fondamentale: le Beatitudini debbono essere lette in sequenza, una dopo l’altra (L’arca aveva una vigna per vela, Jaca book, Milano, pp. 242-243). Così esse esprimono un crescendo, dalla reazione intima o personale (vivere la povertà, piangere, restare miti, avere sete di giustizia) alla azione nella società (avere misericordia, darsi un impegno sociale, fare la pace, lottare per la giustizia sociale). Anche la ricompensa a questi impegni di lotta cresce in parallelo: da quelli di consolazione solo intima o personale (sentirsi in cielo, essere consolati, ricevere la propria terra, avere una soddisfazione di giustizia), al crescere spiritualmente nei rapporti sociali (ricevere misericordia, vedere Dio nelle persone, essere chiamati figli di Dio, realizzare qui la vita Trinitaria).  (Si noti però che questa sequenza è chiara se 1) si scambia l’ordine della seconda con la terza; 2) si rimedia alla mancanza di alcune parole nella sesta Beatitudine: “Beati coloro che hanno il cuore puro [invece: … che si impegnano nella vita sociale purificando il cuore] perché vedranno Dio [nelle persone]”e 3) si migliora l’ultima Beatitudine: “Beati coloro che combattono l’ingiustizia fino al sacrificio personale, perché con essi si rappresenta la vita della Trinità sulla Terra”).  Queste “reazioni al male senza ricorrere al male” sono ricompensate dallo Spirito Santo in quanto Lui fa leva sulla reazione umana per invertire i mali in beni trascendenti, cioè in quello che le corrispondenti Beatitudini promettono.   Un altro suggerimento fondamentale di LdV è che quando nella società il male diventa strutturale, si concretizza in uno tra quattro flagelli, tutti “fatti da mano d’uomo”: Miseria, Sedizione, Guerra e Servitù (Lanza del Vasto, Les quatre Fléaux, Denoël, Parigi, 1959; SEI, Torino, 1996, cap. 1, par. 1). Allora l’inizio di ogni beatitudine indica una sofferta reazione non tanto ad un male generico, ma soprattutto al male diventato strutturale, ad uno di questi quattro flagelli. Allora scopriamo che il testo delle beatitudini deve essere completato con una parte rimasta implicita: ognuna di esse deve dichiarare all’inizio a quale flagello si sta reagendo. Per questo occorre premettere ad ogni beatitudine, ad es. la prima: “Contro la Miseria, beati…” Ma i flagelli sono quattro e le Beatitudini sono otto. In effetti le Beatitudini sono le reazioni ai flagelli elencati due volte; le prime quattro indicano la politica delle reazioni personali, le seconde quattro la politica di intervento nella società. Pertanto, le Beatitudini nel complesso sono una precisa politica di azione non violenta contro tutti i principali casi del male strutturato nella società. Tutto quanto sopra era incomprensibile prima del XX secolo, quando è stata scoperta la non violenza e a sua prova Gandhi ha realizzato “tre miracoli storici (politici): una liberazione nazionale senza spargimento di sangue, una rivoluzione sociale senza rivolta, l’arresto di una guerra” (ibidem, cap. v, §§. 34, 46); ai quali  oggi si può aggiungere il miracolo storico delle rivoluzioni non violente delle popolazioni dell’Europa orientale negli anni 1989 e seguenti; le quali ci hanno liberato dall’antagonismo sordo dei Due Blocchi e dalla loro Guerra Fredda che minacciava una guerra di sterminio colossale.   Da tutto ciò ricaviamo un nuovo testo delle beatitudini che è pienamente significativo e aderente alla vita di oggi.  Nuovo Testo delle Beatitudini Contro la Miseria, beati quelli che sono poveri in virtù dello Spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Contro la Sedizione, beati quelli che piangono, perché saranno consolati. Contro la Guerra, beati quelli che sono miti, perché possederanno la terra.  Contro la  Servitù, beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati.  