Società del lavoro o società della cura?
I termini delle lingue europee che traducono la parola lavoro sono
tradizionalmente legati a concetti come fatica (labour), tortura (travail),
servitù (arbeit e rabota, da cui robot, lavoro meccanico per eccellenza, e forse
anche work): per tutti una condanna esistenziale di sapore biblico (“Con il
sudore del tuo volto mangerai il pane”) contrapposta alla condizione (otium:
tranquillità per perseguire il proprio perfezionamento) di chi dal lavoro era
esentato; la sua negazione (negotium: affari, economici, politici, religiosi,
culturali) non precipitava il soggetto nel mondo del lavoro, ma rappresentava
solo una temporanea e parziale variante di un’esistenza privilegiata decretata
“dalla natura”.
Con la rivoluzione industriale e l’assetto sociale a cui aveva dato origine, la
rappresentazione che i suoi primi teorici ne diedero con l’economia politica ha
trasformato il lavoro in mero “fattore della produzione” accanto al capitale e
alla terra, a cui corrispondevano le tre classi fondamentali della società:
lavoratori, capitalisti e proprietari terrieri e le tre forme di reddito in cui
si ripartiva la produzione della nazione (grosso modo, quello che noi oggi
chiamiamo PIL): salari, profitti e rendite.
Ne è nato un equivoco che ci trasciniamo fino ai giorni nostri: con il termine
lavoro, prima il linguaggio economico, poi quello sindacale e quello politico
hanno preso a indicare indifferentemente sia il fattore della produzione che i
lavoratori come classe, gruppo o categoria sociale. Espressioni come “le lotte
del lavoro” o “la partecipazione del lavoro” a qualcosa sono diventate correnti.
Ma il lavoro è per il capitale solo una “risorsa” da spingere al massimo
rendimento, mentre i lavoratori sono “persone” immerse in una rete di relazioni
che non può e non deve essere ridotta al loro contributo alla produzione.
Il lavoro come fattore della produzione capitalistica è intercambiabile (se una
“risorsa” non funziona, se ne trova un’altra), astratto (nessuna relazione con
quel che produce, anche se fa danno a chi lavora, al territorio, a chi userà
quel prodotto, alla Terra tutta), subordinato (anche quando si presenta come
“lavoro autonomo”), competitivo (spinge ad asservirsi non solo per “andare
avanti”, ma anche per non essere scartato).
La vita del lavoratore inteso come persona è invece fatta di relazioni basate,
quando scelte volontariamente (e non solo nelle coalizioni tra lavoratori in
lotta) sulla reciprocità, che è la base di ogni comunità; sul mutuo appoggio non
solo tra persone, ma anche con il territorio, il vivente, la Terra. Tra le due
cose – risorsa produttiva e persona – c’è una contraddizione irriducibile.
Quell’equivoco – approdato nell’art. 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è
una repubblica democratica fondata sul lavoro” – ha trovato la sua prima
legittimazione nella dottrina sociale della chiesa cattolica, che ha
“santificato” la condanna biblica al lavoro attribuendogli una dignità (a
prescindere da ciò a cui mette capo, cioè produce, che sia cibo, salute,
inquinamento o armi) che spetta invece solo ai lavoratori, ai loro sforzi per
tenere in vita se stessi e le loro famiglie e alle coalizioni e alle lotte
sviluppate nel corso del tempo per emanciparsi dagli aspetti più brutali della
loro condizione.
Anche la recente enciclica di papa Leone XIV, riprendendo considerazioni
consolidate nella dottrina cattolica, finisce per riprodurre quell’equivoco: “In
esso – cioè nel lavoro, che Leone considera “un bene fondamentale per la
persona” – l’essere umano mette in gioco la propria libertà, la propria
creatività e la capacità di cooperare, contribuendo all’elevazione culturale e
morale della società” (MH, 37). Ora, quanti lavoratori, non solo tra quelli
ancora inchiodati a una catena di montaggio o al computer di un call-center, ma
anche tra quelli dediti a lavori cosiddetti “creativi”, come per esempio un
pubblicitario – che cerca di far comprare a uno sconosciuto un prodotto di cui
sa benissimo che non ha alcun bisogno – possono riconoscersi in quella
rappresentazione del loro lavoro?
Il lavoro è una galassia che va scomposta. La prima distinzione, propria
dell’economia classica (e su cui si sono affaticati migliaia di teorici
marxisti) è quella tra lavoro produttivo (di plusvalore, di profitto, ma anche
di salario) e lavoro improduttivo (che non produce plusvalore, ma consuma
salario: è quello del personale al servizio dei ricchi e quello del pubblico
impiego). Oggi distinguerli (individuare da dove nasce il valore aggiunto) è
sempre più difficile e inutile.
