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“Arab Lives Matter” in manifestazione a Tel Aviv: migliaia di persone chiedono la fine delle violenze e dell’inerzia dello Stato
> La sera di sabato 31 gennaio 2026 migliaia di manifestanti – arabi e alleati > ebrei – hanno sfilato nel centro di Tel Aviv in una potente manifestazione dal > titolo “Arab Lives Matter: STOP alla violenza”, chiedendo un intervento > urgente per fermare l’ondata di crimini violenti nelle comunità arabe e porre > fine a quello che i partecipanti hanno descritto come anni di inazione da > parte dello Stato e delle forze dell’ordine. Organizzata dall´Alto Comitato di Monitoraggio per i Cittadini Arabi in Israele (High Follow-Up Committee for Arab Citizens of Israel) in collaborazione con gruppi della società civile arabo-ebraica, la manifestazione ha portato i manifestanti a Habima Square con bandiere nere, cartelli e foto di parenti uccisi nelle recenti violenze in tutto il paese. Slogan come “Basta violenza e omicidi” e “Basta silenzio” hanno risuonato per le strade mentre la folla chiedeva a gran voce un cambiamento delle politiche, un rafforzamento delle forze dell’ordine e investimenti nella prevenzione della criminalità. I relatori presenti alla manifestazione, tra cui sindaci, familiari delle vittime e leader della comunità, hanno esortato il governo a considerare l’epidemia di sparatorie, estorsioni e omicidi come una crisi che richiede un intervento deciso. Molti hanno criticato le istituzioni preposte alla sicurezza nazionale per non essere riuscite a frenare il traffico illegale di armi e la criminalità organizzata e per la sistematica indifferenza nei confronti delle città e dei centri abitati arabi. In un clima di crescente frustrazione, gli attivisti hanno sottolineato che la richiesta di sicurezza trascende i confini comunitari, invitando i cittadini ebrei e arabi a unirsi per il diritto fondamentale alla sicurezza e alla dignità per tutti. Foto di Sharon Dolev (fotogallery) TRADUZIONE DALL’INGLESE DI ANNA SETTE Pressenza New York
February 3, 2026
Pressenza
La falsa tregua si è svelata
Una strage dopo l’altra, nella giornata più sanguinosa dallo scorso ottobre. 32 palestinesi assassinati negli intensi bombardamenti israeliani di ieri sabato. In maggioranza anziani e bambini. Gli attacchi aerei hanno colpito una stazione di polizia a Sheikh Radouan e una casa a Nasr, a Gaza città, oltre ad una bomba incendiaria anti bunker sulle tende del campo sfollati di Mawassi, nel sud della Striscia. L’artiglieria israeliana non ha smesso un momento di sparare contro i soccorritori. Stamattina, droni hanno sparato contro un ragazzo che stava riparando la tenda di famiglia, crollata a causa delle temperie. La propaganda dell’esercito israeliano ha parlato di violazione della tregua da parte di Hamas, perché un’unità di combattenti, che era isolata da mesi nei tunnel, è uscita e si è scontrata con un gruppo di mercenari collaborazionisti. Un pretesto per violare la tregua e far saltare la riapertura del valico di Rafah. Oggi infatti si apre in modalità di prova il valico di Rafah, nelle due direzioni di entrata e uscita. Da domani avverrà l’apertura ufficiale. Il valico sarà condotto, nel lato palestinese, da personale dell’Ue e agenti nominati dall’ANP. Rientreranno 50 palestinesi al giorno e potranno uscire 50 malati bisognosi di cura all’estero, accompagnati ciascuno da 2 parenti. Israele per imporre il suo dominio ha costruito, nella zona occupata di Gaza a circa 500 metri dal valico, un ufficio per il controllo delle identità dei viaggiatori. Ieri, 31 gennaio, invece, la protesta del sabato sera a Tel Aviv ha cambiato volto con l’ingresso massiccio dei palestinesi di cittadinanza israeliana arrivati da tutto il paese. Alla marcia solo bandiere nere e cori in arabo, ma ad accogliere il corteo nella piazza del Teatro Habima c’erano molti esponenti della sinistra israeliana ebraica, che hanno risposto all’appello per manifestare insieme contro l’indifferenza della polizia di Bin Gvir alla piaga della criminalità organizzata che affligge dall’interno la società palestinese di Israele. La polizia ha chiuso non un occhio, ma tutt’e due contro la criminalità organizzata nelle città a maggioranza palestinese. Non solo, ma migliaia di collaborazionisti, trasferiti da Gaza in Israele tramite programmi di protezione, sono diventati essi stessi attori di spicco della criminalità organizzata mantenendo legami istituzionali con polizia e esercito israeliani. 252 cittadini palestinesi-israeliani uccisi nel 2025 e 25 vittime solo a gennaio, mentre la polizia di Bin Gvir è impegnata a supportare i coloni della Cisgiordania o a perseguitare i membri dell’opposizione in Israele. ANBAMED
February 1, 2026
Pressenza
Cosa succede nel Campo per la Pace nella terra dal Fiume al Mare?
