Commemorare Hiroshima e Nagasaki oggi: presidio alla base militare statunitense di Aviano
IL 6 E IL 9 AGOSTO 1945 L’AERONAUTICA MILITARE STATUNITENSE SGANCIAVA DUE BOMBE
NUCLEARI SU HIROSHIMA E NAGASAKI.
DOMENICA, 9 AGOSTO 2026, IL TAVOLO PER LA PACE DI PORDENONE HA ORGANIZZATO UN
PRESIDIO DI COMMEMORAZIONE DAVANTI ALLA BASE MILITARE STATUNITENSE DI AVIANO.
PUBBLICHIAMO L’INTERVENTO PORTATO DA MIRIA PERICOLOSI E LUCA ALBERTI ARCHETTI
PER L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ.
Miria Pericolosi esordisce affermando che «commemorare è un viaggiare nel tempo
tra passato e presente, un’occasione preziosa per imparare collettivamente».
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, come
molte altre realtà, anche prima della sua nascita, sta “vedendo” i pericoli
della deriva bellicista di questo presente e perciò si avverte una
responsabilità che deriva da questa conoscenza, al punto di essere presenti ad
Aviano per portare questa testimonianza.
Luca Alberti Archetti, in un discorso accorato, ricorda: «Dieci anni fa ero uno
studente universitario in trasferta in Giappone. Ero ospite dell’Università di
Kyoto per un periodo di ricerca di due mesi. Ero là perché pieno di dubbi sulla
strada da intraprendere in questo mondo. Oggi lavoro come matematico e come
docente di scuola media. Non che i dubbi si siano dipanati ma, ripensando ora a
quel periodo, noto invece anche una certa fermezza. Un qualcosa che portò quella
persona che ero a arrivare una mattina, con una biciclettina che era la versione
giapponese della “Graziella”, all’autostrada a est di Kyoto, scavalcare e
posizionarmi all’area di sosta in attesa di un passaggio. Aspettai due ore. Poi,
una coppia mi diede attenzione. Erano le 8.20 di mattina del 6 agosto. Appena
salito in macchina, condivisero con me la loro colazione, una frittata e degli
onigiri, quelle pallette di riso con un ripieno o di tonno cotto o di altre
cose. E poi partimmo. Un solo passaggio fino alla destinazione, più di 350km di
distanza, e loro non parlavano inglese e io non parlavo giapponese, ma
comunicavamo. Ci capivamo. Loro andavano in vacanza, molto più a sud, ma invece
che lasciarmi all’area di sosta decisero di uscire dall’autostrada. Mi offrirono
il pranzo. E mi lasciarono davanti al Museo commemorativo della pace di
Hiroshima. Ce l’avevo fatta. Era il 6 agosto 2016 ed ero a Hiroshima. Il resto
del giorno è stato difficile. Condivido un solo un frammento, che trascrissi su
un mio diario per non dimenticare.
Sotto lo splendore azzurrino
pezzi di pelle cadono.
Nei miei occhi rossi di sangue
il sole è scuro.
Sulla sabbia sottile scappavo
sostenendo le mie gambe tremolanti
con un bastone di bambù.
Una madre con la carne cadente e le ossa esposte,
tra le braccia un bimbo morto,
era piegata sulla strada
vomitando qualcosa di nero.
"Ho caldo, ho caldo, mamma",
gli occhi deformati i vestiti bruciati dai raggi termici
pulendosi la schiuma di sangue,
uno studente di scuola media girava contorcendosi.
Con i capelli ritti e le braccia rivolte al cielo
morto o vivo, uomo o donna,
un volto grigio galleggiava sul fiume.
Nel prosieguo dell’intervento, Miria Pericolosi precisa che l’Osservatorio
contro la militarizzazione delle scuole e delle Università è un’associazione di
scopo che denuncia la penetrazione dei valori bellicisti nei luoghi della
formazione. In Italia e nei vari Paesi europei sempre più presente è una
progettata ingerenza militarista volta alla costruzione di una identità
collettiva nuova e funzionale alla guerra, basata sulla sua normalizzazione e
sull’elogio delle forze armate in contesti scolastici di totale assenza di
contraddittorio.
