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Il nuovo spirito del capitalismo secondo Musk
Appena il tempo di finire di leggere  il saggio dello storico Slobodian e del tecnologo Tarnoff che a Wall Street si sta celebrando l’IPO di SpaceX, la società aerospaziale di Elon Musk che oltre a razzi e satelliti ha in pancia intelligenza artificiale e il social network X (ex Twitter). Con una quotazione  senza precedenti nella storia del capitalismo un prospetto di 277 pagine ha messo in conto al business plan viaggi interplanetari,  centri dati nello spazio, colonie su Marte. Ma soprattutto il controllo assoluto sul conglomerato di Musk,  che i giornali finanziari definiscono oggi “il primo trilionario” di sempre. “Muskismo. Una guida per perplessi” (Einaudi, pp. 281, € 19) non intende essere il suo ennesimo biopic non autorizzato. Il libro prova anzi ad analizzare l’intero ciclo economico dell’imprenditore sudafricano, nel suo pieno impatto socio-culturale, senza sottrarsi al confronto,  seppure indiretto, con il fordismo del secolo scorso, non solo per le supposte affinità politiche tra il leader di Tesla e Henry Ford (l’unico americano citato da Hitler nel Mein Kampf, noto per i pamphlet e le profusioni antisemite, meno per il prototipo, mai industrializzato, di un’auto ecologica in canapa indiana alimentata a biofuel). Originario di Pretoria, figlio di un’agiata famiglia anglofona, Musk trascorre l’adolescenza nel clima asfissiante e paranoico che il regime di apartheid riserva anche ai giovani privilegiati bianchi. La sua giovinezza in una tecnocrazia suprematista con il complesso dell’assedio razziale, che malgrado l’embargo e le sanzioni arriva a sviluppare un piccolo arsenale nucleare,  dura poco ma,  secondo gli autori, potrebbe spiegare almeno in parte la sua ossessione più recente per la scomparsa – demografica e culturale .-  della civiltà occidentale bianca. Emigrato nel‘92 in Canada, arriva nella Silicon Valley negli anni buoni delle dot com. Grazie a un giro di startup (Zip, X.com) la sua società si fonde con Paypal di Max Levchin e Peter Thiel, in seguito acquisita da eBay,  ritrovandosi all’inizio di questo secolo con un capitale e la cittadinanza americana.  Se questa esperienza lo ha avvicinato alle metodologie di sviluppo e project management Agile, variante del toyotismo applicata all’informatica, è soprattutto nella fase successiva e con la nascita di SpaceX  (2002) che secondo Slobodian e Tarnoff vengono alla luce  i nuclei strategici che caratterizzeranno il “muskismo” del terzo millennio. Il primo di questi  – condiviso anche dal “libertarian” Thiel – è la sinergia con lo Stato, la bussola dei fondi federali e del soldo pubblico.  Se le “guerre stellari” di Reagan negli anni ‘80 produssero Internet e la profusione finanziaria delle dotcom, la “guerra al terrore” di Rumsfeld dopo l’11/9 richiede una macchina militare “network centrica” di nuovo tipo che Musk si candida a fornire.  Andando controtendenza, grazie alle commesse del Pentagono e della Nasa, scommette quindi su razzi e satelliti,  ignorando, almeno inizialmente,  il nascente Web 2.0 delle piattaforme. La seconda scommessa, e il secondo paletto strategico del “Muskismo”, anch’esso in considerevole anticipo sulla concorrenza e in controtendenza in un’epoca ancora contrassegnata dalla esternalizzazione e dalla globalizzazione della filiera,  lo vede puntare sulla produzione integrata e sulle Gigafactory, non appena assumerà il controllo di Tesla (2008), una startup texana, fondata da Martin Eberhard e Marc Tarpenning,  specializzata in auto elettriche, pannelli fotovoltaici e sistemi di stoccaggio energetico. Il risultato di un organizzazione del lavoro con una catena corta,  fortemente disintermediata,  è l’abbattimento dei costi unitari di un intero ordine di grandezza, che gli permette di infrangere veri e propri tabù nel comparto aereospaziale,  storicamente caratterizzato da tempistiche interminabili e barriere industriali di ogni tipo. Ma anche di imporre  ai mercati la sostenibilità economica dell’auto elettrica,  costruendo gli stabilimenti di produzione direttamente nei Paesi di destinazione. Slobodian e Tarnoff sono molto chiari su due punti, attorno a cui riescono a incardinare il seguito del loro discorso. Primo:  il vero modello di business per Musk è la sovranità come servizio.  