Tag - buddhismo

Intervista a Lama Michel Rinpoche, 4° parte: “Abbiamo bisogno di silenzio”
> Abbiamo intervistato Lama Michel Rinpoche all’Albagnano Healing Meditation > Centre, sopra Verbania sul Lago Maggiore. L’intervista integrale viene > pubblicata su Pressenza in 4 puntate. Questa è la quarta e ultima. Link alle > altre puntate alla fine. Pressenza: Tu hai scritto un bellissimo libro ‘Dove vai così di fretta?’ Come possiamo rallentare o fermarci a meditare in un mondo che premia la fretta, la velocità, l’accelerazione, l’entropia? Forse credere che la morte sia “la fine di tutto” rappresenta uno dei problemi fondamentali delle persone. Forse la paura della morte c’entra con la fretta, con la violenza, con l’accaparrare tutto ciò che si può, perché non esiste un dopo? Lama Michel Rinpoche: Secondo me la paura della morte è un pensiero troppo evoluto, non siamo ancora lì, abbiamo dei problemi ancora più basici che portano a questa fretta, è più sistemico. Il modo in cui noi viviamo con questo senso di dover correre, correre, correre e fare, fare, fare, non è causato da un processo concettuale, non è causato da uno stato emotivo, da qualcosa che pensiamo, che facciamo, ma da uno stile di vita particolare. Facciamo un esempio. Immaginiamo che abbiamo un lavoro dove arriviamo in ufficio e dobbiamo prendere un documento, leggerlo, fare una sintesi e prendere delle decisioni. In generale per farlo bene ci vorrebbero 2-3 ore, io ho a disposizione 4-6 ore, quindi lo posso fare bene. Comincio a leggere il documento e mentre lo sto leggendo arriva un collega con un altro documento e me lo mette davanti. Quindi io cosa devo fare? Interrompere quello che sto facendo e guardare quel documento. Guardo di cosa si tratta e torno a quello che stavo facendo. Cerco di riconcentrarmi, dopo un po’ mi arriva un’altra cosa. Ah, questo è importante, ma decido di farlo dopo. Torno a concentrarmi, mi arriva un’altra cosa. Quello che accade è che alla fine della giornata, visto che ogni cinque minuti mi arriva qualcosa, mi si genera la sensazione di non aver tempo per fare quello che devo fare. La mia mancanza di tempo non è perché manca il tempo oggettivo, ma perché il mio spazio è pieno di tante altre informazioni e non riesco a elaborarle tutte, è troppo. Anche perché il nostro sistema dà priorità a quello che arriva a livello grossolano, quello che vedo, quello che sento. Se sto facendo una cosa e ne arriva un’altra, la priorità va in quella. C’è stato uno studio recente negli Stati Uniti su quanto spesso veniamo interrotti, negli uffici per esempio. Interrotti da che cosa? Dal messaggino che arriva, dall’email che arriva, dalla notifica di una cosa, da una chiamata, piuttosto che da quello che sia. Negli Stati Uniti, negli uffici, le persone vengono interrotte in media ogni 90 secondi. Pensiamo alla nostra vita, quanto spesso stiamo facendo qualcosa e siamo interrotti da qualcos’altro. E poi lo studio arrivava a un punto che è ancora peggio: hanno constatato che quando una persona è abituata a essere interrotta, quando non è più interrotta, che cosa fa? Si interrompe da sola! Sei lì ed a un certo punto senti che devi fare qualcos’altro. Questo non è la causa, ma è una delle cause di questa fretta, perché la mancanza di tempo non è causata dalla mancanza di tempo dell’orologio. È la troppa informazione e le troppe cose da elaborare, quindi rimaniamo su un livello superficiale e c’è quella sensazione di non aver mai tempo abbastanza per fare le cose, di non riuscire mai ad approfondire, di non riuscire a concludere le cose bene. Non è causato dalla mancanza di tempo, di consapevolezza, o dal fatto di voler fare tutto perché io fra un po’ devo morire. Perché quando uno genera la consapevolezza della morte questo lo porta a un altro risultato, che è il risultato di voler rivedere le proprie priorità. E sarebbe una cosa ottima. Se mi arriva una diagnosi che dovrò morire, quello che faccio è cancellare i meeting, andare a parlare con i figli con cui non parlo da tempo, cercare di risolvere le mie cose, cercare di rivedere le mie priorità, ed è una cosa molto sana. Invece quello che accade è che noi siamo così bombardati da una quantità enorme di informazioni e abbiamo una dipendenza verso questa quantità enorme di informazioni, anche perché una delle cose che genera la dopamina è la novità. Ci sono quattro cose che generano dopamina: suono, movimento, colore e novità. Se prendiamo un bambino piccolo e vogliamo la sua attenzione, che cosa utilizziamo? Suoni, movimento, colori e novità. Cosa abbiamo nei cellulari? Suono, colore, movimento e novità. Noi di solito non siamo interessati al contenuto, siamo interessati a soddisfare quella sensazione interna, quel vuoto che viene e quel bisogno di una sensazione di piacere. Ed è la storia della dopamina perfetta. Quindi questo senso di fretta in cui noi viviamo oggi è causato da un aspetto forte di uno stile di vita malsano in cui noi viviamo. Perciò per uscire da questo dobbiamo cambiare stile di vita in un modo non indifferente. E questo riguarda diminuire la quantità di informazioni e stimoli che abbiamo. Permetterci di stare in silenzio. Il silenzio è una delle cose più importanti, perché viviamo in un’epoca con il maggiore livello di stress cronico della nostra storia. Lo stress è causato da minacce. Mi trovo davanti a una minaccia e c’è una reazione di stress che è giusta.  Perché quando c’è una minaccia, noi siamo fatti proprio così, dobbiamo o scappare o lottare o immobilizzarci, sono queste le tre risposte fondamentali dell’essere e lo stress è quello che ci permette questo. Quindi lo stress fa salire il cortisolo nell’affrontare la minaccia. Per esempio, perché in una persona che è in stress cronico uno dei possibili sintomi è la perdita dei capelli? Perché dinanzi a una minaccia, quanto sono importanti i capelli? Quello che è importante è avere le braccia forti, le gambe forti, quindi l’energia va da un’altra parte.  