Contro la Miseria, beati quelli che si piegano alla misericordia, perché riceveranno misericordia. Contro la Sedizione, beati quelli che si impegnano nel sociale con cuore puro, perché vedranno Dio nelle persone. Contro la Guerra, beati quelli che fanno la pace nel prossimo, perché saranno chiamati figli di Dio. Contro la Miseria, beati quelli che lottano per la giustizia sociale fino al sacrificio personale, perché con essi si rappresenta la vita trinitaria di Dio sulla terra.   Ma in che cosa consiste la vita interiore di chi lotta non violentemente, così come è indicata da ogni Beatitudine? L’ha rappresentata in pittura e scultura una lunga tradizione popolare, che è nata nel basso medioevo (a mia conoscenza, la sua prima immagine è una scultura nella cattedrale di Compostela in cima alla colonna centrale del portico del paradiso (1211); la più famosa è quella della Trinità di Masaccio in S. Maria Novella a Firenze del 1427). E’ stata una lotta non violenta quella con cui il Figlio ha risolto il conflitto del peccato originale dell’umanità con Dio (cioè la massima violenza strutturale); questa sua lotta ha comportato la sua incarnazione, la sua lotta (contro sia il potere religioso dell’Ebraismo di allora, autoritario e formalista, che quello della dominazione politica dell’Impero Romano), la sua crocifissione e la sua resurrezione. L’immagine suddetta dice che tutto l’evento è stato sostenuto dalla volontà del Padre (che sostiene la croce) ed è stato assistito dallo Spirito Santo (che aveva progettato il tutto). In sintesi, questa immagine dice che il conflitto degli uomini con Dio è stato risolto dal Figlio, che, come esperienza compiuta, l’ha fatto entrare dentro la vita di Dio stesso.  Notiamo che la risoluzione del conflitto passa sì per la morte in croce, ma è data infine dalla risurrezione; senza di essa la fede cristiana è stolta. Il fatto che lui dopo la morte è risorto è la promessa dello Spirito Santo: chiunque combatte così come fece Gesù contro i peccati (o violenze) strutturali in modo non violento, vincerà sulla Terra o in Cielo. Quindi il Dio cristiano si pone come il Dio che essenzialmente fa la pace nei conflitti. E’ in questo senso preciso che il Dio cristiano è amore, non lo è in senso generico. Ma dovendo combattere strutture anche schiaccianti con la non violenza, cioè solamente con la forza dello spirito, dove si può trovare la forza spirituale per fare il Davide davanti al Golia di una struttura di violenza che nella società magari si impone come assoluta? La risposta del cristianesimo è: la comunione. Ma che cosa è in fondo la comunione? Per la Chiesa cattolica è dogma che con essa avviene una comunione dell’uomo con Gesù. La tradizione teologica dice che ciò avverrebbe in quanto c’è una “transustanziazione” (cioè con la trasformazione del pane e vino in Gesù). Questa parola indica una trasformazione materiale di oggetti materiali (pane e vino), la quale avverrebbe al di fuori di ogni relazione sociale. Però essa non è stata finora spiegata da alcuna dottrina filosofica o metafisica.  Ma ai non violenti non può interessare granché che cosa fanno nella comunione le sostanze materiali (pane e vino), se esse subiscano o no un processo di tramutazione alchemica o nucleare; Noi non violenti abbiamo una altra interpretazione da suggerire: a noi interessa che le persone che si impegnano con tutta la loro interiorità in una lotta non violenta potenzialmente schiacciante, si trasformino, per opera di Dio, nel massimo delle loro capacità spirituali; cioè si identifichino il più possibile con il Cristo per diventare sin nel profondo cristiani, cioè veri seguaci di Cristo. La comunione è il massimo aiuto che il Figlio di Dio poteva dare ad un cristiano che lotta non violentemente, anche al rischio della morte, contro un peccato strutturale: unirsi con lui mediante una compartecipazione di cose elementari concrete, pane e vino, in modo da agire assieme.  