Essere comunità. Perché in questo mondo frantumato ci salviamo insieme
Non camminiamo mai da soli, anche quando i passi sembrano pesanti e viviamo un
presente incerto. Siamo una rete di rapporti e di presenze che si tende tra le
mani di chi cura, di chi manifesta per la pace e la nostra terra, di chi
accoglie chi fugge, di chi sceglie il paradosso di un naso rosso per rompere il
freddo del dolore.
Essere comunità non è un coacervo di regole imposte, ma di rapporti basati sul
rispetto. Non è un punto di arrivo, è un esercizio quotidiano di resistenza
all’indifferenza. È lo spazio che si crea quando, invece di erigere muri,
decidiamo di chinarci per raccogliere un pezzo di umanità caduta. Che sia in un
campo profughi, tra le strade di un quartiere che vuole restare viva città,
impegnandosi per il bene comune, camminando o pedalando assieme, nel silenzio di
una corsia, o nella quotidianità familiare, noi riconosciamo che la nostra
identità non si definisce in ciò che possediamo, ma in ciò che riusciamo a fare
e condividere. Siamo il sorriso o un abbraccio che irrompe improvviso per
scardinare la logica della rassegnazione, ma siamo anche la schiena dritta di
chi marcia per la libertà propria a partire dalla libertà degli altri, la voce
che grida per un pianeta che brucia, il gesto di chi pianta un seme dove niente
sembra fertile.
Ci accorgiamo, ogni volta che la sfida si fa alta, che la solitudine è una
trappola: il posto dove il cinismo trova il suo nutrimento. Non si vince da
soli, non perché manchi la forza, ma perché la vittoria del singolo è
un’illusione che non lenisce e risolve le ferite del mondo. La nostra forza sta
nell’interdipendenza, nella capacità di relazione nonostante le difficoltà e i
torti subiti, in quel filo invisibile che lega le lotte ambientali alla dignità
e alla cura di ogni persona, alla ricerca della giustizia.
Non siamo eroi e non siamo spettatori. Siamo “viandanti” che hanno scelto di non
voltare lo sguardo, che sanno bene come ogni gesto di cura – un sorriso offerto,
un aiuto disinteressato, un seme piantato, l’impegno in un presidio, una
manifestazione o un evento organizzato – sia un atto politico o anche solo
sociale basato sulla difesa “delle umanità” capace di modificare la realtà.
Siamo convinti che ogni volta che una persona si riconosce nell’altra, si
rapporta e si lega emotivamente all’altro da sé, la struttura del mondo cambia,
millimetro dopo millimetro.
La pace, allora, non è soltanto assenza della guerra o del rumore delle armi, ma
la presenza ostinata di una volontà che non accetta la logica della creazione di
un nemico, dell’istigazione alla paura, del sopruso e dell’indifferenza.
Diventiamo una piccola luce che penetra e si insinua dalle fessure, che continua
a credere nella bellezza nonostante le macerie, nel “nel “noi” rispetto
all'”io”. Non vogliamo aspettare un futuro migliore, lo vogliamo costruire ogni
volta che decidiamo che la felicità, la giustizia e la cura non sono una
questione privata, ma un bene comune da proteggere, anche se questo si manifesta
semplicemente in un abbraccio sincero e sentito.
Diceva padre Ernesto Balducci che l’uomo che deve nascere «al di là delle
frontiere, delle razze, delle culture e delle ideologie, è l’uomo planetario»,
che «il destino di ciascuno è legato al destino di tutti» e «siamo tutti sulla
stessa barca»: «la pace esige il tramonto della figura del nemico.»
Perché, in questo mondo frantumato, o ci salviamo insieme, o non ci salva
nessuno.
Paolo Mazzinghi