La stessa cosa vale per la fertilità. Comunque sia, quello che accade è che il nostro sistema vive la minaccia fisica presente, percepita dai sensi, e la minaccia immaginaria mentale nello stesso modo. Quindi se io penso che domani possa succedere qualcosa, io mi metto in una reazione di allarme. Qual è la differenza fondamentale? Che il nostro sistema dopo 90 secondi circa si guarda intorno e dice: la minaccia c’è ancora? No. E quindi automaticamente va ad attivare l’amigdala che va a calmare quella reazione di stress e abbassa il cortisolo, riporta la calma. Se io guardo e dico: la minaccia c’è ancora, il sistema rimane attivato. Quando la minaccia è fisica, c’è il fuoco, scappo ancora. Non c’è più il fuoco, mi posso calmare. Quando la minaccia è mentale, quel pericolo c’è? Sì, c’è. E certe volte possiamo rimanere in quello stato attivato per giorni, mesi e anni. E questo è connesso con la dipendenza dalle informazioni che noi riceviamo. Per esempio, una delle cose che accade che è connessa con questa fretta, è la nostra difficoltà con il sonno, il non dormire bene. Nel nostro sistema una delle priorità è dormire. Quindi cosa succede quando uno non dorme, ha bisogno di dormire ma non dorme? Perché c’è una minaccia. Quindi il nostro sistema, quando noi non ci riposiamo quando ne abbiamo bisogno, reagisce alzando il cortisolo. Perché vuol dire c’è una minaccia, quindi ho bisogno di essere più attento, sale il cortisolo e quindi riesco a dormire ancora meno. Accade certe volte che uno non riesce a dormire perché è troppo stanco. Questo va a creare un circolo vizioso. Non dormo bene, mi sveglio, sto male, mi viene più ansia, E anche questo crea fretta. Cosa fare? Diminuire gli stimoli, permetterci di vivere il silenzio. Cose pratiche: togliere tutte le notifiche del telefono. Non è uno scherzo, è difficile, ma fa una differenza enorme. Spegnere ogni tanto il telefono, uscire di casa senza, metterlo in un cassetto quando arrivi a casa e prenderlo il giorno dopo, quando ne hai veramente bisogno, finché uno riesce ad arrivare allo stato di maturità in cui quando prende il telefono in mano dice: è perché lo voglio o è perché ho bisogno? Cosa devo fare? Devo scrivere a quella persona, scrivo a quella persona e basta, non vado a vedere altre 20 cose nel frattempo. E questa è una cosa. Permettersi di respirare in un modo più consapevole. Il modo in cui noi respiriamo va ad attivare la parte del sistema simpatico-parasimpatico. Se noi respiriamo nel petto, respirazioni corte e alte, ci attiviamo di più. Una respirazione più profonda, addominale, più lenta, va ad attivare la parte più di calma, che è quello di cui noi abbiamo più bisogno oggi. E quindi per diminuire la fretta dobbiamo cambiare lo stile di vita. Quello che io ho visto in tutte le parti del mondo è gente nella stessa dinamica di fretta. E che cosa hanno in comune fra di loro? Uno stile di vita che ormai è diffuso dappertutto, dove c’è questa quantità enorme di stimoli ricevuti, con tutte le conseguenze che vengono insieme. Quindi il mio consiglio è: permettiamoci di annoiarci, Anche perché una conseguenza che mi preoccupa di questa fretta, è che ci porta ad avere sempre meno due degli stati mentali più importanti che abbiamo: la creatività e l’intuizione. Le cose spirituali, quelle materiali, fino a quelle scientifiche e artistiche da dove nascono? Dalla creatività e dall’intuizione. Poi c’è tutta la parte più teorica, però nasce da quello inizialmente. E se noi rimaniamo in questo ciclo di stress, di fretta, non ci permettiamo le condizioni per accedere all’intuizione e per essere creativi. Quindi per essere creativi dobbiamo permetterci di annoiarci. Trascendendo la noia, sorge la creatività. Dobbiamo permetterci di stare in silenzio. Quando una persona è in silenzio, non solo il silenzio fisico, quindi senza suoni, senza stimoli dei sensi, non in silenzio leggendo e vedendo video, no, in silenzio di tutti i sensi, e riesce anche a creare un silenzio nella mente, fermare quel dialogo interno, questo automaticamente fa abbassare il cortisolo. Noi abbiamo bisogno di silenzio, è una cosa che abbiamo sempre meno ed è estremamente importante. Pressenza: Grazie per questa lunga e interessante intervista. Vuoi aggiungere qualche ultimo commento? Lama Michel Rinpoche: C’è ancora un punto, visto che abbiamo parlato del cellulare, che secondo me è importante. E ‘una cosa su cui ho riflettuto da poco. Il cellulare è uno strumento tramite il quale noi metaforicamente abbiamo il mondo nelle nostre mani, e anche a livello pratico noi possiamo accedere a tutto tramite questo oggetto. Quindi da un lato c’è tutto il mondo lì dentro, però è tutto un mondo a cui posso accedere tramite i miei bisogni, i miei tempi, la mia volontà. Questo va ad aumentare un’attitudine autoreferenziale narcisista. Faccio un esempio pratico: noi oggi come oggi abbiamo sempre difficoltà a chiamare una persona, piuttosto gli mando un vocale o gli mando un messaggio. Perché quando chiamo qualcuno devo confrontarmi con l’altro, l’altro esiste, devo ascoltarlo. Quando mando un messaggio è solo per me, non devo confrontarmi con l’altro. Quindi l’utilizzo di questo oggetto, di questo cellulare, ci sta portando sempre di più in un’attitudine autoreferenziale narcisista e togliendo l’altro dalla nostra vita. Questo porta a delle conseguenze disastrose. All’epoca ancora delle e-mail, prima dei messaggini, c’era una persona nell’ambito lavorativo che diceva: se tu mandi un’e-mail a una persona, quella persona ti risponde, e tu devi ancora rispondere con un’altra mail, e se la persona ti risponde, tu non rispondere più, fissa un appuntamento. E quello che succede è che tanti conflitti che abbiamo oggi nascono da questo modo di comunicare dove l’altro non c’è. C’è quello che io voglio dire e non c’è l’altro. C’è un filosofo contemporaneo che parla molto di questo, Byung-Chul Han, coreano-tedesco. Lui parla molto di questo. Spesso non ci accorgiamo che parliamo tanto degli effetti dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro, su tante cose, ma non stiamo affrontando come queste tecnologie stanno cambiando il modo di vivere e stanno già influenzando la psiche umana. Questa è la cosa più preoccupante di tutte. Se l’essere umano sta più o meno bene, cambia il tipo di lavoro, se ne trova un altro e riusciamo a parlarci, a comunicare, a dialogare. Ma quando c’è un cambio nella psiche umana, dove c’è la perdita di fiducia in sé stessi e negli altri quello porta delle conseguenze enormi. Ed è quello il maggior pericolo della rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo oggi. Byung-Chul Han parla proprio di questo: stiamo togliendo l’altro dalla nostra esistenza. E questo porta a delle grandi conseguenze, anche perché noi siamo esseri da branco, abbiamo bisogno di scambiare, abbiamo bisogno di connetterci. Non lo stiamo più facendo e questo porta altre conseguenze. Per concludere. Quando qualcuno mi chiede: ma tu sei ottimista o pessimista? Se io guardo in generale sono pessimista. Se guardo il mondo in un senso più ampio, a breve-medio termine, io credo che non abbiamo ancora toccato il fondo e siamo in un momento di discesa. A livello