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La morte di Lassoued Dhoui a Palazzo San Gervasio: il sistema CPR continua ad uccidere
Yasmine Accardo e Francesca Viviani, dell’Assemblea Lucana No CPR, raccontano le ore successive alla morte del giovane tunisino di trent’anni nel CPR di Palazzo San Gervasio: le condizioni della struttura, le richieste di aiuto dall’interno, gli interventi delle forze dell’ordine e le proteste dei trattenuti. L’Assemblea è rimasta sul posto per circa dodici ore, mantenendo attraverso il telefono SOS un contatto continuo con le persone all’interno e garantendo, per quanto possibile, il diritto di difesa. «I CPR vanno chiusi» DA ANNI DENUNCIATE LE CONDIZIONI DEL CPR DI PALAZZO SAN GERVASIO. COSA È ACCADUTO L’11 AGOSTO? Da molto tempo, come attivisti e attiviste dell’Assemblea Lucana No CPR, denunciamo la mancanza di assistenza sanitaria, la presenza di persone in condizioni di grave fragilità che non dovrebbero essere trattenute e le carenze igienico-sanitarie della struttura. Denunciamo anche le condizioni dei moduli e il caldo (gestito da “Officine sociali” con solo 4 litri di acqua potabile al giorno) che in questo ultimo periodo ha ulteriormente esasperato una situazione già critica. Ieri è morto all’interno del CPR un cittadino tunisino di trent’anni, una persona che, secondo le certificazioni mediche, non era idonea al trattenimento. Per noi è un morto di Stato, ancora una volta nelle mani di un sistema che uccide, umilia e devasta le persone che vi vengono rinchiuse. Da anni chiediamo la definitiva chiusura di questi luoghi di umiliazione, devastazione e patogeni. COSA SAPETE DELLE CIRCOSTANZE DELLA MORTE? Il giovane non era idoneo alla vita in comunità ristretta per gravi problemi psichiatrici. La sua insofferenza al trattenimento era motivo di scherno da parte delle forze dell’ordine. I detenuti con cui siamo in contatto ce lo hanno segnalato come persona costantemente bisognosa di aiuto e attenzioni e che male aveva accolto la notizia della convalida del trattenimento di 90 giorni, conseguenza dell’udienza innanzi al giudice di pace di Melfi della mattina della morte. Molti dei detenuti hanno assistito alla morte di Lassoued e ci dicono che “hanno ancora il suo sangue negli occhi” e che hanno deciso di ribellarsi alla violenza del CPR. Per noi, è il “sistema CPR” che ha portato alla morte di questa persona che, tra l’altro, sappiamo non sopportasse di vivere in una gabbia, di stare in un modulo di cemento. Dormiva su un materasso nell’unico spazio comune del centro: una lastra di cemento circondata da alte sbarre d’acciaio. Anche questo racconta le condizioni in cui si trovano le persone trattenute. In una giornata di forti tensioni, di confusione e difficoltà nella gestione del centro tra le forze dell’ordine (adibite alla tutela dell’ordine pubblico all’interno del CPR) e l’Ente Gestore, Lassoued, probabilmente durante un tentativo di contenzione del suo giusto malessere, chiuso in una gabbia, pur di sottrarsi ad una ulteriore limitazione della sua libertà, non ha potuto fare altro che cercare scampo arrampicandosi sul tetto della gabbia, da dove è precipitato. non si voleva uccidere: ci sentiamo di dirlo perché lo abbiamo guardato negli occhi poche ore prima che morisse. Aveva le “carte in mano” per essere liberato, lo voleva. Lo gridava, lo reclamava: chiedeva di essere liberato. Voleva uscire, vivo, non nel carro funebre: perché così si esce dal CPR di Palazzo san Gervasio con la gestione di Officine Sociali! COSA È SUCCESSO DOPO LA MORTE? La morte è avvenuta davanti agli occhi delle altre persone trattenute che nell’immediato hanno iniziato a protestare contro tutto il sistema, tra l’altro preoccupate che potessero morire anche loro. Il fumo degli incendi, la contenzione delle forze dell’ordine, la rabbia, il caldo estremo hanno causato malori tra i trattenuti che ci chiedevano di chiamare le ambulanze. A., trattenuto nonostante una resezione epatica e che quindi non dovrebbe essere trattenuto in quella struttura, ha avuto una crisi respiratoria.  