Enrico Grosso: una legge elettorale con premio per una minoranza, patologia della democrazia
L’intervista a Enrico Grosso, Professore ordinario di Diritto Costituzionale –
Università di Torino sulla riforma della legge elettorale in discussione alla
Camera, registrata nell’ambito della serie di video interviste di
Carteinregola Riforma della Legge elettorale: meno rappresentanza, meno
democrazia a cura di Anna Maria Bianchi e Isabella Pierantoni.
Anna Maria Bianchi
Oggi parliamo della proposta di legge elettorale con Enrico Grosso, Professore
ordinario di Diritto costituzionale – dell’ Università di Torino, e iniziamo
dai principali punti critici che sono stati evidenziati dalla maggior parte dei
costituzionalisti, tra i quali c’è anche il Professor Grosso, che sono stati
auditi dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera nel mese di maggio.
Enrico Grosso
I punti qualificanti della legge, su cui interviene la riforma sono
sostanzialmente tre.
Il primo è l’introduzione di un premio di maggioranza alla lista o alla
coalizione di liste che abbia raggiunto almeno il 42% dei voti validi. A questa
lista o coalizione di liste è riconosciuto come premio un numero fisso di
parlamentari, pari a 70 deputati in più e a 35 senatori in più, rispetto a
quelli che spetterebbero alla lista o alla coalizione di liste sulla base di un
riparto proporzionale dei voti effettivamente conseguiti in ciascuna camera. La
prima caratteristica, dunque, è un premio di maggioranza consistente in una
cifra fissa, un numero fisso di deputati o di senatori che vengono regalati a
quella coalizione se ha superato la soglia del 42% dei voti.
La seconda caratteristica è che per la scelta in concreto dei parlamentari – le
persone fisiche che saranno elette deputati o senatori sulla base di questo
premio di maggioranza – non si ricorrerà né a collegi uninominali[1], cioè
collegi nei quali il singolo elettore possa scegliere il solo candidato di
ciascuna delle liste che si presentano, né con il sistema delle preferenze che
consentono all’elettore di scrivere sulla scheda il nome del candidato preferito
e dunque di sceglierlo direttamente.
I parlamentari saranno invece individuati sulla base di liste bloccate. Saranno
bloccate sia le liste circoscrizionali, ossia quelle all’interno delle quali
saranno individuati i parlamentari eletti nella quota proporzionale, sia il
listone nazionale dei 70 deputati e 35 senatori che andranno a comporre il
premio di maggioranza. In sintesi, il territorio nazionale viene diviso in
circoscrizioni[2], in ciascuna circoscrizione si presentano una serie di
candidati predeterminati dai partiti; a seconda del numero di voti ricevuti da
una lista in quella circoscrizione verranno eletti il primo, il primo e il
secondo oppure il primo il secondo e il terzo, e così via, senza che
all’elettore sia data alcuna possibilità di scelta rispetto all’ordine
predeterminato dai singoli partiti. Per quanto riguarda il premio di maggioranza
(i 70 deputati e i 35 senatori assegnati alla coalizione di liste che avrà
ottenuto la maggioranza almeno del 42% in entrambe le camere) si prevede che
quei 70 deputati e quei 35 senatori siano interamente predeterminati in una
lista nazionale, scelta di nuovo dai partiti di riferimento (in questo caso –
verosimilmente – da un accordo all’interno della coalizione formata dai partiti
che si alleano).
Se nessuna delle liste o coalizioni di liste che si presentano raggiunge il 42%
dei voti, ovvero se si raggiunge soltanto alla Camera e non al Senato o soltanto
al Senato e non alla Camera, il premio non scatterà. In questo caso i deputati e
i senatori verranno distribuiti secondo un criterio proporzionale, ma sempre
sulla base di liste bloccate, rispetto alle quali gli elettori non avranno alcun
tipo di voce in capitolo.