geopolitico, a livello della salute umana sia a livello fisico che mentale, emozionale. Su tanti livelli del pianeta, dell’ambiente, non entriamo in questo argomento perché il problema dell’ambiente non è quello che facciamo, ma è l’attitudine che noi abbiamo verso la natura, dove ci manca la consapevolezza che noi siamo “parte” della natura. Noi non siamo lì per possederla o sfruttarla. La natura non sono le risorse naturali, noi facciamo parte della natura. Guardando in un senso generale è molto difficile essere ottimista, pensando a breve e lungo termine. Poi, come per tutte le cose, si arriva al punto più basso, e a un certo punto si risale, portando in sé le cicatrici e le ferite di quello che si è vissuto. Però quando vado a vedere da un punto di vista individuale, nello specifico, nel micro, io non posso che essere ottimista. Io non ho mai visto nessuno a cui si può dire: qua non c’è niente da fare. Tutte le persone che ho conosciuto fino ad oggi sono convinto che se messe nei contesti giusti, se aiutate, possono assolutamente sviluppare un modo più sano di vivere sia dentro che fuori. Quindi nello specifico, nell’individuale, io sono molto ottimista. Nel macro, sono pessimista. Perciò la conclusione qual è? Il macro è fatto del micro, quindi siamo ottimisti. Però dobbiamo lavorare sul micro, non sul macro. Alla fine, ognuno di noi fa la sua piccola parte e con quello si può fare tanto. Io volevo concludere questa intervista con qualcosa di ottimista. E la realtà è che si può fare tanto. Cambiando la nostra visione, gradualmente cambiamo anche il collettivo, inevitabilmente. Il modo di vivere lascia un impatto nel futuro di tutti quelli che verranno dopo di noi. Noi facciamo qui al Centro di Albagnano un campo estivo con i ragazzi dai 9 ai 18 anni. La volta scorsa abbiamo avuto più di 60 ragazzi. Poi proprio i ragazzi che stanno così bene ci hanno chiesto di vederci più spesso e quindi abbiamo fatto il campo invernale e poi adesso il campo di primavera. E vedo i ragazzi come cambiano e come sono aperti. Il nome che noi diamo al campo è: Gli esploratori dello spazio interiore. Quest’anno hanno voluto che facessi un incontro con loro per approfondire la differenza fra bisogni, sogni, obiettivi e desideri. E abbiamo discusso su tutte queste cose, imparare a riconoscere quali sono i nostri bisogni, riconoscendo i nostri bisogni creiamo degli obiettivi per soddisfare quei bisogni, permettersi di sognare, e la forza che ci spinge è il desiderio. Poter parlare con ragazzi da 9 a 18 anni di queste cose, dove è da loro che nasce la richiesta, è una cosa bellissima. Quindi si vede che esiste tanta possibilità, però hanno bisogno di un ambiente sano che permetta queste cose. Tanti ragazzi ci vengono a dire: questo è l’unico posto dove sento di poter essere me stesso. Quindi questa è una cosa che vedo, c’è tanta speranza, ma c’è bisogno di creare l’ambiente giusto. Durante il campo il telefonino è proibito. I ragazzi quando sono qua hanno tre regole principali: devono rispettare se stessi, rispettare l’altro, rispettare l’ambiente. Noi vediamo i risultati, si vedono, è pazzesco. Ho avuto dei momenti di emozione, di gioia nel vedere questa sessantina di ragazzi. Questo per dire che c’è speranza, che si può fare tanto. Un passettino dopo l’altro si mette energia in una buona direzione, i risultati ci sono. Noi diciamo: più ti trovi nel buio, e più potente è ogni piccola luce. -------------------------------------------------------------------------------- Lama Michel Tulku Rinpoche, nato nel 1981 a Sao Paolo in Brasile, è un maestro buddhista e guida spirituale di diversi centri buddhisti nel mondo. Per maggiori informazioni sui Centri Kunpen Lama Gangchen: https://kunpen.ngalso.org/ Libro: Dove vai così di fretta? Di Lama Michel Rinpoche -------------------------------------------------------------------------------- La 1° puntata dell’intervista si può trovare qui. La 2° puntata qui. La 3° puntata qui. Intervista a cura di Barbara De Luca, Giorgio Schultze e Thomas Schmid. Redazione Milano
February 26, 2026
Pressenza
Intervista a Lama Michel Rinpoche, 3° parte: “Unione fra la visione buddhista e quella scientifica”
Abbiamo intervistato Lama Michel Rinpoche all’Albagnano Healing Meditation Centre, sopra Verbania sul Lago Maggiore. L’intervista integrale viene pubblicata su Pressenza in 4 puntate. Questa è la terza. Pressenza: Alcuni scienziati, alcuni fisici quantistici come ad esempio Federico Faggin, che sicuramente conosci, stanno arrivando a dimostrare quello che il Buddha e i mistici di ogni religione hanno scoperto 2500 anni fa: non siamo solo il nostro corpo, è il corpo che muore, non l’essere o la coscienza, dipendendo dalle diverse definizioni. E allora la domanda è: può esistere un ponte tra scienza e spiritualità? Lama Michel Rinpoche: Quando studiavo filosofia buddista in India, la parte principale dello studio si basava sulla dialettica. Quando si parlava di qualunque argomento, la prima cosa che si doveva fare era dare la definizione. Vogliamo parlare del tavolo? Che cos’è un tavolo? Se siamo d’accordo sulla definizione, a quel punto possiamo discutere del tavolo. E qui abbiamo un aspetto che è: qual è la definizione di una tradizione che ha una sua visione di mondo? In tibetano si dice “drupda”, che in sanscrito è “siddhanta”, che vuol dire una realtà dove esiste una certa visione di mondo. E negli studi che io ho fatto e nella visione un po’ più antica, in Tibet prevalentemente, ma anche in India, la visione cosiddetta scientifica è anche questa una visione del mondo. Così come quella buddhista, quella cristiana, eccetera. Perciò che cosa succede? Se noi andiamo a osservare un fenomeno, per esempio il tavolo e cominciamo a osservarlo, lo analizziamo, con un’attitudine coerente, sincera, alla fine arriviamo a un risultato simile. Diversi aspetti della scienza cercano di trovare una visione coerente della realtà. Fanno ricerca su come sono le cose, com’è la realtà, che cos’è l’io, etc. in un modo coerente, cercando la verità al meglio. Questo il buddhismo lo ha sempre fatto. Lama Gangchen chiamava Buddha Shakyamuni “Lo scienziato del mondo interiore”. Ieri mattina ho tenuto una lezione e una parte del testo che stiamo studiando parla delle varie scuole filosofiche buddhiste. La prima scuola, per esempio, ricordava che loro vedevano i fenomeni della materia esterna. Viene descritto tutto ciò che esiste di esterno, della materia che è composta da innumerevoli particelle indivisibili che sono così piccole che non si può neanche definire il sopra e