Jesi, platea di adulti fischia un sedicenne della Rete degli studenti medi
“Decine di adulti che fischiano un sedicenne (qui il video, ndr) e poi lo
accusano di essere un attore: grande esempio di spessore morale e maturità.
Ironico pensare che queste persone sono le stesse che pretendono di essere un
modello dal quale dovremmo imparare.” Si conclude così il comunicato stampa
della Rete degli Studenti Medi di Jesi, nelle Marche.
Luca Casarini qualche tempo fa scriveva: “Unico metro di misura a cui mi affido
ormai, guardare gli occhi di chi ho davanti, consapevole che siete un mondo
nuovo anche rispetto al mondo nuovo che eravamo noi. Se uno diventa vecchio,
l’ho capito, ha il privilegio di poter imparare da quelli che vengono dopo, e
non il contrario. Può raccontare di un tempo antico, ma non insegnarlo. Può
sentire l’amore, la freschezza, se ha la fortuna di essere invecchiato libero,
ma non può dirvi cosa dovete fare”.
Ma gli adulti che hanno fischiato quel ragazzo non vogliono mettersi in
discussione con il mondo nuovo che assieme ai suoi coetanei rappresenta.
Giovedì 4 giugno presso una sala pubblica della città si è tenuta un’assemblea
promossa dal “Comitato Cittadini di Jesi”, sul progetto della Giunta di
restyling di un’importante e storica arteria stradale cittadina. Un progetto
fortemente contrastato da alcuni imprenditori locali, da quanti hanno lungo la
strada attività economiche, da partiti e liste civiche di opposizione.
Non è il merito della questione a fare notizia, ma quello che è accaduto fuori
dalla sala e durante lo svolgimento dell’assemblea e che esula completamente da
dinamiche di appartenenze e sensibilità politiche.
Con la giustificazione della capienza massima della sala, i promotori hanno
fatto una sorta di bagarinaggio non oneroso, distribuendo discrezionalmente dei
ticket di accesso a partiti e liste di opposizione e stakeholder contrari al
progetto. Questo ha fatto sì che molte persone che volevano partecipare
all’assemblea pubblica siano state lasciate fuori dalla sala. Tra queste una
rappresentanza della Rete degli Studenti Medi cittadina, che sostiene il
progetto del Comune.
“Mi sono ritrovata una porta sbattuta in faccia” racconta una ragazza. “La mia
sensazione, assieme a tanti altri là fuori con me (con opinioni tutte differenti
sul tema), è stata quella di venire tagliata fuori dalla comunità, come se non
avessi il diritto di partecipare e assistere alla discussione allo stesso modo
di chi era all’interno della sala.”
Solo un loro portavoce è stato fatto entrare perché potesse intervenire. E
quando lo ha fatto, è stato interrotto dai fischi e dalle urla di una “turba” di
adulti presenti in sala e si è visto costretto a smettere di leggere
l’intervento preparato collegialmente con gli altri giovani dell’organizzazione.
“Il ragazzo sedicenne” specifica il comunicato stampa “è stato scelto
casualmente per leggerlo, dal momento che a gran parte delle ragazze e dei
ragazzi lì presenti non era stato concesso di entrare e prendere parte
all’assemblea”.
Ma la “turba” gerontocratica, che il mattino dopo si è spostata dalle sedie
della sala alle tastiere dei social, ha proseguito nel gettare addosso a lui lo
stigma: “E’ un pupazzo”, “Gli hanno messo in mano il discorso scritto da quelli
del partito”, “Un attore indottrinato che ha recitato la parte”.
Qualcun altro ha ritenuto di doversi scusare pubblicamente, essendosi accorto
che quel ragazzo è un compagno di scuola del figlio, ma non riconoscendogli
comunque l’autonomia di azione e pensiero politico. La toppa, come si dice, è
risultata peggiore del buco.
Bullizzato con le parole il sedicenne, invece gli applausi più scroscianti sono
stati riservati ad uno stakeholder ultracinquantenne, il cui intervento ha
focalizzato quale debba essere l’obiettivo prioritario nell’amministrare una
città: rattoppare tutte le buche stradali. Visione politica questa che ha
risvegliato l’ardore civico della matura platea dell’assemblea.
