“Non interferite”: il sangue dei preti sull’altare delle mafie
Alla libreria IoCiSto di Napoli, Don Marcello Cozzi presenta il suo libro sulle
storie dimenticate dei sacerdoti uccisi dalla criminalità organizzata. Con lui
Luigi de Magistris, in un confronto sul valore della memoria, della
testimonianza e della giustizia.
L’ordine è semplice, quasi burocratico. Due parole appena, per una condanna.
Eppure, dentro quelle due parole c’è una storia lunga oltre un secolo. Una
storia fatta di minacce, di sangue, di silenzi costruiti con pazienza e di
memorie che qualcuno ha tentato di cancellare.
Non interferite. Il sangue dei preti sull’altare delle mafie è il titolo del
libro di Don Marcello Cozzi, presentato il 9 giugno nella libreria IoCiSto di
Napoli, luogo che da anni rappresenta uno spazio di confronto culturale e
civile, in un incontro che ha assunto rapidamente il valore di qualcosa di più
di una semplice presentazione editoriale.
Accanto all’autore, Luigi de Magistris, magistrato prima e sindaco poi, uomo che
conosce bene il costo personale che comporta la scelta di non voltarsi
dall’altra parte. A condurre la conversazione, chi scrive.
Il titolo nasce da una frase pronunciata da un collaboratore di giustizia e,
quasi in un inquietante cortocircuito della realtà, dalla stessa frase che Don
Marcello trovò scritta in una lettera che gli fu recapitata, accompagnata da un
proiettile.
Non interferite.
Non interferite è il messaggio che le mafie hanno rivolto per decenni a chiunque
provasse a spezzare il patto del silenzio, l’equilibrio del potere criminale.
Magistrati, giornalisti, amministratori, sindacalisti e sacerdoti, soprattutto
sacerdoti.
Perché il libro di Don Marcello Cozzi racconta una storia che perfino l’Italia
conosce solo in parte: quella dei preti uccisi dalle mafie. Non soltanto i nomi
ormai entrati nella memoria collettiva, come Don Pino Puglisi o Don Peppe Diana,
ma anche decine di figure quasi scomparse dagli archivi pubblici e dalla
coscienza civile del Paese.
L’autore, sacerdote lucano da sempre impegnato sui temi della legalità e della
giustizia sociale, ha raccontato il lungo lavoro che ha preceduto la stesura del
volume. Un lavoro che assomiglia più a una ricerca archeologica che a una
semplice indagine storica.
Archivi dimenticati, documenti dispersi, cronache locali, testimonianze sepolte
dal tempo. Un paziente percorso di ricostruzione che ha consentito di restituire
un volto e una storia a quattordici sacerdoti uccisi dalle mafie nell’arco di
oltre un secolo e mezzo.
Sacerdoti assassinati per aver difeso contadini sfruttati, per aver denunciato
soprusi, per aver ostacolato interessi criminali, per aver semplicemente
interpretato il Vangelo come una chiamata all’azione e non come un rifugio.
Nel corso dell’incontro, l’autore ha più volte richiamato il ruolo della Chiesa
e l’evoluzione della sua coscienza sociale. Un percorso che attraversa più
pontificati e che trova una delle sue radici nell’enciclica Rerum Novarum di
Leone XIII. Da quel momento nasce una figura nuova di sacerdote, il cosiddetto
“prete sociale”, impegnato non soltanto nell’assistenza spirituale ma anche
nella difesa concreta delle persone più fragili.
Molti dei sacerdoti raccontati nel libro appartengono proprio a questa
tradizione.
Uomini che, già nel lontano 1862, avevano compreso come il Vangelo non potesse
limitarsi a una predicazione astratta. Difendere i diritti dei contadini,
contrastare l’usura, promuovere cooperative, denunciare soprusi significava
tradurre il messaggio evangelico nella vita reale.
Una scelta che li ha portati inevitabilmente a entrare in conflitto con i poteri
criminali.
Don Marcello ha ricordato poi la forza delle parole pronunciate da Giovanni
Paolo II nella Valle dei Templi nel 1993. Quel celebre appello ai mafiosi, quel
“convertitevi” gridato davanti al mondo intero, segnò una frattura simbolica
importante nei rapporti tra la Chiesa e le organizzazioni criminali.