sotto, un lato o un altro. Sembra che stiano attaccate una all’altra, ma non lo sono. Quindi sembra tutto solido ma in realtà non lo è. Se noi andiamo a vedere nella fisica quantistica parla di una realtà granulare che è alla base dei cosiddetti quantum. Qualcuno mi ha chiesto: “Ma come sapevano questo 2500 anni fa?” E ho risposto: “Che ne so io, chiedi a loro.” Fatto sta che hanno fatto una ricerca tramite un percorso interno, non un percorso esterno. Però ci sono tanti punti molto simili. Un errore che noi facciamo nel mondo occidentale, e che anche quando vado a leggere testi di scienziati e storici di cui ho tanta stima, si racconta sempre la storia dell’umanità dalla prospettiva dell’Europa. Quindi quello che dice è: “Ah, fino a questo secolo non si sapeva, quindi quand’è che si è scoperto che è la Terra che gira intorno al Sole e non il contrario? Ah, Galileo Galilei, eccetera eccetera.” Io ho studiato testi che hanno almeno 1300 anni che già spiegavano tutta l’astronomia in un modo estremamente dettagliato. Quindi abbiamo un po’ questo difetto e questa arroganza di vedere il mondo tramite la nostra realtà. C’è per esempio un libro di uno scienziato che a me piace molto, Carlo Rovelli. In uno dei suoi libri che è “Helgoland”, c’è un passaggio dove lui parla di Nagarjuna, questo grande filosofo buddhista. Lui dice: “Fra tutti i filosofi che ho visto fino ad oggi, l’unico che ha avuto una visione totalmente coerente con la fisica di oggi è stato Nagarjuna.” E lui lo cita, spiega il perché e il come in un modo eccellente. Quindi quello che succede è che io non vedo la “possibilità” di una coerenza e unione fra la visione buddhista e quella scientifica. Io vedo la sua “certezza”. Perché prima di tutto quello che io ricerco e quello che credo, che è al cuore del buddhismo, è la ricerca di una visione coerente e reale, perciò senza dogmi, e quindi senza avere la pretesa di essere i padroni della verità. Quindi c’è apertura. Almeno nel mio ambito io la vedo in questo modo, poi non posso parlare a nome di tutti i buddhisti. La visione scientifica anche, quando noi andiamo a prendere diversi aspetti della fisica quantistica sono estremamente coerenti e simili con la visione buddhista. Viviamo in una realtà granulare, relazionale, soggettiva, sono esattamente quello che nella visione buddhista viene spiegato. Qual è la differenza principale che io vedo? Nella visione scientifica si fa un lavoro dove si va ad analizzare la realtà esterna e si va ad applicare quella conoscenza nel mondo esterno. Quindi tramite la conoscenza della fisica quantistica si sono sviluppate diverse tecnologie per andare a trasformare il mondo esterno. Per fare un esempio, il computer quantistico che ha prevalentemente un’applicazione nel mondo esterno. Nella visione buddhista c’è un aspetto diverso. Il punto chiave è che noi viviamo in una realtà, e questo è spiegato anche dalla fisica moderna, viviamo in una realtà dove abbiamo una visione incoerente con la natura delle cose. Questo può venire chiamato in modi diversi, però la realtà appare a noi come se esistesse in un modo autonomo, indipendente, oggettivo, mentre in realtà viviamo in una realtà che è relazionale, interdipendente e soggettiva. Qual è la conseguenza? Dove viene applicata questa visione, la stessa conclusione sulla natura delle cose, della realtà, che troviamo nella fisica quantistica e nella realtà del buddhismo?  Ho grande stima e grande rispetto verso la fisica e la scienza in tutti gli aspetti, ma il buddhismo la applica e mette enfasi nell’utilizzare quella conoscenza per trasformare l’Essere e il modo in cui vive nel mondo e trascendere la sofferenza. In poche parole, la realtà appare a noi come se esistesse in un modo indipendente, autonomo e oggettivo, e noi ci relazioniamo con essa come se fosse così. Questo va a creare un distacco fra ogni cosa e conseguentemente l’ossessione per l’autogratificazione, l’egoismo. Dove io sono una cosa, tu sei un’altra e non c’entro niente con te. La realtà che io percepisco, le mie narrative, la mia percezione è la realtà, non è la mia percezione. E così via, possiamo passare ore a parlare di questo. L’obiettivo qual è? Comprendere a livello concettuale, e poi oltre a questo non concettuale, che noi viviamo in una realtà di cui anche noi siamo “parte” che è relazionale, soggettiva, interdipendente. E sulla base di questo, riusciamo a superare il nostro egoismo e conseguentemente superare l’odio, la rabbia, il rancore, l’attaccamento, l’egoismo, l’insoddisfazione, la paura. E di conseguenza raggiungere uno stato di pace interiore, per poter con questo influenzare una pace nel mondo. Questo è il punto cruciale, la differenza principale che io vedo è in questo. Quindi abbiamo una visione molto simile, l’applicazione fino a oggi è diversa, ma tutte e due sono importanti. -------------------------------------------------------------------------------- Lama Michel Tulku Rinpoche, nato nel 1981 a Sao Paolo in Brasile, è un maestro buddhista e guida spirituale di diversi centri buddhisti nel mondo. Per maggiori informazioni sui Centri Kunpen Lama Gangchen: https://kunpen.ngalso.org/ Libro: Dove vai così di fretta? Di Lama Michel Rinpoche -------------------------------------------------------------------------------- La prima puntata di questa intervista si può trovare qui, la seconda puntata qui. Intervista a cura di Barbara De Luca, Giorgio Schultze e Thomas Schmid. Redazione Milano
February 25, 2026
Pressenza
Intervista a Lama Michel Rinpoche, 2° parte: “Il presente è frutto del passato e causa del futuro”
Abbiamo intervistato Lama Michel Rinpoche all’Albagnano Healing Meditation Centre, sopra Verbania sul Lago Maggiore. L’intervista integrale viene pubblicata su Pressenza in 4 puntate. Questa è la seconda. Pressenza: Per comprendere a fondo il messaggio buddista è molto importante credere nella vita dopo la morte, nella reincarnazione, un concetto difficile per noi che viviamo in Occidente. Ma se esiste la vita dopo la morte, cosa succede dopo la morte? E dall’altra parte esiste la vita prima della nascita? Lama Michel Rinpoche: Potremmo vedere questo da prospettive diverse. Parto prima da un livello più superficiale e poi vado a un livello un po’ più profondo. Nessuno di noi è nato dal nulla, nessuno di noi nasce come un foglio bianco. Noi abbiamo l’impronta del DNA che i nostri genitori ci hanno dato e, senza dilungarci, i diversi traumi e aspetti anche psicologici che vengono tramandati geneticamente. Ci sono diversi studi sulle paure che vengono tramandate. Quindi io alla