In passato alcuni nonviolenti hanno scoperto dalle idee che caratterizzano in maniera approssimata la trasformazione nonviolenta che si deve compiere dentro un conflitto: (a parte l’Aufhebung nella fuorviante, perché metafisica, dialettica di Hegel) l’”osare la pace” del pastore Dietrich Bonhoeffer; il saper “portare una libera aggiunta” di Aldo Capitini; il cercare il punto di conciliazione di due linee apparentemente parallele anche se esso è posto all’infinito (Lanza del Vasto), il “trascendere” di Johan Galtung. E’ anche interessante quanto diceva in proposito un grande riformatore del Cristianesimo: Martin Lutero (sermone del 1520, anno della sua scomunica):  … vi è un largo uso di questo sacramento, senza alcuna intelligenza del suo significato, né alcun esercizio in esso… Molte persone [che prendono la comunione, poi di fatto] non vogliono essere solidali, non vogliono aiutare i poveri, sopportare i peccati, aver cura dei miserabili, soffrire con i sofferenti, pregare per gli altri, e neppure vogliono difendere la verità e promuovere il miglioramento della Chiesa… Non sanno far altro, con questo sacramento, che temere e onorare, con le loro orazioncelle e le loro devozioni, il Cristo presente nel pane e nel vino… Gesù ha preferito queste forme del pane e del vino per esprimere più ampiamente [possibile] l’unità e la comunione che si compiono in questo sacramento; perché non v’è unione più intima, profonda e indivisa che l’unione del cibo con colui che ne viene nutrito, in quanto il cibo penetra e si trasforma nella natura stessa e diventa un essere solo con chi se ne ciba. Altri modi di unire, come con chiodi, colla, corda o altre cose simili, non fanno una unità indivisibile.  Alcuni esercitano la loro arte e le loro sottigliezze per cercare dove rimane il pane quando è trasformato nella carne di Cristo e il vino nel suo sangue, e anche come in una così piccola particella di pane e di vino possa essere contenuto tutto il Cristo, la sua carne e il suo sangue. Ma non importa nulla che tu non lo veda. Basta che tu sappia che è un segno divino, in cui la carne e il sangue di Cristo sono veramente contenuti; il come e il dove rimettilo a Lui… Allo stesso modo anche noi, nel sacramento, veniamo uniti con Cristo e incorporati con i suoi santi a tal punto che egli assume le nostre parti, [cosicché] egli fa o non fa per noi, come se egli fosse quello che siamo; e che quello che ci accade, [accada] anche a lui e più che a noi; affinché anche noi possiamo assumere le sue parti, come se fossimo quello che egli è… Così profonda e totale è la comunione di Cristo e di tutti santi con noi… Ma attenzione! Con questo aiuto formidabile, il massimo che un Dio può dare, un cristiano dovrebbe essere il primo a buttarsi nella lotta non violenta contro i flagelli che colpiscono una popolazione! Se non lo fa, resta “un pagano battezzato a metà…; o segue il suo battesimo o diventa doppiamente colpevole.” (ibidem, cap. V, par. 24 ) Antonino Drago
Gesù, un ponte tra cristianesimo, buddhismo, induismo e yoga
Il dialogo tra cristianesimo, buddhismo (in sanscrito Buddhadharma) e induismo (nome dato dai colonizzatori inglesi – “hinduism”, “religione autoctona” – alla spiritualità dell’India che in sanscrito si chiama Sanatana Dharma) è sempre stato qualcosa di affascinante sia per i buddhisti sia per gli indù sia per i cristiani. Un dialogo che si perde nella notte dei tempi tra l’esotismo culturale, l’orientalismo coloniale ma anche in una ricerca spirituale tra gli esoteristi occidentali – della Società Teosofica prima e della Società Antroposofica poi – che erano affascinati dalle vicinanze, per molti versi, tra queste religioni così apparentemente diverse. Per quanto il cristianesimo ufficiale (capeggiato ufficialmente e teologicamente dalle gerarchie ecclesiastiche) abbia sempre preso le distanze da questo dialogo lasciandolo solo ad alcuni “il permesso” di avvicinarsi con una certa cautela, ed abbia sempre preteso di rivendicare l’unicità della figura di Gesù Cristo, in realtà bisogna riconoscere che l’influenza della figura di Gesù ha toccato molte culture anche fuori dall’Occidente cristiano. Nikolai Notovitch alla fine del XIX secolo, in un monastero di Hemis nella zona del Ladakh ai piedi dell’Himalaya nel Tibet, trovò dei rotoli che parlavano di un Isa o Isha. I rotoli