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La campagna “The Real Economy” di Helena Norberg Hodge
“La terra vivente è la vera economia, tutto ciò di cui abbiamo bisogno proviene dalla terra.” Helena Norberg-Hodge — cofondatrice   L’ecologista svedese Helena Norberg-Hodge, nata il 10 gennaio 1946, è uno dei volti più importanti dell’antropologia economica contemporanea, nonchè tra le voci più critiche della società industriale di massa, della globalizzazione economica, del neoliberismo e del capitalismo finanziario. Scrittrice, documentarista, regista e attivista per la difesa dell’ambiente e delle culture locali, è tra le principali esponenti contemporanee dell’ecologia profonda, della decrescita e del movimento per la localizzazione dell’economia e dell’agricoltura. Famosa per le sue esperienze, dal 1975, con la popolazione nella regione himalayana del Ladakh (1), è fondatrice e direttrice di Local Futures, un’organizzazione senza scopo di lucro “dedicata alla rivitalizzazione della diversità culturale e biologica e al rafforzamento delle comunità e delle economie locali in tutto il mondo”. Nel 1991 è fondatrice del Global Ecovillage Network, la Rete Globale degli Ecovillaggi (GEN) e nel 1994 è co-fondatrice – insieme a Jerry Mander, Doug Tompkins, Vandana Shiva, Martin Khor e altri importanti volti dell’ecologismo – l’International Forum on Globalization (IFG). Molte sarebbero le cose da dire sulla Norberg Hodge, ma ciò che risulta più rilevante in tutti questi anni di attivismo – e che sta riscuotendo anche grande successo nel mondo – è la campagna The Real Economy avviata tra il 2024 e il 2025 insieme a Fatima Osman Abdalla e all’attore Gustav Skarsgård, in collaborazione con Local Futures e Fund Your Mother e We Don’t Have Time. L’iniziativa è nata per promuovere il passaggio da un’economia globalizzata a economie a misura d’uomo (localizzazione), spostando il potere dai grandi monopoli transnazionali alle comunità locali (economia reale). La campagna sostiene una “strategia di distacco” (breakaway strategy) per liberare le politiche pubbliche dalla dipendenza dal libero scambio e favorire la tutela dell’ambiente e il benessere sociale. Un progetto lungimirante e determinato a cambiare il mondo in nome della localizzazione con un programma politico-etico estremamente affascinante in nome dell’ecopacifismo, dell’agroecologia, dell’ecologia profonda e dell’opposizione alla perversione della società della crescita economica. “Questo sistema – basato su una crescita economica in continua espansione e sul commercio globale – concentra la ricchezza nelle mani di grandi imprese e banche, impoverendo la maggioranza della popolazione; inquina l’aria, il suolo e l’acqua; danneggia i nostri figli; e alimenta i conflitti sia all’interno che tra le nazioni.” – si legge sul sito della campagna. La campagna critica fortemente “l’ingiustizia di una burocrazia eccessiva e di tasse elevate a livello locale e regionale” che stritolano le comunità locali: “È urgente un cambiamento di politica: dobbiamo modificare i sussidi, le tasse e le normative che attualmente sostengono le multinazionali, in modo da rafforzare invece le piccole imprese locali e nazionali. Le decisioni su terra, denaro e risorse dovrebbero spettare alle comunità interessate, non a lontani consigli di amministrazione e multinazionali.” Per questo, secondo la campagna, “dobbiamo tornare all’economia reale. Un modo per farlo è rafforzare le economie locali. Localizzazione significa maggiore occupazione, riduzione degli sprechi e dell’inquinamento, comunità più forti e sane e istituzioni più responsabili. La buona notizia è che un cambiamento verso il locale è già in atto, guidato da migliaia di mercati contadini, alleanze di imprese locali e banche di comunità.” L’economia reale si deve basare su tre punti importanti: * Relazione, Considerarci parte di una rete vitale, non separati da essa. * Responsabilità, Rendere visibile il nostro impatto sulle persone e sul territorio, e assumerci la responsabilità di esso. * Localizzazione, Trasferire il potere dalle sale riunioni lontane alle comunità locali, dove le decisioni su terra, denaro e risorse appartengono alle comunità interessate. Punti centrali che anticipano un programma di azione politica radicale: * Disinvestire dalle industrie distruttive. In tutto il mondo, le istituzioni sono alla ricerca del massimo rendimento possibile su trilioni di dollari di investimenti. Ciò significa che banche, fondi pensione, patrimoni universitari e portafogli di enti governativi statali e locali investono massicciamente nei settori dei combustibili fossili, del nucleare e della difesa, nonché nella deforestazione, nell’accaparramento di terre, nei prestiti predatori e in altre attività distruttive. Fare tutto il possibile per convincere governi e istituzioni a smettere di finanziare la distruzione del pianeta è un importante atto di resistenza. * Spostare i sussidi dal livello globale a quello locale. I sussidi – ovvero le spese pubbliche a sostegno di particolari settori o imprese – svolgono un ruolo fondamentale nel plasmare il nostro mondo, a livello economico, politico e ambientale. Purtroppo, la stragrande maggioranza dei sussidi odierni serve ad accrescere il potere delle grandi aziende, a scapito delle economie locali, all’omogeneizzazione delle culture e al degrado ambientale. Modificare l’attuale sistema di sussidi – privilegiando le piccole imprese locali rispetto alle grandi multinazionali – contribuirebbe in modo significativo a risolvere