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Oriri. Spiriti e Incubi.
Una parola latina che significa sorgere, nascere, venire alla luce – la stessa radice da cui discende oriente, il punto cardinale del sole che si alza. In lingua Bini, nel sud della Nigeria, significa spiriti. Incubi. Oriri parla di Sicilia, di Mediterraneo, Benin, Niger, Nigeria, Ghana. Segue il filo invisibile che lega donne che arrivano in Europa a un rito celebrato migliaia di chilometri più a sud, prima della partenza. Un giuramento. Una promessa estorta. Una forma di controllo che attraversa il mare insieme a loro. Il guardiano del Tempio dei Pitoni, il più antico luogo sacro del Voodoo, prende in braccio uno dei serpenti custoditi nel Tempio. Ouidah, Repubblica del Benin, 2018. – Ph: Francesco Bellina Questa narrazione fotografica è la storia di quel filo. L’autore è Francesco Bellina. Oriri è una storia di migrazioni, spostamenti e scambi tra persone, luoghi e ritualità. Un percorso che si svela passo dopo passo, rivelando progressivamente la realtà di troppe donne nigeriane vittime di schiavitù sessuale. Per raccontarla in immagini, Bellina ha attraversato mari, deserti, città e campagne, ritracciando le tappe delle rotte della tratta e portando lo sguardo verso realtà sottili, spesso invisibili, che nel silenzio agiscono e trasformano la vita delle vittime in oriri, appunto. Incubi. Le testimonianze che ha raccolto hanno la forza di una denuncia: il fotografo rivela come la partecipazione ai riti iniziatici delle religioni locali – generalmente associate al voodoo – rinforzi il controllo degli sfruttatori sulle vittime. Attraverso un linguaggio insieme etico ed estetico, le sue opere mettono in luce la dipendenza reciproca tra reti criminali e culti religiosi nella loro duplice dimensione di vincolo e potenziale protezione, là dove politica, economia e spiritualità si fondono in una partecipazione rituale collettiva. Due maschere tradizionali del Festival del Voodoo durante la sfilata tra le strade di Ouidah. Ouidah, Repubblica del Benin, 2018 – Ph: Francesco Bellina Dettaglio del backstage a un concerto tenutosi in occasione del festival “Emérgence, Arts et Racines”, organizzato dalla compagnia teatrale “Arène”, in Niamey, Niger, 2018 – Ph: Francesco Bellina Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia. È il 28 maggio, l’indomani del vernissage della mostra, che resterà qui fino al 7 luglio. Incontro Francesco in questa città che è stata, dopo Palermo, uno dei luoghi di arrivo di molte donne nigeriane, vittime di tratta degli esseri umani ai fini dello sfruttamento sessuale. Mi racconta il suo lavoro e le ragioni che lo hanno spinto a trattare in immagini questo tema. Mi parla di riti, di movimento di persone, di connection house, luoghi di snodo della tratta e il suo desiderio di capire il rito voodoo, il Juju. Ne è andato a cercare le origini fino allo stato del Benin: nella “tratta nigeriana” quel rito è stato svuotato del suo senso originario di protezione. Il giuramento imposto alle donne per sancirne la sottomissione, svuotato di ciò che di benevolo lo animava, genera incubi – oriri, appunto – e si riduce a due parole: I swear. Giuro. Fedeltà e sottomissione in cambio di una protezione falsa. Protezione falsa che impone un debito capace di raggiungere fino ai cinquantamila euro. Parliamo insieme della sua rappresentazione in immagine di Oriri.  Qui di seguito, la conversazione con Francesco, il cui lavoro fotografico di inchiesta è una rivendicazione politica.  Le interviste di Radio Melting Pot Oriri. Spiriti e Incubi. Intervista al fotografo Francesco Bellina Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:30:12 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:30:12 | Registrato il 5 Giugno 2026 D: CI RACCONTI LA STORIA CHE HA GENERATO QUESTA MOSTRA? R: Io mi sono trasferito a Palermo da Trapani. Vivevo in un quartiere popolare dove sono cresciuto. Proprio quello che ha visto per la prima volta sorgere un CPT, un Centro di Permanenza Temporanea, il Serraino Vulpitta, dove il 28 dicembre 1999 sono morti sei migranti, in seguito ad una protesta sfociata in dramma. E quella, per me, è stata una vicenda importante, anche se avevo solo dieci anni. Uomini migranti, detenuti in quel centro diedero