furono confezionati dopo il VII secolo d-C. in India e passarono poi nel Nepal e quindi nel Tibet. Parlavano di un Isa o Isha nato in Israele, che all’età di tredici anni con una carovana giunse a Sindh in India. Venne ricevuto dai sacerdoti di Brahma e conobbe i Veda. Il suo messaggio di uguaglianza e il suo monoteismo gli inimicò i sacerdoti di Brahma e dovette fuggire verso il Nepal e il Tibet, cioè in terra buddista. Si diresse poi verso la Persia, dalla quale venne espulso. Quindi, ritornò in Israele. Venne crocifisso, ma venne sottratto al supplizio che non era pensato come pena di morte, ma solo come tortura. Venne curato dai suoi e poi fuggì in Kashmir dove si sposò ed ebbe figli. Morì in Kasmhir. La sua tomba sarebbe a Sriagar nella capitale del Kashmir. I buddhisti considerarono Isa o Isha una reincarnazione di Buddha, il Buddha-Isa.(1)(2) Alcuni affermano che la narrazione su Buddha-Isa deriva dall’influsso della presenza di comunità cristiane nestoriane in India, documentabili dal VII sec. d.C. Già prima l’area era sotto l’interesse dei nestoriani; infatti nel 498 d.C il patriarca nestoriano di Seleucia divenne patriarca della Persia, della Siria, della Cina e dell’India, e perciò queste ampie regioni conobbero la presenza di missionari nestoriani, e quindi contatti con quelle culture (3). Ma il dato di Isha o Isa è molto antico, tanto che si è voluto parlare di una profezia induista su Gesù Cristo. Infatti nel Pratisarga Parvana del Bhavishya Mahapurana terzo kanda (capitolo) versi 16-33 si parla di un certo “Ishaa Putra (“il Signore Figlio”) nato da una vergine” che si definisce “Mahiso”, ovvero “Grande Signore” (Mah, da Maha: grande; iso, da ishvara: signore, colui che controlla).  Esistono in testi indù le parole mahesa, masiha, mishihu, connesse all’aramaico mesiha o all’ebraico masiah o, molto meglio, all’arabo masih. Tali parole sono usate in alcuni testi indù successivi alla presenza cristiana in India, ma dovettero fare ingresso nell’uso indù molto prima con le armate di Alessandro Magno, che, conquistatrici, si spinsero fino al fiume Indo, al quale giunsero nel 326 a.C., mettendo a contatto culture lontane; ma non sono da escludere antichissimi influssi della lingua aramaica o araba. Presso gli ebrei e i cristiani tali parole hanno il significato di re consacrato con un’unzione. Il significato invece che hanno nel mondo indù va collegato con la radice araba “msh”, che oltre “misurare” significa “strofinare”, cioè togliere l’impurità. Il Corano, che non pensa a Gesù come salvatore, ma solo come profeta, usa il termine “masih” nel senso di “purificato dagli errori e dalle debolezze umane”, proprio appoggiandosi alla radice araba “msh”. Il “Dizionario del Corano” (ed. Mondadori, Milano, 2007), alla voce “Gesù”, afferma: “La parola ebraica mesiah (traslitterazione in greco messias; Gv 1,41; 4,25) è tradotta usualmente nel Nuovo Testamento con Christos, da chrio: ungere. Il Corano designa Gesù con il nome Isa (sura 2, 45), mentre gli arabo-cristiani lo chiamano Yasu. Non ci sono studi su come Muhammad (570 – 632 d.C) giunse a dare a Gesù il nome Isa (signore), ma probabilmente avvenne attraverso carovanieri cristiani nestoriani di ritorno dall’India: il termine Isa deriva da isha, che è una forma contratta della parola (lingua sanscrito) ishvara (controllore supremo, signore). Anche l’Islam entrò a contatto con l’India in seguito a conquiste territoriali che arrivarono oltre il Gange. Questo incontro di civiltà portò a coniare, dal Kashmir al Tibet, nomi come Yusu, Yusuf, Yuz, Issa, Issana, Yusaasaf, Yuz-Asaph, Yus Zasaf. Anche il termine El, per designare Dio, si trova in tardi testi indù, e ciò prova ancora il contatto con la cultura semitica. El (“essere forte”) era un nome di Dio per gli ebrei, ma già lo era per i Cananei. Ad Ugarit si usava ‘l, in accadico ilu, in arabo ilah.  