La musica che rompe il silenzio
Da Roger Waters ai Massive Attack, il ritorno dell’impegno artistico
C’è un momento preciso in cui Roger Waters smette di essere il custode di un
classico e diventa qualcos’altro. È il momento in cui la voce di Mona Miari
entra nel tessuto sonoro di Comfortably Numb e la parola “casa” — bayt, in arabo
— si trasforma in lutto. Non è una reinterpretazione. È un atto. Waters prende
una canzone che parlava di alienazione individuale, di muri interiori, di
un’anestesia esistenziale, e la porta dentro la storia concreta di un popolo che
quei muri li vive in pietra e cemento armato, dentro confini militarizzati,
dentro una spoliazione che dura da decenni. Il verso chiave dell’originale — I
have become comfortably numb — diventa il suo contrario: I will never become
comfortably numb. Non mi lascerò mai andare all’indifferenza.
Quasi nello stesso periodo, i Massive Attack tornano dopo sei anni di silenzio
discografico con Boots on the Ground, registrata insieme a Tom Waits. È una
canzone scritta dal punto di vista di un soldato — feroce, strumento
inconsapevole di una macchina che lo usa e lo getta. Robert Del Naja, leader del
gruppo, viene arrestato a Londra mentre manifesta con Palestine Action. Non è
una postura. È coerenza portata fino alle conseguenze fisiche.
Sono due esempi tra molti. Nel 2026, la musica di protesta occidentale vive una
stagione di intensità rara. Bruce Springsteen scrive contro le deportazioni
dell’ICE. Gli Strokes proiettano messaggi politici sui maxischermi del
Coachella. Bad Bunny trasforma l’intervallo del Super Bowl in una rivendicazione
dell’identità portoricana contro il colonialismo statunitense. In Italia, questo
movimento arriva attutito. Filtrato. Spesso guardato con stupore, quando non con
fastidio aperto.
Il silenzio come norma
Non è facile misurare il silenzio. Non fa rumore, non lascia tracce dirette, non
produce dichiarazioni citabili. Eppure chi segue la scena musicale italiana con
attenzione sa riconoscerlo: nei comunicati stampa che parlano solo di musica,
nelle interviste che scivolano via dai temi scomodi, nei profili social
accuratamente ripuliti da qualsiasi riferimento al conflitto a Gaza, alla
politica migratoria, alla deriva autoritaria che attraversa l’Occidente.
Numerosi artisti italiani con milioni di ascoltatori, con una visibilità che
sarebbe uno strumento potente, scelgono sistematicamente di non usarla per nulla
che vada oltre la promozione del proprio lavoro.
Questo silenzio non è neutro. È una scelta, con conseguenze reali. Quando un
artista ha un pubblico di massa e decide di non usare quella relazione per nulla
che disturbi, sta implicitamente validando lo stato delle cose. Il silenzio dei
potenti — e gli artisti con visibilità di massa sono potenti, nel senso più
concreto del termine — non è assenza: è consenso passivo. È il rumore di fondo
che permette ad altri rumori di non essere sentiti.
Non si tratta di pretendere che ogni canzone sia un manifesto politico. Si
tratta di riconoscere che la scelta di non dire mai nulla di scomodo, in un
momento storico in cui ci sono cose molto scomode da dire, è essa stessa una
posizione politica — solo che si presenta come non-posizione, come purezza
artistica, come rispetto per l’autonomia del pubblico.
Lo stupore di fronte a chi parla
Il silenzio sarebbe già abbastanza. Ma c’è qualcosa di più rivelatore: la
reazione di certi ambienti artistici italiani di fronte a chi invece decide di
parlare. Non indifferenza, non disaccordo argomentato — stupore. Un certo
imbarazzo, dichiarato o sottinteso, di fronte all’artista che scende dal
piedistallo dell’universale e si sporca le mani con il particolare. Con Gaza.
Con Trump. Con i migranti che muoiono nel Mediterraneo.
Lo stupore si manifesta in forme diverse. A volte è esplicito: l’artista che in
un’intervista dice di trovare i proclami dal palco inappropriati, che il
pubblico non ha bisogno di essere guidato, che le questioni internazionali sono
troppo complesse per le semplificazioni della canzone di protesta. A volte è
implicito: il tono leggermente condiscendente con cui si parla di chi si espone,
la battuta sull’ingenuità di chi crede che una canzone possa cambiare il mondo,
la distinzione sottile tra l’artista serio — che parla attraverso l’arte, non
attraverso le dichiarazioni — e l’artista impegnato, categoria quest’ultima
pronunciata con una sfumatura di sufficienza.
Questa posizione ha una sua eleganza. Si presenta come sofisticata, come
rispettosa della complessità, come antidogmatica. Sostiene che il mondo è troppo
intricato per i proclami, che chi si espone con nettezza su questioni
geopolitiche presume di sapere più degli altri, che la visibilità pubblica non
conferisce autorità epistemica. È un ragionamento che suona ragionevole. E
nasconde, dentro quella ragionevolezza, una serie di problemi seri.