Che si tratti di terminali Starlink, di una batteria Tesla Powerwall domestica o di guida satellitare per il tuo esercito di droni,  in ogni caso le sue aziende venderanno sovranità digitale abilitata dalla tecnologia a tutti: privati, organizzazioni e stati.  Secondo:  il “muskismo” non è, per parafrasare Lenin, “malattia infantile del libertarismo”, non prevede affatto la fine dello Stato ma la sua fusione, previa privatizzazione,  con Big Tech.  Il risultato finale è  Mega Tech, un conglomerato dove il Presidente è anche lo Chief Executive Officer della nazione. Mentre prendono posto i pezzi sulla scacchiera tecnologica e industriale, traspira attraverso di essi anche l’immaginario nerd con cui Musk comunica il suo pensiero all’esercito dei fan, al protone degli investitori  e al resto del mondo, un mix ispirazionale di citazioni cyberpunk, Star Trek fandom e omaggi a Robert Heinlein, Asimov, Iain Banks. La narrazione di Musk può sembrare una parafrasi burocratica della “Guida galattica per autostoppisti” di Douglas Adams: la storia vera inizia con la fine della Terra.  SpaceX è l’arca grazie alla quale la specie umana da terricola diventerà multi pianeta,  le gigafactory, immunizzate dal virus sindacale, incarnano l’ideale uomo macchina dei mecha e dei “robottoni” come l’amato Optimus Prime, a cui i lavoratori umani potranno interfacciarsi grazie a una porta Neurolink installata nella calotta cranica. Nel futurismo di Musk l’intelligenza artificiale assume del resto un ruolo polivalente: è al tempo stesso il nostro destino come specie ma anche la nostra spada di Damocle se cadrà nelle mani sbagliate, infettata dalle parole sbagliate dell’internazionale Woke o di tipi come l’ex socio Sam Altman. Per sé stesso Musk ritaglia il ruolo di Techno King, l’ingegnere capo che aggiusta il “codice corrotto” della società americana come ha fatto con Twitter (ora con un quinto dei dipendenti rispetto alla sua acquisizione). Non bisogna dimenticare che se oggi Elon Musk, anche grazie a X, è il meme vivente di una narrazione politico finanziaria che abbraccia dalle criptovalute alla destra politica europea, i primi anni dieci sono stati invece quelli del Musk liberal e green. Sarebbe semplicistico attribuire la sua metamorfosi ideologica interamente alla politica dei lockdown (con cui nel 2020 ingaggia una lotta feroce, spuntandola, per evitare la chiusura degli stabilimenti) o al conflitto con la figlia maggiore transgender,  Vivian Jenna Wilson  (che considera “come morta”) ma anche lo spettro giovanile della “fortezza apartheid” sudafricana dove è nato e cresciuto, suggerito nell’ultima parte del volume come fautore della scena “diurna” e dell’azione sociale di Musk, suona probabilmente semplicistico e sproporzionatamente “psicologico” nel contesto dell’economia e della politica contemporanea. Quello della trattazione biografica caratteriale è anche il limite a cui il saggio, dopo aver fornito al lettore un chiaro e ben documentato framework storico,  non riesce del tutto a sottrarsi mano a meno che avanza nella materia dell’attualità e nei testacoda a cui Musk ha legato la sua parabola più recente (come l’esperimento di DOGE e lo scontro con Trump). In termini di posizionamento in futuro i parametri naturalmente potranno sempre evolvere, non escluso neppure il recupero della componente ecologica, magari in chiave survivalista e prepper. Merito indubbio del saggio è  invece aver individuato un tratto costitutivo e trasversale del  “muskismo” nel suo Conservatorismo Cyborg. Nel contesto post liberista, il potere assoluto diventa infatti quello del gatekeeper: definire attraverso la governance algoritmica le differenze di cui la specie umana potrà fare a meno (i.e. tra uomo  e macchina…)  e quelle che saranno invece tramandate attraverso il codice  (genere, sesso, classe, ecc). Se il fordismo del secolo scorso, con la settimana corta a 5 dollari al giorno, aprì alla classe lavoratrice i cancelli del consumismo e, in pratica, di una lunga pace sociale, il “muskismo” sembra ora promettere il suo esatto opposto. L'articolo Il nuovo spirito del capitalismo secondo Musk proviene da Pulp Magazine.
June 16, 2026
Pulp Magazine