Il governo Meloni imbarca il Paese in una nuova avventura nucleare, contro il futuro e contro la democrazia
► L’approvazione da parte di un ramo del Parlamento della legge sul ritorno del
nucleare, fortemente voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni, rappresenta
una delle scelte più controverse e paradossali della politica energetica
italiana degli ultimi decenni. Paradossale perché arriva nel momento in cui il
mondo sta accelerando la transizione verso le energie rinnovabili e verso
sistemi energetici distribuiti, intelligenti e sempre più competitivi dal punto
di vista economico. Controversa perché interviene ignorando non solo i limiti
tecnologici e industriali delle nuove opzioni nucleari, ma anche una precisa
volontà popolare espressa per ben due volte attraverso lo strumento
referendario.
> UNA TECNOLOGIA CHE CONTINUA A INSEGUIRE IL FUTURO SENZA RAGGIUNGERLO
La narrazione governativa si fonda sull’idea che il nucleare di nuova
generazione rappresenti una soluzione moderna, sicura ed economicamente
sostenibile. La realtà è molto diversa. Le principali analisi internazionali
mostrano che i tempi medi di realizzazione delle nuove centrali nucleari
superano abbondantemente il decennio e spesso si avvicinano ai vent’anni se si
considerano progettazione, autorizzazioni, costruzione, collaudi e connessione
alla rete. A ciò si aggiungono costi di investimento estremamente elevati,
frequentemente soggetti a ritardi e sforamenti finanziari di miliardi di euro.
Anche i più avanzati reattori di terza generazione hanno accumulato ritardi
significativi e costi molto superiori alle stime iniziali. Le esperienze europee
e statunitensi mostrano una costante difficoltà nel rispettare tempi e budget.
Ancora più incerta appare la prospettiva dei reattori di quarta generazione che,
nonostante oltre vent’anni di ricerca e sviluppo, non hanno ancora superato la
fase dei prototipi.
Particolarmente emblematico è il caso degli Small Modular Reactors (Smr), i
piccoli reattori modulari che il governo presenta come la soluzione tecnologica
del futuro. In realtà, ad oggi, non esistono in Occidente impianti commerciali
operativi in grado di dimostrarne la sostenibilità economica su larga scala. I
principali progetti sono basati su tecnologie ad acqua pressurizzata già note da
decenni e diversi programmi hanno registrato incrementi dei costi tali da
determinarne il ridimensionamento o la cancellazione. L’idea che gli Smr possano
garantire in tempi rapidi una quota significativa del fabbisogno elettrico
italiano appare quindi più una promessa politica che una prospettiva industriale
concreta. A ciò si aggiunge un elemento raramente discusso: diversi studi
evidenziano come gli Smr possano produrre, a parità di energia generata,
quantità di rifiuti radioattivi superiori rispetto ai grandi reattori
tradizionali, a causa di una minore efficienza nell’utilizzo del combustibile e
della necessità di moltiplicare il numero delle unità operative.
GIORGIA MELONI E GILBERTO PICHETTO FRATIN DURANTE IL DIBATTITO ALLA CAMERA SUL
NUCLEARE
CENTRALISMO ENERGETICO E CONFLITTO ISTITUZIONALE
La legge introduce inoltre procedure autorizzative fortemente centralizzate che
riducono il ruolo delle Regioni e degli enti territoriali. Si tratta di una
scelta problematica non soltanto sul piano politico ma anche su quello
costituzionale. Gli impianti nucleari incidono profondamente sul territorio,
sull’ambiente, sulla pianificazione urbanistica e sulla sicurezza delle comunità
locali. Per questa ragione la giurisprudenza costituzionale ha più volte
richiamato il principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni nelle
decisioni relative alle infrastrutture strategiche. Ignorare questo principio
significa aprire un inevitabile terreno di conflitto istituzionale. La
contraddizione appare ancora più evidente se si considera che nessuna Regione
italiana ha mai accettato di indicare un sito destinato ad accogliere il
deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Dopo decenni, il nostro Paese non è
ancora riuscito a individuare una soluzione condivisa per le scorie prodotte in
passato. Pensare di rilanciare una nuova stagione nucleare senza aver risolto
questo problema appare quantomeno avventato.
L’OCCASIONE PERDUTA DELLA TRANSIZIONE ENERGETICA
Nel 2007 il Consiglio europeo fissò gli obiettivi “20-20-20”: ridurre del 20% le
emissioni climalteranti, portare al 20% la quota di energia da fonti rinnovabili
e migliorare del 20% l’efficienza energetica entro il 2020. Quegli obiettivi
sono stati raggiunti e superati dall’Unione Europea. La differenza l’hanno fatta
i Paesi che hanno interpretato la transizione energetica come una politica
industriale e non soltanto come una politica ambientale. Germania, Spagna e
Danimarca hanno investito nella ricerca, nella manifattura e nelle filiere
produttive del fotovoltaico e dell’eolico, creando occupazione qualificata,
innovazione tecnologica e leadership internazionale.
