Lo stato dell’integrazione degli immigrati in Europa
Il 10° Migration Observatory Report, realizzato dal Centro Studi Luca d’Agliano
(https://dagliano.unimi.it/) e dal Centro per la Ricerca sulle Politiche
Economiche–CEPR (https://cepr.org/), presentato nei giorni scorsi, evidenzia
un’Europa profondamente cambiata, con un europeo su otto nato all’estero e con
una crescita dell’occupazione e dell’istruzione tra gli immigrati, ma anche con
forti divari rispetto ai cittadini nativi, soprattutto per i migranti extra UE.
L’Italia risulta essere uno dei Paesi con gli immigrati meno qualificati e più
concentrati nei lavori poveri e solo il 15% degli immigrati presenti in Italia
risulta essere in possesso di un titolo universitario. A fare peggio di noi è
soltanto la Romania.
Lo studio, coordinato dall’economista Tommaso Frattini, professore di Economia
presso il Dipartimento di Economia, Management e Metodi Quantitativi
dell’Università degli Studi di Milano, con Anissa Bouchlaghem, Assistente di
ricerca Centro Studi Luca d’Agliano, utilizza i dati dell’European Labour Force
Survey del 2024 e offre un quadro dettagliato su occupazione, qualità del
lavoro, istruzione e provenienza geografica dei migranti, fornendo una
fotografia complessa, dalla quale risulta come gli immigrati abbiano migliorato
la loro condizione economica rispetto al passato, anche se le differenze con i
cittadini nativi persistono e sono ancora profonde.
Nell’Unione Europea gli immigrati rappresentano oggi il 12,7% della popolazione
totale. Nei Paesi dell’EU14 – quelli dell’Europa occidentale che ospitano la
maggior parte dei migranti – la quota arriva al 15,5%, con alcuni Stati che
registrano percentuali molto elevate: il Lussemburgo ha il 56% di residenti nati
all’estero, la Svizzera il 34%, la Svezia il 23%. All’opposto, Romania e
Bulgaria restano sotto l’1%. Negli ultimi dieci anni il numero degli immigrati è
cresciuto di circa 19 milioni di persone, dando vita ad una trasformazione
strutturale che, secondo gli autori della ricerca, ha cambiato in modo
permanente il mercato del lavoro europeo. L’immigrazione non è più un fenomeno
marginale o temporaneo, ma un elemento stabile delle società europee.
Il rapporto mette in evidenza anche il cambiamento nella composizione dei flussi
migratori: oltre la metà degli immigrati presenti in Europa proviene da un altro
Paese europeo: il 29% da Stati membri dell’UE e il 24% da Paesi europei extra
UE. Anche se negli ultimi anni il peso dei migranti provenienti dal Medio
Oriente, dal Nord Africa e dall’Asia, soprattutto dopo la crisi dei rifugiati
del 2015, è sensibilmente aumentato, con la Germania che rappresenta uno degli
esempi più evidenti di questo cambiamento: la quota di immigrati provenienti
dall’Asia occidentale e dal Nord Africa è salita dall’8% al 20% in meno di dieci
anni. In Spagna, invece, è cresciuta fortemente la presenza di cittadini
provenienti dall’America Latina, in particolare dal Venezuela.
Per quanto attiene all’istruzione, dai dati emerge un quadro ambivalente: gli
immigrati europei sono oggi più istruiti rispetto al passato (nei Paesi EU14 la
quota di laureati è passata dal 26% al 32% tra il 2015 e il 2024), ma anche i
cittadini nativi hanno aumentato il proprio livello di istruzione, e spesso a
ritmi ancora maggiori, con la conseguenza che il divario relativo non si è
ridotto. L’Italia, secondo il rapporto, continua a distinguersi negativamente:
solo il 15% degli immigrati presenti nel nostro Paese possiede un titolo
universitario, il valore più basso d’Europa dopo la Romania. Inoltre, il 43%
degli immigrati ha al massimo la licenza media. Gli autori del Report osservano
come il basso livello medio di istruzione degli immigrati rifletta anche il
basso livello educativo complessivo della popolazione italiana. Il nodo centrale
resta però il lavoro: in media, gli immigrati hanno una probabilità di essere
occupati inferiore di nove punti percentuali rispetto ai cittadini nativi. E le
motivazioni non sono soltanto culturali o linguistiche, ma soprattutto i
meccanismi istituzionali dell’Unione Europea: libera circolazione,
riconoscimento più semplice dei titoli di studio e maggiore facilità di accesso
alle professioni regolamentate.
Inoltre, gli immigrati continuano ad essere impiegati in lavori meno qualificati
e meno retribuiti, con il 18% degli immigrati che lavora in mansioni elementari,
contro appena il 6% dei nativi. E in Italia la situazione è ancora più negativa,
con solo il 16% degli immigrati che lavora in professioni altamente qualificate.
Tuttavia, qualcosa sta cambiando: tra il 2015 e il 2024 sono aumentati gli
immigrati occupati in lavori altamente qualificati (dal 29% al 34%). Per questo,
come sottolineano gli autori dello studio, occorre superare letture
semplicistiche del fenomeno migratorio e considerare come l’integrazione sia un
processo lento, influenzato da istruzione, origine geografica, durata della
permanenza e soprattutto dalle politiche nazionali. Integrazione fondamentale,
poiché l’Europa è ormai una società strutturalmente multiculturale e il futuro
economico del continente dipenderà anche dalla capacità di valorizzare il
capitale umano degli immigrati. Nei prossimi anni sarà cruciale la capacità di
trasformare la crescita quantitativa dell’immigrazione in una reale integrazione
qualitativa. Perché, conclude lo studio, gli immigrati sono già parte integrante
dell’Europa. Resta da capire se l’Europa sarà capace di integrarli davvero.
Qui la sintesi del Rapporto (in italiano):
https://dagliano.unimi.it/wp-content/uploads/2026/05/Executive-summary_10thReport_ITA.pdf.
Qui il Rapporto completo (in inglese):
https://dagliano.unimi.it/wp-content/uploads/2016/08/10th-Migration-Observatory-Report.pdf.
Giovanni Caprio