Un’altra persona è stata portata in ospedale dopo aver ingerito dei detersivi. Un’altra aveva ingerito vetro.«Non è un episodio critico, non è un’eccezione, è un morto conseguenza di un sistema». Mentre entravano forze dell’ordine, sono stati utilizzati gli idranti per spegnere gli incendi; la Guardia di Finanza è entrata nei moduli per arrestare chi protestava. Quello che abbiamo visto è una violenza sistemica che diventa violenza concreta sui corpi delle persone, soprattutto dopo una morte che, per noi, è il prodotto delle condizioni patogene di quel luogo. VOI SIETE RIMASTI FUORI DAL CPR PER MOLTE ORE. COSA AVETE VISTO? Siamo rimasti sul posto per circa dodici ore, tra ambulanze, Guardia di Finanza e Polizia. Siamo rimasti in contatto continuo con le persone trattenute attraverso il telefono SOS, anche per garantire il diritto di difesa, che non sempre viene adeguatamente assicurato. Nei giorni precedenti, per esempio, ad alcuni avvocati che dovevano svolgere colloqui difensivi non era stato consentito di accedere, con la motivazione di dover garantire l’ordine pubblico. Abbiamo avvisato parlamentari e la Garante provinciale, che è arrivata sul posto ma non è entrata nel CPR. Ha raccolto soltanto le dichiarazioni del prefetto vicario. La Garante, quindi, non ha verificato le condizioni delle persone trattenute. QUAL È LA SITUAZIONE IN QUESTE ORE? Le persone che abbiamo sentito avevano ancora negli occhi il sangue del giovane morto. C’è la sensazione costante di trovarsi dentro qualcosa che uccide, se non fisicamente, almeno dentro. Continuiamo a ricevere richieste di aiuto e notizie di persone devastate. Gli atti di autolesionismo all’interno del CPR sono all’ordine del giorno. Parliamo di persone a cui vengono continuamente somministrati psicofarmaci e che non dovrebbero essere lì. Per questo chiediamo anche attenzione per le persone che, oltre a subire queste violenze quotidiane, hanno assistito alla morte, e supporto per la famiglia del ragazzo. COSA CHIEDETE ADESSO? Chiediamo che questa ennesima vicenda non cada nel vuoto. Nei prossimi giorni, insieme alle altre realtà locali, torneremo a presidiare e batterci accanto alle persone trattenute. Abbiamo chiesto la presenza di parlamentari, soprattutto per garantire alle persone la possibilità di essere ascoltate e per portare fuori da quelle mura ciò che sta accadendo, per non far cadere questa ennesima vicenda nell’oblio. La morte di questo giovane tunisino non arriva per caso. È il frutto di un sistema di repressione e di annichilimento delle persone che vengono rinchiuse nei CPR. Per questo, insieme all’Assemblea Lucana No CPR, chiediamo Verità per Oussama, Lassoued e tutti i morti di CPR e delle necropolitiche di frontiera e continueremo a chiedere una cosa sola: la chiusura definitiva dei CPR. Redazione Italia
August 15, 2026
Pressenza
Un rapporto e un appello delle associazioni contro l’apertura di un CPR in Toscana