La terza caratteristica della nuova legge elettorale è che ogni coalizione, per
potersi presentare alle elezioni, e quindi per poter presentare liste di
candidati, deve anche indicare il nome di colui che verrà proposto, in caso di
vittoria elettorale, al Presidente della Repubblica come candidato presidente
del Consiglio dei Ministri. L’intento è trasparente: vi è la volontà di
realizzare di fatto, attraverso la legge elettorale, ciò che l’attuale
maggioranza di governo avrebbe voluto introdurre con la riforma costituzionale
del cosiddetto premierato: fare in modo che il candidato presidente del
Consiglio dei Ministri sia indicato preventivamente, in modo che a posteriori si
possa dire che “è stato il popolo a scegliere il Premier”. Il che è un’assurdità
costituzionale, perché la nomina del Presidente del Consiglio dei ministri
spetta, ai sensi dell’art. 92, al Presidente della Repubblica, mentre il
conferimento della fiducia spetta, ai sensi dell’art. 94, al Parlamento.
Su ciascuna di queste caratteristiche della proposta di legge elettorale ho
forti perplessità, che meritano approfondimenti.
Anna Maria Bianchi
Approfondiamo allora la parte che riguarda la rappresentanza, che è quella che
viene più compressa in nome di una presunta maggiore governabilità. Lei nella
sua audizione ha ricordato la sentenza della Corte costituzionale, che ha
definito incostituzionale ogni meccanismo che privi l’elettore di ogni margine
di scelta dei propri rappresentanti. Ha già parlato delle liste bloccate, che
tuttavia sono già una realtà nel sistema elettorale vigente. C’è poi l’aspetto
dei riferimenti territoriali per gli elettori e per i candidati, dei collegi
plurinominali, dei candidati eletti nel listone nazionale: non pensa che questo
sistema per gli elettori si traduca in una ulteriore compressione della
conoscibilità dei propri potenziali rappresentanti?
Enrico Grosso
Facciamo un passo indietro. Il nostro è l’unico paese al mondo in cui in un arco
temporale di poco superiore a trent’anni, dal 1993 a oggi, si sono susseguite
già quattro riforme incisive del sistema elettorale. Questa è la quinta che si
appresta ad essere approvata. Il nostro è di sicuro l’unico paese al mondo in
cui due delle quattro riforme entrate in vigore in tale ristretto periodo di
tempo sono state dichiarate costituzionalmente illegittime: la Corte
costituzionale è intervenuta due volte, nel 2014 e poi nel 2017, e ha dichiarato
incostituzionali le leggi elettorali in quel momento in vigore.
Questa è un’anomalia assoluta. Affinché non venga dichiarata incostituzionale la
terza legge elettorale in trent’anni, dobbiamo allora tenere conto delle
indicazioni molto precise che ci ha dato la Corte costituzionale. Non dobbiamo
fare finta che la Corte abbia parlato al vento nelle due sentenze del 2014 e del
2017, nelle quali sono stati affermati principi molto precisi, che riguardano
sia il premio di maggioranza sia le modalità di scelta dei singoli candidati che
andranno poi a comporre il Parlamento.
Sotto il profilo del principio rappresentativo e del rapporto tra il valore
costituzionale della corrispondenza tra voti e seggi che va sempre
tendenzialmente assicurato in nome dell’uguaglianza del voto e la c.d. “garanzia
della governabilità”, la Corte costituzionale nel 2014 ha testualmente affermato
che l’alterazione del criterio del riparto proporzionale dei seggi, che avviene
con il premio di maggioranza, non può essere tale da creare una eccessiva
sovra-rappresentazione della lista (o coalizione) di maggioranza relativa, tale
da generare in concreto una distorsione tra i voti espressi e l’attribuzione dei
seggi, che, pur essendo presente in qualsiasi sistema elettorale, possa assumere
una misura tale da compromettere l’uguaglianza del voto.
L’articolo 48 della Costituzione stabilisce che il voto di ciascun cittadino
deve valere come quello di ciascun altro. Tutti i voti valgono in modo
tendenzialmente uguale, dice la Costituzione, e quindi non si può provocare una
distorsione nella rappresentanza delle singole liste, tale per cui il voto di
qualcuno valga la metà dell’altro. Quindi non sarebbe solo incostituzionale
introdurre un premio di maggioranza sganciato dal raggiungimento di una soglia
percentuale minima di voti, come avveniva per esempio per la legge Calderoli (il
c.d. “Porcellum”), dichiarata incostituzionale nel 2014. Sarebbe comunque
incostituzionale un premio troppo distorsivo, che alterasse eccessivamente la
distribuzione dei seggi rispetto al normale criterio proporzionale, quale che
fosse la percentuale di partenza.