In testi indù che precedono il contatto con l’Islam si incontra anche allah (al-ilah), che vuol dire precisamente il dio, ed era usato in Arabia anche prima dell’avvento di Muhammad. Anche un nome arabo, “Amadh”, si incontra nei testi indù. Tutto ciò dice di antichi contatti di civiltà.” Come è noto, il nome “Gesù” è una italianizzazione del latino Iesus, il quale deriva dal greco Iesous, il quale a sua volta deriva dall’aramaico Yeshua, abbreviazione di Yehoshua, che vuol dire: “Dio salvezza”. Ye corrisponde alla forma contratta di Yeovè. In ebraico si ha Jahvéh, che rende, con la vocalizzazione, il tetragramma YHWH. Come si può vedere c’è una stretta parentela tra i nomi Yeoshua, Iesous, Iesus, e Isa o Isha o Issa. Sebbene questi siano solo delle supposizioni teoriche – nulla di certificato a livello accademico e storico – la figura di Gesù è stata vista come un punto di incontro tra induismo, buddhismo e cristianesimo nel XX secolo. Gesù per gli induisti è un avatar tra i tanti avatar, ovvero una “discesa” della divinità nel cosmo in particolari momenti di crisi spirituale dell’umanità. Tra i maggiori esponenti del dialogo spirituale tra cristianesimo, buddhismo e induismo troviamo sicuramente Raimon Panikkar (“Sono partito cristiano, mi sono scoperto hindú e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano”); Madre Teresa di Calcutta, religiosa e grande praticante di Karma Yoga (4); Padre Anthony Elenjimittam, frate domenicano e swami che fu sostenuto nella sua opera di dialogo interreligioso sia da Papa Giovanni XXIII sia da Papa Giovanni Paolo I (grande conoscitore della spiritualità orientale); e sicuramente i grandi leader del grande risveglio spirituale parallelo alla controcultura del Sessantotto del 1900 come Paramahansa Yogananda, Swami Kriyananda, Shri Mataji Nirmala Devi, Osho Rajneesh e Sri Satya Sai Baba che – portando una parte della saggezza spirituale orientale in Occidente – hanno professato la figura di Gesù come ponte tra culture, religioni e spiritualità, rivalutandolo come grande maestro portatore di un messaggio etico universale al pari di altri maestri. Paramahansa Yogananda – considerato un ponte tra il Cristianesimo lo Yoga, mostrando l’unità esoterica di tutte le religioni attraverso il cammino spirituale – nella sua opera “Lo Yoga di Gesù”, sostiene che Gesù era uno yogi e che i suoi insegnamenti contengono lo yoga, una “scienza spirituale per raggiungere Dio attraverso la meditazione”. Yogananda crede che Gesù abbia reso possibile a tutti di realizzare la propria divinità attraverso la meditazione e la pratica dello yoga. Secondo Yogananda, Gesù non si è presentato come un essere superiore, ma ha mostrato come tutti possano raggiungere la sua stessa realizzazione attraverso la meditazione e l’attivazione del loro potenziale divino. Yogananda afferma che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli lo yoga, una pratica che porta all’illuminazione e alla realizzazione spirituale. Yogananda interpreta la Seconda Venuta di Cristo non come un ritorno fisico, ma come la riscoperta della “coscienza cristica”, che è possibile attraverso la pratica della meditazione e dello yoga. Come prova dell’insegnamento yogico di Gesù ci sarebbero numerose raffigurazioni e, se osserviamo l’immagine al centro, notiamo che Shiva, Buddha, San Nicola e Gesù sembrano fare tutti gesti simili. Ad un occhio non allenato, questa potrebbe essere solo una coincidenza, ma ad un ulteriore esame sembra che ogni “maestro asceso” sembri usare un mudra yogico. Nella pratica dello yoga, i mudra sono fondamentalmente di due tipi: toccare la punta di varie dita con il pollice o premere la prima articolazione falangea con il pollice. A seconda di quale dito viene toccato o premuto, gli effetti sul corpo variano. San Nicola di Myra e Gesù hanno entrambi le mani posizionate nel Surya Ravi Mudra o Prithvi Mudra. Questo particolare mudra della mano è anche conosciuto come il “sigillo della vita” o “sigillo del sole” (interessante perché Gesù è il “figlio di Dio”). L’anulare rappresenta la terra, l’energia, la forza e la resistenza. Il pollice rappresenta il fuoco e la natura divina. Quando le due dita