nascita porto con me l’esperienza e il vissuto dei miei genitori, nonni, bisnonni, ecc. Nasco con un corpo che è stato modellato dai miei genitori. Inoltre, sono condizionato dal contesto culturale, sociale, educativo in cui cresco. E quindi io sono condizionato e sono oggi non il risultato di una cosa che è cominciata dal nulla, ma il risultato di tante cose che sono venute molto prima della mia nascita. Quindi esiste un passato che va a determinare il mio presente, a livello personale, individuale. In termini più grossolani, ci sono state tante vite prima della mia che hanno determinato tanti aspetti fondamentali della mia vita. Ugualmente il modo in cui io vivo la mia vita va a determinare la vita di quelli che verranno dopo di me. Nel momento della nascita noi ereditiamo non solo il mondo esterno di quelli che sono venuti prima di noi, ma anche la loro visione del mondo. Faccio un esempio: quando abbiamo costruito questo tempio dovevamo scegliere dove mettere i bagni. C’era un progetto architettonico. Ho rivisto tutto il progetto, l’ho cambiato, e non volevo mettere i bagni sopra le sale di preghiera. Quindi li ho fatti mettere tutti in un angolo dell’edificio. Funzionava bene, ma avevamo un piccolo problema: non c’era lo spazio fisico per mettere gli antibagni, separati per uomo e donna. A quel punto mi son detto: che problema c’è se l’uomo e la donna si incontrano per lavarsi le mani? Sono stato molto attento a fare ogni bagno col muro dall’alto fino in basso, col suo sistema di ventilazione, perché non si senta niente, che gli odori non passino, fare una cosa confortevole. Però ho fatto un antibagno unico. Secondo l’ASL e il Comune questo non era ammissibile. L’ASL poi mi ha detto: “Guardate che voi siete fuori categoria perché siete un luogo di culto, per cui fate quello che volete.” Mi sono detto, va bene, ed è finita lì. Mi ero anche detto: nel caso peggiore facciamo un piano bagno per uomini, l’altro piano bagno per donne, finiamola così. Un bel giorno ricevo un messaggio da Google Maps dove il tempio è stato segnalato come attività. Il messaggio dice: “Puoi aggiornare le informazioni riguardo la tua attività?” Sono entrato e una delle domande era: “Nella tua attività, avete gender neutral bathrooms?” I bagni a genere neutro. Ho risposto: “Sì, siamo moderni.” Ok? Quello che mi ha fatto riflettere di questa storia è che a me importa poco dei bagni, come sono, ecc. , ma qualcosa che fino a poco tempo fa era visto come una cosa brutta, a un certo punto è visto come una cosa bella. Perché? Perché più persone hanno cambiato la loro visione personale, portando a un cambiamento della cultura collettiva. La cultura italiana comprende il modo degli italiani di mangiare, di parlare, di relazionarsi con le istituzioni, con la famiglia, un’infinità di altre cose. Ma la cultura italiana non esiste indipendentemente dal modo di parlare, di mangiare, eccetera, di ogni italiano. Quando io cambio il mio modo di mangiare, sto cambiando la cultura generale. Con questo che cosa voglio dire? Quando io vivo la mia vita in un certo modo, con una certa visione del mondo, con certe abitudini, eccetera, io sto condizionando la vita di quelli che verranno dopo di me. Quindi esiste vita prima della nascita? Esiste vita dopo la morte connessa con me? Assolutamente sì. Da un punto di vista ambientale, se io inquino quelli che vivranno dopo di me dovranno subirne le conseguenze. Così quando io sono nato ho respirato l’aria inquinata da quelli prima di me. Quindi da un punto di vista molto superficiale, esiste vita prima ed esiste vita dopo. DA SINISTRA: ANNA POLO, GIORGIO SCHULTZE, BARBARA DE LUCA, LAMA MICHEL RINPOCHE, THOMAS SCHMID La domanda però è molto più centrata sull’io. Io c’ero prima e io ci sarò dopo? Quella è la domanda, no? Tutte le tradizioni spirituali credono in una continuità dopo la morte. E qui viene anche la domanda: che cos’è la morte? Nella mia visione, la morte avviene quando questo corpo non riesce più a sostenere la vita così come noi la conosciamo. A un certo punto una parte di noi, che viene chiamata il corpo e la mente molto sottile (possiamo chiamarla in modi diversi) lascia questo corpo e a un certo punto ne prende un altro. Nella visione cristiana, di cui non posso parlare più di tanto perché la mia conoscenza è molto limitata, quando uno muore finisce tutto? No. Può andare in paradiso, in purgatorio, all’inferno. Queste sono le tre possibilità da quello che ho capito io, no? Secondo la visione buddista questo è uguale alla reincarnazione. Perché non è detto che uno debba reincarnarsi in un corpo fisico, ma che c’è continuità della propria esistenza. Nel buddhismo crediamo che quando uno muore esiste continuità, e anche qui che cosa continua? Quello che continua è l’aspetto più profondo fatto delle impronte e le predisposizioni che portiamo con noi e sviluppiamo in questa vita. Quindi se noi prendiamo la reincarnazione di qualcuno e diciamo: “È quella persona lì”. Perché la persona è fatta di corpo e mente grossolani, dove ci sono la parte della cultura, ci sono tante abitudini, tanti aspetti che quando uno muore finiscono. Quindi tra una vita e un’altra sono due persone diverse, ma c’è un continuum che li unisce. È un po’ come se noi chiedessimo: tu oggi sei la stessa persona di 20 anni fa? Il corpo è lo stesso? No. La tua mentalità è la stessa? No. Le tue attitudini sono le stesse? No. Quindi non sei la stessa persona, sei il continuum di quella persona. Certi aspetti sono gli stessi, altri sono cambiati, ma c’è un continuum. Quando si muore e si rinasce c’è una parte di noi che viene chiamata corpo e mente molto sottile, che porta in sé le impronte, che è molto simile al DNA da certi punti di vista, che è una realtà probabilistica e non deterministica. Vuol dire che noi nasciamo con delle impronte, delle predisposizioni, poi se andiamo a svilupparle o meno dipende dalle interazioni che viviamo nella vita. Esiste una vita prima? Assolutamente sì. Nessuno nasce uguale. Basta che noi andiamo a prendere diversi bambini nati nella stessa famiglia, nello stesso contesto, e vediamo che anche gemelli geneticamente identici hanno dei caratteri diversi, hanno delle predisposizioni diverse. Una volta un giornalista mi ha chiesto: “Tu credi nella reincarnazione?” Ho risposto: “Sì.” Poi ha cercato di fare una domanda un po’ furba e ha chiesto: “E se non esistesse?” Ho risposto: “Molto meglio.” Guardando il mondo intorno a me, io non ho paura di morire, credo di avere una vita abbastanza coerente, non ho paura di quello che viene dopo, ma se guardo il mondo