Il teorema della complessità
Il primo problema è la confusione tra complessità e paralisi. Certo, Gaza è
complessa. La macchina militare e politica che produce morti civili a decine di
migliaia ha radici storiche profonde, ha responsabilità distribuite, ha
narrazioni contrastanti che si sovrappongono da decenni. Ma la complessità non è
un argomento contro la presa di posizione: è un argomento per una presa di
posizione informata, non ideologica, costruita. Waters non sale sul palco e urla
slogan. Costruisce un’architettura musicale di otto minuti in cui la storia
entra attraverso la voce di una donna palestinese americana, attraverso la Nakba
cantata in prima persona, attraverso immagini di una città ridotta in macerie.
La complessità è dentro il lavoro, non fuori. Dire “è troppo complicato per
esprimersi” è spesso il modo più raffinato per dire “preferisco non farlo”.
Il secondo problema è l’idea che sensibilizzare il pubblico equivalga a
sottovalutarlo. Se un artista scrive una canzone sull’amore, non sta presumendo
che il suo pubblico non sappia cos’è l’amore. Sta portando dentro quella realtà
condivisa una prospettiva, un’intensità, una forma. Lo stesso vale per la
politica. Springsteen non dice alla sua gente come votare. Le porta dentro una
storia — quella di un immigrato, di una città che muore, di una violenza
istituzionale — e quella storia produce empatia, produce pensiero, produce
movimento interiore. Non è una lezione. È letteratura.
Il terzo problema è il ricorso a Dylan come esempio di artista che parla
attraverso le canzoni invece che attraverso le dichiarazioni. Il ragionamento
funziona solo se le canzoni parlano davvero. Blowin’ in the Wind, Masters of
War, The Times They Are a-Changin’ sono canzoni politiche nel midollo. Il fatto
che non siano comizi non le rende neutrali — le rende più potenti. L’argomento
“parlo attraverso le canzoni, non attraverso le prese di posizione pubbliche” è
legittimo solo se quelle canzoni hanno qualcosa da dire sul mondo. Se invece le
canzoni sono deliberatamente spogliate di qualsiasi riferimento al concreto,
allora l’argomento si rovescia: non è discrezione, è evasione.
Il lusso del silenzio
C’è una domanda a cui la posizione del non-impegno non riesce a rispondere: chi
si può permettere di avere le idee confuse?
Non è una domanda retorica. È strutturale. Un artista con un pubblico
consolidato, con una protezione economica e sociale che la maggior parte delle
persone non ha, può permettersi di dire che il mondo è troppo complicato, che
non si sente qualificato, che preferisce tacere. È un privilegio reale. Non
moralmente riprovevole in sé — ma un privilegio. Una famiglia di Gaza che ha
perso la casa, i figli, il quartiere non ha il lusso delle idee confuse. Non può
permettersi la complessità come rifugio. Vive dentro la concretezza brutale di
una scelta già fatta da altri — da governi, da eserciti, da catene di
approvvigionamento militare che attraversano anche l’Italia.
Quando un artista dice di non sentirsi superiore a nessuno, sta implicitamente
equiparando la propria posizione a quella di chi non ha voce. Ma non è così. La
visibilità è potere. Non usarla non è neutralità — è una scelta, con conseguenze
reali su chi quella visibilità non ce l’ha e avrebbe bisogno che qualcuno la
usasse.
Del Naja lo sa. Per questo finisce in manette a Trafalgar Square con un cartello
in mano. Non perché si senta superiore. Perché sa che il silenzio di chi ha voce
ha un costo, e quel costo lo pagano altri.
La depoliticizzazione come sistema
Il problema non è solo individuale. Ha una dimensione sistemica che vale la pena
nominare. Il mercato musicale premia la canzone che non disturba. Le grandi
piattaforme di streaming ottimizzano per l’ascolto passivo, per la playlist da
accompagnamento, per il contenuto che scivola via senza attrito. Le radio
commerciali evitano i testi che potrebbero generare controversie. Le televisioni
vogliono artisti che parlino di se stessi, del loro percorso umano, della loro
crescita personale — non artisti che nominino responsabilità collettive o scelte
politiche.
In questo contesto, tacere è la strada di minima resistenza. Non richiede
coraggio, non espone a boicottaggi, non mette a rischio contratti o
collaborazioni. Ed è esattamente per questo che il silenzio sistematico di tanti
artisti non può essere letto come scelta estetica neutrale: è il prodotto di un
sistema che incentiva il ritiro dal politico e lo presenta come maturità
artistica, come rispetto per il pubblico, come rifiuto del dogmatismo.
I Massive Attack lo hanno capito in modo così radicale da arrivare a chiedere la
rimozione del proprio catalogo da Spotify, contestando gli investimenti della
piattaforma in tecnologie militari. È una scelta costosa, in tutti i sensi. Ed è
esattamente la scelta opposta a quella di chi teorizza che l’artista non debba
sporcarsi le mani con il politico.