DEPOSITI DI SCORIE NUCLEARI SPARSI IN ITALIA
L’ITALIA HA SCELTO UNA STRADA DIVERSA
Mentre altri costruivano un’industria delle rinnovabili, il nostro Paese
continuava periodicamente a inseguire il ritorno al nucleare, rinunciando a
costruire una strategia industriale nazionale nelle tecnologie pulite. Così, pur
disponendo di alcune delle migliori condizioni climatiche d’Europa per la
produzione solare, siamo diventati soprattutto un mercato per produttori
stranieri di pannelli, turbine, inverter e componentistica. Negli ultimi anni la
crescita delle rinnovabili è stata comunque rilevante. Il fotovoltaico e
l’eolico hanno raggiunto livelli record di installazione e contribuiscono in
misura crescente alla produzione elettrica nazionale. Tuttavia, il valore
industriale di questa crescita viene in larga misura catturato da altri Paesi
che hanno saputo investire per tempo nelle filiere produttive.
UN RITORNO AL PASSATO MENTRE IL MONDO CAMBIA
La vera contraddizione della legge sul nucleare è temporale. Le energie
rinnovabili sono oggi tecnologie mature, economicamente competitive e
rapidamente installabili. Fotovoltaico, eolico, accumuli elettrochimici, reti
intelligenti e comunità energetiche possono aumentare significativamente la
produzione nazionale nell’arco di pochi anni. Una centrale nucleare, invece,
produrrebbe energia non prima della metà degli anni Quaranta. In altre parole,
mentre la crisi climatica richiede interventi immediati e il sistema energetico
globale evolve rapidamente, l’Italia sceglie di concentrare risorse economiche,
attenzione politica e capacità amministrativa su una tecnologia che, nella
migliore delle ipotesi, arriverebbe quando il quadro energetico sarà già
radicalmente cambiato. È difficile non vedere in questa scelta la prosecuzione
di uno storico “strabismo energetico” italiano: da un lato si proclamano gli
obiettivi della decarbonizzazione; dall’altro si continua a privilegiare modelli
centralizzati e ad alta intensità di capitale, più coerenti con gli interessi
consolidati dei grandi operatori energetici (Eni e Enel) che con le esigenze
della transizione ecologica.
LA MOBILITAZIONE DEL 2011 CHE SFOCIÒ CON LA VITTORIA DEL NO AL NUCLEARE VOLUTO
DA BERLUSCONI NEL SECONDO REFERENDUM DOPO QUELLO DELLA FINE DEGLI ANNI OTTANTA
SEGUITO ALL’INCIDENTE NELLA CENTRALE DI CHERNOBYL
> CONTRO DUE REFERENDUM, CONTRO LA
> MEMORIA DEMOCRATICA DEL PAESE
Vi è però un aspetto ancora più grave. I referendum del 1987 e del 2011 non
rappresentano soltanto due consultazioni popolari. Costituiscono due
pronunciamenti inequivocabili della sovranità popolare sul medesimo tema. A
distanza di anni, milioni di cittadine e cittadini italiani hanno espresso la
stessa volontà: il rifiuto dell’opzione nucleare. Ignorare questo dato significa
indebolire il rapporto di fiducia tra istituzioni e democrazia. E allora
permettetemi di dirlo con le parole che probabilmente avrebbero scelto insieme
Gianni Mattioli e Massimo Scalia, due protagonisti straordinari della battaglia
ambientalista italiana.
Questo Parlamento ha appena approvato una legge che tenta di reintrodurre il
nucleare nel nostro Paese. Una legge che passa sopra non uno ma due referendum
popolari. Due mandati espliciti espressi dalla sovranità del popolo italiano. Un
fatto senza precedenti nella storia repubblicana.
Non è soltanto una questione energetica. È una questione democratica. La domanda
fondamentale resta sempre la stessa: chi decide? Il popolo quando si esprime con
chiarezza o chi governa quando ritiene di sapere meglio? Se Gianni Mattioli e
Massimo Scalia fossero oggi tra noi, probabilmente risponderebbero con la
semplicità e la determinazione che li hanno sempre contraddistinti:
> SI TORNA NELLE PIAZZE, SI RACCOLGONO LE FIRME, SI COSTRUISCE UN NUOVO
> REFERENDUM.
Perché la democrazia non vive soltanto nel momento del voto. Vive nella capacità
dei cittadini di difendere la propria sovranità quando qualcuno tenta di
svuotarla dall’interno. Il movimento antinucleare italiano ha già vinto due
volte. Può vincere ancora. E forse, oggi più che mai, deve farlo.
Aurelio Angelini