fuoco ai materassi nelle celle in cui si trovavano. Sei di loro persero la vita. Anni dopo, mi sono trasferito a Palermo. Vivevo a Ballarò, quartiere multietnico dove si parlano più di 100 lingue, di cui una è comune: il siciliano. È un posto meraviglioso, una periferia nel centro storico. Quando dal 2016-2017 molte persone migranti non passavano per il circuito dell’accoglienza vera e propria ma cercavano situazioni di fortuna, molte persone si sono rifugiate a Ballarò. Chi occupava delle case… chi invece faceva parte di organizzazioni criminali… chi era membro della Black Axe nigeriana che gestiva delle connection houses… . In realtà mi sono ritrovato a entrare dentro una di queste e, restando fedele al mio ruolo e alla mia professione, ho iniziato a fotografare quel luogo. La prima volta che ho immortalato una vittima di tratta, ricordo uno di quei ragazzi che controllavano, là dietro, con il coltello puntato sulla mia schiena, che mi ha detto: “fai la foto, ma non parlare”. Questa cosa mi ha fatto sentire in un modo terribile. Mi sentivo in colpa con questa ragazza: l’ho vissuto come un abuso nei suoi confronti, anche se non ho avuto rapporti sessuali con lei. Quello è stato un momento cruciale, in cui ho deciso che volevo capire cosa fosse la tratta. Allora, ho chiesto aiuto a Don Enzo Volpe, a Valeria Gandini, che sono degli attivisti di Ballarò, e mi hanno subito fatto entrare in quel mondo. Contestualmente, mi sono avvicinato tantissimo alla comunità ghanese, alla comunità Ibo, che mi ha dato anche un altro punto di vista. Alla fine, mi sono ritrovato un po’ con “la mia Africa” a Ballarò. E ho deciso di andarci beneficiando dell’ospitalità dalle famiglie di questi miei amici che vivono lì. Per esempio, a Kumasi, in Ghana, sono andato a dormire dai parenti dei pastori della chiesa dove andavo la domenica a fare le fotografie a Palermo e poi fino a Benin City, in Nigeria. Una gran parte del lavoro, l’ho speso in Niger, un posto veramente interessante per tutti i tipi di traffici. E poi a Benin, mi sono reso conto di quello che volevo investigare e sono riuscito ad avere un quadro completo. Nel frattempo, anni dopo quegli scatti, voglio ricordare che le tratte e le rotte sono cambiate. Quello che ho cristallizzato io anni fa non è più così. Quello è stato un periodo storico che è stato terribile, che ha lasciato delle ferite che sanguinano ancora. E poi, purtroppo la tratta continua anche con altre nazionalità, con persone di altra provenienza. D: TU FAI RIFERIMENTO A TUTTA UNA SERIE DI TERMINI CHE SONO TIPICI DELLA TRATTA NIGERIANA. PARLI DI CULTS, DI RITI, PARLI DI CONNECTION HOUSE. PUOI SPIEGARE, PER CHI NON SA CHE COSA SIANO, RAPIDAMENTE? Capire cosa c’è a livello immaginario, spirituale, religioso dietro il traffico di esseri umani ed in particolare delle donne, per me è stato fondamentale. Volevo capire quale fosse la relazione tra i rituali e il traffico di donne. In realtà, ho compreso molto andando nella Repubblica del Benin, dove il voodoo è la religione ufficiale. Ho parlato con tanti pastori e sciamani, “veri”, ma ho incontrato anche dei criminali che si spacciavano per sciamani e si vantavano con me di aver mandato a Palermo molte ragazze. A Benin City, c’erano finti preti che facevano questa sorta di rituale: di mistico non c’era nulla. Si servivano di quella paura, di quella cultura tradizionalmente radicata, quanto meno in queste persone, per cercare di spaventarle. È semplice fare un parallelismo con il giuramento d’ingresso all’Ndrangheta o alla Sacra Corona Unita: qui si bruciano le immagini sacre di santi nelle proprie mani. In realtà, non c’è una relazione tra religione e criminalità, ma chi subisce questo rito d’iniziazione sente un trasporto emotivo che altri strumenti non darebbero. D: PARLI DI CAMBIAMENTI DELLE ROTTE MIGRATORIE. COSA È SUCCESSO? Mi sono accorto, stando soprattutto in Africa, che sono cambiate le vittime di tratta, sia per quanto riguarda la lingua che i paesi di origine: Costa d’Avorio, Camerun, Burkina Faso, Liberia, non solo Nigeria o Benin City. Questa è stata la prima cosa che ho visto. E sicuramente presumo che ad Agadez sia cambiata la situazione, perché ci sono andato per tre anni ed era diverso ogni volta che tornavo. Se i paesi di origine sono