Sandro Veronesi / Le dimore delle perdite
I viaggi e la “caducità” di Freud. La scrittura per gli scrittori che viaggiano
da viaggiatori o errabondi. Poco sublime o evocazioni allucinate, danze intorno
a chi si ama (molto) e a chi si odia (poco). Spesso il racconto, orale o
scritto, diventa una digressione sul nostro stare al mondo, seduti allo studio,
o sulla groppa di un cammello in Africa. In quest’epoca terrificante si fanno
ipotesi strane sulla realtà cosmica, con l’impressione che il missile definitivo
arrivi sul nostro quartiere o che il vicino di casa incida sulla porta
d’ingresso una svastica. Era Beckett a dire: si fa quel che non si dovrebbe
fare. E Beckett a Sandro Veronesi piace. Senza trasformarlo in mitologia spera
che ai giovani piaccia tanto da potersene allontanare. Come lui stesso attuò. Ed
ecco la propria ricchezza narrativa la mette tutta insieme, in questo volume
contenente tutti i racconti – significa, in definitiva, mettersi a nudo
poggiando tutto quanto nella pianura sterminata di quella strana entità umana,
tanto virtuale da essere inesistente, che è il tempo.
Nelle quasi 400 pagine del volume si capisce quanto l’autore fosse in buona
forma mentre digitava questi scritti, tenendo fede alla verità di come sia
importante la salute mentre si compone. Ogni racconto è un centro emozionale,
non emotivo, diretto alla fronte di quel lettore che potrebbe forse essere il
giovane poeta a cui si rivolge Rilke in un testo famoso (e citato da Freud), o
più semplicemente a coloro che soffrono da professionisti e sanno come venirne
fuori. Veronesi ne viene fuori a ogni racconto. Oltre quattro decenni di prove
d’esistenza, alle prese con madri, amori, amicizie, incontro casuali. Una
drammaturgia delle dimore e degli spazi cercati o perduti.
E l’effetto del tempo è sempre lì, diamine, sacro segno sempre sul punto di
diventare mitico. Volendo, si sa, anche scendere per le sigarette o un mesto
panino, ha l’acre sapore del viaggetto mitico e, appunto, mistificatorio.
Un’intensità di cui godiamo a ogni pagina, perché – diciamolo – i racconti di
Caducità hanno l’effetto di farci sperimentare azioni e conseguenze come fossero
nostre, reali o sognate, scoperte e naufragi e presagi di tempeste. In fondo lo
scrittore insegna a destreggiarsi con le misere tribù attuali, e le inquietanti
azioni psicotiche che ogni giorno invadono la realtà. Questa realtà mondiale di
cui da molto tempo, si crede, Veronesi intuisse l’arrivo inopinato.
Night & Day annuncia già in copertina (di Janusz Haka, artista polacco residente
a Los Angeles) come astutamente lo zeitgeist scontorna gli umani – in questo
caso una ragazza nel pieno della propria vitalità come fosse su un litorale
atlantico – di quanto sta loro intorno. Accorgendosene, fuggono immersi in
un’esplosione di luce bianca accecante. Dentro queste follie per niente esotiche
(“quanta luce c’era nel buio?”), ogni protagonista del libro deve imparare a
guardare in faccia il male distribuito, più di quello ricevuto. Mal detto
precede e segue il mal fatto. In questo crogiolo si collocano le storie di
Caducità, per trentadue volte (tanti sono i racconti) ci rendiamo conto che i
punti di vista del viaggiatore sono i nostri, e non ci possiamo fare niente.
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