Milano, Villaggio delle Rose: una resistenza urbana tra burocrazia e identitàLa vicenda del Villaggio delle Rose, campo rom attrezzato, al civico 351 di via
Chiesa Rossa a Milano, rappresenta un nodo intricato e simbolico della gestione
dell’abitare marginale nella metropoli contemporanea. Non ci troviamo di fronte
a un’occupazione recente, né a un insediamento spontaneo. Via Chiesa Rossa è un
pezzo di città consolidato da oltre 25 anni, nato da una scelta amministrativa
che oggi, paradossalmente, la stessa amministrazione fatica a riconoscere nella
sua mutata natura sociale e strutturale. Quello che sulla carta viene ancora
catalogato come “campo rom” è diventato un quartiere di fatto: un esperimento di
edilizia autoprodotta e di coesione comunitaria che oggi si scontra con la
macchina burocratica del cosiddetto “superamento dei campi “.
Per comprendere la tensione che si respira tra i vialetti dell’insediamento, è
necessario ripercorrerne la genesi. Alla fine degli anni 90 il Comune assegnò
alla comunità di rom harvati questa area dotata di piazzole con una concessione
che, da regolamento, non prevedeva una scadenza. L’amministrazione forniva il
suolo e le infrastrutture primarie, le famiglie avevano l’autorizzazione a
installare strutture abitative mobili. Con il tempo la natura di queste
strutture è mutata: investendo i risparmi di una vita, i residenti hanno
sostituito roulotte e vecchi moduli con prefabbricati di qualità, strutture in
legno coibentate e abitazioni stabili, dotate di impianti e finiture civili.
Questo investimento privato ha trasformato radicalmente il valore dell’area: il
Villaggio non è più una somma di abitazioni provvisorie, ma un patrimonio
immobiliare interamente finanziato dai cittadini che lo abitano.
Oggi la politica del “superamento dei campi” si abbatte su questa realtà con la
forza di una procedura standardizzata che sembra non ammettere deroghe. La
strategia del Comune si articola in tre fasi: chiusura amministrativa dell’area,
trasferimento delle famiglie in Soluzioni Abitative Temporanee e il successivo
inserimento nelle graduatorie per l’Edilizia Residenziale Pubblica. Questo
percorso potrebbe apparire come un’operazione di welfare virtuosa, un passaggio
verso la legalità abitativa. Per chi vive nel Villaggio, invece, rappresenta lo
smantellamento di una vita intera, un processo che ignora la realtà materiale e
relazionale costruita in un quarto di secolo.
Il conflitto tocca corde politiche e antropologiche. La comunità del Villaggio
delle Rose è organizzata secondo logiche di prossimità e mutuo soccorso che la
vita atomizzata di un condominio popolare distrugge. La cura degli anziani, la
gestione dei minori, la sicurezza e la pulizia del quartiere sono garantite da
una struttura sociale di “famiglia allargata” che ha dimostrato una tenuta
straordinaria nel tempo. La dispersione forzata di questi nuclei in diversi
quartieri della città è una minaccia esistenziale fatta di isolamento sociale,
ostilità dei vicini, perdita di riferimenti culturali e una percezione di nuova
marginalità, invisibile e solitaria.
Per evitare questa fine gli abitanti hanno elaborato una proposta innovativa per
una comunità rom: lasciate le case popolari a chi ne ha bisogno, noi costituiamo
in Chiesa Rossa una cooperativa a proprietà indivisa. Un tentativo audace di
“superare il campo” attraverso l’autonormazione e la responsabilità civile. La
cooperativa prende in gestione l’intera area, regolarizza la posizione giuridica
dei residenti e si assume l’onere della manutenzione e dell’adeguamento degli
impianti. È un modello che ribalta il paradigma dell’assistenzialismo: l’utente
del campo smette di essere un soggetto passivo in attesa di una casa popolare e
diventa un socio attivo, custode del proprio spazio vitale.
La proposta è capace di rispettare il modo tradizionale di abitare della
comunità rom, incentrato sulla famiglia allargata e sulla vita comunitaria ed è
in grado di dare dignità ad un’esperienza di convivenza urbana tra comunità rom
e popolazione locale che spesso risulta difficile.