sono posizionate insieme in Surya Ravi Mudra, simboleggiano e incoraggiano l’energia, l’equilibrio, la salute e la vitalità. Scrive Yogananda ne “Il Vangelo di Gesù secondo Paramhansa Yogananda”: «Gesù Cristo venne crocifisso una volta, ma il suo insegnamento è stato e viene crocifisso continuamente dalla gente ignorante. La comprensione e l’applicazione di questi insegnamenti, percepiti intuitivamente, mostrerà come la Coscienza Cristica di Gesù, liberata dalla crocifissione teologica, può essere riportata una seconda volta nelle anime degli uomini». Yogananda sosteneva che le interpretazioni spirituali delle parole di Gesù nascono dall’intuizione, e ognuno potrà realizzarne la verità universale se le mediterà con percezione intuitiva. Esse devono essere studiate coscientemente e meditate ogni giorno da tutti i sinceri devoti di Dio. Queste interpretazioni, ricevute e trasmesse attraverso la Coscienza Cristica, mostrano al mondo la comune base scientifica della percezione intuitiva, dove ritroviamo nella Bibbia cristiana, nella Bhagavad Gita e nelle sacre Scritture di tutte le grandi religioni. Yogananda concepisce Gesù come un Buddha, un illuminato, un’incarnazione della “coscienza critica universale” che può manifestarsi nella coscienza di ogni vero devoto di Dio. Ogni uomo è un Cristo potenziale – afferma Yogananda – e tutti coloro che possono rendere la loro concentrazione abbastanza lunga e profonda possono ricevere Gesù Cristo nella loro coscienza. I veri Cristiani sono quelli che attraverso la meditazione e l’estasi abbracciano nella loro coscienza la Beatitudine e la Saggezza Cosmica di Gesù Cristo. Altro contributo sulla figura di Gesù, dal punto di vista orientale (ma forse più controverso), lo ha dato Osho Rajneesh, mistico indiano iconoclasta ed aspro critico delle “religioni istituzionali”. Sebbene ritenga il cristianesimo “la peggiore manifestazione religiosa di questo mondo” che ha causato danni enormi all’umanità, approfittando peraltro della povertà per convertire la gente – oltre ad essere ossessionata dall’idea del peccato, della morte e della sofferenza – Osho ha sempre visto in Gesù un esempio di maestro. Gesù – spiega Osho – non fu mai un cristiano, infatti in (la lingua parlata da Gesù) non esiste la parola “cristo”, né esiste in ebraico: solo diversi anni dopo la sua morte, quando il Vangelo fu tradotto in greco, la parola “messia” venne resa con “cristo”. Osho era affascinato dal messaggio evangelico ed esoterico di Gesù a tal punto che ne diede molta importanza nei suoi insegnamenti. fondamentali furono: Il seme della ribellione. Commenti ai Vangeli Apocrifi di San Tommaso (3 volumi), Tradate (Va), Oshoba, 2002; Cristianesimo e Zen, Riza, Milano, 2002; e Il miracolo più grande. Commento ai vangeli, Milano, Mondadori, 2010. In alcuni discorsi Osho parlò di Gesù come di un maestro illuminato – al pari di Siddharta Gautama, Maometto, Ramakrishna, Mahavira ecc. – definendolo “un poeta dell’Assoluto”, frainteso dai cristiani e disprezzato dagli ebrei per la sua scelta di vivere da individuo libero, che riconosceva solo la propria autorità avulsa da ogni tradizione. Osho dichiarò inoltre che Gesù non morì sulla croce (aderendo alla tesi del teologo tedesco Karl Friedrich Bahrdt) ma fu salvato dopo tre ore da Ponzio Pilato che aveva sottoscritto un accordo segreto con i discepoli, e dopo essere stato accudito nella falsa tomba dai soldati romani, emigrò in Kashmir dove visse fino a 120 anni, abbandonando l’idea di essere il Messia: “si pensa che Gesù sia venuto in Kashmir perché era una terra ebraica in India – una tribù di ebrei viveva lì. Ci sono molte storie in Kashmir su Gesù, ma si deve andare lì per scoprirle. La crocifissione cambiò del tutto la mente di Gesù”. La condanna sarebbe stata una parziale messinscena per placare i capi ebrei di Gerusalemme. La sua tomba sarebbe il santuario di Roza Bal, come affermato da Mirza Ghulam Ahmad (5). Un importante interpretazione della figura di Gesù, nella tradizione induista, lo si