Essere alla base di Aviano il 9 agosto significa ricordare che nel 1945,
ottantuno anni fa, gli Stati Uniti iniziarono l’era nucleare, lanciando due
bombe atomiche, su Hiroshima e Nagasaki, decidendo di bruciare due centinaia di
migliaia di bambini, donne e uomini, a dimostrazione, come dicono attenti studi
storici, della potenza degli Stati Uniti, della propria capacità di dominio
seminando terrore.
Dopo il 1945 il possesso di armi nucleari divenne priorità per altre potenze
mondiali e da allora siamo entrati nell’era della deterrenza nucleare, in un
«folle equilibrio del terrore in cui il mondo ha vissuto per decenni e vive
tuttora». Un equilibrio che si fonda sul possesso di tecnologie sufficienti ad
essere più veloci nella controffensiva e che oggi, l’uso dell’intelligenza
artificiale, se non regolamentata come richiesto da Organizzazioni
internazionali, rischia di alterare velocizzando le decisioni strategiche,
riducendo il tempo di reazione umana e il margine di errore, costituendo un
possibile rischio di catastrofe nucleare.
È da ricordare, tra parentesi, che i Paesi nucleari NATO si riservano di poter
usare armi atomiche anche in risposta a un attacco convenzionale a sé o ai loro
alleati.
L’Osservatorio segue e denuncia questa costruzione da parte delle istituzioni
della “cultura della difesa”, della “Cultura del Nemico”, dell’insicurezza e
della paura, della logica identitaria, di un mondo chiuso alla diversità,
dell’obbedienza senza coscienza.
In questo momento i governanti sono concordi e uniti sulle politiche di guerra e
sulla rincorsa “all’Europa della difesa”; sono alla ricerca di finanziamenti per
quei settori giudicati prioritari per la futura industria delle armi europea.
Essi giustificano questo preoccupante declino verso la guerra come necessità per
gli Stati europei di fornire maggiori contributi alla sicurezza collettiva,
potenziando le imprese di guerra e la ricerca nel settore della difesa,
essenziale per colmare i divari tecnologici atti ad affrontare, secondo i
vertici militari, le manifatture militari e i vertici della Difesa, il Nemico
prospettato.
In questa deriva guerrafondaia, l’Osservatorio propone l’Obiezione di Coscienza
che deve essere totale e farsi scelta collettiva e in tutti gli ambiti della
società civile:
* nel mondo del lavoro per il diritto di rifiutare la produzione e il trasporto
degli armamenti;
* nella ricerca per il diritto di sottrarsi a progetti “dual-use” o a scopi
bellici;
* in tutta la società come barriera civile contro un sistema che prepara il
Paese allo stato di guerra.
L’Osservatorio invita a mettere in atto azioni di disubbidienza civile contro
tutte le misure adottate dal Governo italiano e dalle altre istituzioni
nazionali ed europee per la militarizzazione della società, incluso il ritorno
alla leva obbligatoria in qualsiasi forma e alla schedatura di massa dei ragazzi
e ragazze. L’invito è quello di seguire quel “ripudio della guerra” espresso
nell’art.11 della Costituzione rifiutando qualsiasi ipotesi di difesa militare e
civile funzionale o complementare alla logica bellica.
Luca Alberti Archetti ricorda, inoltre, che nel 1983, a Comiso, durante la
protesta contro l’installazione di 112 missili nucleari, il fisico pacifista e
nonviolento Giovanni Salio diceva che non è affatto vero che il totalitarismo,
anche estremo come nel caso di Hitler, sia monolitico e invincibile. Anch’esso,
come tutte le forme di potere, si regge sul consenso e sulla collaborazione. Il
progetto di sterminio degli ebrei fallì proprio là dove le tradizioni
democratiche erano più radicate e autentiche e la popolazione e i funzionari non
collaborarono, per cui Luca conclude che «Anche noi oggi con la nostra
collaborazione, stiamo costruendo, come diceva Salio, una gigantesca macchina da
guerra simile a quella prodotta dal popolo tedesco nella seconda guerra
mondiale, che si regge sul nostro consenso, sulla nostra partecipazione
quotidiana».
