Kiran Desai / Un romanzo epico e pieno di bellezza
C’è qualcosa di epico, in questo bellissimo romanzo di Kiran Desai. Che non ha a
che fare con la lunghezza o con la vastità geografica o con la ricchezza delle
esperienze, quanto con la lotta che i due personaggi principali, Sonia e Sunny,
intraprendono contro i loro demoni interiori. Demoni che pur abitando l’anima
prendono anche forme visibili e tangibili, in una narrazione che riesce a tenere
meravigliosamente insieme il reale e il soprannaturale, il tangibile e
l’invisibile. Mentre il viaggio dell’eroe di Sunny è maschile, fisico, faticoso,
una vera prova di coraggio, quello di Sonia è femminile, intimo, privato e
condotto soprattutto attraverso la scrittura. E i demoni si nutrono e
manifestano nella solitudine, che li risveglia e li attiva come fosse una
corrente elettrica.
La solitudine di Sonia è l’inverno del Vermont, quando gli altri compagni di
università sono a fare degli stage e lei, che ha solo un visto di studio, è
costretta a rimanere al college. Nevica, fa freddo, e nella biblioteca dove
Sonia lavora non c’è niente da fare e non passa nessuno. Ma un giorno qualcuno
passa. È Ilan, una figura eccentrica, un artista, un affabulatore, affascinante,
un po’ dandy, e un po’ demoniaco. Sonia è indiana, e il suo periodo di studio in
America è anche quello dell’iniziazione sessuale, della trasgressione, della
possibilità di esperienze che nel suo paese non potrebbe mai fare. Ora quel
periodo di studio sta per scadere, come il suo visto, e Sonia non ha ancora
approfittato della sua libertà. Così, con un’urgenza che non è del tutto sua ma
che decide di fare sua, Sonia comincia la sua avventura con Ilan, come una
sfida, come una consolazione, come un esperimento.
Ma se all’inizio è una vera avventura, ed è esaltante e misteriosa, intensa,
dolceamara, leggermente squilibrata, con il tempo la relazione con Ilan si
intossica, si deforma, e Sonia cade in quella dipendenza affettiva in cui ahimé
troppo spesso cadono le donne, di qualsiasi cultura e provenienza. Prova
incontestabile e sofferta di questa discesa agli inferi è l’amuleto del nonno,
che Sonia aveva custodito come la cosa più preziosa, il legame con il passato e
con la famiglia e con l’India, e che dà a Ilan: per proteggerlo da altri demoni
che, come artista, Ilan evoca e invoca. Naturalmente nonostante l’amuleto e la
dedizione e l’impegno, la storia con Ilan finisce, male e in fretta, quasi
all’improvviso. Sonia torna in India, dalla sua famiglia che è completamente
ignara di Ilan. L’unica cosa che la famiglia ha saputo, del tempo in America di
Sonia, è che si sente sola, molto, troppo sola. E così ha proposto la soluzione:
un matrimonio combinato con un indiano che è anche lui in America, anche lui
solo.
E così incontriamo anche la solitudine di Sunny. Lui ha finito di studiare e
lavora a New York all’Associated Press, è un editor del turno di notte. Vive a
Brooklyn con la fidanzata americana, Ulla; vive come un americano, in un
bell’appartamento in un bel quartiere, con un arredamento semplice e pulito,
mostly Ikea ma elegante. Non sa decidersi a dire alla madre che vive con Ulla, e
mentre si arrovella su quando e come dirglielo, arriva una lettera dall’India.
La lettera con la richiesta/proposta di matrimonio. Lettera scritta
malvolentieri e obtorto collo dallo zio di Sonia, che era stato sollecitato dai
genitori della ragazza, un po’ preoccupati dai pianti con cui si concludevano le
telefonate dal Vermont, e molto desiderosi di consumare una piccola vendetta per
degli affari andati male.
America e India si scontrano e incontrano infinite volte nel romanzo: non solo
le tradizioni o la loro assenza, la solitudine e la mancanza di privacy,
l’indipendenza e la famiglia, ma anche il cibo, il modo di parlare, le scelte,
tutto. Si scontrano un’America normale e un’India benestante e occidentalizzata.
Si scontrano le famiglie americane sempre lontane, che si vedono per il
Thanksgiving, e quelle indiane appiccicose, sempre presenti, numerose. Si
scontrano la solitudine, la privacy, l’anonimato liberatorio dell’America e le
tradizioni consolanti, rassicuranti, soffocanti e ricattatorie dell’India. Ma si
incontrano le persone, i figli che vanno a studiare all’estero, il modo di fare
affari, le spese, l’ostentazione.
La proposta/richiesta di matrimonio resta senza risposta, e mette terribilmente
in imbarazzo sia Sonia che Sunny, che a un certo punto si incontrano. Si
incontrano e si innamorano. Peccato che i demoni che la solitudine ha fatto
affiorare non si accontentino dell’amore, per dileguarsi. E così quell’amore
ondeggerà pericolosamente, traballerà, sembrerà sbocciare e poi morire, verrà
travolto e poi ritrovato. Sunny viene lasciato da Ulla, si trasferisce dalla
gentrificata e chic Brooklyn (l’appartamento che da solo non si può più
permettere) nel centro multirazziale di Manhattan, finché decide di prendersi un
periodo sabbatico. Il caso e gli incontri lo portano in Messico, in un piccolo
paese, dove si ferma: la vita è semplice e basilare, e la solitudine ha una
tangibilità che la rende affrontabile. Sonia vive prima con il padre, nel caos
di Nuova Delhi, e poi con la madre sulle pendici dell’Himalaya, scrive per una
rivista, intanto che cerca di capire cosa e come scrivere sul serio. Anche lei
decide di andare a cercare la sua verità a Goa, in un luogo in cui la natura è
ancora dominante e la solitudine ha chiarezza e fisicità. Ed è a Goa che il
terzo elemento cruciale nella storia di Sonia e Sunny, l’ostilità della madre
vedova di Sunny nei confronti di Sonia, trova la sua soluzione. Che ovviamente
mi guardo bene dal raccontarvi.
Anche le madri dei protagonisti hanno qualcosa di archetipico: la madre di
Sunny, rimasta vedova da giovane, ha con il figlio un rapporto esclusivo,
possessivo, di un’intensità che rasenta il morboso. È una donna sola che se la
cava benissimo ma drammatizza ed estremizza ogni evento. La madre di Sonia è
invece una donna ansiosa di libertà, disposta a sfidare le convenzioni e le
tradizioni: lascia il marito anche se non ufficialmente, e si trasferisce nella
casa di famiglia ai piedi dell’Himalaya, in cerca di pace, di solitudine. E poi
ci sono i mille personaggi che animano le pagine, diversi come diverse sono
davvero le persone che si incontrano, indelebili anche se presenti per poche
righe. No, non si può raccontare tutto quello che c’è in questo romanzo. Ma in
fondo non ce n’è neppure bisogno. Basta leggerlo.
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