le nostre molteplici crisi. * Resistere al potere delle multinazionali. Le grandi multinazionali continuano ad accumulare potere e ricchezza, minando ulteriormente la sovranità e l’identità delle comunità, sfruttando i lavoratori e l’ambiente e portando la disuguaglianza a livelli osceni. Per costruire economie locali sostenibili, eque e giuste, dobbiamo affrontare di petto il potere delle multinazionali. * Opporsi agli accordi di “libero scambio”. Il libero scambio è un’espressione sintetica per indicare il processo di rimozione delle regolamentazioni governative sul commercio e sugli investimenti delle imprese, “liberando” così le multinazionali e le banche globali, consentendo loro di operare e realizzare profitti oltre confine. Il libero scambio è alimentato da trattati commerciali e di investimento, istituzioni come l’Organizzazione Mondiale del Commercio e un sistema di tribunali arbitrali che, di fatto, concedono più diritti alle imprese che ai cittadini o ai loro governi. Il libero scambio è uno dei principali motori della globalizzazione aziendale e della concentrazione del potere, nonché una delle minacce più gravi per la democrazia e le economie locali. Per raggiungere una localizzazione resiliente ed equa, dobbiamo impegnarci per smantellare il regime del libero scambio e riscrivere le regole internazionali al fine di proteggere le economie, le culture e l’ambiente locali. * Opporsi agli accordi ISDS. I meccanismi di risoluzione delle controversie tra investitori e stati (ISDS) rappresentano un sistema giudiziario privato globale in cui le aziende possono citare in giudizio i governi per leggi o regolamenti che potrebbero ridurre i loro profitti. Le sentenze ISDS possono obbligare i governi a pagare ingenti sanzioni e risarcimenti alle aziende semplicemente per aver emanato leggi volte a proteggere i cittadini o l’ambiente. Questo non solo concede di fatto alle aziende più diritti dei governi, ma rappresenta anche un attacco ai processi decisionali e normativi democratici a livello locale e ha già avuto un effetto dissuasivo sull’emanazione di leggi di interesse pubblico. * Impedire alle grandi banche di finanziare la distruzione ambientale. Le banche sono fin troppo disposte a finanziare progetti che causano danni irreparabili all’ambiente e alle comunità umane, purché il ritorno finanziario sia sufficientemente elevato. È importante far luce su questi legami e opporsi ai prestiti bancari distruttivi. * Promuovere alternative al PIL. I paesi di tutto il mondo sono ossessionati dalla crescita economica misurata dal Prodotto Interno Lordo (PIL), ma questo indicatore considera la distruzione e il collasso come elementi positivi, purché generino scambi economici, e ignora le qualità ecologiche e sociali fondamentali che rendono la vita possibile e significativa. Con il mondo afflitto da molteplici crisi interconnesse, è evidente che l’ossessione per la crescita misurata dal PIL rasenta la follia. È tempo di abbandonare la crescita fine a se stessa e di passare a modelli che riflettano e promuovano meglio il benessere umano ed ecologico. Molti potrebbero definire utopico, rivoluzionario, fantasioso il programma della Campagna The Real Economy, ma in realtà si tratta del tentativo di riportare la politica al centro delle azioni umane come arte dell’immaginazione di un futuro migliore e non come riduzione a mera governance. Localizzare l’economia e renderla “reale”, rispetto alle logiche “astratte” della finanza internazionale delle corporations, non è fantasia: “se i milioni di persone che lavorano per creare un mondo migliore – dalla protezione delle foreste pluviali al sostentamento dei senzatetto – affrontassero anche le cause economiche profonde di questi problemi, allora il movimento per il cambiamento economico crescerebbe rapidamente e un futuro migliore sarebbe a portata di mano.” Il tutto accompagnato dalla concretezza di questa proposta in quanto è stata appositamente redatta una guida sul come attivarsi per mettere in atto ogni punto della campagna (leggere “Actions” sul sito della campagna). Come ricorda però l’incipit della campagna, per attuare l’economia reale ritornando alla Terra dobbiamo smantellare le narrazioni obsolete che sono alla base del nostro sistema economico globale: “Crediamo che uno degli aspetti più rilevanti della società che ci separa da un mondo più pacifico e giusto siano le idee che sono alla base del nostro sistema economico globale.” Come ha scritto Helena Norberg Hodge: «Dai mercati contadini alle cooperative di produttori e consumatori, dalle alleanze tra imprese locali ai sistemi di finanziamento comunitario, le persone stanno ricostruendo dalle fondamenta il tessuto dell’interdipendenza locale. Spinte dal buon senso e da un’intuizione sincera, stanno trovando modi innovativi per uscire dalla frenesia del consumismo e vivere una vita locale a misura d’uomo.»   (1) Ladakh (chiamato il “Piccolo Tibet”), una regione remota sull’altopiano tibetano a confine tra Tibet, India, Cina e Pakistan che, sebbene sia parte dell’India, ha più in comune culturalmente con il Tibet.   Per informazioni: https://www.helenanorberghodge.com/ https://www.localfutures.org/wp-content/uploads/NY-Times-Helena-Norberg-Hodge-Profile-1.pdf https://www.therealeconomy.earth/ https://www.localfutures.org/wp-content/uploads/We-Believe-in-the-Real-Economy-22-April-2026.pdf https://actionguide.localfutures.org/actions/promote-alternatives-to-gdp https://re-generation.cc/en/longread/helena-norberg-hodge/ Lorenzo Poli
June 3, 2026
Pressenza