intorno a me, se con la morte finisse tutto, sarebbe meglio per tutti. Però io non credo in questo. La cosa interessante è che quando noi viviamo la vita con la visione del mondo secondo cui esiste qualcosa prima e c’è continuità dopo, noi diamo priorità a ciò che continua. E ciò che continua trascende il corpo, trascende il potere, trascende il denaro, trascende la ricchezza, trascende l’immagine. Quello che continua di vita in vita che cos’è? Le nostre predisposizioni più profonde, le nostre emozioni, le nostre abitudini. E allora io chi voglio essere dopo la morte? Io voglio essere una persona gioiosa, soddisfatta, amorevole, quindi devo coltivare gioia, soddisfazione, amore. Questo ci porta a dare più valore a ciò che in realtà è più importante durante la vita stessa. E ci porta ad avere anche un senso di responsabilità verso il collettivo più a lungo termine, che è una cosa estremamente importante. A me è capitato più volte che delle persone molto scettiche venissero a chiedermi: “Lama, puoi pregare per quella persona che è morta?” Gli ho chiesto: “Per che cosa vuoi che preghi, per il corpo o per cosa?” Noi naturalmente abbiamo un senso di continuità. Però per me la cosa più importante non è andare ad aprire il dibattito se la reincarnazione c’è o non c’è, voler provare la reincarnazione. La cosa più importante è che il presente è frutto del passato, e il presente è causa del futuro e quindi non possiamo ignorare il passato e non possiamo trascurare il presente nella visione del futuro, a livello personale e a livello collettivo. Questa è la cosa più importante. Oggi è il passato di domani. -------------------------------------------------------------------------------- Lama Michel Tulku Rinpoche, nato nel 1981 a Sao Paolo in Brasile, è un maestro buddhista e guida spirituale di diversi centri buddhisti nel mondo. Per maggiori informazioni sui Centri Kunpen Lama Gangchen: https://kunpen.ngalso.org/ Libro: Dove vai così di fretta? Di Lama Michel Rinpoche -------------------------------------------------------------------------------- La prima puntata di questa intervista si può trovare qui. Intervista a cura di Barbara De Luca, Giorgio Schultze e Thomas Schmid. Redazione Milano
February 24, 2026
Pressenza
Gesù, un ponte tra cristianesimo, buddhismo, induismo e yoga
Il dialogo tra cristianesimo, buddhismo (in sanscrito Buddhadharma) e induismo (nome dato dai colonizzatori inglesi – “hinduism”, “religione autoctona” – alla spiritualità dell’India che in sanscrito si chiama Sanatana Dharma) è sempre stato qualcosa di affascinante sia per i buddhisti sia per gli indù sia per i cristiani. Un dialogo che si perde nella notte dei tempi tra l’esotismo culturale, l’orientalismo coloniale ma anche in una ricerca spirituale tra gli esoteristi occidentali – della Società Teosofica prima e della Società Antroposofica poi – che erano affascinati dalle vicinanze, per molti versi, tra queste religioni così apparentemente diverse. Per quanto il cristianesimo ufficiale (capeggiato ufficialmente e teologicamente dalle gerarchie ecclesiastiche) abbia sempre preso le distanze da questo dialogo lasciandolo solo ad alcuni “il permesso” di avvicinarsi con una certa cautela, ed abbia sempre preteso di rivendicare l’unicità della figura di Gesù Cristo, in realtà bisogna riconoscere che l’influenza della figura di Gesù ha toccato molte culture anche fuori dall’Occidente cristiano. Nikolai Notovitch alla fine del XIX secolo, in un monastero di Hemis nella zona del Ladakh ai piedi dell’Himalaya nel Tibet, trovò dei rotoli che parlavano di un Isa o Isha. I rotoli furono confezionati dopo il VII secolo d-C. in India e passarono poi nel Nepal e quindi nel Tibet. Parlavano di un Isa o Isha nato in Israele, che all’età di tredici anni con una carovana giunse a Sindh in India. Venne ricevuto dai sacerdoti di Brahma e conobbe i Veda. Il suo messaggio di uguaglianza e il suo monoteismo gli inimicò i sacerdoti di Brahma e dovette fuggire verso il Nepal e il Tibet, cioè in terra buddista. Si diresse poi verso la Persia, dalla quale venne espulso. Quindi, ritornò in Israele. Venne crocifisso, ma venne sottratto al supplizio che non era pensato come pena di morte, ma solo come tortura. Venne curato dai suoi e poi fuggì in Kashmir dove si sposò ed ebbe figli. Morì in Kasmhir. La sua tomba sarebbe a Sriagar nella capitale del Kashmir. I buddhisti considerarono Isa o Isha una reincarnazione di Buddha, il Buddha-Isa.(1)(2) Alcuni affermano che la narrazione su Buddha-Isa deriva dall’influsso della presenza di comunità cristiane nestoriane in India, documentabili dal VII sec. d.C. Già prima l’area era sotto l’interesse dei nestoriani; infatti nel 498 d.C il patriarca nestoriano di Seleucia divenne patriarca della Persia, della Siria, della Cina e dell’India, e perciò queste ampie regioni conobbero la presenza di missionari nestoriani, e quindi contatti con quelle culture (3). Ma il dato di Isha o Isa è molto antico, tanto che si è voluto parlare di una profezia induista su Gesù Cristo. Infatti nel Pratisarga Parvana del Bhavishya Mahapurana terzo kanda (capitolo) versi 16-33 si parla di un certo “Ishaa Putra (“il Signore Figlio”) nato da una vergine” che si definisce “Mahiso”, ovvero “Grande Signore” (Mah, da Maha: grande; iso, da ishvara: signore, colui che controlla).  Esistono in testi indù le parole mahesa, masiha, mishihu, connesse all’aramaico mesiha o all’ebraico masiah o, molto meglio, all’arabo masih. Tali parole sono usate in alcuni testi indù successivi alla presenza cristiana in India, ma dovettero fare ingresso nell’uso indù molto prima con le armate di Alessandro Magno, che, conquistatrici, si spinsero fino al fiume Indo, al quale giunsero nel 326 a.C., mettendo a contatto culture lontane; ma non sono da escludere antichissimi influssi della lingua aramaica o araba. Presso gli ebrei e i cristiani tali parole hanno il significato di re consacrato con un’unzione. Il significato invece che hanno nel mondo indù va collegato con la radice araba “msh”, che oltre “misurare” significa “strofinare”, cioè togliere l’impurità. Il Corano, che non pensa a Gesù come salvatore, ma solo come profeta, usa il termine “masih” nel senso di “purificato dagli errori e dalle debolezze umane”, proprio appoggiandosi alla radice araba “msh”. Il “Dizionario del Corano” (ed. Mondadori, Milano, 2007), alla voce “Gesù”, afferma: “La parola ebraica mesiah (traslitterazione in greco messias; Gv 1,41; 4,25) è tradotta usualmente nel Nuovo Testamento con Christos, da chrio: ungere. Il Corano designa Gesù con il nome Isa (sura 2, 45), mentre gli arabo-cristiani lo chiamano Yasu. Non ci sono studi su come Muhammad (570 – 632 d.C) giunse a dare a Gesù il nome Isa (signore), ma probabilmente avvenne attraverso carovanieri cristiani nestoriani di ritorno dall’India: il termine Isa deriva da isha, che è una forma contratta della parola (lingua sanscrito) ishvara (controllore supremo, signore). Anche l’Islam entrò a contatto con l’India in seguito a conquiste territoriali che arrivarono oltre il Gange. Questo incontro di civiltà portò a coniare, dal Kashmir al Tibet, nomi come Yusu, Yusuf, Yuz, Issa, Issana, Yusaasaf, Yuz-Asaph, Yus Zasaf. Anche il termine El, per designare Dio, si trova in tardi testi indù, e ciò prova ancora il contatto con la cultura semitica. El (“essere forte”) era un nome di Dio per gli ebrei, ma già lo era per i Cananei. Ad Ugarit si usava ‘l, in accadico ilu, in arabo ilah.  