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Quando la giustizia esclude e uccide
Due giovani coinvolti nelle inchieste sulle manifestazioni per la Palestina si sono tolti la vita. Tra divieti di dimora, misure cautelari sproporzionate e il diniego a partecipare a un funerale, emerge una riflessione più ampia sul potere della magistratura, sul diritto penale come strumento di controllo e sulla progressiva criminalizzazione del dissenso. Talvolta episodi apparentemente marginali o circoscritti mettono in luce dinamiche sociali consolidate e consentono di apprezzare come le rigidità culturali si radichino non solo nelle grandi questioni, ma anche nelle piccole pratiche quotidiane. In alcuni settori della magistratura sembra esservi, non da oggi, una scarsa consapevolezza di quel “potere terribile” di cui la stessa è titolare, un potere il cui esercizio discrezionale incide profondamente sui diritti fondamentali, sulla libertà e sulle condizioni personali dei soggetti che lo subiscono. La capacità di soppesare attentamente le conseguenze delle proprie azioni, cardine di quell’etica della responsabilità su cui ci si interroga da almeno un paio di secoli, richiede, per evitare di prendere decisioni incongrue, anche un minimo di empatia con la vita reale delle persone, con le loro relazioni, con le loro fragilità, anche. Partiamo dall’inizio. Ho conosciuto F. alcuni mesi fa, perché era uno dei giovani denunciati dalla polizia per le manifestazioni a favore della Palestina dell’autunno scorso. Con sorprendente velocità, a F. e a diversi suoi compagne e compagni sono state applicate nel febbraio di quest’anno una serie di misure cautelari. F., originario della provincia di Savona, a differenza di tutti gli altri e le altre, si è visto applicare la misura del divieto di dimora a Torino, città dove viveva da diversi anni, dove aveva studiato, dove aveva le sue più importanti relazioni amicali e affettive. Questa decisione, confermata dal Tribunale del riesame, l’aveva gettato nello sconforto. Nell’ultima conversazione telefonica che aveva avuto con il mio studio gli era stato spiegato che si trattava di una misura temporanea, destinata ad essere modificata o revocata nel giro di qualche mese. Dopo un paio di giorni F. ha deciso di togliersi la vita. Non so dire che peso gli orrori del mondo, di questo mondo sempre più plasmato dal linguaggio e dalla grammatica della guerra, segnato da diseguaglianze e sopraffazioni, possano avere avuto sulla sua scelta così definitiva e radicale. Certo è che dal biglietto che ha lasciato sull’auto, prima di gettarsi da un dirupo, sembra di capire che il provvedimento giudiziario, che riteneva profondamente iniquo, abbia avuto un peso non irrilevante. Non ho conosciuto, invece, direttamente C. Anche lui è stato di recente denunciato a Torino per le manifestazioni e i cortei a favore della Palestina e purtroppo anche lui, a sua volta, pochi giorni fa, ha deciso di mettere fine alla sua esistenza. Le sue compagne e i suoi compagni gli hanno dedicato la scorsa settimana un commosso ricordo collettivo. Alcuni tra loro, colpiti a loro volta dalla misura dell’obbligo di dimora a Torino (tra l’altro proprio nello stesso procedimento in cui anche F. era coinvolto) hanno urgentemente chiesto alla giudice di poter partecipare sabato 6 giugno al suo funerale. Le esequie si sarebbero tenute a Settimo Torinese, un comune che confina con Torino, ma a cui, visti gli obblighi cautelari in corso, avrebbero potuto accedere solo previa autorizzazione della giudice che aveva in carico il fascicolo. Costei, preventivamente contattata nella mattinata di venerdì, si era detta disponibile a concedere tale autorizzazione, salvo poi allontanarsi dall’ufficio nel pomeriggio, senza dare indicazioni di sorta. L’istanza è stata così assegnata al magistrato di turno che