Ora, riconoscere per esempio un numero fisso di deputati, che può arrivare a 70,
a chi ha ottenuto già il 45%-46% dei voti, significa dare a quella lista un
numero di seggi in più che può arrivare al 60% o più (nonostante l’esistenza di
una sorta di “criterio moderatore” che limiterebbe il numero massimo di deputati
assegnabili alla coalizione vincente a 220, e il numero massimo di senatori a
113, il quale però non tiene conto dei parlamentari aggiuntivi che potrebbero
essere assegnati a tale coalizione in Trentino-Alto Adige e in Valle d’Aosta,
ove è mantenuto il collegio uninominale, oltre che nella pattuglia di
parlamentari eletti all’estero). Ciò costituisce un’alterazione a mio giudizio
eccessivamente distorsiva.
Prendiamo ad esempio la Camera, in cui sono eletti 400 deputati. Se io assegno
dei deputati in più alla lista che vince, quei deputati sempre 400 alla fine
dovranno essere; di conseguenza, quei 70 deputati che do in più al vincitore
sono deputati sottratti alle liste degli sconfitti. Ottengo in tal modo un
doppio effetto, di aumento dei deputati assegnarti alla lista che vince e di
corrispondente diminuzione dei deputati assegnati alle liste che non accedono al
premio.
Inoltre la distorsione potrebbe risultare talmente alta da rischiare di mettere
in pericolo le c.d. “soglie di garanzia”.
Che cosa sono le soglie di garanzia? Sono quei quorum di maggioranza previsti
dalla Costituzione per tutti i casi in cui si ritiene (cioè i Costituenti
ritennero) che la decisione non possa essere presa a maggioranza semplice. La
maggioranza di governo non deve avere la possibilità di scegliere da sola i
cinque giudici costituzionali eletti dal Parlamento in seduta comune, o i
componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura. Allo stesso modo
non deve avere la possibilità di approvare da sola una revisione costituzionale
con una maggioranza tale da impedire che su di essa possa essere chiesto dalle
opposizioni un referendum confermativo. Ed infine, non dovrebbe neppure – da
sola – procedere all’elezione del Presidente della Repubblica (almeno nelle
prime tre votazioni). In tutti questi casi la Costituzione prevede maggioranze
qualificate, pensate per “costringere” la maggioranza di governo a raggiungere
il necessario compromesso con l’opposizione. Con un’alterazione così accentuata
della rappresentanza, quelle soglie di garanzia rischiano di saltare. La
conseguenza è che una lista/coalizione, che per esempio abbia avuto il 42% dei
voti (il che significa che il 58% di chi è andato a votare, ossia una
maggioranza assoluta di elettori, ha votato in senso contrario) vede per incanto
il suo consenso artificialmente gonfiato fino a oltre il 60% dei seggi. Con quel
60% dei seggi, la coalizione che ha vinto con il 42% può cambiare da sola la
Costituzione, eleggere da sola il Presidente della Repubblica al primo
scrutinio, i giudici costituzionali e così via.
Ciò, secondo la Corte costituzionale, è un pericolo, una minaccia per
l’equilibrio democratico, oltre che per il principio di uguaglianza del voto.
Questa è la prima e una delle principali ragioni di incostituzionalità di questa
legge.
Ce ne è poi un’altra. Indipendentemente dal premio di maggioranza, la Corte
costituzionale ha dichiarato incostituzionale “qualsiasi meccanismo di
distribuzione dei seggi ai singoli candidati, che privi l’elettore di ogni
margine di scelta dei propri rappresentanti. Le attività dirette alle selezioni
dei candidati devono essere preordinate ad agevolare la partecipazione alla vita
politica dei cittadini e alla realizzazione di linee programmatiche, che le
formazioni politiche sottopongono al corpo elettorale, al fine di consentire una
scelta più chiara e consapevole anche in riferimento ai candidati”.
Ho letto un passo significativo della sentenza della Corte costituzionale n.
