Luis Reynaldo Pérez / Calibano a Santo Domingo
Mi è capitato più volte, su queste colonne virtuali, di parlare della collana
“Gli eccentrici” della casa editrice campana Arcoiris – in virtù del continuo
lavoro di scoperta e diffusione di una letteratura latinoamericana anche molto
diversa da quella tradotta da altre case editrici (Mario Bellatín, Alberto
Laiseca e Felipe Polleri, tra i primi nomi imprescindibili) – ma altrettanto
meritoria è un’altra collana della casa editrice, “Caribe”, interamente
dedicata, come indica chiaramente il nome, alle letterature caraibiche in lingua
spagnola. Ed è in questa seconda collana che Infami del dominicano Luis Reynaldo
Pérez si va ad aggiungere ad alcuni libri di conterranei altrettanto giovani, ma
già di preziosa lettura, come Johan Mijail con Chapeo (2022) o Sandra Tavárez
con Uccidiamo Laura (2024), illuminando una nuova faccia del prisma caraibico
contemporaneo.
Sempre che di illuminazione si possa parlare per un libro nero, nerissimo, il
cui tessuto di storie oscure, abitate da personaggi variamente “infami”, come
vuole il titolo, «resiste alle stereotipe e superate opposizioni tra narrazione
magico-lussureggiante latinoamericana, da una parte, e romanzo nero statunitense
dall’altro», mescolandole di continuo (anche se con un’attitudine che, a tratti,
si rivela marcatamente yankee per talune scene e stilemi). La citazione tra
virgolette riporta le parole, incluse nel volume, di Silvia Tebaldi, autrice di
una densa e affascinante prefazione dove l’opera di Pérez viene attraversata con
grande acume dalla prima all’ultima riga, ovvero dalla fossa comune che si apre
nel brevissimo racconto intitolato “Cartolina dell’ultimo istante, fino alla
fuga con cui si chiude l’ultimo, “Il profumo” (titolo che peraltro viene da una
canzone di Rita Indiana, una delle poche altre voci dominicane rese disponibili
in italiano, da NN Editore).
In tutti questi racconti – dalla misura variabile, ma tendenti spesso alla forma
brevissima – Tebaldi intravvede la tentazione del romanzo, disseminato nelle
varie sfaccettature di un prisma che, dunque, rifletterebbe a propria volta il
più vasto prisma caraibico. Ed è probabile che sia così, pensando ad esempio
alla ricorrenza di alcuni personaggi, come lo “Squalo” o “Carlitos Scotch”;
tuttavia, il personaggio che ritorna con maggiore frequenza è la morte stessa, e
non solo per effetto degli omicidi che accrescono la scia nera del libro: «libro
di lutto, Infami, e di condivisione del ricordo: libro trasformativo, quindi»,
scrive, ancora molto puntualmente, Tebaldi.
Allo stesso tempo – e nonostante Tebaldi citi a supporto un affascinante scritto
del 2024 di Martina Maccianti che si consiglia di recuperare online
(“Processioni invisibili e funerali sonici”, per la rivista In allarmata radura)
– l’elaborazione del lutto non pare mai essere completa, iniziando del resto,
come si è ricordato, sulla soglia di una fossa comune e terminando con una fuga.
Tanti sono anche i campi lunghi e le voci fuori campo: se è pur vero che in un
campo lungo «tutto è a fuoco, tutto» – come ricorda Tebaldi citando Professione
reporter di Michelangelo Antonioni – ne nasce spesso l’indicazione di una via
d’uscita, o di un altrove, rispetto a questa nera ondata mortifera che sembra
travolgere Santo Domingo. O forse l‘ha già travolta, perché non sono occasionali
i riferimenti a intrighi politici e di potere, dove, ad esempio, la difesa della
patria o la repressione delle attività sovversive passa dalla mano svelta di
qualche sicario: sono accenni che non vengono poi sviluppati in modo pedissequo,
ma contribuiscono a consolidare l’ipotesi di un sotterraneo e più ampio discorso
politico-culturale di cui gli “infami” sono, consapevolmente o inconsapevolmente
che sia, portatori.
La fuga, si diceva: risiede, se non altro, nella possibilità che ha ognuno dei
quindici narratori di Infami di narrare o di fare in modo che sia narrata la
propria storia. Ed è anche nella possibilità di maledire qualcuno, o qualcosa,
mentre si racconta: «L’inferno è vuoto, tutti i demoni sono qui» è, del resto,
la citazione dalla Tempesta di Shakespeare che funge da explicit.
Sono tutti questi demoni, in effetti, a costituire il prisma caraibico di
Infami, che è anche, in fondo, un nuovo prisma di Calibano; la lingua imparata
dal personaggio shakespeariano e usata per maledire Prospero, il suo nuovo
padrone e colonizzatore, si impantana, è vero, in qualche cliché del noir,
magari importato dagli invadenti vicini settentrionali – perpetuando così la
colonizzazione dell’immaginario – ma è nella violenza forma breve o brevissima,
spesso intrinsecamente legata a qualche improvvisa fiammata di stile, che cerca
anche una via di fuga.
L'articolo Luis Reynaldo Pérez / Calibano a Santo Domingo proviene da Pulp
Magazine.