“Perché sappiamo che ora è il momento di costruire un futuro migliore per tutt3 coloro che vivono qui. Un futuro di pace, uguaglianza, giustizia sociale e ambientale, un futuro che garantisca sicurezza e prosperità per tutt3.” – Standign Together, newsletter 10 Luglio 2025 “C’è una cosa che ognun@ di noi può fare: insistere sulla nostra umanità. Perchè non si tratta solo di salvare Gaza, sì, certo, è salvare le persone a Gaza, e siamo orgoglios3 di essere insieme, in solidarietà, in questo, Palestinesi ed Ebre3 con le persone di Gaza, ma sapete cosa? Si tratta anche di difendere la nostra umanità, si tratta di decidere che tipo di paese vogliamo diventare” – Alon-Lee Green, Standing Together https://www.instagram.com/reel/DM0oG-YNWfT/?utm_source=ig_web_copy_link&igsh=MzRlODBiNWFlZA== Ieri 3 agosto 2025, a Tel Aviv, It’s Time Coalition, una coalizione composta da oltre 60 organizzazioni per la pace, sia ebraiche che arabe, ha allestito un accampamento in Piazza Dizengoff, a Tel Aviv, per protestare contro la guerra in corso a Gaza. Già per il 31 luglio aveva lanciato un appello: “Dov’eri? Come hai resistito? I nostri nipoti vorranno saperlo. Non possiamo continuare come se tutto fosse normale. Stiamo lanciando un’ondata di azioni d’emergenza a partire da domani, giovedì (31 Luglio). È il momento di interrompere la normalità. È il momento per tutti coloro che hanno resistito dal divano di alzarsi. È il momento di alzare una voce collettiva — contro una guerra criminale e contro l’abbandono di vite umane. Insieme, invochiamo la fine della sofferenza e l’inizio della guarigione” Dopo una serata intensa a Piazza Habima, Tel Aviv, il 31 luglio, dove migliaia di persone hanno riempito la piazza, It’s Time ha lanciato ufficialmente la sua mobilitazione d’emergenza. “Non continueremo come se nulla fosse. Non resteremo a casa mentre continuano le uccisioni, l’abbandono e la fame. A partire da domenica – un accampamento di protesta condiviso per tutte le organizzazioni e attivisti. Vieni a Piazza Dizengoff, a Tel Aviv, e fai parte della resistenza. Domenica è Tisha B’Av* (in ebraico: תשעה באב, che significa nove del mese di Av; è tradizionalmente associato alla distruzione di entrambi i Templi di Gerusalemme: Il Primo Tempio, distrutto dai babilonesi nel 586 a.C; il Secondo Tempio, distrutto dai romani nel 70 d.C. E’ un giorno di lutto e digiuno) e includerà un digiuno congiunto guidato da leader dei movimenti per la pace, attivist3 contro la guerra e altri partner. La protesta ha lo scopo di mettere in luce la crisi umanitaria a Gaza, chiedendo al contempo la liberazione immediata degli ostaggi israeliani e la fine della guerra. La serata del 3 agosto è stata anche la serata per Odeh e la comunità di Masafar Yatta. Centinaia di attivist3 hanno protestato a Tel Aviv e a Gerusalemme chiedendo giustizia per Odeh (Awdah) Mohammed Khalil Al-Hathalin, amato educatore palestinese, attivista per la pace, difensore dei diritti umani, fonte di ispirazione per il mondo attivista israeliano, palestinese e internazionale. Odeh è stato ucciso a colpi di arma da fuoco dal colono israeliano Yinon Levi il 28 luglio, mentre proteggeva la sua comunità . Da allora, il suo corpo non è ancora stato restituito al villaggio per una degna sepoltura. Divers3 palestines3 di Umm Alkhair e di Masafer Yatta sono stat3 arrestat3 e sono attualmente detenut3 nella prigione militare di Ofer. Nel frattempo, Yinon Levi è stato rilasciato agli arresti domiciliari. Centinaia di attivist3 israelian3 e palestinesi hanno espresso la loro solidarietà con le oltre 60 donne di Umm Alkhair che, da giovedì 31, sono in sciopero della fame per chiedere giustizia per Awdah. Invece di onorare la sua vita e permettere alla sua famiglia di seppellirlo con dignità, la polizia ha imposto condizioni disumane: Nessuna tenda del lutto