Che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?
I media embedded (quasi tutti) hanno riportato solo le parole del pontefice
contro i trafficanti, in linea con la politica governativa di criminalizzazione
di ogni forma di soccorso e di sbarco, ma il discorso di papa Leone XIV diceva
ben altro. Ecco le sue parole in versione integrale (dal sito del Vaticano,
Viaggio Apostolico in Spagna: Incontro con le Realtà di Accoglienza dei Migranti
nel porto di Arguineguín (Las Palmas de Gran Canaria, 11 giugno 2026):
Cari fratelli e sorelle,
abbiamo appena ascoltato uno dei brani più impegnativi del Vangelo. Sappiamo che
questo stesso capitolo contiene anche un monito che nessun credente può prendere
alla leggera (Mt 25,41-45 “ero pellegrino e mi ospitaste”). Oggi, in riva al
mare, la Parola diventa concreta: qui giungono tante vite ferite, spogliate di
quasi tutto, ma mai, mai della loro dignità. Qui il Vangelo ci strappa dal posto
comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se
abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura,
dalla fame e dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare.
Come potete vedere, porto alla mano l’anello che si chiama “del Pescatore”. Il
suo stesso nome ci conduce al lago di Galilea, dove Cristo chiamò Pietro e gli
disse: «D’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10). La Chiesa ha letto
quel versetto come immagine della sua missione. Ma qui e in luoghi come El
Hierro, quel mandato assume una forza letterale e dolorosa. Quell’isola, piccola
per estensione, ma grande in umanità, ha visto arrivare migliaia di persone
strappate dalla loro terra e affidate alla fragilità di un cayuco. Vi sono
persone soccorse in mare e corpi senza vita recuperati dalle acque. Per questo
il Successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi. La Chiesa non
può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la
paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana. I discepoli di Gesù non
possono considerare estraneo il clamore di chi grida dalla notte.
Nel linguaggio biblico, il mare può essere immagine di minaccia, oscurità e
caos. Lì compaiono il Leviatano, figura della forza che divora, e Rahab, nome
che evoca la superbia dei poteri che si levano contro Dio e contro la vita
(cfr Sal 74,13-14; 89,10-11; Is 27,1; 51,9; Gb 26,12). Anche oggi esistono
mostri che si aggirano in questi mari: mafie che trafficano nella disperazione,
trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e l’indifferenza di molti
che permette i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio.
Ma la fede non rimane paralizzata di fronte alla potenza del mare. Crediamo in
un Dio che soggioga il caos, pone un limite al male e apre una via quando sembra
prevalere la morte. Così ne ha fatto esperienza il popolo d’Israele,
attraversando il Mar Rosso per uscire dalla schiavitù e camminare verso la
libertà (cfr Es 14,21-31). E così lo contempliamo in Cristo, che cammina sulle
acque e, di fronte alla tempesta, pronuncia una parola sovrana: «Taci, calmati!»
(Mc 4,39; cfr Mt 14,25-27). Quella voce continua a risuonare contro le forze che
divorano, schiavizzano e scartano tanti nostri fratelli e sorelle. Lì dove
Cristo ordina al mare di tacere, la Chiesa non può rimanere muta di fronte a
coloro che sono abbandonati alle sue acque.
Grazie per le testimonianze; per averci ricordato che significa salvare vite. A
María, grazie per averci ricordato ciò che la Caritas, le parrocchie e tante
persone fanno ogni giorno. Le tue parole ci mostrano dove inizia la conversione
dello sguardo: quando il migrante smette di essere “uno dei tanti”, smette di
essere una categoria e una cifra. Solo allora comprendiamo che quella bambina
potrebbe essere nostra figlia, quei volti parte della nostra famiglia; e allora,
la coscienza non ha più scuse. La misericordia inizia con piccoli gesti: a volte
con qualche biscotto e un po’ di latte; altre volte, con cinque pani e due pesci
(cfr Mt 14,17-21). Non si tratta di risolvere tutto, ma di mettere tutto nelle
mani di Dio e di essere presenti là dove l’essere umano soffre, dove le risorse
non bastano e non c’è una lingua comune, ma dove ancora possono parlare i gesti.
