La complessità, paradigma di nonviolenza
Salutiamo il Maestro Morin ricordando alcune sue parole, che suonano ancora di
monito
La scienza ha progredito proprio perché esiste una dialogica complessa e
permanente – complementare e antagonista a un tempo. [….] La dialogica porta con
sé l’idea che gli antagonismi possono essere stimolatori e regolatori. E del
resto è quello che oggi iniziamo a capire rispetto a quell’idea di democrazia
che in passato era stata considerata da un punto di vista semplicistico.
Che cos’è la democrazia? La democrazia si basa su di una regola mirante a
salvaguardare la diversità, e mirante con ciò anche alla protezione delle
minoranze. Diventa con ciò l’organizzazione regolatrice di un gioco di
antagonismi, di interessi, di idee, di teorie, di concezioni, di opinioni che in
questo modo possono diventare tutti produttivi. […] Il principio dialogico tende
ad affrontare la difficoltà, a combattere con il reale.
Al principio dialogico occorre accostare il principio ologrammatico relativo
alle organizzazioni complesse nelle quali, come in un ologramma, il tutto è in
certa misura nella parte che è nel tutto.
E così, in certa misura, la totalità della nostra informazione genetica si trova
in ognuna delle nostre cellule, e la società in quanto “tutto” è presente nelle
nostre menti attraverso la cultura che ci ha formati e informati. In altri
termini possiamo dire anche che “il mondo è nella nostra mente, che è nel nostro
mondo”. La nostra mente/cervello “produce” quel mondo che ha prodotto la
mente/cervello.
Noi produciamo la società dalla quale siamo prodotti. E in questo modo il
principio ologrammatico viene a congiungersi con il principio ricorsivo.
La sfida della complessità ci fa rinunciare per sempre al mito della
chiarificazione totale dell’universo, ma ci incoraggia a continuare l’avventura
della conoscenza, che è un dialogo con l’universo. […]
Abbiamo creduto che la ragione dovesse eliminare tutto ciò che fosse
irrazionalizzabile – e quindi l’aleatorio, il disordine, la contraddizione – per
rinchiudere le strutture del reale entro una struttura di idee coerenti, teoria
o ideologia che fosse. Ma la realtà oltrepassa le nostre strutture mentali da
ogni parte.
“Ci sono più cose in cielo e in terra che in tutta la nostra filosofia” notava
Shakespeare.
E il fine della nostra conoscenza non è quello di chiudere, ma è quello di
aprire il dialogo con l’universo. Il che significa: non soltanto strappare
all’universo ciò che può venir determinato in maniera chiara, con precisione ed
esattezza, come erano le leggi della natura, ma entrare anche in quel gioco fra
chiarezza e oscurità che è appunto la complessità. […]
Così il metodo della complessità ci richiede di pensare senza mai chiudere i
concetti, di spezzare le sfere chiuse, di ristabilire le articolazioni fra ciò
che è disgiunto, di sforzarci di comprendere la multidimensionalità, di pensare
con la singolarità, con la località, con la temporalità […]
La complessità è difficile. […]
Se vogliamo ancora avere la speranza che si producano dei miglioramenti e dei
cambiamenti nei rapporti fra gli esseri umani (e non intendo soltanto nei
rapporti fra imperi o fra nazioni, ma anche nei rapporti fra persone, fra
individui, e anche nei rapporti fra sé e sé), allora questo grande salto storico
e di civiltà comporterà anche il salto verso il pensiero della complessità.
(da: Edgar Morin, Le vie della complessità, in La sfida della complessità, pp.
49/60, Milano 1990)
Redazione Italia