1/2014. Che cosa significa che sono vietate le liste bloccate di dimensioni
abnormi, come quelle a suo tempo previste dalla legge Calderoli, che fu infatti
dichiarata incostituzionale? Perché le liste bloccate di dimensioni abnormi
impediscono di fatto all’elettore un’effettiva conoscenza dei candidati che, con
il suo voto, egli concorrerà ad eleggere.
Secondo me tutto ciò è particolarmente offensivo nei confronti degli elettori.
Facciamo un esempio. Io sono iscritto nelle liste elettorali del Comune di
Torino. Voterò pertanto nella circoscrizione elettorale di Torino e provincia.
Sulla mia scheda elettorale saranno presenti, per ciascuna lista o coalizione di
liste, cinque o sei nomi corrispondenti ai candidati da eleggere nella quota
proporzionale, più altri quattro o cinque corrispondenti ai candidati al premio
di maggioranza che dovrei contribuire a eleggere nella mia provincia.
Prescindiamo un momento dal fatto che, con riferimento ai candidati della quota
proporzionale, io mi limiterò a dare un voto “generico” che contribuirà a
determinare il numero dei candidati di quella lista che saranno effettivamente
eletti, ma non avrò alcuna voce in capitolo sulla selezione delle singole
persone fisiche che occuperanno il seggio (che dipenderà solo ed esclusivamente
dall’ordine con cui il loro partito di riferimento le avrà collocate all’interno
della lista). Soffermiamoci invece sulla seconda lista, quella contenente i nomi
dei candidati assegnati con il premio di maggioranza. In realtà questa seconda
indicazione è un inganno, perché il premio di maggioranza, che io contribuisco a
formare attraverso il mio voto nella provincia di Torino, in realtà sarà
composto non da quei candidati che io trovo sulla mia scheda, ma da tutti i 70
candidati che verranno eletti automaticamente in blocco, se scatterà il premio a
livello nazionale. Cioè io col mio voto nella provincia di Torino non
contribuisco soltanto a eleggere i quattro o cinque candidati indicati sulla mia
scheda a Torino, ma contribuisco ad eleggere anche i candidati del premio di
maggioranza che stanno a Messina, a Bolzano, a Roma e in tutto il resto
d’Italia. Ma io non li conosco, perché sono collocati in un listone di 70
persone, “spezzettate” circoscrizione per circoscrizione ma destinate ad essere
elette (o ad essere bocciate) in blocco. Io vengo indotto a credere di votare
per i quattro candidati di cui trovo indicazione sulla scheda, ma in realtà sto
votando per settanta persone insieme, in larghissima parte a me ignote,
disseminate su tutto il territorio nazionale. Ora questo è un meccanismo
palesemente incostituzionale perché il mio voto viene utilizzato per eleggere
anche una serie persone di cui io nulla so, in quanto sono “apparentemente”
candidate in una circoscrizione diversa.
C’è un elemento ancora più grave, che provo a descrivere con un altro esempio.
Io voto a Torino e contribuisco, nella mia circoscrizione, a far vincere la
coalizione “blu” (che magari trionfa nella mia circoscrizione proprio in quanto
sono particolarmente apprezzati i candidati che tale coalizione ha inserito
nella lista destinata al premio di maggioranza). Poiché però la coalizione “blu”
non vince a livello nazionale, in quanto sopravvanzata dalla coalizione
“gialla”, il mio voto a Torino non serve a eleggere i candidati blu del premio
di maggioranza, anche se nella mia circoscrizione la coalizione “blu” ha
effettivamente vinto, e magari con distacco, perché il premio di maggioranza
scatterà a livello nazionale. Quindi il mio voto non sarà servito a niente, ma
in compenso anche i voti di Torino che sono andati alla coalizione “gialla”
(perdente a Torino) saranno serviti a eleggere i candidati del premio di
maggioranza nazionale di quella coalizione.
Questa è di nuovo una distorsione, perché all’elettore non resta nessun margine
di scelta. Non è neanche in grado di capire fino in fondo quali sono i candidati
che, con il suo voto, egli contribuirà ad eleggere. Ciò mi sembra
macroscopicamente incostituzionale, oltre ad essere profondamente lesivo della
fiducia che i cittadini devono continuare ad avere nei confronti dei meccanismi
di formazione della rappresentanza politica.