ha ritenuto di respingerla con una laconica motivazione, fondata su “l’assenza di legame parentale, nonché l’inesistenza di comprovate ragioni, quali quelle ad esempio di salute, rilevanti dal punto di vista costituzionale”, una motivazione che, in tutta evidenza, trascura quella dimensione profonda ed etica dei rapporti affettivi che sfugge alla rigidità delle norme. Anche il colloquio esplicativo che chi scrive ha avuto sabato mattina con lo stesso giudice, a decisione già presa, non ha minimamente inciso sulle sue convinzioni. Vale la pena allora di formulare alcune brevi considerazioni. La prima rimanda alla stessa misura applicata: un obbligo di dimora, accompagnato dall’obbligo di fare rientro a casa nelle ore serali e notturne. Il minimo che si può dire è che appare altamente illogica la scelta di applicare un presidio cautelare di tal fatta a fronte di reati che, in ipotesi d’accusa, sarebbero stati commessi in orario non serale e nella stessa città dove viene imposto l’obbligo. Ci si trova di fronte, come pare ovvio, a una misura meramente punitiva, scarsamente adeguata rispetto alle esigenze cautelari che pretenderebbe di neutralizzare. Peraltro, sul fronte della risposta giudiziaria ai reati di piazza, da tempo Torino riveste un ruolo di avanguardia in ambito nazionale. Da una, ancora parziale, raccolta di dati sui processi in corso contro i manifestanti Pro Palestina, fatta da avvocate e avvocati della Rete di resistenza legale, risulta che a differenza di molti altri circondari, dove in genere si procede con imputati a piede libero, a Torino i procedimenti avviati sono non solo decisamente più numerosi, ma anche caratterizzati da una pletora di misure cautelari. In diversi casi, 27 in totale, la Procura ha richiesto l’applicazione di misure di particolare afflittività, dagli arresti domiciliari sino alla custodia in carcere, in contrasto con il principio del minimo sacrificio necessario, ribadito in più occasioni dalla Corte di Cassazione e dalla Corte Costituzionale. Per fortuna tali richieste nella quasi totalità dei casi sono state respinte dai giudici, che hanno però applicato numerose misure non custodiali, modulandole diversamente a seconda dei reati contestati. La seconda osservazione, invece, riguarda la decisione del giudice di respingere la richiesta di partecipazione al funerale. Una giustizia che espunge da sé ogni sentimento di umana compassione e sensibilità finisce per assumere i tratti morali dell’ingiustizia. In astratto la funzione delle norme (per paradossale che possa sembrare, anche di quelle di natura meramente cautelare), e della loro applicazione giudiziale, deve essere finalizzata alla costruzione di migliori relazioni sociali. La vicenda in esame appare paradigmatica di un’idea del diritto penale governato da una visione punitiva, una visione, come è stato detto, verticale e autoritaria, che privilegia l’applicazione rigidamente formale della legge, indifferente a qualsiasi comprensione del contesto umano, delle dinamiche e delle interazioni che lo sostanziano. “L’intelligenza delle emozioni” applicata alle decisioni giudiziarie e amministrative significa anche questo, saper riconoscere il dolore e la vulnerabilità altrui, essere capace di tener conto della storia concreta delle persone, rispettare la loro dignità e i loro bisogni emotivi ed esistenziali. Lunga è la strada da percorrere se solo si pone mente alla circostanza che, solo poche settimane fa, attraverso l’uso di quella vergognosa norma sul fermo preventivo introdotta con l’ultimo decreto sicurezza, 91 aderenti ai movimenti anarchici sono stati bloccati, portati e trattenuti in questura per diverse ore, perché volevano partecipare ad un presidio a ricordo di due loro compagni morti (Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, ritrovati in un casale esploso in