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Giulia Di Rocco alla Fiera ‘Didacta Italia’ – Abruzzo: la prima donna Rom italiana a partecipare come relatrice
“UN TRAGUARDO STORICO E DI ALTO VALORE SOCIALE E CULTURALE SEGNA L’EDIZIONE ABRUZZESE DEL PIÙ IMPORTANTE APPUNTAMENTO FIERISTICO NAZIONALE DEDICATO ALL’INNOVAZIONE SCOLASTICA E ALLA DIDATTICA”, ANNUNCIA L’ASSOCIAZIONE AMICI DI ZEFFERINO, CHE COMUNICA: > Venerdì 23 ottobre presso il polo fieristico di Lanciano a partire dalle ore > 16:50 all’interno del ricco programma di eventi e convegni prenderà la parola > Giulia Di Rocco, attivista per i diritti umani, giurista e figura di spicco > delle comunità Rom, assistente legale mediatrice culturale e membro del Forum > istituito dall’UNAR (Ufficio Nazionale Anti Discriminazione) presso il > Ministero delle Pari Opportunità, inoltre presidente della Commissione per > l’inclusione presso la Provincia di Teramo, della Romanì Kriss e > dell’associazione Amici di Zefferino. > > La sua presenza riveste un significato di straordinaria rilevanza: è infatti > la prima volta nella storia della manifestazione che una donna Rom italiana > partecipa in qualità di relatrice, portando la propria voce, le proprie > competenze e un contributo fondamentale sui temi dell’inclusione, dei diritti > e della cittadinanza attiva nel mondo della scuola. > > La partecipazione di Giulia Di Rocco a Didacta Abruzzo rappresenta > un’occasione preziosa di crescita e riflessione per l’intera comunità > educante. Attraverso il suo intervento, si intende stimolare il dibattito sul > ruolo cruciale dell’istruzione e della formazione come leve indispensabili per > superare stereotipi, discriminazioni e barriere culturali, promuovendo una > scuola sempre più aperta, plurale e accessibile a tutti. > > La presenza di una personalità di tale calibro a Lanciano conferma la fiera > non solo come vetrina di eccellenze tecnologiche e metodologiche per la > didattica, ma anche come uno spazio di confronto civile sui grandi temi > dell’uguaglianza e dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione. Redazione Italia
October 20, 2026
Pressenza
Villaggio delle Rose e Comune di Milano: dialogo, buon senso e buona volontà. Chi c’è l’ha e chi no.
Chi decidesse di fare una passeggiata nella periferia Sud di Milano potrebbe imbattersi in un grazioso quartiere di case di legno; noterebbe specchiate verande, aiuole ben curate e vialetti ordinati. Lo stile potrebbe forse ricordargli una certa edilizia tipica degli States o del Tirolo, ma mai e poi mai penserebbe di essere finito in un “campo di diseredati”. Non così la vede il Comune di Milano che, indossata la tuta del paladino del progresso e della dignità per tutti, pretende di applicare la politica del “superamento del campo” senza andar per il sottile e spazzare via il Villaggio delle Rose. Il caso è ben spiegato nell’articolo di Paolo Cagna Ninchi. Secondo i piani del Comune il 15 giugno la comunità rom che vive al civico 351 di via Chiesa Rossa avrebbe dovuto alzare le tende e spostarsi in alloggi temporanei (contratto da 2+2 anni), per poi, con facilitazione, entrare nelle liste richiedenti casa popolare. Il popolo rom, notoriamente pacifico e refrattario alla violenza, non è però stupido, e da oltre un anno gli interessati hanno avviato un tavolo di trattative con l’ente pubblico. Nel dialogo la comunità ha preso atto di una serie di passi necessari per regolarizzare la propria posizione abitativa e si è impegnata a cercare soluzioni concrete e presentare preventivi e garanzie. Il fulcro dell’idea è la creazione di una cooperativa che gestirebbe la situazione e collaborerebbe con gli enti pubblici preposti alla riqualificazione dell’area. Una proposta più che fattibile – con tutte le cooperative edili che ci sono sulla piazza perché non una rom? Diciamo dunque che da parte del cittadino i compiti a casa sono stati fatti. Vediamo ora l’amministrazione comunale. Come si diceva una volta “l’interrogato ha fatto scena muta”. Il Comune da tempo non risponde più, si nega ai propri cittadini e tace sul loro futuro. Costretta da tale atteggiamento e con un cappio al collo, il 15 giugno una piccola delegazione rom, guidata dall’attivista Dijana Pavlovic e sostenuta da Anpi Milano, Architetti senza Frontiere, Naga e personalità pubbliche come Moni Ovadia (che ha presenziato all’evento), ex assessori e altri intellettuali della sinistra milanese, si è presentata davanti a Palazzo Marino per chiedere conto della