Se io non ho più alcuna voce in capitolo su coloro che verranno eletti, ma
perché devo continuare ad andare a votare? Ci lamentiamo da anni del drammatico
crollo della partecipazione al voto e dell’aumento abnorme dell’astensionismo,
ma che cosa ci aspettiamo, se continuiamo a fabbricare sistemi elettorali che
espellono letteralmente i cittadini dal circuito della rappresentanza e della
decisione politica? Se ai cittadini non è più data alcuna concreta possibilità
di scegliere i loro rappresentanti, o almeno di controllare in qualche modo chi
verrà effettivamente eletto, allora perché dovrebbero continuare ad andare a
votare?
Anna Maria Bianchi
Come giudica il sistema elettorale attuale e quale sarebbe a suo avviso il
sistema migliore per garantire una partecipazione democratica dei cittadini
elettori?
Enrico Grosso
Su questo ho una posizione precisa, che ovviamente non pretendo sia condivisa da
tutti. Parto da una constatazione: abbiamo parlato poc’anzi della crescente
disaffezione al voto, una disaffezione che caratterizza ormai endemicamente ogni
appuntamento elettorale e che mi preoccupa particolarmente perché alla fine
mette in discussione lo stesso principio democratico in quanto tale.
Noi ci troviamo di fronte a cittadini sempre più insoddisfatti, sempre meno
capaci di essere integrati politicamente, proprio per l’incapacità del sistema
politico di intercettarne adeguatamente i bisogni e le esigenze, che disertano
sempre di più le urne perché non credono più in un meccanismo di selezione che è
sempre più artificiale, sempre più etero-diretto, in cui la loro capacità di
scegliere i loro rappresentanti è sempre meno valorizzata.
Ho l’impressione che la crisi del rapporto tra cittadini e rappresentanti,
quindi tra cittadini e Parlamento, non sia stata adeguatamente contrastata dalle
modifiche sempre più insistenti e parossistiche delle leggi elettorali che si
sono susseguite ad ogni livello a partire dal 1993. Riforme, già quelle della
grande stagione referendaria di Mario Segni che tanta retorica ha sviluppato,
che erano state tutte accomunate da un’unica cifra stilistica, forse da un unico
obiettivo strategico: l’esaltazione del principio maggioritario, cioè l’idea che
ai cittadini non spettasse scegliere i parlamenti, bensì i governi, e che a tal
fine fosse auspicabile che il voto generasse la formazione di due sole forze
politiche (o quantomeno due sole coalizioni politiche) che si fronteggiassero
per “la conquista del governo”. L’obiettivo era dunque quello della
semplificazione, della “binarizzazione”, della polarizzazione del quadro
politico, infine della verticalizzazione del potere e di una sempre più spiccata
personalizzazione.
Si costringeva l’elettore a votare Berlusconi o Prodi, adesso si pretende che
voti Meloni o Schlein. Come se non ci fosse nulla in mezzo, o di lato. L’idea è
che al cittadino non spetti eleggere un Parlamento costruito in base a
un’articolazione plurale di soggetti, ma che gli tocchi di scegliere lo
schieramento bianco o quello nero, quello rosso o quello blu, senza alternative.
Una delle ragioni di questo vero e proprio disfacimento dell’idea di
rappresentanza è proprio da ascriversi alla fastidiosa retorica della
semplificazione che ha cominciato ad essere agitata fin dagli anni ‘90 da parte
dei fautori delle riforme elettorali maggioritarie.
All’idea della democrazia che serve a integrare il pluralismo attraverso il
confronto e il compromesso – le nostre società sono società pluralistiche, nelle
quali per fortuna non la pensiamo solo in due modi, per cui non si capisce
perché dovremmo essere costretti a dividerci in due soli schieramenti – si è
sostituita l’idea della democrazia come contrapposizione continua, anzi come
guerra tra due opposti eserciti, di cui ogni elezione andrebbe vissuta come la
battaglia risolutiva. Alla concezione delle elezioni come momento di confronto
democratico tra forze politiche che sanno di dover poi trovare, in Parlamento,
gli opportuni compromessi politici quotidiani che lo Stato costituzionale esige,
si è sostituita quella delle elezioni come ordalia, una sorta di rito tribale
tra due – e possibilmente non più di due – schieramenti che si scontrano
all’ultimo sangue per ottenere dal “popolo sovrano” il mandato a “decidere” in
suo nome.