In programma l’11 giugno a Firenze un evento pubblico per discuterne, alla luce del monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione sui Centri di Permanenza e Rimpatrio in Italia realizzato nel 2025. Il dibattito è promosso da Arci Toscana, Asgi Toscana, CGIL Toscana, COSPE, Florence Must Act, Iparticipate, MEDU, Migrantes Toscana e OXFAM Italia, che hanno anche lanciato un appello aperto alla sottoscrizione della società civile e della cittadinanza. Firenze, 9 giugno 2026 – I Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) rappresentano spazi di sospensione dei diritti fondamentali delle persone migranti, che si trovano a dover affrontare condizioni sistematiche di isolamento, violenza, degrado materiale, sofferenza fisica e psichica. Inoltre, la loro inefficienza nell’esecuzione degli ordini di rimpatrio, scopo a cui sarebbero preposti, è clamorosamente evidente. È quanto emerge dal secondo Rapporto di monitoraggio dei CPR del Tavolo Asilo e Immigrazione, realizzato nel corso del 2025, che sarà presentato l’11 giugno a Firenze nel corso dell’incontro promosso da Arci Toscana, Asgi Toscana, CGIL Toscana, COSPE, Florence Must Act, Iparticipate, MEDU, Migrantes Toscana e OXFAM Italia. Un dossier che restituisce la fotografia di un sistema strutturalmente incompatibile con i principi dello Stato di diritto e totalmente disfunzionale. Per questo motivo le associazioni promotrici hanno deciso di rilanciare, in concomitanza con la presentazione del report, un appello alla Regione Toscana perché assuma una netta presa di posizione contro l’apertura di un CPR sul territorio regionale, ipotizzato dal Governo.  Un appello che ha già raccolto numerose adesioni e che sarà aperto alla sottoscrizione di tutta la società civile toscana e di tutti i cittadini e le cittadine. “Non è un caso che questo rapporto venga presentato a Firenze proprio in questo periodo – sottolineano le organizzazioni promotrici – quando si sono riaccese le polemiche circa la volontà del governo di realizzare un CPR a Pallerone, nei pressi di Aulla Lunigiana, così come dichiarato dal Ministro dell’Interno Piantedosi in più occasioni. Vogliamo ribadire con forza che la società civile è assolutamente contraria sia alla realizzazione di un CPR nel territorio toscano, che al mantenimento delle dieci strutture attualmente aperte sul territorio nazionale. I contenuti del rapporto del Tavolo Asilo e Immigrazione non lasciano dubbi circa la necessità di chiudere quanto prima l’esperienza della detenzione amministrativa – che avviene, cioè, in assenza di reato – nel nostro Paese”.   Il programma dell’incontro di giovedì 11 GIUGNO a Firenze L’incontro di giovedì 11, ad ingresso libero, si terrà dalle ore 17.30 presso la sede Arci di piazza dei Ciompi 11 a Firenze, e vedrà la partecipazione di membri delle delegazioni del Tavolo Asilo e Immigrazione che hanno effettuato gli accessi ai CPR sul territorio nazionale, di associazioni del territorio impegnate contro l’aperura di un CPR nella nostra regione e di esponenti delle istituzioni nazionali e locali, come la Deputata del Partito Democratico Rachele Scarpa e l’Assessora Regionale, Alessandra Nardini. La denuncia nel report del Tavolo Asilo e Immigrazione La fotografia restituita nel dossier parte dalle visite effettuate nel corso del 2025 dalle delegazioni delle associazioni che compongono il Tavolo Asilo e Immigrazione, assieme a parlamentari ed europarlamentari, in dieci CPR sul territorio nazionale: Bari-Palese, Brindisi-Restinco, Caltanissetta-Pian del Lago, Gradisca d’Isonzo (GO), Macomer (NU), Milano-Via Corelli, Palazzo San Gervasio (PZ), Roma-Ponte Galeria, Torino-Corso Brunelleschi, Trapani-Milo. Un’analisi da cui emerge come i CPR siano vere e proprie “istituzioni totali”, per richiamarsi alla tradizione critica inaugurata da Franco Basaglia contro i manicomi: luoghi chiusi, opachi e segreganti, che sottraggono le persone allo spazio pubblico e allo sguardo della comunità e usano la privazione della libertà come pratica di gestione di fenomeni sociali. Proprio partendo dal parallelo con