Fleur Jaeggy / Tre sentieri scritti per Ingeborg
Il letto di Ingeborg Bachmann è stato un luogo infernale in quei giorni
d’ottobre del 1973 quando gravemente ustionata (“pare per una sigaretta”, spiega
una voce al telefono all’incredula Fleur Jaeggy) viene trasportata al
Sant’Eugenio di Roma. Vi morirà fra coma, dormiveglia farmacologici, rare
ampiezze di lucidità, mentre Jaeggy giunta in volo da Zurigo entra nei meandri
ospedalieri e mentali cercando notizie dentro ai laconici messaggi orali di
medici e infermieri. La verità a volte uccide, ma di più la convivenza col
mistero nonostante la ricerca degli strumenti allo scopo di scardinarlo. Ma
Ingeborg è lì, riesce a scambiare qualche parola al citofono – dalla stanza
“asettica” dove l’hanno sistemata – con l’amica, e tutt’intorno una sospensione,
un velo di notizie che non portano da nessuna parte.
Il 25 giugno ricorre il centenario della nascita di Ingeborg Bachmann, la
poetessa di Invocazione all’Orsa maggiore, la prosatrice di Malina, Il
trentesimo anno e Tre sentieri per il lago, opere fuori dalle categorie, dove i
mondi trasmigrano dall’uno all’altro in un’epoca dove ambiguità politiche e
morali possono essere affrontate solo con l’ascia della lingua. Jaeggy usa poche
parole in Gli ultimi giorni di Ingeborg, il suo memoir scritto per ricordare la
grande amica, per affidarci un resoconto leggero come un velo di quegli ultimi
giorni in cui pochi sanno cosa sia veramente accaduto e chi forse sa si
rinchiude in un ostinato silenzio. Nemmeno Calasso, editore di Bachmann e marito
di Fleur è stato avvertito per tempo, se tutto dipendeva dalle prime cure,
Jaeggy è convinta che i gravi ritardi siano stati fatali e che l’universo
intorno alla poetessa l’abbia condannata.
Nelle pagine del libretto, inaugurante la collana Microgrammi di Adelphi, appare
la parola “criminale”: riferita alle segretezze che rinserrano l’evento, appare
come lucida e definitiva sentenza. L’ultimo atto d’addio è vedere Ingeborg nuda
sulla barella all’obitorio, scusarsi con lei per questo. E sono queste le ultime
parole del memoir: “… guardai solo il suo viso, l’ho amata, e forse è vero, «Wir
haben ed schön gehabt». “Siamo state bene”.
Tornare all’inizio rinfresca l’animo, là dove in La casa dell’acqua salata –
primo brano del libretto – Jaeggy rievoca il viaggio in Alfa Romeo, da Roma a
Forte dei marmi, con Ingeborg intenta sulle carte stradali. Nella casa
affittata, in mezzo ai pini, lunghe chiacchierate notturne, poco al mare, dirsi
che invecchiare “è orribile”, e il probabile desiderio della “signora Bachmann”
(secondo l’ospite Oriele, che curava casa e permanenza) di sentirsi attraente.
La visita di Calvino, i silenzi e l’immobilità sfociati dopo un po’ in vivaci
conversazioni sugli scrittori sudamericani, forse sospinti da Cichita moglie di
Italo. Forse aleggiava qualcosa di simile alla felicità. Di Ingeborg Jaeggy dice
che aveva bellissime gambe, aveva viaggiato nel deserto e voleva essere sepolta
al cimitero degli inglesi a Roma. Ma non è stato così. I parenti l’hanno portata
a Klagenfurt. Il bacio sulla fronte e l ’ultimo pensiero al centro ustionati:
«l’errore del bello. Ora lo sapevo».
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