situazione al Consiglio Comunale. A causa dell’ennesimo litigio in aula, il Consiglio viene sospeso e alcuni consiglieri, Diana De Marchi, Simonetta D’amico, Alessandro Giungi e Bruno Ceccarelli accettano di uscire a incontrare il “popolo” (mi chiedo se senza l’imprevisto avrebbero trovato il tempo per due parole con le famiglie o se al termine dei lavori, stanchi, si sarebbero dileguati verso le loro case, di certo non in pericolo). Attorno si assiepa una piccola folla e anch’io cerco di farmi strada per ascoltare ciò che dicono – non c’è un microfono. Parla un uomo alto, dall’aspetto sportivo. Indossa una camicia bianca e nera, pantaloni corti bianchi e un berretto nero; potrebbe essere diretto a un campo di golf. È Aldo Deragna ma tutti lo conoscono come Iaio. Tiene in mano fogli e fotografie e parla della propria casa come fosse un componente della famiglia. Parla accorato, ma non sento livore nella sua voce, piuttosto amore e una certa commozione, che cerca di nascondere dietro gli occhiali scuri. Si rivolge ai messi: “Tornare a casa propria non è una delle cose più belle che ci siano? Puoi andare in vacanza nei posti più fantastici del mondo ma poi torni a casa e ti senti felice perché capisci che quello è il tuo posto, che lì c’è qualcosa di te che ti aspetta sempre, che ti riaccoglie ogni volta. Ma non è così anche per voi quando tornate a casa? Quando siete stanchi e sapete che solo lì riuscirete davvero a riposarvi? Ma guardatela quanto è bella! –  indica le fotografie – Ma davvero volete buttarla giù? Ma piuttosto datela a qualcun altro se proprio avete deciso che io devo vivere da un’altra parte”. Quale italiano non si riconosce in Iaio? Non siamo infatti famosi per essere il popolo che ama con passione il proprio nido? Che lo decora con gusto? Pronto a rinunce pur di pagare mutui pluriennali e poter dire con orgoglio “sono a casa mia”? E come si fa a rispondere a Iaio e ai suoi compagni “bisogna rispettare le normative”? Quando ogni italiano dai quattro anni in su sa che il nostro Paese straripa di abusi edilizi di ogni tipo, che lo stesso comune di Milano è invischiato in affari edilizi, di grande caratura quanto opachi, di cui deve dare conto alla magistratura. Oppure, con supponenza, spiegargli, come fosse un bambino, che, per variare le decisioni prese, tutta la maggioranza deve essere d’accordo. Mi verrebbe da urlare che loro sono i diretti interessati e che nessuno può decidere cose tanto fondamentali per la vita di un altro basandosi su un’alzata di mano; che loro sono parte della città e se si chiedesse agli altri milanesi, al tramviere, al professore, alla massaia, tutti capirebbero al volo il da farsi. Nella democrazia il dialogo è uno strumento fondamentale per risolvere conflitti e di pari diritto del voto, altrimenti queste maggioranze che votiamo ogni x anni diventano piccole forme di dittatura. È una questione di dialogo, di buon senso e di buona volontá; tre elementi fondamentali per un buon governo e una buona convivenza che oggi ho visto presente solo in una delle parti. Attorno a noi ci sono diversi bambini, forse non capiscono tutto ma sono attenti, ci ascoltano. Del resto molte cose faccio fatica anch’io a capirle. Com’è possibile che un’istituzione che si vanta di essere di sinistra e progressista è miope verso una realtà virtuosa qual è il Villaggio delle Rose e si ostina a perseguire un’ideologia? (Ma guai a farglielo notare.) E poi cosa c’è di sbagliato in un campo in sé? Ciò che è da contrastare e risolvere sono le situazioni di degrado – che qui non c’è. Ma se uno volesse vivere in una roulotte o su un albero dove starebbe il problema? Forse l’amministrazione comunale non sa che una nuova frontiera dell’abitare di lusso è il “glamping”. Chi ci dice che fra cinquant’anni non ci saranno intere città fatte di liane e su palafitte? E intanto dei cittadini avrebbero subito un sopruso: ad alcuni verrebbe tolta con forza la casa dei sogni mentre ad altri, quelli in lista per l’alloggio popolare, negata; e, in quanto rom, per la comunità sarebbe l’ennesima violenza alla sua cultura, le famiglie verrebbero infatti separate le une dalle altre. Ma più di tutto mi chiedo, ma secondo il Comune, visto che ravvisa nelle piazzuole di via Chiesa Rossa un campo nomade increscioso e non un decoroso quartiere residenziale, queste famiglie avrebbero dovuto vivere per ventisei anni in precarie condizioni? Non poteva dargliele prima le case popolari? Milla (Marina) Redazione Milano
June 16, 2026
Pressenza