altri, ci saranno altri crocevia come Agadez che si sono creati nel frattempo. E poi, la situazione nel Sahel si è ribaltata: prima era il cortile di casa della Francia, ora il tentativo è quello di mantenere un’autonomia, e penso che questo abbia determinato e determini dei cambiamenti nelle rotte. D: LA TUA OPERA SI CHIAMA ORIRI. PERCHÉ HAI SCELTO QUESTA PAROLA PER LA MOSTRA E DI CHE COSA PARLA? Oriri vuol dire incubi, spiriti, nella lingua Bini, parlata a Benin City. Ricordo che mentre lavoravo a questo progetto, lì, un ragazzo mi ha fatto sentire una canzone che si trova anche su YouTube che diceva “Oriri la notte porta gli spiriti”. Oriri è questo. Sono questi fardelli che ti seguono: il debito che hai con la tua famiglia, o il rituale del rito voodoo, o anche una sorta di sofferenza patriarcale che si porta dietro, quella familiare, che conduce poi in un modo o nell’altro dentro questo giro di schiavitù sessuale. Gli Oriri non hanno bisogno di visti, non seguono il criterio di quote per l’immigrazione, non hanno bisogno di ONG, perché i trafficanti passano sempre e riescono sempre a essere ovunque. Invece chi subisce tutta una serie di strette legalitarie sono sempre le vittime. Gli Oriri, che rappresentano la parte del male, sono quasi legittimati dal potere, altrimenti non esisterebbero. D: QUESTI ORIRI NELLE TUE FOTO SI VEDONO? Nel 2019, a bordo della Mare Jonio di Mediterranea, un amico mi aveva detto di cercare gli Oriri nel mare. Non ho dimenticato quella cosa. Ho fotografato la schiuma sull’acqua – un’immagine molto siciliana – di notte, in bianco e nero. Gli Oriri per me sono un po’ quelli.  I resti di un gommone che aveva a bordo 98 persone migranti tra cui 22 bambini, soccorsi nell’agosto 2019. Mar Mediterraneo, 2019 – Ph: Francesco Bellina D: NELLE SONO FOTO CHE FANNO PARTE DI QUESTA MOSTRA E DEL TESTO, ALCUNE RAPPRESENTANO I RITI VOODOO. POI, CI SONO FOTO DEL MARE, DELLE PERSONE… PERCHÉ RACCONTI ORIRI IN QUESTO MODO E CHE CRITERIO HAI USATO? Allora, intanto è ovvio che ci sia una scelta estetica, che rende un lavoro potente, perché comunque le nostre percezioni si basano sulla visione. In realtà ho inserito tantissime immagini che non erano necessarie per qualcun altro. Per esempio, la foto del deserto d’oro. Io sono siciliano trapanese e da noi d’inverno la spiaggia è rossa come il corallo. Allora, c’era questa associazione per me tra la polvere d’oro e quella del corallo. E poi, una riflessione alla base: nonostante questa ricchezza, sappiamo quello che succede lì. Ecco, allora, quella foto parla di colonizzazione: vecchia e nuova, di estrazione delle risorse minerarie in Niger. Poi ce ne sono altre che parlano di eventi culturali fatti nel deserto da studenti senza una lira. Un modo, per me, di mostrare che l’Africa non è solo morte e sofferenza, perché non è così. C’è una grande umanità, gioia di vivere, speranza, solidarietà, ed è giusto mostrare anche questo. È come se avessi dosato, attraverso le mie idee e i miei valori, queste fotografie. C’è un omaggio a Fela Kuti, che per me è fondamentale. C’è una critica alle Mushroom Churches, cioè a quelle chiese create solo per fregare i soldi. E poi c’è un omaggio alle suore che aiutano ragazzi ogni giorno. D: QUESTO LAVORO CHE IMPATTO HA AVUTO NELLA TUA VITA? Probabilmente lo scoprirò tra un po’. Però posso dire che mi ha dato tantissime soddisfazioni, sono felice di quello che ho fatto, lo rifarei e penso soprattutto sia utile. Per me è stato un investimento di quattro anni in cui ho faticato. Quasi nessuno ha creduto in questo progetto, non è stato finanziato, dunque è stato molto oneroso. Dal punto di vista umano, se io già avevo una particolare attenzione alle questioni di genere, verso storie e vicende particolari, il progetto l’ha amplificata. La mia sensibilità e il mio modo parlare rispetto a questi temi si sono modificati. Questo lavoro ha inciso sulla mia vita privata e sulla mia visione politica. D: IL TUO LAVORO COSA DICE DELLE DONNE E COSA DICE DELLE DONNE VITTIME DI TRATTA? Innanzitutto, per me la donna è una figura semidivina. Questo è un retaggio della mia cultura e della mia educazione. Ho subito l’influenza della mia Sicilia, una terra più matriarcali di tante altre regioni o culture. E poi, io ho avuto l’esempio di donne nella mia vita: le mie nonne e mia mamma, che mi hanno cresciuto e mi hanno insegnato la dignità, a perseguire i propri obiettivi a costo della vita. Quindi questo ha condizionato il mio modo di vedere la donna. E penso che questo si percepisca anche nelle foto, in cui cerco di trasmettere il rispetto che sento.  