trova nel grande insegnamento di Sua Santità Shri Mataji Nirmala Devi, leader spirituale indiana e satguru del Sahaja Yoga, nonchè grande attivista politica che insieme al Mahatma Gandhi si adoperò nel movimento delle donne per la lotta nonviolenta per l’indipendenza dell’India dal colonialismo inglese. Fu proprio Shri Mataji a parlare di Gesù come un personaggio riconosciuto nell’induismo per il suo messaggio di compassione, amore e non-attaccamento alle cose materiali. In particolare, la pratica del Sahaja Yoga (6) associa la vita e il messaggio di Gesù alle qualità dell’Agnya chakra (7), quali perdono, umiltà, compassione e resurrezione. In alcuni contesti del Sahaja Yoga, Vishnu (il cui principio è associato al Nabhi chakra) può essere visto come Mahavishnu nell’Agnya chakra (terzo occhio), e la sua manifestazione terrena sarebbe Gesù Cristo. Questo implica una connessione tra la divinità Vishnu e Gesù, con Gesù visto come una realizzazione terrena di Mahavishnu. In sintesi, Gesù Cristo viene visto come una manifestazione terrena di Mahavishnu, che a sua volta è associato al principio di Vishnu presente nell’Agnya chakra quindi legato a sua volta alla dimensione dell’intuizione. Non solo, la figura di Gesù viene vista in stretta connessione con Ganesha, la divinità metà uomo e metà elefante figlio di Shiva e Parvati il cui nome – composto da “gana” (tutti) e “isha” (signore) – significa “Signore di tutti gli esseri”. Lo stesso vale per la figura di Maria, madre di Gesù, che nei praticanti di Sahaja Yoga, è riconosciuta come figura degna di nota in quanto reincarnazione di Mahalakshmi (chiamata Shri Maria Mahalakshmi https://www.youtube.com/watch?v=7xPIoI3Kjr8 ) (8) Gesù è stato e continua ad essere una ponte tra il cristianesimo e le principali tradizioni religiose orientali, in particolare l’induismo il quale ha la grande capacità di rivolgersi a devoti di diverse religioni accogliendo elementi di altre tradizioni, trasformandoli e plasmandoli alla luce della sua dottrina. Come ha dichiarato Sri Sathya Sai Baba, controverso leader spirituale ed educatore indiano: “Gesù era Compassione venuta in forma umana. Diffuse lo spirito di Compassione e diede conforto agli afflitti e ai sofferenti, essa fu il Suo messaggio. Egli provava profonda pena alla vista dei poveri. In questo giorno Gesù viene adorato, ma i Suoi insegnamenti sono trascurati.” Quanto è vera questa dichiarazione alla luce del dilagante attaccamento al denaro in Occidente e della diffusione di una mentalità riduzionista, meccanicista e materialista in tutto il mondo che ci impedisce di avere una visione più complessa e profonda del mondo stesso?   (1) Andreas Faber – Kaiser, “Gesù visse e morì in Kashmir”, ed. De Vecchi, Milano 1975. (2) Aziz Kashimir, “Cristo in Kashmir”, ed. Atlantide, Roma 1996. (3) https://www.perfettaletizia.it/archivio/infomazione/miti/sincretismi.htm (4) “C’è un solo Dio, ed è Dio per tutti. Per questo è importante che ognuno appaia uguale dinanzi a Lui. Ho sempre detto che dobbiamo aiutare un indù a diventare un indù migliore, un musulmano a diventare un musulmano migliore e un cattolico a diventare un cattolico migliore. Crediamo che il nostro lavoro debba essere d’esempio alla gente” (5) Credenza è diffusa anche nel movimento musulmano Ahmadiyya (6) insieme di antiche pratiche di yoga meditativo basato sul risveglio spontaneo della Kundalini che venne studiato e diffuso da Shri Mataji Nirmala Devi dal 1976 (7) Agnya Chakra è il sesto chakra nella tradizione buddhista e induista, conosciuto come “terzo occhio” ovvero chakra dell’intuizione. https://yogafacile.it/sloka-per-agnya-e-sahasrara/ https://sahajayogamilano.it/wp-content/uploads/2023/05/6-Agnya.pdf (8) https://www.youtube.com/watch?v=We5DbKGlCYo https://www.youtube.com/watch?v=M1OqJNuBQb8 https://www.youtube.com/watch?v=Bkru1YzI4fM https://lettermagazine.it/riflessioni/gesu-le-religioni-asiatiche/#:~:text=Secondo%20la%20religione%20induista%20ci,Salvatore%20unico%2C%20assoluto%2C%20universale. Lorenzo Poli