circostanze misteriose nella campagna romana il 19 marzo scorso, ndr). Infine, mi pare che l’intero episodio ponga, a prescindere dal caso concreto, una serie di interrogativi di non poco conto. Senza scomodare impervi paragoni con vicende dell’antichità, in cui pure erano a confronto le ragioni dello Stato e la pietà verso i defunti, il tema è quello del dovere o meno di rispettare decisioni (o leggi) ingiuste o che si ritiene contrastino con la propria coscienza. La questione ha risonanze antiche e richiama il conflitto tra diritto e morale, tra l’osservanza del comando giuridico e l’autodeterminazione delle persone. Quantomeno dal secondo dopoguerra del secolo scorso, il tema della disobbedienza è entrato nel lessico della politica e viene costantemente praticato dai più svariati movimenti, ambientalisti ed ecologisti, ma anche antagonisti e/o territoriali. Da tempo, ad esempio, gli attivisti del Movimento No Tav, a fronte delle decine di ordinanze prefettizie, che da eccezionali sono ormai divenuti la normalità della militarizzazione del territorio valsusino e che individuano attorno al cantiere una zona rossa inaccessibile ai cittadini, hanno deciso coscientemente di trasgredirle. Parimenti, di fronte all’emissione di fogli di via obbligatori dalla Valle per le persone non residenti, nell’ovvio tentativo di allontanarle, neutralizzandone la partecipazione politica, hanno deciso di violarli, rivendicando pubblicamente tali violazioni. Non è un caso che nel 2023 questo Governo, così attento alla repressione di tutto ciò che si connette con la protesta sociale, abbia, con l’ennesimo decreto legge poi convertito in legge, inasprito fortemente le sanzioni per la violazione del foglio di via, portandole da sei a diciotto mesi di reclusione e prevedendo una multa fino a 10.000 euro, trasformando anche il reato da contravvenzione a delitto, per evitare possibili future prescrizioni. Con altro decreto di legge di qualche anno fa, emanato da un Governo di altro colore politico, sono state inserite, tra i parametri per stabilire la pericolosità sociale dei proposti alle misure di prevenzione come la sorveglianza speciale, “le reiterate violazioni del foglio di via”. Così, una violazione di un mero precetto, quello che in dottrina viene definito un reato di mera disobbedienza, appunto, in cui la condotta incriminata consiste nell’inosservanza di un obbligo o di un semplice divieto formale, in contrasto con il fondamentale principio di offensività, diventa l’ennesimo tassello di quella progressiva torsione del sistema penale verso le misure di prevenzione, che assicurano, non a caso, maggior velocità decisionale e minor tassatività dei presupposti normativi. -------------------------------------------------------------------------------- *da Volere la Luna Osservatorio Repressione
June 13, 2026
Pressenza
L’accanimento repressivo contro il dissenso continua a crescere
Queste le dichiarazioni di Antonella Bundu e Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune) e di Francesca Ciuffi (SUDD Cobas) “La Questura di Prato, attraverso la Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali, ha notificato ad Antonella Bundu un verbale di accertamento di illecito amministrativo per il presidio antifascista tenuto in piazza Europa il 6 e 7 marzo 2026. La contestazione è la violazione dell’articolo 18, commi 1 e 3, del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, così come modificato dall’articolo 9 del decreto-legge 24 febbraio 2026 n. 23, il cosiddetto “decreto sicurezza”. La sanzione prevista va da 1.000 a 10.000 euro e sarà quantificata dal Prefetto di Prato. Antonella Bundu ha potuto leggere la PEC solo ieri: il suo telefono è finito in mare durante il sequestro della Global Sumud Flotilla in acque internazionali da parte delle forze armate israeliane, e per settimane