Vivere in famiglie allargate è un tratto socio-culturale ed economico, un modo
di essere e di abitare che attraversa la storia della minoranza rom e sinta,
costituendone l’ossatura. Questo ha consentito di mantenere viva, in secoli di
persecuzione e segregazione, un’identità culturale fondata su una visione del
mondo, su valori identitari come la lingua e la memoria. Nel Villaggio delle
Rose ne sono testimonianza i bambini, che parlano la lingua madre, il romanès, e
l’italiano, la lingua dell’incontro con la società che li accoglie e il primo
monumento in Italia dedicato al Porrajmos, il genocidio di rom e sinti,
costruito dalla stessa comunità e che ogni anno è il luogo della commemorazione
di chi ha combattuto da partigiano, è stato vittima di persecuzioni, è stato
deportato nei campi di concentramento. La famiglia allargata è il luogo della
trasmissione di questi valori e della solidarietà, della reciprocità, del
confronto e dell’incontro con la società maggioritaria.
Una cooperativa di abitanti (la prima in Italia e forse in Europa), costituita
da famiglie rom e sinti opportunamente affiancate, rappresenta un passaggio
culturale sfidante per la nostra città e per l’intero Paese. Supera il concetto
di “campo” inteso come luogo precario, della segregazione, dell’assistenza
pubblica e della deresponsabilizzazione. Valorizza gli investimenti economici e
sociali che le famiglie hanno effettuato e con la raccolta di nuove risorse
sistema e riorganizza le nuove unità abitative all’interno di un nuova
configurazione con l’obiettivo di dare vita a un ambiente accogliente e
dignitoso. Una volta avviata la realizzazione l’amministrazione non sarà più
tenuta a farsi carico dei costi attuali o comunque di altre tipologie di
risposta abitativa, che comporterebbero ulteriori costi in carico al bilancio
comunale. Mentre si risolve un serio limite delle possibilità economiche delle
famiglie in un situazione drammatica dei costi delle abitazioni, che ha
provocato l’esodo dalla città di 400.000 persone in pochi anni.
La proposta ha portato all’apertura di un tavolo tecnico con tre assessori, ma
il comportamento del Comune appare schizofrenico: da un lato loda l’innovazione
della proposta, dall’altro non arresta la macchina burocratica degli sgomberi,
lasciando le famiglie in un limbo logorante che impedisce ogni pianificazione
futura.
A complicare il quadro poi c’è il nodo dell’inquinamento. Recenti analisi del
suolo hanno evidenziato la presenza di idrocarburi e materiali di riporto a
circa 2 metri di profondità. Questo rischia di diventare la pietra tombale sul
progetto se usato dal Comune come un vincolo. Le origini della contaminazione
sono chiare: quando l’area fu urbanizzata il terreno paludoso venne livellato
con macerie edilizie e scarti industriali. L’inquinamento è l’eredità di una
gestione pubblica del passato. Gli abitanti denunciano il rischio che questa
emergenza venga ora utilizzata come alibi per sradicare la comunità. Chiedono,
invece, che la necessaria bonifica venga integrata in un piano di
riqualificazione che preveda la permanenza dei residenti, magari attraverso
lotti alternati, evitando che la salute del terreno diventi la scusa per
l’espulsione delle persone.
In definitiva, la battaglia di Chiesa Rossa pone interrogativi che riguardano
l’intera città. È ancora possibile un modello di inclusione che non preveda la
distruzione delle identità comunitarie? O la città “inclusiva” è destinata a
essere un luogo dove la regolarità formale conta più della dignità umana e della
storia vissuta? Il Villaggio delle Rose vuole smettere di essere un’eccezione
urbanistica per diventare un esperimento di cittadinanza attiva. Se l’unica
risposta delle istituzioni sarà il decreto di sgombero, Milano non avrà risolto
un problema di degrado, che peraltro non c’è, avrà semplicemente cancellato una
risposta coraggiosa per sostituirla con una nuova forma di disperazione urbana.
Redazione Milano