Ma questo mondo adulto, buona parte del quale soggetto al fenomeno
dell’analfabetismo di ritorno (basta leggere i commenti sui social), non solo
ignora, ma neanche è in grado di concepire quali siano le dinamiche orizzontali
dei collettivi giovanili, senza gerarchie verticali e non sa che un testo letto
è il frutto di un lavoro comunitario di ascolto ed elaborazione.
Lo squadrismo sonoro di cui è stato fatto oggetto un cittadino di sedici anni
che voleva (avendone tra l’altro pieno diritto) semplicemente portare un
contributo ad una discussione, va ben al di là della questione di merito e
rispolvera il tema del mito di Crono. Generazioni di adulte dopati dall’ego,
imprigionati dal proprio potere e spaventati dalla morte, che scelgono di
‘divorare’ i propri figli.
Quelle generazioni, che per avidità, accumulo e consumo sfrenato si sono
‘mangiate’ il pianeta, lasciando i più giovani a subire nei prossimi anni le
devastanti conseguenze della catastrofe eco-climatica. Adulti per i quali in una
città la priorità è il numero dei parcheggi lungo una strada, ma non se verranno
attivate oasi climatiche per le prossime estati.
Come può essere “desiderabile” per un giovane una città in cui le classi
dirigenti si occupano delle misure degli stalli auto, ma non delle ricadute
locali (economiche, sociali, urbanistiche sanitarie) del surriscaldamento
globale?
Quello replicato a Jesi, la ferocia emotiva del mondo adulto su quello più
giovane, è lo stesso schema già visto durante un blocco stradale dei movimenti
per la giustizia climatica, durante uno sciopero scolastico e universitario, in
un corteo contro il genocidio di Gaza, in un talk televisivo e che in maniera
discriminante viene praticato nelle dinamiche della vita e delle relazioni
quotidiane.
I più giovani che vengono estromessi dall’accesso a ruoli, funzioni dirigenti e
di potere da una gerontocrazia di adulti “irriducibili” nel mollare posizioni.
Un apartheid generazionale che specie in Italia è diventato strutturale e che
vede responsabili e inconsapevoli complici tutte le forze politiche, economiche
e sociali che a vario livello, dirigono da anni il Paese.
“Ciò che si cela dietro quei fischi tanto vili è una comunità che non ha
avvenire: non lasciare uno spazio di opinione, per quanto essa sia diversa da
altre, alle nuove generazioni, e quindi al futuro di questa società, significa
condannarsi inevitabilmente al declino” scrive il collettivo studentesco di Jesi
Il mondo adulto, che siede nei luoghi dei poteri, “liscia il pelo” alla
generazione più giovane solo quando questa non ostacola e mette in pericolo i
suoi ruoli, nei quali si autoriproduce da anni.
Ecco la ragione per cui in Italia non viene abbassata l’età per votare, o non si
rende possibile il voto degli universitari fuori sede. Perché la paura di
perdere privilegio “fa novanta”. E il voto sul referendum costituzionale di
marzo, quando “non li hanno visti arrivare”, li ha terrorizzati.
Non è un caso che buona parte dei vari decreti sicurezza del governo Meloni, a
partire dal cialtronesco anti rave party, siano perlopiù incentrati su
provvedimenti oppressivi e repressivi proprio nei confronti delle generazioni
più giovani.
“In questo momento particolare” ha detto recentemente Alessandro Baricco “non
credo che la mia generazione debba dire qualcosa. I ragazzi di oggi hanno un
patrimonio genetico immensamente più ricco del nostro. Loro possono leggere
questo mondo, noi no, anche i più intelligenti di noi fanno fatica, perdiamo
così tanto tempo in dibattiti che non sono reali. La mia generazione non solo è
cronicamente incapace di risposte vere, ma abbiamo proprio le domande
sbagliate, per cui perdiamo molto tempo a cercare le risposte di domande che nel
frattempo sono scadute. I giovani hanno le domande molto più vicine al reale e
se un ragazzo ha una domanda giusta, quello è un tesoro. In questo mondo qua
loro hanno le domande più giuste di noi. E se la domanda è più giusta, migliore,
bisogna fidarsi di lui per salvarsi.”
Nelle nostre città, però, non è questo ciò che quotidianamente accade.
Leonardo Animali