è rimasta priva degli strumenti per comunicare. La notifica di una sanzione per aver difeso la memoria della deportazione la raggiunge mentre ancora porta sul corpo l’esperienza di un’altra violenza di Stato, quella subita in mare per aver tentato di rompere l’assedio su Gaza. Cosa è successo davvero il 7 marzo? Il 7 marzo a Prato non è una data qualunque. Nel 1944, dopo gli scioperi operai contro l’occupazione nazista e i collaborazionisti fascisti, 133 cittadini pratesi furono rastrellati e deportati nei campi di concentramento di Mauthausen ed Ebensee. In pochi tornarono. In quella giornata di memoria il comitato neofascista “Remigrazione e Riconquista” aveva scelto di portare in piazza Europa, su appello nazionale, le proprie parole d’ordine sulla deportazione degli stranieri e sulla “remigrazione”. A questo la città ha risposto: lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti, sindacato, associazioni e forze politiche hanno presidiato lo spazio pubblico perché in quella piazza, in quel giorno, non si celebrasse l’apologia di ciò che ottant’anni prima aveva riempito i vagoni diretti ai lager. Il verbale contesta a Bundu di aver contribuito al montaggio di una tenda, di aver preso pubblicamente la parola nel corso di una conferenza stampa e di aver diffuso sui propri profili social l’invito al presidio. Le si addebita, in sostanza, di aver fatto politica e antifascismo alla luce del sole. Non ci risulta che difendere la memoria di una deportazione e contrastare un raduno neofascista costituisca un pericolo per l’ordine pubblico: ci risulta semmai il contrario. Il profilo giuridico merita attenzione, perché è qui che si misura l’arbitrio. L’articolo 18 del TULPS è una norma del 1926, consolidata nel testo unico fascista del 1931. La Corte costituzionale lo ha colpito a più riprese: con la sentenza n. 27 del 1958, con la n. 90 del 1970 e con la n. 11 del 1979. Proprio quest’ultima ha dichiarato costituzionalmente illegittimo il punto che equiparava i promotori della riunione a chi semplicemente vi prende la parola. Come ha documentato il costituzionalista Edoardo Caterina, il decreto sicurezza del 2026 ha di fatto riesumato quella previsione, reintroducendo la sanzione per “coloro che nelle riunioni predette prendono la parola”: una disposizione giuridicamente inesistente perché travolta dalla declaratoria di illegittimità del 1979. Contestare ad Antonella Bundu di aver “preso la parola” significa fondare un provvedimento punitivo su una norma che la Corte costituzionale ha cancellato dall’ordinamento mezzo secolo fa. C’è di più. Il decreto sicurezza viene presentato come una depenalizzazione, perché trasforma il reato di omesso preavviso, prima punito con l’arresto, in illecito amministrativo. Ma la sanzione pecuniaria introdotta (fino a 10.000 euro per l’omesso preavviso e fino a 12.000 per l’inosservanza delle prescrizioni) è ben più afflittiva della vecchia ammenda. Si toglie il timbro penale e si moltiplica per dieci il costo economico del dissenso. È una depenalizzazione di facciata che colpisce il portafoglio per scoraggiare la piazza. La notifica a Bundu non arriva da sola. Si aggiunge alle sanzioni già recapitate al Sudd Cobas per lo stesso presidio: a ciascuna delle sindacaliste e dei sindacalisti colpiti sono state contestate tre violazioni per omesso preavviso, fino a 10.000 euro, e due per non aver obbedito all’ordine di scioglimento, fino a 20.000 euro. È uno dei primi utilizzi in Toscana del nuovo decreto sicurezza, e non è un caso che colpisca chi organizza il conflitto sindacale e l’antifascismo militante. Lo stesso strumento, denuncia il sindacato, viene usato anche per punire chi sciopera: un attacco a 360 gradi alle libertà democratiche e al diritto di sciopero. Con il decreto sicurezza non è più la magistratura a decidere se e come