Grazie di cuore a tutti coloro che si uniscono ai soccorsi, all’accoglienza e
all’accompagnamento, testimoniando che la misericordia concreta può salvare e
può cambiare molte vite.
Cara Blessing, anche se non sei qui oggi, la tua voce lo è. Grazie per aver
condiviso con noi la tua storia. Il tuo nome significa “benedizione” e ci
ricorda che ogni vita umana è una benedizione di Dio. Nessuno può comprarla,
venderla, usarla o scartarla, perché in ogni persona risplende l’immagine e la
somiglianza del Creatore (cfr Gen 1,27). Ci hai raccontato di aver lasciato il
tuo Paese, non perché lo volessi, ma perché non c’era altra scelta. Nelle tue
parole sentiamo il dramma di tante persone costrette a partire perché la
povertà, la guerra, la minaccia o lo sfruttamento hanno chiuso loro ogni altra
strada.
Vorrei che questo messaggio arrivasse a te e a tante donne vittime della tratta
e dello sfruttamento: se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai
smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile. Se hanno voluto
rinchiuderti in un passato di dolore, Dio continua a pronunciare su di te una
promessa di futuro. Se ti hanno trattata come una cosa, la Chiesa vuole dirti
oggi: sei figlia, sei sorella, sei una benedizione. La tua vita non appartiene a
chi ti ha fatto del male; il tuo corpo non appartiene a chi si è approfittato di
te; i tuoi giorni non appartengono a chi ha voluto incatenarli alla paura! La
tua vita appartiene a Dio e conserva una dignità che nessuno può strapparti. E
noi vogliamo camminare con te, finché quella verità non tornerà a farsi sentire,
più forte del dolore.
Cari migranti, prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti
alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una
famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha
il diritto di disprezzare. Ma voglio anche dirvi che la vostra vita deve essere
protetta. Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete
a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del
silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono “canti delle
sirene”, sono industrie di morte.
Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di
origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le
nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani
di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e
abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per
la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante.
Anche la Chiesa deve lasciarsi interpellare. L’accoglienza del migrante non può
essere qualcosa di secondario, né venire delegata solo ad alcuni volontari. Ci
inginocchiamo davanti all’altare per adorare Cristo presente nell’Eucaristia,
dal quale riceviamo la forza e la motivazione per vivere la carità: per questo
non possiamo poi “passare oltre” davanti a cayucas e pateras, poiché dalla
preghiera scaturisce ogni servizio e ad essa ritorna ogni impegno
(cfr Lc 10,31-32).
Da quest’isola, vorrei che la voce di coloro che hanno parlato oggi raggiungesse
chi ha in mano responsabilità decisive – autorità civili, parlamenti, governi e
organizzazioni internazionali – e anche le comunità cristiane, le altre
tradizioni religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Non basta
gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le
morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti;
porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono
rischiare la morte per cercare la vita?
La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione
reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di
accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere
con dignità nella propria terra. Se esiste il diritto di cercare rifugio quando
la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto
di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni,
senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione
rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Non
possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né
perde valore quando attraversa una frontiera.
Il Dio che «al tramonto della vita ci giudicherà sull’amore» (cfr S. Giovanni
della Croce, Avvisi e sentenze, 57) ci conceda di riconoscerlo oggi nei poveri e
negli stranieri, e ci liberi dal guardare il dolore altrui come se non ci
appartenesse. Che Nostra Signora del Carmelo accompagni coloro che sono
arrivati, consoli chi ha perso i propri cari, sostenga quelli che li accolgono e
risvegli in tutti noi il coraggio della misericordia.
E che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre
in un paesaggio abituale delle nostre coste. Perché oggi, qui, in riva al mare,
ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità. Prima o poi,
si saprà se questa umanità abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che
l’indifferenza parlasse per noi. Grazie mille.
Redazione Italia