I diritti non si classificano
SILVA MASO
Quando, anni fa, ho deciso di aprire le porte di casa e iniziare ad accogliere
persone, pensavo che significasse semplicemente offrire un posto dove dormire.
Ho scoperto che, a volte, significa lasciarsi cambiare dalla storia che quella
persona porta con sé.
A. è rimasta a casa mia per circa sei mesi. Il tempo necessario per trovare un
lavoro, sistemare i documenti e provare a ricostruire una vita che le era stata
spezzata.
La sera raccontava.
L’infanzia. La scuola. Il parco. Le amicizie. Le risate. I sogni.
Una vita normale.
La stessa che potrebbe raccontare mia figlia.
Poi, un giorno, tutto si è fermato.
Con l’arrivo dei talebani non c’erano più il lavoro, la scuola, la libertà, il
futuro.
C’era solo la fuga.
Sola. Senza lingua. Senza soldi. Senza più il riconoscimento di ciò che era
stata.
Con una sola possibilità: sopravvivere.
Ha ricominciato dalle pulizie.
Non perché fosse il suo destino.
Ma perché quando ti portano via tutto, ricominciare è l’unico modo per non
sparire.
Una sera non sono riuscita a trattenere le lacrime.
Non per il dolore dei suoi racconti.
Ma per il silenzio che arrivava dopo.
Le ho detto: «Mettiamoci nei panni dell’altra».
Ci siamo scambiate i vestiti.
Io ho indossato ciò che era riuscita a portare con sé nella fuga. Un regalo di
suo fratello. Un frammento di casa cucito nella stoffa.
Lei ha indossato i miei.
L’empatia non è capire.
È attraversare.
È accettare il peso di una vita che non è la tua.
Quel vestito non era un vestito.
Era una madre lasciata indietro.
Una lingua che non puoi più parlare.
Una libertà strappata senza colpa.
La paura di non avere più un posto nel mondo.
Per questo, quando oggi sento parlare di Afghanistan, non riesco a separare il
dibattito politico dal volto di A.
L’Afghanistan dei talebani non è diventato un Paese sicuro 1.
Le donne continuano a essere private dell’istruzione, del lavoro e della libertà
di movimento. Il dissenso viene represso. I diritti fondamentali continuano a
essere negati.
Eppure l’Unione Europea ha ripreso i contatti con il regime talebano,
ricevendone una delegazione a Bruxelles, con l’obiettivo di costruire accordi
che possano facilitare anche il rimpatrio di cittadini afghani.
La chiamano gestione dei flussi migratori.
Ma quando la convenienza politica rischia di prevalere sulla tutela dei diritti
umani, la domanda da porsi è un’altra: che valore hanno davvero quei diritti, se
possono diventare negoziabili?
Le politiche migratorie non riguardano numeri.
Riguardano persone.
Riguardano donne come A., che hanno perso tutto per poter continuare a vivere.
Quando una scelta politica finisce per ignorare la realtà vissuta da chi fugge,
il rischio è che una definizione amministrativa pesi più di una vita umana.
A. ha diritto di vivere.
Come ogni persona che fugge da guerra, persecuzione o violenza.
Nessun accordo politico, nessuna categoria burocratica e nessuna ragione di
opportunità potranno mai cambiare questo principio.
I diritti non si classificano.
Si garantiscono.
1. Per approfondire la situazione in Afghanistan consigliamo di seguire il
lavoro del Coordinamento italiano in sostegno alle donne afghane (CISDA) e
la lettura di questo articolo (NdR.) ↩︎