Il mondiale dei respinti: per la FIFA è una festa, ma assomiglia sempre più a una frontiera armata
L’11 giugno non è iniziato solo un torneo. È iniziato il Mondiale più grande
della storia. Quarantotto nazionali, tre Paesi ospitanti, miliardi di spettatori
incollati agli schermi. La FIFA, dai suoi uffici specchiati di Zurigo, lo
racconta così: la celebrazione universale del pallone@. Ti vendono il sogno di
un prato verde dove tutti sono uguali.
Ma la retorica si spegne dove finisce lo spettacolo e inizia il potere. Basta
fare un passo indietro e guardare cosa succede ai controlli di frontiera. È lì,
tra i passaporti respinti, i visti negati e i fili spinati invisibili della
burocrazia, che la festa cambia faccia. È lì che capisci che il calcio è una
cosa, ma le regole del mondo restano sempre le stesse: selettive, razziste.
I giocatori dell’Uzbekistan, con il loro allenatore Cannavaro, vengono accolti a
New York da metal detector, cani antidroga e perquisizioni bagaglio per
bagaglio. I calciatori del Senegal sono costretti a togliersi le scarpe appena
scesi dall’aereo, trattenuti per ore come sospetti qualsiasi. Ayman Hussein,
stella della nazionale irachena, passa sette ore sotto interrogatorio. Tala
Salah, fotografo ufficiale della squadra irachena, viene trattenuto per oltre
dieci ore e poi espulso.
Peggio ancora va a Omar Artan, il miglior arbitro africano del 2025. Passaporto
diplomatico, convocazione ufficiale, tutte le autorizzazioni in regola. Non
basta. Undici ore di interrogatorio sulla situazione politica della Somalia e
sui rapporti con Al-Shabaab. Alla fine viene respinto. Fuori dal Mondiale.
L’Iran si vede negare il visto a quindici membri della propria delegazione.
Giornalisti africani e iraniani ricevono autorizzazioni che impediscono loro di
seguire liberamente il torneo tra Stati Uniti, Canada e Messico. Tifosi
bloccati, procedure arbitrarie, ostacoli burocratici costruiti apposta per
scoraggiare la presenza di interi popoli.
Il messaggio è chiaro: siete invitati, ma non siete benvenuti. In fondo, questo
Mondiale racconta perfettamente il nostro tempo. Da una parte la retorica della
globalizzazione felice. Dall’altra i confini che si chiudono. Da una parte gli
slogan sull’universalità dello sport. Dall’altra i controlli selettivi che
distinguono chi può passare e chi deve essere interrogato, perquisito, respinto.
Il calcio dovrebbe servire a cancellare queste differenze. Invece il Mondiale
del 2026 le sta esibendo tutte sotto i riflettori. La FIFA continua a chiamarla
festa. Ma assomiglia sempre più a una frontiera armata.
Redazione Italia