le istituzioni manicomiali, il report mostra come nei CPR italiani il diritto alla salute, in particolare, sia formalmente riconosciuto ma sistematicamente compromesso nella pratica. Si registrano ritardi nell’accesso alle cure, difficoltà nella continuità terapeutica e carenze nel coordinamento con i servizi territoriali. La detenzione amministrativa è poi associata a un aumento significativo di disturbi ansiosi, depressivi e post-traumatici, ed è stato ovunque riscontrato un uso improprio e massiccio di psicofarmaci, spesso impiegati come strumento di contenimento piuttosto che di cura. Il Rapporto documenta anche numerosi eventi critici, tra cui atti di autolesionismo, tentativi di suicidio e crisi psichiatriche acute. Critiche anche le condizioni materiali di vita all’interno dei CPR. Il monitoraggio documenta spazi sovraffollati o degradati, carenze igienico-sanitarie, ambienti inadeguati alle esigenze climatiche, assenza di aree comuni funzionali e lunghi periodi di inattività forzata. La vita quotidiana è segnata da isolamento, mancanza di attività strutturate e compressione sistematica dell’autonomia personale. Il dossier evidenzia inoltre gravi limitazioni nell’accesso effettivo alla tutela legale, che è invece un diritto fondamentale delle persone private della libertà personale. Le persone trattenute incontrano difficoltà nell’incontrare i propri legali, nell’ottenere informazioni chiare sui procedimenti che li interessano e nell’esercitare in modo consapevole il diritto di difesa. In molti casi, l’informazione giuridica risulta frammentaria, tardiva o affidata a strumenti standardizzati che non garantiscono una reale comprensione della propria situazione. Evidente è inoltre il fallimento sugli obiettivi dichiarati. A fronte dell’aumento della capacità detentiva e dell’estensione dei tempi di trattenimento, l’efficacia dei rimpatri è progressivamente diminuita. Se si guarda al totale dei provvedimenti di allontanamento, il peso dei CPR resta marginale: nel periodo 2011–2024 la quota media dei rimpatri realizzati tramite detenzione si ferma al 9,9%. Nel 2024 il dato è pari al 10,4%, in lieve calo rispetto all’anno precedente.  Ne emerge quindi un sistema che assorbe risorse pubbliche crescenti senza produrre risultati proporzionati, ledendo al tempo stesso in modo gravissimo i diritti fondamentali delle persone trattenute. Il rapporto colloca poi l’esperienza nazionale dei Centri per il Rimpatrio, che adesso potrebbe trovare attuazione anche in Toscana, in una traiettoria europea più ampia. La Toscana non diventi un laboratorio per sperimentare le nuove politiche anti-immigrazione del Governo. “Il prossimo 12 giugno entra formalmente in vigore il Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo, e a brevissimo è atteso il nuovo Regolamento Rimpatri – concludono le associazioni promotrici dell’appello – Queste norme distruggeranno il diritto di asilo come lo conosciamo finora, e trasformeranno la detenzione amministrativa da misura eccezionale a strumento di gestione ordinaria delle politiche migratorie. Respingiamo l’idea che la nostra regione sia un nuovo terreno di sperimentazione di norme che riteniamo contrarie al diritto internazionale e alla tutela dei diritti umani. La posizione del Tavolo Asilo e Immigrazione è la nostra, i CPR non sono riformabili, perché fondati su una logica di segregazione incompatibile con i diritti umani. Chiediamo quindi l’esclusione definitiva della detenzione amministrativa dalle politiche migratorie, l’adozione di alternative non detentive e un cambio strutturale di paradigma basato su accoglienza, inclusione e rispetto della dignità umana”. Redazione Toscana
June 9, 2026
Pressenza