L’obiezione dell’efficacia
Serve a qualcosa? Le canzoni di protesta cambiano davvero qualcosa, o sono solo
un modo per far sentire meglio chi le canta e chi le ascolta?
È una domanda onesta. E la risposta onesta è: non lo sappiamo con certezza, e
questa incertezza vale per qualsiasi forma di impegno umano. Non sappiamo con
precisione quanto valga una manifestazione, un articolo di giornale, una
petizione. L’incertezza sull’efficacia non è un argomento per il silenzio — è la
condizione normale di ogni azione politica e culturale. Chi aspetta la certezza
del risultato prima di agire non agirà mai.
C’è poi un effetto che l’obiezione sull’efficacia tende a ignorare: l’effetto
sul clima culturale. Le canzoni di protesta non cambiano le politiche
direttamente. Ma costruiscono un’atmosfera, un vocabolario condiviso, una
possibilità di nominare ciò che altrimenti resterebbe innominato. Quando Waters
porta la parola Nakba dentro una canzone che milioni di persone conoscono,
quella parola — e tutto quello che significa — entra in orecchie che magari non
l’avevano mai incontrata. Questo non è poco. È esattamente il lavoro della
musica e della letteratura: ampliare il perimetro di ciò che è pensabile, di ciò
che è dicibile, di ciò che può essere sentito come reale.
Il coraggio come scelta concreta
C’è infine una dimensione che il discorso sull’impegno artistico tende a
sottovalutare perché suona troppo romantica: il coraggio.
Del Naja arrestato a Londra. Waters che elimina il credito di Gilmour dalla sua
versione e si prende la responsabilità piena di un gesto divisivo. Tom Waits che
torna dopo anni di silenzio non con una ballata nostalgica ma con una canzone
che mette in bocca a un soldato americano le parole più crude e scomode che si
possano immaginare. Springsteen che sale su un palco e nomina l’ICE per nome,
sapendo che una parte del suo pubblico potrebbe girarsi dall’altra parte.
Questi sono atti che costano qualcosa. Costano pubblico, costano mercato,
costano la tranquillità di essere amati da tutti. Chi manifesta stupore di
fronte a questi gesti, chi teorizza che l’artista non debba esporsi su questioni
così divisive, spesso non dice ciò che dovrebbe dire con onestà: che non vuole
pagare quel prezzo. Il che è comprensibile. Ma dovrebbe essere detto
chiaramente, non travestito da posizione estetica o da rispetto epistemico per
la complessità del reale.
La nuova Comfortably Numb dura otto minuti. Si chiude con un coro che invoca una
Palestina libera — Falasteen. Non è una risposta a tutte le domande sulla
complessità del conflitto. Non pretende di esserlo. È una frattura nel muro. E
ogni muro, come Waters sa meglio di chiunque altro, prima di crollare comincia
da una crepa piccola, quasi invisibile, che qualcuno ha avuto il coraggio di
aprire.
Fonti
Rolling Stone Italia, Pink a Gaza: il video della nuova versione di Roger Waters
di Comfortably Numb, 28 maggio 2026
https://www.rollingstone.it/musica/news-musica/pink-a-gaza-il-video-della-nuova-versione-di-roger-waters-di-comfortably-numb/1029786/
SentireAscoltare, Roger Waters e Mona Miari. La nuova Comfortably Numb diventa
un canto per Gaza, 28 maggio 2026
https://www.sentireascoltare.com/news/roger-waters-mona-miari-nuova-comfortably-numb-canto-gaza/
Indie For Bunnies, La vera Comfortably Numb: una crepa nel muro
dell’indifferenza, 31 maggio 2026
https://www.indieforbunnies.com/2026/05/31/la-vera-comfortably-numb-una-crepa-nel-muro-dellindifferenza/
Rolling Stone Italia, Dovete ascoltare Boots on the Ground dei Massive Attack
con Tom Waits, 16 aprile 2026
https://www.rollingstone.it/musica/storie-musica/dovete-ascoltare-boots-on-the-ground-dei-massive-attack-con-tom-waits/1026296/
Il Giornale della Musica, Massive Attack e Tom Waits, la musica è politica, 17
aprile 2026
https://www.giornaledellamusica.it/articoli/massive-attack-e-tom-waits-la-musica-e-politica
Il Manifesto, Tom Waits e Massive Attack, la colonna sonora della ribellione, 17
aprile 2026
https://ilmanifesto.it/tom-waits-e-massive-attack-la-colonna-sonora-della-ribellione
Internazionale, Giovanni Ansaldo, Cos’è oggi la musica di protesta, 21 aprile
2026
https://www.internazionale.it/notizie/giovanni-ansaldo/2026/04/21/massive-attack-tom-waits
Francesco Russo