L’orrore dell’ipocrisia
Quattro uomini sono stati bruciati vivi ad Amendolara (Cosenza) perché
chiedevano di essere pagati per il lavoro svolto. Già questa frase dovrebbe
bastare a scuotere un Paese nella cui Costituzione celebriamo che è fondata sul
lavoro. Eppure rischiamo di fermarci all’orrore dell’episodio, alla crudeltà dei
carnefici, alla commozione di qualche giorno. Sarebbe l’ennesima ipocrisia.
Il caporalato non cresce nelle campagne come un’erbaccia spontanea. Vive dentro
una filiera che pretende prezzi sempre più bassi, raccolti sempre più rapidi,
costi sempre più ridotti. Vive nella nostra indifferenza quando riempiamo il
carrello compiacendoci di fragole, pomodori e agrumi venduti a prezzi
impossibili.
Quei quattro braccianti afghani non lavoravano per il Pakistan. Le terre che
coltivavano non erano pakistane. I prodotti raccolti sotto il sole cocente della
Calabria non erano destinati ai mercati di Kabul o Islamabad.
La domanda da porci non è chi abbia appiccato il fuoco, ma chi alimenti il
sistema che rende possibile lo sfruttamento, il ricatto, la riduzione di esseri
umani a forza lavoro usa e getta.
Ci scandalizziamo davanti alle fiamme. Molto meno davanti ai salari da fame, ai
contratti negati, ai ghetti, ai trasporti clandestini, alle schiavitù moderne
che permettono di abbassare il prezzo di ciò che arriva sulle nostre tavole.
Quattro uomini sono morti bruciati vivi. Se questa tragedia non diventerà una
rivolta delle coscienze, allora il fuoco continuerà a bruciare anche oltre
quella vettura: nelle campagne, nei supermercati e nelle nostre responsabilità.
Fonte: Mosaico di pace
Comune-info