punire chi manifesta: è la Questura ad avere la facoltà di comminare sanzioni pesantissime, senza dover passare dal vaglio di un giudice. La libertà di riunione viene sottratta al controllo di un tribunale e consegnata alla discrezionalità dell’autorità di pubblica sicurezza. È un arretramento dello Stato di diritto che riguarda tutte e tutti, non solo chi quel giorno era in piazza. Non è una vicenda solo pratese. A Firenze la Prefettura ha già notificato verbali con sanzioni fino a 10.000 euro a chi, il 28 marzo, aveva espresso contrarietà all’apertura della sede di Futuro Nazionale in piazza Tanucci. Il filo è evidente: si usa una norma di matrice fascista, rianimata da un governo di destra, per sanzionare l’antifascismo, lo sciopero e la solidarietà. Si protegge chi predica la “remigrazione” e si multa chi la contesta. C’è poi l’episodio che ha colpito i CARC per una contestazione alla sede di Fratelli d’Italia in piazza Oberdan. Insomma le destre provocano, tutelate dai loro ruoli di potere, chi risponde dal basso viene colpito dall’alto. Quello che è in gioco non è la regolarità di un preavviso, ma la libertà di riunione garantita dagli articoli 17 e 21 della Costituzione. Il decreto sicurezza si inserisce in una più ampia operazione di disciplinamento sociale: criminalizzare il dissenso, spaventare chi organizza il conflitto, alzare il prezzo della partecipazione politica fino a renderla un lusso. È la grammatica del capitalismo di guerra, che disinveste da salari e servizi pubblici per riversare risorse nel riarmo e ha bisogno di una società irreggimentata e silenziosa. Sinistra Progetto Comune e SUDD Cobas non si fanno ovviamente spaventare e anzi si impegneranno con tutte le altre realtà colpite per costruire una risposta ampia diffusa, che porti alla cancellazione di queste norme, oltre che all’annullamento delle sanzioni”. (s.spa.) Redazione Italia
June 13, 2026
Pressenza
22 settembre: domiciliari per chi ha cognome straniero. Chiesto il riesame
L’operazione repressiva legata allo sciopero generale del 22 settembre 2025 al fianco del popolo palestinese e della Global Sumud Flotilla continua a dispiegarsi[mim]   Dopo la prima tornata di marzo — 17 indagat*, quasi tutt* con misure cautelari immediate (poi perlopiù rimosse) — e la seconda di maggio — altre 24 persone colpite, 10 misure cautelari di cui 7 arresti domiciliari — emergono preoccupanti novità. A seguito degli interrogatori di garanzia, divenuti obbligatori con la riforma Cartabia del 2022, la GIP ha disposto la conferma degli arresti domiciliari per le persone con cognome non italiano, mentre per le altre, imputate per condotte analoghe, si trovano adesso invece in una condizione giuridica meno restrittiva. Due degli avvocati, che difendono complessivamente più di quindici imputat*, hanno presentato istanza di riesame per due loro assistiti, con l’obiettivo di allineare la loro posizione a quella delle altre persone imputate per gli stessi reati. Va sottolineata, però, una tendenza che attraverserebbe tutto il procedimento. Il piano giuridico di questa seconda tornata sembra anche più complesso: oltre a resistenza a pubblico ufficiale, lesioni gravi e interruzione di pubblico servizio (reati “condivisi” tra le due tornate), nonché imputazioni legate al lancio di oggetti, tra i capi contestati figura il danneggiamento di bene culturale — le vetrate dei portoni storici della Stazione Centrale. Una qualifica che preclude l’eventuale accesso alla messa alla prova, ovvero l’esito più auspicabile in indagini di questo tipo. Dal momento che la disposizione delle zone rosse e l’applicazione del primo Decreto Sicurezza, nonché una generale tendenza in Italia a colpire chi protesta, rendono estremamente difficile, se non impossibile, ogni altro esito positivo.   