D’altra parte, però, queste evidenze rivelano che di fronte al problema della
guerra tutti e tutte potrebbero essere obiettori. Salio indicava esplicitamente
una via per costruire un’alternativa. Bisogna partire dalla rottura e dal
ribaltamento di quella partecipazione su cui si basa il consenso che sostiene la
guerra e il riarmo.
Secondo il Capo di stato maggiore della Difesa Luciano Portolano, convocato per
un’audizione in Parlamento il 21 maggio dell’anno scorso, il nostro presente è
di nuovo come quello di Comiso, in piena Guerra Fredda. Portolano dice più o
meno così: «Dall’89 al 2022 facevamo [intendendo come forze armate italiane]
delle operazioni operazioni militari internazionali di “pace”. Mentre ora la
fase è cambiata, ora dobbiamo tornare a fare “deterrenza” e “difesa totale” come
durante la Guerra Fredda».
È nostra responsabilità condividere l’urgenza di affermare che la difesa totale
è la dottrina militare su cui si basano Portolano, l’UE e la NATO. Secondo
questa dottrina, ogni civile, perfino quello pacifista e nonviolento, può
trovare un posto riservato per lui per partecipare alla macchina della guerra.
Per l’Osservatorio, ogni forma di sostegno civile alla guerra va rifiutata: ecco
da dove arriva la proposta dell’obiezione di coscienza totale e collettiva.
Dall’altra parte, vi è una subdola strumentalizzazione dell’idea stessa di
“difesa”. Non basta più volersi “difendere”. In un presente in cui lo Stato
italiano vuole andare alla guerra, l’art. 52 rivela i suoi limiti. Quello che
allora venne scritto come “sacro dovere del cittadino”, e cioè “la difesa della
Patria”, va oggi sostituito con la difesa dell’umanità, “la difesa dell’umanità
contro la guerra“.
È in questa prospettiva che ci siamo ritrovati a Londra il 20 giugno, alla
Conferenza Internazionale contro la Guerra. L’analisi condivisa è che le
Governances occidentali vogliono portare il mondo alla guerra. A Londra si è
manifestata un’unità attraverso la diversità. Come per le manifestazioni contro
l’invasione dell’Iraq nel 2003 e contro il genocidio in Palestina lo scorso
autunno, prendiamo atto del costituirsi di una “opiniona pubblica mondiale” che
dal basso rifiuta la guerra e l’oppressione.
Siamo davanti a un cambio di ordine mondiale, in cui l’Occidente, che per secoli
ha dominato con un potere violento, patriarcale e coloniale, si trova ora a
dover cedere il passo alle “periferie del mondo”. Non lo farà spontaneamente e
la forma del suo rifiuto è la guerra. Quella guerra che uccide, prima dei
vertici, le popolazioni. Sia quelle del Nemico di turno, nemico con la N
maiuscola, sia le “sue”. Perché le guerre di oggi sono fatte di terrorismo di
stato, di stragi di civili.
È così che ci ritroviamo, 81 anni dopo, di nuovo alla prima settimana di agosto
1945, quando si decideva di lanciare una bomba nucleare sulla gente giapponese
anche per fermare la Russia. Si decideva di lanciare una arma nuova, che
corrispondeva necessariamente alla strage, per motivi politici: per poter
mantenere un ordine mondiale a proprio favore.
Tuttavia, ottantuno anni dopo, con Londra, con la Flotilla, con lo sciopero
internazionale dei portuali chiamato per il prossimo 30 ottobre, vediamo il
trasformarsi di quella che era un’opinione pubblica mondiale in quello che
vogliamo essere un “soggetto politico mondiale”: i popoli in solidarietà fra
essi, contro la guerra e contro l’oppressione, vigili e capaci di “difendersi”.
È questo il contributo che dal mondo vogliamo portare qui oggi e nelle nostre
scuole a settembre.
UN’OBIEZIONE TOTALE E COLLETTIVA PER DIFENDERE.
DIFENDERE NON LA PATRIA, MA L’UMANITÀ.
DIFENDERE NON DAL NEMICO, MA DALLA GUERRA.
Miria Pericolosi e Luca Alberti Archetti, Osservatorio contro la
militarizzazione delle scuole e delle università
Per contattarci: osservatorionomili@gmail.com.
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