Il precariato come arma di censura: il caso Nunziati e la libertà di stampa sotto attacco
“Il precariato è una spada di Damocle: ti toglie libertà, tutele, qualità del
lavoro. La libertà di stampa non è minacciata solo dalle intimidazioni dirette,
ma dall’agonia economica.” Con queste parole Gabriele Nunziati ha aperto la
giornata davanti al Tribunale del Lavoro di Roma, dove si è svolto il presidio
in sua solidarietà.
Una frase che non descrive solo la sua vicenda, ma l’intero sistema che oggi
governa il lavoro giornalistico in Italia. Una sola domanda rivolta alla
Commissione Europea sulle responsabilità di Israele nella ricostruzione della
Striscia di Gaza è bastata per farlo licenziare da Agenzia Nova, che ha
interrotto un rapporto di collaborazione già precario. Un gesto che rivela la
natura disciplinare del precariato: se puoi essere allontanato in un attimo,
senza tutele, la libertà di stampa diventa un’astrazione. Dopo l’udienza,
rinviata al 23 giugno, Nunziati ha ricordato che senza il sostegno di Stampa
Romana non avrebbe potuto permettersi un’azione legale, denunciando la natura
classista dell’accesso alla giustizia: chi ha risorse si difende, chi non le ha
viene schiacciato. Il suo caso è diventato un simbolo internazionale, con
messaggi di solidarietà arrivati da tutta Europa, dal Messico, dal Cile, a
dimostrazione che questa vicenda ha toccato un nervo scoperto della professione.
Per la Rete #NOBAVAGLIO, tra i promotori della mobilitazione, il caso Nunziati
“è la fotografia di un sistema che punisce chi fa domande”, ricordando che “il
precariato è oggi la forma più diffusa e più efficace di censura indiretta”. Non
servono minacce, non servono querele temerarie: “Basta la paura di perdere il
lavoro. Quando il lavoro è instabile, la domanda scomoda diventa un rischio
personale. E quando la domanda scomoda scompare, scompare anche il giornalismo”.
In piazza presenti oltre alla Rete #NOBAVAGLIO Amnesty International Italia,
Stampa Romana, Articolo 21, Fnsi, Usigrai, il Centro di Giornalismo Permanente,
l’Ordine dei Giornalisti, attivisti e decine di colleghi e colleghe. Tra loro
anche giornalisti come Nico Piro, Nello Trocchia e Daniele Piervincenzi.
Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha dichiarato: “In
gioco c’è la libertà di stampa in Italia, la possibilità di fare domande, anche
scomode. La domanda di Nunziati era legittima: chiamava in causa i doppi
standard dell’Ue. Fare domande è parte della professione giornalistica, non solo
prendere appunti”.
Carlo Bartoli, presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, ha definito il
licenziamento “paradossale e ingiusto”: “Porre domande è il fondamento della
professione giornalistica. Porre domande scomode lo è ancora di più. A Nunziati
ribadiamo piena solidarietà.”
Stefano Ferrante, segretario di Stampa Romana, ha ribadito: “Stampa Romana è
moralmente e materialmente con Nunziati. Questa è una battaglia per l’autonomia
dei giornalisti, per la libertà di informazione, per la tutela dei freelance.
Difendere diritti e retribuzioni dignitose significa difendere la democrazia”.
Il caso Nunziati non è un incidente isolato: è la punta dell’iceberg di un
sistema che usa la precarietà come strumento disciplinare. Il messaggio è
chiaro: se fai domande scomode, puoi essere allontanato. Questa battaglia non è
solo legale: è politica, sindacale, culturale. È la battaglia per affermare che
la libertà di stampa si difende nelle piazze, nei tribunali, nei luoghi di
lavoro, e che non può esistere libertà di informazione senza dignità del lavoro
giornalistico. L’udienza è stata rinviata al 23 giugno, ma la mobilitazione
continua: la Rete #NOBAVAGLIO resterà al fianco di Nunziati e di tutti i
giornalisti colpiti da forme di censura diretta o indiretta, perché la libertà
di stampa non è un ornamento democratico, ma un terreno di lotta quotidiana.
Per questo la mobilitazione continua.
Rete #NOBAVAGLIO