LA RAZZIALIZZAZIONE DEL DISSENSO Il risultato, in altre parole, è che persone con posizioni processuali analoghe si trovano davanti a percorsi giudiziari molto diversi, con le persone razzializzate più penalizzate. Senza dimenticare che, per come è conformata la legge in Italia, la condizione giuridica delle persone con background migratorio è di per sé precaria: molti indagati rischiano, infatti, reclusione in CPR ed espulsione coatta dal paese. Il fatto che il 12 giugno entrerà in vigore il nuovo Patto UE Migrazione e Asilo complica sensibilmente l’orizzonte politico. Come abbiamo segnalato anche nell’articolo Milano, 22 settembre: la seconda tornata di un’operazione repressiva, è particolarmente preoccupante anche l’uso di SARI (Sistema Automatico di Riconoscimento delle Immagini), che potrebbe essere esteso nel prossimo futuro, dal momento che l’AI Act e lo stesso Regolamento sulla scansione biometrica alle frontiere del Patto UE Migrazione e Asilo, di fatto, liberalizzano il riconoscimento biometrico per casi di “sicurezza nazionale” e “difesa”. La profilazione razziale da parte delle istituzioni non è un’anomalia in Italia, è strutturale. Le Forze di Polizia a Milano ne danno continuamente ampia dimostrazione: pensiamo al caso dell’orafo Diala Kanté, arrestato durante un controllo con violenza dalle Forze di Polizia, senza alcuna ragione. Pensiamo, anche se i casi sono molto diversi, ad Abderrahim Mansouri, Mohamed Mahmood, Ramy Elgaml e Fares Bouzidi. Senza poter riportare tutti i casi non emersi in superficie. In questo quadro, vanno citati gli arresti di attivisti palestinesi — i più noti Mohamed Hannoun e Mohamed Shahin — a seguito di indagini estremamente viziate: sia da pregiudizi razziali, sia da pressioni internazionali (l’esempio sono le “fonti”, in seguito ritenute inammissibili, “offerte” da Israele nel caso di API). Nonché va evidenziato il ruolo che il giornalismo mainstream ha assunto nella creazione del “nemico pubblico”, dunque nel più ampio processo di criminalizzazione del dissenso e del movimento per la Palestina, in supporto della maggioranza di governo (lo abbiamo approfondito nel primo articolo su questa operazione repressiva).   LA CITTÀ DI MILANO SI È GIÀ MOBILITATA Con l’obiettivo di offrire supporto immediato, attorno alla campagna di solidarietà “Io c’ero” si organizza una rete informale di segreterie legali, che ha preso e prenderà in carico le persone che, non facendo parte di organizzazioni, sono isolate: in gran parte cittadin* razzializzat*. La richiesta è, ovviamente, l’immediata revoca delle misure, nonché una più generale tutela delle persone marginalizzate in questo procedimento. Il concerto “Io c’ero” di questo giovedì 11 giugno in piazza Leonardo da Vinci è un primo momento di tematizzazione: inserito nella campagna di raccolta fondi omonima per la copertura delle spese legali di oltre venti imputat* del processo per gli scontri del 22 settembre, vedrà present* l* artist* PopX, Missinred, Alchemy FM, Bunna, Resistenza Sonora, nonché ospiterà gli interventi dal palco di Dario Salvetti (Collettivo di Fabbrica ex GKN), di Nicola Datena (ASGI e Le Carbet), del collettivo Deriva, di Global Sumud Italia, di Immigrital e di Gaza Freestyle. Appuntamento dalle 16, fino a mezzanotte, con anche diversi banchetti di realtà attive nel boicottaggio (come BDS), nel sociale (ARCI), e nella lotta per i diritti umani (Amnesty). Una momento in continuità con le grandi mobilitazioni del 18 aprile contro l’evento dei Patrioti d’Europa (eurogruppo di estrema destra) Senza Paura. In Europa Padroni a casa nostra, che ha visto oltre trentamila persone in due cortei, per una città migrante e non escludente. Verso un anno di lotta contro il razzismo, strutturale e culturale, che sta sempre più intensificandosi, assieme alla torsione a destra dei governi globali.   Redazione Italia
June 12, 2026
Pressenza