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Fossili, clima e guerra: il 24 ottobre assemblea nazionale. Intervista a Renato Di Nicola
 Le fonti fossili non sono solo la causa principale del cambiamento climatico, ma sono anche il motivo per cui scoppiano la maggior parte delle guerre. Fossili, clima e guerra costituiscono, pertanto, la miscela esplosiva che sta portando il mondo verso l’autodistruzione. È su questi temi, e sulla necessità di riprendere la lotta contro un potere economico, politico e militare che sempre più determina il futuro dell’umanità, che sabato 24 ottobre si terrà a Roma (sede nazionale Cobas, viale Manzoni 55, ore 10) una assemblea nazionale aperta al contributo di tutte le realtà di movimento che lottano per la giustizia climatica e sociale, contro l’economia di guerra e per la difesa dei territori e dei beni comuni.   Chiediamo a Renato Di Nicola, coordinatore della Campagna nazionale “Per il clima, fuori dal fossile”, promotrice dell’iniziava, quali sono le ragioni che hanno spinto per la convocazione dell’assemblea. Quello che accade è sotto gli occhi di tutti, stiamo attraversando il periodo più buio e più pericoloso dalla fine della Seconda guerra mondiale. Mai come oggi abbiamo assistito ad una crisi climatica così grave e mai abbiamo avuto contemporaneamente più guerre così devastanti che rischiano di portarci verso una deflagrazione globale. Non a caso al centro delle due crisi ci sono i combustibili fossili, dei quali dobbiamo liberarci al più presto possibile. Il legame fossili-clima è certificato da tempo dalla comunità scientifica internazionale, ma quello tra fonti fossili e guerra?  E’ così da sempre, cioè da quando sono stati scoperti carbone, petrolio e gas – risponde Di Nicola -, senza combustibile non si muovono i carri armati e non volano gli aerei. L’ attuale crisi energetica, che sta avendo pesantissime ripercussioni soprattutto sulle economie dell’Occidente, è la diretta conseguenza della guerra in Iran, scatenata dagli Stati Uniti e da Israele. Dallo stretto di Hormuz passa il 25 per cento del petrolio mondiale e il 20 per cento del GNL (gas naturale liquefatto). Le guerre scoppiano non solo per conquistare le aree ricche di fonti fossili ma anche per avere il controllo delle loro rotte di transito. La situazione di oggi può essere paragonata alla prima grande crisi energetica del 1973, causata dalla guerra del Kippur. Da notare che il Medio Oriente è il più grande bacino di petrolio e di gas del mondo, e proprio in quest’area si è avuta una lunga serie di sanguinosi conflitti legati alle fossili, tra cui le due guerre del Golfo del 1990 e del 2003.  Anche molte guerre nel continente africano, oltre a ragioni di carattere etnico e territoriale, hanno avuto al centro le fonti fossili. Si pensi ai conflitti in Nigeria, Libia, Sud Sudan e Yemen. Neppure la guerra Russia-Ucraina sfugge alla trappola delle fossili. Infatti, le regioni contese, ovvero il Donbass e il Dnieper-Donetsk, hanno grandi riserve di carbone e di metano da carbone. Non solo, ma sono anche ricche di minerali strategici, come litio, titanio, uranio, grafite e manganese. È casuale tutto questo?.  Veniamo alla Palestina, dove è in atto il genocidio del popolo palestinese. Anche qui giocano un ruolo le fonti fossili. Nel 2000, al largo della costa di Gaza, sono stati scoperti due giacimenti di metano, con una capacità complessiva stimata in 30 miliardi di metri cubi, una quantità tale da poter soddisfare l’intero fabbisogno dei palestinesi, ma lo sfruttamento dei due campi di gas non è mai partito perché Israele ne rivendica illegalmente il controllo.  Ma le fonti fossili servono anche per la società civile, per le famiglie e per le industrie. Come se ne esce?   Le alternative esistono eccome, è una questione di scelte politiche; le fonti energetiche rinnovabili sono oggi più competitive rispetto alle fossili, e fanno risparmiare anche sulle bollette. Vedi il caso della Spagna dove il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica è in media inferiore del 50 per cento rispetto all’Italia. Ciò dipende dal fatto che in Spagna il fabbisogno dell’elettricità è coperto per il 56 per cento dalle rinnovabili, che sono la fonte prevalente. In Italia, invece, è il gas che fa il prezzo perché incide per quasi il 50 per cento sulla produzione di energia elettrica.  