In testi indù che precedono il contatto con l’Islam si incontra anche allah (al-ilah), che vuol dire precisamente il dio, ed era usato in Arabia anche prima dell’avvento di Muhammad. Anche un nome arabo, “Amadh”, si incontra nei testi indù. Tutto ciò dice di antichi contatti di civiltà.” Come è noto, il nome “Gesù” è una italianizzazione del latino Iesus, il quale deriva dal greco Iesous, il quale a sua volta deriva dall’aramaico Yeshua, abbreviazione di Yehoshua, che vuol dire: “Dio salvezza”. Ye corrisponde alla forma contratta di Yeovè. In ebraico si ha Jahvéh, che rende, con la vocalizzazione, il tetragramma YHWH. Come si può vedere c’è una stretta parentela tra i nomi Yeoshua, Iesous, Iesus, e Isa o Isha o Issa. Sebbene questi siano solo delle supposizioni teoriche – nulla di certificato a livello accademico e storico – la figura di Gesù è stata vista come un punto di incontro tra induismo, buddhismo e cristianesimo nel XX secolo. Gesù per gli induisti è un avatar tra i tanti avatar, ovvero una “discesa” della divinità nel cosmo in particolari momenti di crisi spirituale dell’umanità. Tra i maggiori esponenti del dialogo spirituale tra cristianesimo, buddhismo e induismo troviamo sicuramente Raimon Panikkar (“Sono partito cristiano, mi sono scoperto hindú e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano”); Madre Teresa di Calcutta, religiosa e grande praticante di Karma Yoga (4); Padre Anthony Elenjimittam, frate domenicano e swami che fu sostenuto nella sua opera di dialogo interreligioso sia da Papa Giovanni XXIII sia da Papa Giovanni Paolo I (grande conoscitore della spiritualità orientale); e sicuramente i grandi leader del grande risveglio spirituale parallelo alla controcultura del Sessantotto del 1900 come Paramahansa Yogananda, Swami Kriyananda, Shri Mataji Nirmala Devi, Osho Rajneesh e Sri Satya Sai Baba che – portando una parte della saggezza spirituale orientale in Occidente – hanno professato la figura di Gesù come ponte tra culture, religioni e spiritualità, rivalutandolo come grande maestro portatore di un messaggio etico universale al pari di altri maestri. Paramahansa Yogananda – considerato un ponte tra il Cristianesimo lo Yoga, mostrando l’unità esoterica di tutte le religioni attraverso il cammino spirituale – nella sua opera “Lo Yoga di Gesù”, sostiene che Gesù era uno yogi e che i suoi insegnamenti contengono lo yoga, una “scienza spirituale per raggiungere Dio attraverso la meditazione”. Yogananda crede che Gesù abbia reso possibile a tutti di realizzare la propria divinità attraverso la meditazione e la pratica dello yoga. Secondo Yogananda, Gesù non si è presentato come un essere superiore, ma ha mostrato come tutti possano raggiungere la sua stessa realizzazione attraverso la meditazione e l’attivazione del loro potenziale divino. Yogananda afferma che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli lo yoga, una pratica che porta all’illuminazione e alla realizzazione spirituale. Yogananda interpreta la Seconda Venuta di Cristo non come un ritorno fisico, ma come la riscoperta della “coscienza cristica”, che è possibile attraverso la pratica della meditazione e dello yoga. Come prova dell’insegnamento yogico di Gesù ci sarebbero numerose raffigurazioni e, se osserviamo l’immagine al centro, notiamo che Shiva, Buddha, San Nicola e Gesù sembrano fare tutti gesti simili. Ad un occhio non allenato, questa potrebbe essere solo una coincidenza, ma ad un ulteriore esame sembra che ogni “maestro asceso” sembri usare un mudra yogico. Nella pratica dello yoga, i mudra sono fondamentalmente di due tipi: toccare la punta di varie dita con il pollice o premere la prima articolazione falangea con il pollice. A seconda di quale dito viene toccato o premuto, gli effetti sul corpo variano. San Nicola di Myra e Gesù hanno entrambi le mani posizionate nel Surya Ravi Mudra o Prithvi Mudra. Questo particolare mudra della mano è anche conosciuto come il “sigillo della vita” o “sigillo del sole” (interessante perché Gesù è il “figlio di Dio”). L’anulare rappresenta la terra, l’energia, la forza e la resistenza. Il pollice rappresenta il fuoco e la natura divina. Quando le due dita sono posizionate insieme in Surya Ravi Mudra, simboleggiano e incoraggiano l’energia, l’equilibrio, la salute e la vitalità. Scrive Yogananda ne “Il Vangelo di Gesù secondo Paramhansa Yogananda”: «Gesù Cristo venne crocifisso una volta, ma il suo insegnamento è stato e viene crocifisso continuamente dalla gente ignorante. La comprensione e l’applicazione di questi insegnamenti, percepiti intuitivamente, mostrerà come la Coscienza Cristica di Gesù, liberata dalla crocifissione teologica, può essere riportata una seconda volta nelle anime degli uomini». Yogananda sosteneva che le interpretazioni spirituali delle parole di Gesù nascono dall’intuizione, e ognuno potrà realizzarne la verità universale se le mediterà con percezione intuitiva. Esse devono essere studiate coscientemente e meditate ogni giorno da tutti i sinceri devoti di Dio. Queste interpretazioni, ricevute e trasmesse attraverso la Coscienza Cristica, mostrano al mondo la comune base scientifica della percezione intuitiva, dove ritroviamo nella Bibbia cristiana, nella Bhagavad Gita e nelle sacre Scritture di tutte le grandi religioni. Yogananda concepisce Gesù come un Buddha, un illuminato, un’incarnazione della “coscienza critica universale” che può manifestarsi nella coscienza di ogni vero devoto di Dio. Ogni uomo è un Cristo potenziale – afferma Yogananda – e tutti coloro che possono rendere la loro concentrazione abbastanza lunga e profonda possono ricevere Gesù Cristo nella loro coscienza. I veri Cristiani