Sulle vittime di tratta, la risposta è semplice: mi auguro di non vederne mai più in vita mia. Purtroppo non è così. Io vivo, oltre che a Palermo, vivo anche in Ghana. Basta uscire in strada per vedere il traffico di donne. Solo che prima erano di Benin City, ora sono tutte della Namra State. Prima erano trafficate, detenute in ostaggio, sequestrate dalla Black Axe; ora vengono rapinate dalla polizia. Cambia il carnefice, però alla fine l’oggetto da utilizzare, da sfruttare, è sempre quello. Voglio però aprire una riflessione: quando si parla di donne, bisogna discutere anche di uomini — non per parità, ma per una questione di domanda e offerta. Se ci sono uomini che pagano, e che lo fanno esercitando violenza — perché non si può chiamare sesso ciò che nasce da una violenza — allora l’uomo deve entrare in questo dibattito e guardare alle proprie responsabilità. D: C’È UNA STORIA DELLE PERSONE CHE HAI FOTOGRAFATO CHE TI HA COLPITO PIÙ DI ALTRE, O CHE HAI DECISO DI RACCONTARE IN IMMAGINI? C’è la storia di Jennifer, sicuramente, che io coinvolgo in tutto quello che faccio. Mi ha colpito perché è stata una cosa inaspettata. Ero andato a Kumasi, in un quartiere; mi ero infilato in una casa di schiavitù. Questa ragazza pensava che fossi lì per fare sesso a pagamento. Invece le ho raccontato che sono un artista e che volevo parlare. Lei mi ha chiesto di aiutarla a scappare e quella sera l’ho fatto. Lei adesso è in Nigeria, salva; è sposata, con un figlio. Con lei, parliamo di mille cose — di politica, di business, di tutto e di più — perché non è un rapporto che si è fermato a quell’episodio. Ci alimentiamo a vicenda. È un rapporto alla pari. Perché per me questo è fondamentale. Siccome questa storia con lei è importante nel lavoro e ne parlo spesso, un giorno le ho chiesto di raccontarla dal suo punto di vista. E così la sua versione della storia è scritta nel libro di Oriri ed è sempre installata accanto alla sua fotografia. Quando ho letto la sua versione sono rimasto deluso in fondo, ma questi sono affari miei. Lei, mi dipinge come l’uomo bianco arrivato a salvarla. L’opposto di quello che penso. Eppure, questa visione esiste ancora: il bianco viene e ti salva. Ma non è così, ed è quanto di più lontano dalla visione che ne ho io.  Jennifer, 25 anni, è stata portata via dalla sua abitazione a Lagos e venduta a Khumasi, in Ghana, come schiava sessuale. È stata aiutata a scappare, 3 anni dopo, durante la realizzazione del progetto Oriri – Ph: Francesco Bellina D: È POLITICA LA TUA OPERA? Ovviamente è politica, come tutto quello che faccio. Il mio modo di vivere è politico. Infilo la politica ovunque. Perché come mi hanno insegnato a scuola, l’arte è un’arma carica. D: COSA VUOI TRASMETTERE CON ORIRI A CHI OSSERVA LE FOTO, A CHI GUARDA IL LIBRO? Vorrei trasmettere intanto un po’ d’Africa, anche se detto così non dà veramente l’idea giusta. Africa vuol dire decine di paesi, non uno solo, terra di molteplici visioni e culture, di ricchezza, povertà, come in tutti i posti del mondo. Ma soprattutto io vorrei che la gente si facesse domande leggendo, guardando queste immagini, guardando il libro. Più domande riesco a far suscitare in una persona, più mi avvicino a quello che mi sono prefissato. D: UNA CONCLUSIONE? Penso che la cosa più importante sia che questo lavoro venga divulgato. Non perché sia il mio, ma perché per me è importante che circolino le storie di persone in carne e ossa di cui ho raccolto la storia in immagini e che possano essere utili per migliorare il futuro. Altrimenti non abbiamo concluso niente. Poi sicuramente l’Italia non è il luogo migliore dove far circolare certe idee, esperienze o progetti. E soprattutto se vieni dalla Sicilia, spesso è molto complicato. Quindi il fatto di essere riuscito a portare a termine questo progetto e che stia girando così tanto, che ancora le persone ritratte in quelle foto lo apprezzino e mi dicano grazie… ecco, per me è la cosa più bella di tutte.