È possibile sostituire le fossili, climalteranti ed inquinanti, con energia pulita e più economica. Infatti, si potrebbero realizzare 90 GW di rinnovabili in più entro il 2030, riducendo in questo modo il consumo di gas di almeno 20 miliardi di metri cubi; ed entro il 2035 la copertura elettrica nazionale potrebbe essere ottenuta al 100 per cento con le rinnovabili. Se ciò non avviene è perché le potenti lobby del settore fossile non sono disposte a rinunciare ai loro enormi profitti e al loro potere, con cui impongono le loro decisioni ai governi. E il governo italiano non sfugge a questa regola. Va detto, però, che l’utilizzo delle fonti rinnovabili deve essere sempre contestualizzato per evitare che si riproduca il sistema energetico dominante, danneggiando i territori e l’ambiente con una violenza simile all’estrattivismo fossile. L’energia deve essere considerata un bene essenziale e pubblico e quella rinnovabile, se vogliamo che sia davvero democratica, deve essere prodotta soprattutto dal basso attraverso le comunità energetiche e le comunità solari. Come siamo messi, al riguardo, in Italia? Siamo in forte ritardo rispetto agli stessi obiettivi del Piano nazionale energia e clima (PNIEC), che già di per sé è poco ambizioso. Il governo Draghi prima e quello Meloni dopo, anziché puntare sulle rinnovabili, hanno favorito grandi investimenti nello sviluppo delle infrastrutture del gas. Nel 2022, approfittando della guerra in Ucraina, è stata riavviata la realizzazione del grande metanodotto Linea Adriatica di 425 chilometri da Sulmona a Minerbio, con una nuova centrale di compressione a Sulmona; inoltre, saltando tutte le procedure di legge, si è deciso di realizzare i due nuovi rigassificatori di Piombino e Ravenna. Si tratta di opere del tutto inutili, la cui presunta necessità è basata sulla falsa narrazione che L’Italia, in seguito alla chiusura delle importazioni dalla Russia, correva il rischio di restare a corto di gas. In realtà nel nostro Paese il gas non è mai mancato perché già aveva diverse fonti di ingresso sostitutive. Oggi il consumo di metano è intorno ai 63 miliardi di metri cubi, mentre – senza considerare il gas russo e i rigassificatori di Piombino e Ravenna, e naturalmente senza la Linea Adriatica, che non è ancora completata – l’Italia ha una disponibilità tecnica di almeno 100 miliardi di metri cubi. Abbiamo, quindi, un eccesso di infrastrutture metanifere, non una carenza; e, come se ciò non bastasse, il governo ha deciso di realizzare tre nuovi rigassificatori a Gioia Tauro, Porto Empedocle e Taranto. Inoltre, è stato già avviato il raddoppio del Tap ed è previsto un nuovo metanodotto, l’EastMed-Poseidon, da Israele ad Otranto. Con tutte queste nuove opere l’Italia arriverebbe ad avere assurdamente una disponibilità di metano di circa 160 miliardi di metri cubi, mentre i consumi non andranno oltre i 58 miliardi ad 2030, che è l’obiettivo del PNIEC. ENI e SNAM faranno profitti da capogiro mentre i costi di tutti questi impianti superflui saranno caricati per decenni sulle bollette dei cittadini italiani. A livello operativo qual’ è la finalità dell’assemblea del 24 ottobre? L’ultima grande mobilitazione nazionale per la difesa del clima e contro le grandi opere è stata quella di Roma del 2019; dopo di allora, non muovendosi più nulla in modo coordinato, abbiamo deciso di trasformare lo slogan del nostro striscione in una Campagna nazionale “Per il clima, fuori dal fossile”. Poi è arrivato il Covid che ha rallentato una risposta nazionale e di massa, ma noi non ci siamo mai fermati.  In sette anni abbiamo realizzato, insieme ad indagini e analisi, centinaia di manifestazioni sincroniche contro lo strapotere di multinazionali quali Eni, Snam, Socar, Leonardo ed altre; convegni come quelli di Ravenna contro la fiera OMC Med Energy; e cortei partecipati da migliaia di persone a Sulmona, Ravenna, Piombino, Ancona, Falconara, Brindisi. Abbiamo preso parte ad iniziative promosse da altre realtà di lotta stabilendo relazioni e connessioni durature, sempre in una prospettiva di convergenza e rifiutando schemi di tipo verticistico. Abbiamo dato il nostro contributo per la costruzione di intese nazionali come il Climate Pride. Abbiamo seguito gli incontri COP da Glasgow a Belem, e partecipato al primo incontro contro i fossili di Santa Marta in Colombia. Abbiamo organizzato comunità energetiche e lotte anche con altre realtà di movimento, come a Milano per lo Stop Data Center, o a Taranto per la chiusura delle fabbriche di morte. Il 24 ottobre a Roma, con una visione rivolta al futuro, discuteremo, insieme a chi vuole condividere questo percorso, di come superare i limiti e le difficoltà date dal divario tra le giuste e puntuali lotte che vengono portate avanti nei territori e il rafforzamento del potere di dominio delle grandi compagnie del fossile, del nucleare, dell’apparato militare-industriale-finanziario, che condizionano fortemente le decisioni politiche a livello nazionale e globale.  Per realizzare un reale cambiamento non basta quello che si è fatto da parte delle diverse realtà in Italia, spesso ciascuna per conto proprio. Su questi temi riteniamo indispensabile aprire una nuova fase di confronto e di coordinamento, soprattutto sul “che fare”, con l’obiettivo di arrivare ad una mobilitazione nazionale che leghi le lotte per il clima con le lotte sociali e con quelle contro il riarmo e la crescente militarizzazione in atto nei territori. Sappiamo che è una sfida molto dura e difficile, ma se vogliamo cambiare i rapporti di forza nella nostra società, questa è l’unica strada da percorrere.   Mario Pizzola
October 21, 2026
Pressenza
Bologna, 13-14 giugno: «Carovana Diritti e Rovesci»
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