sono quelli che attraverso la meditazione e l’estasi abbracciano nella loro coscienza la Beatitudine e la Saggezza Cosmica di Gesù Cristo. Altro contributo sulla figura di Gesù, dal punto di vista orientale (ma forse più controverso), lo ha dato Osho Rajneesh, mistico indiano iconoclasta ed aspro critico delle “religioni istituzionali”. Sebbene ritenga il cristianesimo “la peggiore manifestazione religiosa di questo mondo” che ha causato danni enormi all’umanità, approfittando peraltro della povertà per convertire la gente – oltre ad essere ossessionata dall’idea del peccato, della morte e della sofferenza – Osho ha sempre visto in Gesù un esempio di maestro. Gesù – spiega Osho – non fu mai un cristiano, infatti in (la lingua parlata da Gesù) non esiste la parola “cristo”, né esiste in ebraico: solo diversi anni dopo la sua morte, quando il Vangelo fu tradotto in greco, la parola “messia” venne resa con “cristo”. Osho era affascinato dal messaggio evangelico ed esoterico di Gesù a tal punto che ne diede molta importanza nei suoi insegnamenti. fondamentali furono: Il seme della ribellione. Commenti ai Vangeli Apocrifi di San Tommaso (3 volumi), Tradate (Va), Oshoba, 2002; Cristianesimo e Zen, Riza, Milano, 2002; e Il miracolo più grande. Commento ai vangeli, Milano, Mondadori, 2010. In alcuni discorsi Osho parlò di Gesù come di un maestro illuminato – al pari di Siddharta Gautama, Maometto, Ramakrishna, Mahavira ecc. – definendolo “un poeta dell’Assoluto”, frainteso dai cristiani e disprezzato dagli ebrei per la sua scelta di vivere da individuo libero, che riconosceva solo la propria autorità avulsa da ogni tradizione. Osho dichiarò inoltre che Gesù non morì sulla croce (aderendo alla tesi del teologo tedesco Karl Friedrich Bahrdt) ma fu salvato dopo tre ore da Ponzio Pilato che aveva sottoscritto un accordo segreto con i discepoli, e dopo essere stato accudito nella falsa tomba dai soldati romani, emigrò in Kashmir dove visse fino a 120 anni, abbandonando l’idea di essere il Messia: “si pensa che Gesù sia venuto in Kashmir perché era una terra ebraica in India – una tribù di ebrei viveva lì. Ci sono molte storie in Kashmir su Gesù, ma si deve andare lì per scoprirle. La crocifissione cambiò del tutto la mente di Gesù”. La condanna sarebbe stata una parziale messinscena per placare i capi ebrei di Gerusalemme. La sua tomba sarebbe il santuario di Roza Bal, come affermato da Mirza Ghulam Ahmad (5). Un importante interpretazione della figura di Gesù, nella tradizione induista, lo si trova nel grande insegnamento di Sua Santità Shri Mataji Nirmala Devi, leader spirituale indiana e satguru del Sahaja Yoga, nonchè grande attivista politica che insieme al Mahatma Gandhi si adoperò nel movimento delle donne per la lotta nonviolenta per l’indipendenza dell’India dal colonialismo inglese. Fu proprio Shri Mataji a parlare di Gesù come un personaggio riconosciuto nell’induismo per il suo messaggio di compassione, amore e non-attaccamento alle cose materiali. In particolare, la pratica del Sahaja Yoga (6) associa la vita e il messaggio di Gesù alle qualità dell’Agnya chakra (7), quali perdono, umiltà, compassione e resurrezione. In alcuni contesti del Sahaja Yoga, Vishnu (il cui principio è associato al Nabhi chakra) può essere visto come Mahavishnu nell’Agnya chakra (terzo occhio), e la sua manifestazione terrena sarebbe Gesù Cristo. Questo implica una connessione tra la divinità Vishnu e Gesù, con Gesù visto come una realizzazione terrena di Mahavishnu. In sintesi, Gesù Cristo viene visto come una manifestazione terrena di Mahavishnu, che a sua volta è associato al principio di Vishnu presente nell’Agnya chakra quindi legato a sua volta alla dimensione dell’intuizione. Non solo, la figura di Gesù viene vista in stretta connessione con Ganesha, la divinità metà uomo e metà elefante figlio di Shiva e Parvati il cui nome – composto da “gana” (tutti) e “isha” (signore) – significa “Signore di tutti gli esseri”. Lo stesso vale per la figura di Maria, madre di Gesù, che nei praticanti di Sahaja Yoga, è riconosciuta come figura degna di nota in quanto reincarnazione di Mahalakshmi (chiamata Shri Maria Mahalakshmi https://www.youtube.com/watch?v=7xPIoI3Kjr8 ) (8) Gesù è stato e continua ad essere una ponte tra il cristianesimo e le principali tradizioni religiose orientali, in particolare l’induismo il quale ha la grande capacità di rivolgersi a devoti di diverse religioni accogliendo elementi di altre tradizioni, trasformandoli e plasmandoli alla luce della sua dottrina. Come ha dichiarato Sri Sathya Sai Baba, controverso leader spirituale ed educatore indiano: “Gesù era Compassione venuta in forma umana. Diffuse lo spirito di Compassione e diede conforto agli afflitti e ai sofferenti, essa fu il Suo messaggio. Egli provava profonda pena alla vista dei poveri. In questo giorno Gesù viene adorato, ma i Suoi insegnamenti sono trascurati.” Quanto è vera questa dichiarazione alla luce del dilagante attaccamento al denaro in Occidente e della diffusione di una mentalità riduzionista, meccanicista e materialista in tutto il mondo che ci impedisce di avere una visione più complessa e profonda del mondo stesso?   (1) Andreas Faber – Kaiser, “Gesù visse e morì in Kashmir”, ed. De Vecchi, Milano 1975. (2) Aziz Kashimir, “Cristo in Kashmir”, ed. Atlantide, Roma 1996. (3) https://www.perfettaletizia.it/archivio/infomazione/miti/sincretismi.htm (4) “C’è un solo Dio, ed è Dio per tutti. Per questo è importante che ognuno appaia uguale dinanzi a Lui. Ho sempre detto che dobbiamo aiutare un indù a diventare un indù migliore, un musulmano a diventare un musulmano migliore e un cattolico a diventare un cattolico migliore. Crediamo che il nostro lavoro debba essere d’esempio alla gente” (5) Credenza è diffusa anche nel movimento musulmano Ahmadiyya (6) insieme di antiche pratiche di yoga meditativo basato sul risveglio spontaneo della Kundalini che venne studiato e diffuso da Shri Mataji Nirmala Devi dal 1976 (7) Agnya Chakra è il sesto chakra nella tradizione buddhista e induista, conosciuto come “terzo occhio” ovvero chakra dell’intuizione. https://yogafacile.it/sloka-per-agnya-e-sahasrara/ https://sahajayogamilano.it/wp-content/uploads/2023/05/6-Agnya.pdf (8) https://www.youtube.com/watch?v=We5DbKGlCYo https://www.youtube.com/watch?v=M1OqJNuBQb8 https://www.youtube.com/watch?v=Bkru1YzI4fM https://lettermagazine.it/riflessioni/gesu-le-religioni-asiatiche/#:~:text=Secondo%20la%20religione%20induista%20ci,Salvatore%20unico%2C%20assoluto%2C%20universale. Lorenzo Poli
June 4, 2025
Pressenza