Bene, tutto ciò, alla fine ha logorato il sistema, perché è una concezione di un
artificialismo e di un semplicismo sconfortante. Non esisteranno mai, in natura,
due soli modi di vedere il mondo. Possono tutt’al più esistere compromessi tra
forze diverse che, in Parlamento (ossia essenzialmente “parlandosi”) si sforzino
di raggiungere i necessari accordi politici. E difatti cos’è avvenuto negli
ultimi trent’anni? Che le coalizioni formatesi per vincere le elezioni spesso si
sono dimostrate delle accozzaglie artificiali, eterogenee, intrinsecamente
deboli e incapaci di assumere responsabilmente le decisioni che toccano a chi
deve governare. Magari hanno saputo dimostrare grande “stabilità di governo”
(ossia grande motivazione a continuare a stare insieme al governo), ma quasi mai
una decente stabilità dell’”azione” di governo, che è cosa assai diversa.
Insomma, l’ossessione semplificatrice dell’ultimo trentennio, retoricamente
esaltata come il rimedio ai presunti mali della democrazia italiana, ha finito
per produrre una rappresentazione distorta della funzione delle elezioni. Che
non servono a scegliere il Governo, ma a eleggere il Parlamento. Esse hanno
sicuramente – anche – il compito di provare a “costruire” maggioranze politiche,
e dunque – in una forma di governo parlamentare – di consentire auspicabilmente
la formazione di governi stabili. Ma ciò non può avvenire al prezzo di
sacrificare fino al punto di annichilire il fondamentale compito assegnato alla
legge elettorale: quello di consentire una effettiva rappresentanza del
pluralismo politico e sociale, e di rendere immediatamente percepibile nei
cittadini – elezione dopo elezione – tale corrispondenza tra le articolazioni
del pluralismo presenti nella società, le loro proiezioni parlamentari e gli
indirizzi politici che da tale concorso dovrebbero scaturire.
Nel Parlamento italiano si è persa la capacità di parlarsi. Parlarsi stando in
Parlamento significa abituarsi a parlare con le persone che non la pensano come
te. Questa attitudine, che era propria degli statisti del passato, sembra ormai
completamente scomparsa. In Parlamento non ci si parla più. Spesso raccolgo
l’invito a recarmi in audizione presso le commissioni parlamentari, per offrire
il mio punto di vista su progetti di legge concernenti questioni che attengono
alle mie competenze giuridiche. Tutte le volte che mi reco in tali consessi ho
l’impressione che, tra di loro, i parlamentari della maggioranza e quelli
dell’opposizione non si parlino più, forse abbiano perduto la capacità, e
sicuramente in ogni caso l’interesse, a farlo. Le audizioni si trascinano come
un rito stanco e sostanzialmente inutile, in attesa che arrivi il momento del
voto, il momento della conta, quello in cui “non ci si perde più in
chiacchiere”. Tutto ciò è davvero deprimente, se pensiamo a cosa sono serviti, e
per cosa sono nati, i parlamenti.
Per uscire da questa vera e propria malattia della democrazia, occorre
ricostruire quel tessuto lacerato e provare a ridare ai cittadini fiducia nelle
istituzioni, offrendo un rimedio che spezzi la retorica di una pretesa
“democrazia decidente” rozza e semplificata, fatta di “vincitori” e “vinti”, i
primi destinati a “governare” e i secondi – nella migliore delle ipotesi – ad
attendere in silenzio il proprio turno. Sebbene oggi, nella retorica dominante
della soi disante “democrazia decidente”, ciò possa apparire paradossale, sono
convinto che il difetto solitamente ascritto ai sistemi elettorali
proporzionali, ossia il fatto di non essere, tendenzialmente, “majority-
assuring”, costituisca in realtà il suo maggior pregio. I sistemi funzionali a
“costruire” artificialmente maggioranze politiche attraverso ancor più
artificiali “premi”, e poi ad alimentare retoricamente la “vittoria” elettorale
conquistata, per trasformarla in legittimazione a “governare” in splendida
autonomia, consegnano in realtà il potere nelle mani di una minoranza che ormai
non si sente neppure obbligata a “parlare” con la maggioranza degli “sconfitti”,
e sempre meno si avvede – tanto meno riesce a venire a capo – della complessità
dei problemi che investono una società sempre più divisa, impaurita e fragile.
