Mario Desiati / Dare struttura a un sentire
Marco Petrovici – il protagonista di questo romanzo dello scrittore di Martina
Franca Mario Desiati – è il nome di molti lutti, è il nome di vuoti e tasselli
mancanti, è il nome di una o forse molte nevrosi. E può una nevrosi individuale
essere il sintomo di una tragedia storica collettiva transnazionale? La nevrosi
come disagio e timore è certamente uno dei tratti distintivi dell’opera di
questo autore. In Vita precaria e amore eterno (2006) c’era la nevrosi della
precarietà lavorativa, emotiva ed esistenziale, in Candore invece emergeva la
nevrosi dell’immaginario e delle relazioni sociali, mentre in Spatriati (2021)
[https://www.pulplibri.it/uno-strega-non-proprio-spatriato/] (vincitore del
Premio Strega 2023) regnava la nevrosi dell’identità individuale e collettiva di
una generazione che, in questo Malbianco, slitta verso la nevrosi di un’incerta
identità familiare che si confronta con le più grandi tragedie delle identità e
delle appartenenze diasporiche. Si tratta sempre di nevrosi che spingono forte
sul pedale dell’irrequietezza e del movimento: i personaggi attraversano paesi,
città e metropoli, boschi e mari, percorrendo l’Europa da Sud a Nord e
viceversa, da Est a Ovest, viaggiando nel tempo: sono infaticabili camminatori
dell’esistenza.
Recentemente, Davide Coppo, in un pezzo significativamente intitolato Il romanzo
italiano è diventato expat su “Rivista Studio”
[https://www.rivistastudio.com/romanzi-italiani-estero/], ha notato che
Spatriati farebbe parte di una recente ondata di letteratura italiana cosiddetta
“expat” ovvero il racconto di “italiani venti-trenta-quarantenni che vivono in
Europa da pochi o molti anni, affiancano solitamente al lavoro di scrittura un
mestiere che ha a che fare con la creatività o l’insegnamento”, poiché l’Italia
è sempre stato un Paese di emigrazioni.
Intuizione interessante che, a ben vedere, si potrebbe comodamente estendere,
per esempio, a uno dei grandi bestseller dell’epoca post unitaria: Cuore (1886)
di Edmondo De Amicis che è anche un romanzo sulle grandi emigrazioni degli
italiani e delle italiane, oppure a Tempo di uccidere (1947) di Ennio Flaiano
(primo vincitore del Premio Strega) che si svolge nell’Etiopia colonizzata e
straziata dal colonialismo italiano, o ancora al grande romanzo del confino
fascista che è stato Cristo si è fermato a Eboli (1945) di Carlo Levi che si
svolge in una Basilicata raccontata come luogo remoto nello spazio e nel tempo e
scarsamente italofono, fino a quel Camere separate (1989) di Pier Vittorio
Tondelli, malinconica storia d’amore e di abbandono italo-europea a tutto tondo.
Impossibile non pensare qui anche ai più recenti romanzi-epopea quali, tra
tanti, Oltre Babilonia (2008) di Igiaba Scego e Regina di fiori e di perle
(2007) di Gabriella Ghermandi.
In questo vasto scenario può essere letto Malbianco, che mescola molti elementi
di tutti questi romanzi, ricomponendoli in un mosaico del tutto originale:
migrazioni, violenze, razzismo, guerre, segreti familiari, orientamento sessuale
e tutti i possibili tasselli dell’identità umana. Nell’ipotesi di una
letteratura in italiano che è per sua stessa natura – per la natura identitaria
sfrangiata dei suoi parlanti e lettori – di movimento o, appunto, expat,
Malbianco è un romanzo dislocato e sempre fuori dal (presunto) luogo d’origine
dei suoi protagonisti: tutto si muove, nel tempo, nello spazio e nei ricordi.
Nell’alternarsi tra la magia e la fascinazione della natura non umana
(onnipresente la figura quasi totemica dell’asino di Martina Franca), tra la
materia sognata dell’infanzia e la cupezza enigmatica del mondo adulto, si
srotolano le vicende di protagonisti che hanno molto da raccontare e troppo da
nascondere.
Il protagonista Marco porta il nome fantasmatico di uno zio e di un prozio
morti: un nome che è insieme mistero e fardello (un’altra nevrosi). Ed è questo
fardello a spingere Marco ad indagare – studiando affannosamente libri, carte,
documenti, riaprendo scatole sepolte – la storia della sua famiglia: la
ricostruzione di questa storia in qualche modo coincide con la sua terapia.
Nella filigrana del testo, in effetti, l’indagine e la scrittura emergono
proprio come forma di cura; “l’arte della scrittura”, infatti, “è innanzitutto
organizzazione del pensiero, dunque dare struttura a un sentire”. Emergono così
i vecchi diari dello zio Marco morto in giovane età, nonché le testimonianze
orali raccolte dal protagonista che riporta e annota romanzi e saggi storici
sulle sorti dei prigionieri italiani nel campo tedesco di Schöneweide e quelle
dei soldati italiani arruolati nella famigerata ARMIR (Armata Italiana in
Russia) durante la Seconda guerra mondiale, luoghi dai quali rientreranno
rispettivamente, dopo ben due anni e misteriosamente insieme, suo nonno Demetrio
e suo fratello Vladimiro detto Pepin. “Se il trauma appare sotto forma di
racconto su un pezzo di carta, non appare sul corpo” e così il processo di
trasferimento del trauma non è che la metafora del complesso lavoro di
scomposizione e ricomposizione del narrare e della scrittura. Un po’ come se
l’invenzione narrativa potesse suturare ferite esistenziali.
Desiati ha scritto un romanzo-mondo, un romanzo onnivoro che fagocita desolate
terre ghiacciate, campagne e complessi industriali da Berlino al tarantino;
divora vicende storiche disparate; ingurgita scritture letterarie e musica;
rimastica intere, lunghe porzioni di tempo dilaniato. Per fare questo si estende
in ogni direzione, convocando una messe di personaggi legati tra loro da fili
sottili e lunghissimi, fragili: tutti con una storia personalissima e punti di
vista degni di essere raccontati. Perché l’umanità è una storia – ha molte
storie che devono essere tramandate e ancora inventate.
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