nel suo quartiere. Nessun corteo funebre. Non più di 15 persone in lutto consentite. Combatants for Peace in solidarietà con la comunità ha lanciato un appello per la giustizia: “Il dolore non è un crimine. Il lutto è un diritto. La dignità non ha bisogno di permessi. Questa non è solo una questione locale, è un appello globale per la giustizia. Chiediamo: Restituite subito il corpo di Odeh Permettete alla sua famiglia di piangerlo liberamente e con dignità Lasciate che il suo popolo lo seppellisca nella sua terra, tra i suoi cari. Questo è un appello alla coscienza. Un appello all’umanità. Un appello per la libertà di piangere. Invitiamo ogni difensore dei diritti umani, ogni giornalista, ogni artista, ogni madre, ogni persona che ancora crede nella giustizia: Pronunciate il suo nome. Condividete questo messaggio. Siate al nostro fianco. Insieme, difendiamo la linea della dignità. Per favore, condividete il più possibile: la vostra voce è parte di questa resistenza. Combatants for Peace piange la sua perdita e invia forza alla sua famiglia, alla sua comunità e a tutti coloro che lo conoscevano. Era un faro di speranza e un leader della resistenza nonviolenta contro le ingiustizie orribili e continue dell’occupazione. Che un giorno possiamo vedere realizzata la sua visione: una casa sicura e libera per la sua famiglia, per il suo villaggio e per tutte le persone di questa terra.” Qui la testimonianza commossa, commovente, di Mai Shahin: https://www.instagram.com/reel/DM24r1Iodmv/?utm_source=ig_web_copy_link&igsh=MzRlODBiNWFlZA== Ilaria Olimpico
August 4, 2025
Pressenza
Verso il People’s Peace Summit di Gerusalemme, 8-9 maggio. Piazza bella piazza ieri sera a Tel Aviv
Una bella, robusta, coraggiosa, trasversale e quanto mai sentìta anticipazione di come potrà essere il Peace Summit di Gerusalemme si è tenuta ieri sera a Tel Aviv. Dove in migliaia hanno riempito piazza Habima per la più grande manifestazione contro la guerra da quando la guerra è cominciata. E non solo contro la guerra, perché sfidando il divieto delle autorità la convocazione (principalmente partita dall’organizzazione arabo-israeliana Standing Together) giocava sulla solennità del Yom Ha Shoah, che è il Giorno della Memoria per gli israeliani. Una celebrazione che ogni anno inizia al calar della sera con il suono di una sirena e per qualche minuto tutto il paese si ferma: per le strade i passanti smettono di camminare, i veicoli smettono di circolare, i negozi smettono di vendere, ogni attività si ferma e tutti si mettono sull’attenti per segnalare l’inizio di quella pausa di raccoglimento in ricordo dei 6 milioni di vittime dell’Olocausto, che durerà per le successive 24 ore, fino al tramonto del giorno dopo. Quest’anno il Yom Ha Shoah si è celebrato nelle date tra il 23 e il 24 aprile. E con la chiara (e piuttosto sovversiva) intenzione di allargare il significato del ‘mai più’ ben oltre le vittime dell’olocausto, gli organizzatori della manifestazione hanno scelto proprio il 24 sera per riportare in piazza il tema dei 18.000 bambini già uccisi e chissà quanti ancora moriranno, insieme a quello degli ostaggi che il governo israeliano sembra aver deciso di sacrificare nel folle disegno di sterminare qualsiasi manifestazione di vita a Gaza. Non era la prima volta che le foto dei bambini gazawi uccisi si vedevano per le vie di Tel Aviv: una prima manifestazione di questo tipo si era verificata tra il 17 e il 18 marzo, quando due giorni dopo i bombardamenti su Gaza che avevano segnato la fine del cessate il fuoco come di ogni possibile accordo sugli ostaggi con Hamas, un gruppo di donne israeliane era sceso in strada con le foto dei bambini uccisi negli ultimi attacchi. Una manifestazione improvvisata, al lume di candela, autoconvocata sui social, alla quale però si erano inaspettatamente aggiunte altre