Non è affatto una cosa di per sé desiderabile che “la sera delle elezioni” si
conosca il Presidente del consiglio; anche se lo conosciamo un mese dopo, non
succede proprio niente. Anzi, magari un governo uscito all’esito di una
approfondita e complessa trattativa tra forze politiche forti e autonomamente
legittimate sarà più autorevole e meglio capace di sostenere e portare avanti un
programma condiviso e dunque un’azione di governo davvero stabile.
In breve, secondo me per invertire la rotta e superare la drammatica crisi della
rappresentanza politica che ha portato ultimamente a percentuali di disaffezione
al voto davvero preoccupanti l’unica strada è un ritorno a un sistema a base
proporzionale. Non esiste un sistema elettorale perfetto, valido sempre in ogni
momento storico. In questo momento storico, caratterizzato da crescenti problemi
di legittimazione parlamentare, di difficoltà di funzionamento della
rappresentanza politica e anche di carenza della continuità dell’azione di
governo, occorre una legge che reintroduca un sistema elettorale tendenzialmente
proporzionale. Un sistema proporzionale senza particolari correttivi o
aggettivi, se non quelli, già ampiamente sperimentati in paesi caratterizzati da
solide tradizioni parlamentari, idonei a limitare l’eccesso di frammentazione
politica, quali potrebbero essere la previsione di soglie di sbarramento
implicite (attraverso il sapiente governo della dimensione territoriale delle
circoscrizioni o del recupero dei resti) ovvero esplicite.
Anna Maria Bianchi
Un’ultima domanda: cosa possiamo fare? Non sarà possibile per le opposizioni
impedire l’approvazione di questa proposta di legge e molti dicono che anche la
Corte costituzionale non avrà il tempo materiale per intervenire prima delle
prossime elezioni. Che cosa si può fare a livello politico e cosa può fare la
società civile?
Enrico Grosso
Innanzi tutto bisogna parlarne. Sono reduce da un’entusiasmante campagna
referendaria e una cosa quella campagna mi ha insegnato: che se si spiega agli
elettori – magari incontrandoli personalmente e non soltanto parlando loro
attraverso il video o i social networks – qual è la vera posta in palio nei
momenti in cui i grandi nodi politici in discussione vengono al pettine, la
gente alla fine capisce.
Quindi innanzitutto sarà necessario spiegare alle persone di che cosa questa
legge le stia scippando: le sta scippando sostanzialmente del valore del loro
voto e del valore della loro partecipazione democratica.
Dopodiché, dal punto di vista strettamente giuridico, il giorno in cui la legge
entrasse in vigore, in tutti i tribunali d’Italia si può presentare un ricorso
per accertamento della lesione individuale del diritto di voto, che potrebbe
portare qualunque giudice a sollevare la questione di costituzionalità della
legge appena approvata. E vedremo cosa ne penserà la Corte costituzionale, alla
luce dei suoi precedenti.
Mi aspetto tuttavia che, appena la legge sia stata approvata, il Governo
chiederà al Presidente della Repubblica lo scioglimento delle camere, e quindi
sono scettico sul fatto che la Corte costituzionale arriverà in tempo a
pronunciarsi su questa legge elettorale prima delle prossime elezioni, anche se
non lo escludo. Può anche darsi che i tempi tecnici lo consentano; in tal caso,
sono abbastanza fiducioso sul fatto che questa legge non possa restare così
com’è e che quindi la Corte costituzionale non possa che dichiararla
incostituzionale, almeno parzialmente.