Accanto a quella voce si sono poi collocate quelle di Papa Francesco e, più
recentemente, di Papa Leone XIV, richiamati dall’autore come punti di
riferimento di una Chiesa chiamata a uscire da sé stessa, ad abitare le
periferie umane e sociali, a non sottrarsi ai conflitti che nascono dalla difesa
della dignità delle persone.
Ma ben presto il libro è diventato soltanto il punto di partenza per una
riflessione più ampia sul valore della memoria, sul coraggio della testimonianza
e sul prezzo che spesso pagano coloro che decidono di non voltarsi dall’altra
parte.
Molti dei sacerdoti raccontati da Don Marcello non sono stati soltanto
assassinati. Sono stati delegittimati. Infangati. Trasformati in uomini ambigui.
È proprio questo uno degli aspetti più significativi del libro. La mafia uccide
due volte. La prima con le armi. La seconda attraverso l’oblio.
Sulle loro vite sono state fatte circolare insinuazioni, menzogne, sospetti. Se
la vittima perde credibilità, se il suo nome viene associato a dubbi e ombre,
allora anche il suo sacrificio perde forza.
Durante la conversazione è emerso con chiarezza come questo schema non
appartenga soltanto alla storia delle mafie.
Luigi de Magistris ha riconosciuto in quelle pagine una dinamica che conosce
bene. Nel corso della sua attività di magistrato, soprattutto durante alcune
delle più delicate inchieste che lo hanno visto impegnato contro sistemi di
potere radicati, ha sperimentato sulla propria pelle il peso della
delegittimazione.
Non sempre chi dà fastidio viene eliminato fisicamente. Talvolta si tenta di
distruggerne la credibilità. Lo si isola. Lo si ridicolizza. Lo si trasforma nel
problema da combattere.
Le parole di de Magistris hanno stabilito un ponte ideale tra le storie
raccontate nel libro e molte vicende contemporanee.
Cambiano i contesti, cambiano i protagonisti, ma il meccanismo resta
sorprendentemente simile. Colpire chi denuncia. Indebolire chi cerca la verità.
Convincere l’opinione pubblica che sia meglio diffidare di chi pone domande
scomode.
È in questo passaggio che il libro di Don Marcello supera il confine della
ricostruzione storica per diventare uno strumento di lettura del presente.
Forse proprio per questo il libro colpisce così profondamente. Perché racconta
vicende che appaiono quasi incredibili e che invece sono accadute davvero.
Eppure, più delle storie di morte, ciò che resta impresso è la domanda che
attraversa tutte le pagine del volume.
Che cosa significa interferire?
La risposta offerta dall’autore è tanto semplice quanto radicale. Interferire
significa assumersi una responsabilità. Significa rifiutare l’indifferenza.
Significa non accettare che il male diventi un elemento naturale del paesaggio.
I sacerdoti raccontati nel libro hanno interferito perché hanno scelto di vedere
ciò che altri fingevano di non vedere.
Per questo il messaggio contenuto nel titolo non riguarda soltanto le mafie.
Riguarda ciascuno di noi. Perché ogni società produce continuamente il proprio
invito al silenzio. È un richiamo rassicurante, talvolta persino seducente,
terreno fertile per ogni forma di sopraffazione.
In un tempo attraversato da guerre, disuguaglianze crescenti e crisi
democratiche, il tema della pace non può essere separato da quello della
giustizia. La pace non coincide solo con l’assenza di conflitto. Coincide anche
con la capacità di costruire società nelle quali la dignità umana venga difesa e
la verità non venga sacrificata alla convenienza.
Alla luce di tutto ciò, il lavoro di memoria compiuto da Don Marcello Cozzi
assume un significato che va oltre il contesto. Restituire un nome a chi è stato
cancellato, riportare alla luce vite che qualcuno avrebbe voluto sepolte per
sempre, significa opporsi alla violenza nel suo esito più estremo, quello che
non si accontenta di uccidere una persona ma pretende di cancellarne perfino il
ricordo.
Alla fine dell’incontro, più che le risposte, sono rimaste le domande.
E forse è questo il risultato migliore che un libro possa ottenere.
Costringerci a scegliere da che parte stare.
Se dalla parte di chi chiede silenzio, o dalla parte di chi continua,
ostinatamente, a interferire.
Federica Flocco