donne, e tutte insieme si erano sentite coinvolte al punto da mettere in moto un bel gruppo su whatsapp. Di manifestazioni in manifestazione il gruppo si è allargato da 30 a 100, poi 200, fino alle centinaia della scorsa settimana, e contemporaneamente replicandosi anche in altre città, Haifa, Umm al-Fahm, Gerusalemme, Jaffa… e di nuovo appunto ieri sera a Tel Aviv, dove a manifestare sono stat* in migliaia, donne e uomini di tutte le età, moltissimi i giovani, parecchi i riservisti in dissenso e gli obiettori di coscienza. E tutto questo è successo nonostante il chiarissimo divieto delle autorità, come anche noi abbiamo ripreso dal quotidiano Haaretz. In tema con la solennità della giornata, è stata sottolineata l’inaccettabilità di ogni vita sacrificata nel conflitto: dei 18.000 bambini morti, come degli ostaggi che le famiglie non potranno mai più rivedere, come delle decine di migliaia di civili, già vittime dei bombardamenti, o sicuramente destinati a morire per fame, o per le conseguenze di una guerra che non potrà mai garantire alcuna sicurezza, e che Netanyahu sta portando avanti solo per preservare sé stesso. E il successo di questo enorme sit-in si deve anche alla partecipazione di Women Wage Peace, Zazim e moltre altre organizzazioni, che hanno aderito alla convocazione di Standing Together in quello stesso spirito di alleanza e di ‘unione-fa-la-forza’ che (come già abbiamo raccontato) sarà la cifra del People’s Peace Summit. “(…) Dal 7 ottobre 2023, la vita di tutti noi è un incubo senza fine – recitava il documento fatto circolare in precedenza. – Tutti noi, ebrei e palestinesi, in Israele, nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, così come gli abitanti del Libano meridionale, abbiamo vissuto violenze, perdite e orrori senza precedenti. Piangiamo la perdita di vite umane in tutto il paese, dal terribile attacco di Hamas del 7 ottobre e per questa orribile guerra che il governo israeliano ha lanciato per vendetta. (…) Ogni vita spezzata è una tragedia. Nella guerra che stiamo vivendo dal 7 ottobre, sono i civili innocenti, i bambini e persino i neonati a pagare il prezzo più terribile. Gli abitanti di Gaza hanno subito bombardamenti e raid aerei senza fine. In Cisgiordania, le operazioni dell’esercito e la violenza dei coloni sono diventate sempre più frequenti e distruttive. Molti israeliani evacuati dalle loro case nel nord e nel sud attendono ancora la possibilità di tornare. E quanto agli ostaggi, il cui ritorno era atteso da tempo, languiscono in prigionia a Gaza. (…) Il nostro messaggio è semplice e chiaro: possiamo fermare l’orrore! Come tutti ormai sappiamo benissimo, esiste un’altra via. Le operazioni militari hanno solo aumentato la distruzione, l’oppressione e la perdita di vite umane, senza mai garantire alcuna duratura sicurezza agli israeliani. E le guerre non finiscono mai: la fine di una guerra è solo il preludio per la prossima, che sarà altrettanto inutile. (…) È possibile vivere in modo diverso! È possibile garantire uno spazio sicuro a tutti coloro che vivono in questo Paese. L’occupazione della Cisgiordania, l’assedio e la distruzione di Gaza devono finire, non solo perché sono brutali e oppressivi nei confronti dei palestinesi, ma anche perché minano il bisogno di sicurezza a lungo termine degli israeliani. L’occupazione, l’assedio e la guerra devono essere sostituiti da una soluzione politica concordata: la pace israelo-palestinese. Stiamo costruendo un movimento popolare di cittadini ebrei e palestinesi in Israele che credono che un futuro comune sia possibile. Oggi, giovedì 24 Aprile, siamo in questa piazza con una richiesta chiara: fine della guerra, liberazione di tutti gli ostaggi attraverso un accordo e fine delle uccisioni e della distruzione incontrollata nella Striscia di Gaza.” Daniela Bezzi
April 25, 2025
Pressenza