La seconda distinzione è tra lavoro retribuito (quello del breadwinner, il
“capofamiglia”) e lavoro riproduttivo (il lavoro domestico, affidato alle donne,
non retribuito e non considerato nel calcolo economico della produzione
nazionale). A parte l’orrore del termine “lavoro riproduttivo” che abbina
un’attività di cura con un’elevata componente affettiva a una condizione che in
molti casi sconfina nello schiavismo, la sua problematicità deriva dal fatto che
in vari modi si è cercato di promuovere l’emancipazione di coloro che lo
svolgono portandolo entro il perimetro del lavoro retribuito. L’obiettivo del
salario al lavoro domestico e il movimento che lo sosteneva sono stati la
principale manifestazione di questo approccio. Ma così non si propone la
liberazione delle donne dalla schiavitù del “lavoro domestico”; se ne sancisce
la perpetuazione, pur riconoscendo e retribuendo il suo contributo al
funzionamento e al benessere della società che le sfrutta.
Il termine “lavoro riproduttivo” finisce poi per ricondurre entro confini
“domestici” anche una serie di attività di cura, in gran parte affidate alla
componente femminile di ogni società, che sono fondamentali nel creare relazioni
di reciprocità, di mutuo appoggio, e con ciò stesso comunità: una serie molto
ampia di attività poco studiate e di difficile individuazione che sono il
collante della vita associata. Un esempio: diversi processi migratori
concentrati in zone ristrette di emigrazione prevalentemente femminile (come
quella delle badanti, costrette ad abbandonare la propria famiglia per andare a
occuparsi di quelle di altri) hanno mostrato che senza quelle donne quel poco o
tanto di comunità preesistente si disgrega: gli uomini, spesso disoccupati e
mantenuti dalle rimesse delle mogli, non sono in grado di tenerla in vita.
Ma al di là della ripartizione di genere del lavoro retribuito e delle attività
non retribuite e non riconosciute, occorre prendere atto del fatto che in molti
lavori retribuiti (non tutti), dal medico al netturbino, dall’insegnante
all’agricoltore, ecc., c’è una componente di cura, effettiva o potenziale, che è
inclusa nel mansionario e che può venir potenziata, trascurata o ignorata per
iniziativa o decisione del lavoratore o della lavoratrice, ma che rientra a
pieno titolo tra quelle che concorrono o possono concorrere alla riproduzione,
al miglioramento o al peggioramento della convivenza sia con la comunità, che
con il territorio e il vivente tutto.
Un obiettivo da perseguire può essere allora quello di potenziare e allargare
questa componente – ed è un’impresa collettiva, che non può essere abbandonata
alla pur indispensabile discrezione individuale – a scapito di quella su cui
viene misurata in genere la produttività del lavoro. Invece di ampliare l’area
del “lavoro produttivo”, facendovi rientrare in tutto o in parte il lavoro
domestico, forse è meglio cercare di ampliare l’area delle attività di cura,
lasciando ad altri strumenti, come il reddito di base, il compito di garantire
l’indipendenza economica della persona.
E’ chiaro, per venire al nostro tema, che le attività di cura sono la base della
costruzione di comunità fondate sulla reciprocità e sul mutuo appoggio e che
queste sono l’ingrediente indispensabile di una democrazia sostanziale, fondata
sulla partecipazione e aperta al conflitto. Mentre la democrazia rappresentativa
– che non è necessariamente alternativa, e può essere complementare, a una
strutturazione della società su basi comunitarie e convivere con essa – non
richiede un tale supporto; può rappresentare i lavoro, qualsiasi cosa si intenda
con questo termine, anche nelle forme subordinate in cui si presenta oggi quasi
ovunque, anche e soprattutto quando la rappresentanza si allontana sempre più
dalle istanze dei rappresentati.
Nell’affrontare problemi e obiettivi di questa portata, che hanno sempre al
centro il modo in cui conflitto e partecipazione si integrano e bilanciano tra
loro, si incontrano quasi sempre due approcci, non sempre complementari; un
modello statutario e un modello processuale. Il primo fissa in termini generali
i principi e le regole del modello di società, o di qualche sua componente, che
si persegue e promuove la partecipazione “per adesione” ad esso. Il secondo
affida al conflitto, sempre caotico e refrattario a uno sviluppo lineare, sia la
promozione del coinvolgimento di sempre nuovi partecipanti che la progressiva
precisazione o l’ampliamento dei suoi obiettivi. L’uno non esclude l’altro, ma
occorre evitare che un accento eccessivo o esclusivo sulle regole finisca per
allontanare o escludere da un loro coinvolgimento le componenti più marginali
dei suoi potenziali protagonisti.
Tratto dalla relazione presentata all’incontro “Democrazia della cura e cura
della democrazia” del 24 maggio 2026 alla quinta Festa dell’economia solidale,
SOLIDALIA 2026
Guido Viale