Se ciò non avvenisse, sarebbe molto grave, perché significherebbe che noi
saremmo nuovamente chiamati a votare (come già è successo nel 2006, nel 2008 e
nel 2013) con una legge elettorale incostituzionale.
Credo infine che questa battaglia per la correttezza della rappresentanza, che
alla fine è una battaglia per la Costituzione, possa e debba diventare un pezzo
della campagna elettorale delle opposizioni. Come avvenne nel 1953. Nel 1953 fu
approvata una legge che prevedeva un premio di maggioranza, passata poi alla
storia con il nome di “Legge truffa” Si trattava di un premio infinitamente meno
invasivo rispetto a quello che ci viene proposto oggi, che assicurava circa il
64% dei seggi alla coalizione che avesse comunque raggiunto almeno il 50% +1 dei
voti, una maggioranza già di per sé autonomamente “assoluta” e autosufficiente.
Orbene, le forze politiche di opposizione – che avevano contrastato duramente
l’approvazione della legge in Parlamento, ma non avevano potuto alla fine
impedire che entrasse in vigore stante l’atteggiamento della maggioranza
tetragono a qualsiasi cambiamento o compromesso – trasformarono quella battaglia
parlamentare in una successiva battaglia politico-elettorale. In campagna
elettorale denunciarono sistematicamente i pericoli che, se fosse scattato il
premio, avrebbero potuto minacciare la tenuta dell’equilibrio costituzionale.
Alla fine molti elettori, anche di tendenze politiche moderate, si rifiutarono
di votare per la coalizione centrista, che si fermò al 49,8% dei voti. Il premio
non scattò, e nella legislatura successiva la legge fu abrogata.
Credo che, sulla scorta di quell’insegnamento, le forze di opposizione
dovrebbero caricarsi sulle spalle una battaglia politico-elettorale di denuncia
dell’ennesima forzatura costituzionale che la maggioranza politica attualmente
al governo ha voluto fare con l’approvazione di questa legge elettorale,
impegnandosi solennemente ad abrogarla come primo atto del nuovo Parlamento,
qualora vincessero le elezioni.
Può darsi che, se sapranno spendere bene i propri argomenti, almeno una parte di
quel corpo elettorale che tre mesi fa ha dato ascolto all’allarme per
l’attentato alla Costituzione che veniva perpetrato con la modifica
costituzionale della magistratura, torni a far sentire la sua voce. Anche la
società civile organizzata dovrà fare la sua parte, contribuendo alla
mobilitazione popolare come già avvenuto in occasione del recente referendum. E
forse, questa volta, tanti cittadini che ormai avevano deciso di non votare più,
usciranno di casa come hanno fatto il 22 e il 23 marzo, e torneranno a gustare
il piacere della partecipazione.
Anna Maria Bianchi
Con l’occasione la ringraziamo anche per il suo contributo alla campagna
referendaria con il Comitato “Giusto dire No” di cui è stato Presidente.
Segnaliamo che martedì 30 giugno dalle 15 alle 18 al teatro dei Servi a Roma in
via del Mortaro 22, ci sarà “1000 voci per un voto uguale – Legge elettorale:
torniamo alla Costituzione” organizzato da Demo, La Fondazione e Costituzione e
democrazia. È naturalmente importante che sia un incontro molto partecipato,
perché più le persone, i cittadini, le cittadine partecipano a queste battaglie,
come abbiamo visto per il referendum per la riforma costituzionale della
magistratura, e più l’eco suscitata può contribuire a un cambiamento anche sul
piano politico.
Intervista registrata il 23 giugno 2026
vedi Legge elettorale 2026 – Cronologia e materiali
per osservazioni e precisazioni scrivere a laboratoriocarteinregola@gmail.com
29 giugno 2026
NOTE
[1] Nei collegi uninominali ciascuna coalizione di liste o la singola lista
presenta un solo candidato e nel collegio uninominale si elegge un solo
candidato, quello che prende un voto in più. Nei collegi plurinominali si
eleggono più candidati sulla base dei voti ricevuti.
[2] Per eleggere 400 deputati per la Camera ci sono 28 circoscrizioni e 47
collegi plurinominali. Per eleggere 200 senatori al Senato ci sono 20
circoscrizioni (le regioni) e 26 collegi plurinominali.