La scomparsa di Edgar Morin, una riflessione sul suo pensieroPer quanto sia difficile sintetizzare in pochi elementi la ricerca
dell’intellettuale e sociologo francese Edgar Morin (Parigi, 8 luglio 1921 – 29
maggio 2026), scomparso all’età di 104 anni, circondato da diffuso
riconoscimento quale uno dei più autorevoli e influenti intellettuali del
Novecento francese, è tuttavia possibile individuare gli elementi cardine della
sua traiettoria intellettuale.
Si tratta di una traiettoria che ha disegnato un percorso esistenziale lungo un
secolo e una traccia epistemologica di grande impatto nell’arco della seconda
metà del XX e dell’inizio di questo XXI secolo, situata a crocevia tra
sociologia, filosofia (con particolare riferimento all’epistemologia, spinta al
punto da abbracciare la riflessione conoscitiva ed esistenziale sulla più vasta
dimensione umana, e quindi connotata di ampi tratti di epistemologia umanistica)
ed ecologia (nel senso più profondo che può essere assegnato a tale orientamento
disciplinare, quale scienza delle relazioni e interazioni che intercorrono tra i
viventi e i contesti ambientali, e anche come scienza degli ecosistemi, che, in
quanto sistemi complessi di interazione, non può fare a meno della dimensione
propria della complessità).
È possibile individuare, nella sua traiettoria, alcuni fattori influenti, che,
se da un lato caratterizzano in maniera più spiccata il nucleo della sua
riflessione, individuano in maniera più nitida, dall’altro, le sue componenti
più incisive nella storia della ricerca sociale della seconda metà del XX
secolo. Fondamentale fu, nella sua vicenda esistenziale e nella sua maturazione
intellettuale, la scelta partigiana. Prese parte alla Resistenza antifascista:
fu tenente delle forze combattenti, membro del Partito Comunista Francese dal
1941, tra i protagonisti della Liberazione di Parigi del 1944. È qui che matura
la prima piena consapevolezza intorno ai destini dell’umano e alla complessità
della dinamica sociale; ed è qui che trova conferma la sua collocazione politica
a sinistra, tra le forze di progresso: aveva maturato il proprio orientamento
socialista sin dai tempi del Fronte Popolare; militò nel Partito Comunista
Francese dal 1941 al 1951; tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli
anni Ottanta tornò a una più forte relazione politica con il Partito Socialista
Francese e, del resto, aveva conosciuto François Mitterrand sin dai tempi della
Resistenza. Abbiamo cioè di fronte la figura di un intellettuale a tutto tondo,
capace di unire all’esercizio intellettuale l’impegno pubblico, come dimostrò
anche il suo impegno, negli anni Cinquanta, contro la Guerra in Algeria.
Il suo primo contributo fondamentale, a partire dalla distinzione da lui
istituita tra “cultura” (il complesso dei saperi elaborati che caratterizza una
determinata comunità) e “civiltà” (il processo di trasmissione delle conoscenze
da una generazione all’altra e da una comunità all’altra), è l’elaborazione
intorno alla (e finalizzata alla) “riforma del pensiero”. Il punto di partenza è
avvertito nell’esigenza di un approccio contemporaneo alla questione del
pensiero, all’elaborazione, formazione e, in definitiva, educazione del
pensiero, educazione alla conoscenza. Il punto di arrivo è la formulazione di
una teoria del pensiero non semplicemente in grado di abbracciare la dimensione
della complessità, ma propriamente in grado di rispecchiare e organizzare tale
complessità: è il nucleo fondamentale della sua teoria del “pensiero
complesso”.
Si tratta, cioè, di superare la divisione e la frammentazione del pensiero: da
un lato, la divisione del sapere nei due campi del sapere “umanistico” e del
sapere “scientifico”; dall’altro, la frammentazione del sapere in mille
discipline separate, che finiscono per privare il soggetto della capacità di
comprendere, interpretare e trasformare i fenomeni nella loro articolazione e
interrelazione, dialogica e dialettica, e lo rendono, di conseguenza, non un
“intellettuale”, bensì un “esperto”, limitato a una conoscenza parziale,
settoriale, incapace di fare i conti con le sfumature e le complessità. La
conseguenza di tale postura è, inevitabilmente, la deresponsabilizzazione del
conoscitore-esperto: se, da un lato, l’esperto “perde la capacità di concepire
il globale”, il cittadino, dall’altro, “perde il suo diritto alla conoscenza
piena” e l’intellettuale, avulso dalla complessità, smarrisce la capacità di
penetrare il reale e di ingaggiare la sfida nella società per la sua
trasformazione.
Il tema della educazione alla cultura viene quindi a declinarsi propriamente nei
termini della educazione alla complessità. Si tratta, legato al precedente, del
secondo contributo fondamentale della ricerca sociale di Morin: il principio
della complessità. Il pensiero è complesso e allude a un vero e proprio
“pensiero della complessità”, perché deve essere in grado di stabilire le
interrelazioni tra le diverse discipline del sapere e i diversi fenomeni del
reale, integrando unità e molteplicità, contrastando separazione e
frammentazione, ma anche fissità e sclerotizzazione della conoscenza. La
dinamica sociale risponde altresì al medesimo principio: essa è intrinsecamente
complessa e la “politica della civiltà” ha tra i suoi compiti quelli di
promuovere la conoscenza e l’interazione tra le culture e di costruire relazione
e dialogo tra le civiltà, stabilendo gli opportuni nessi con le dinamiche di
contesto.
Lontano da approcci sociali ideologici, Morin è convinto che l’indicazione
qualitativa possa e debba prevalere sulla propensione meramente quantitativa,
privilegiare il “meglio” anziché il “maggiore”, definire, a seconda dei
contesti, dove far prevalere la dimensione della crescita e dove lasciar spazio
al contenimento della crescita, e orientare nel senso della civiltà propriamente
umana. È il principio della città dell’uomo, che porta con sé la tesi della
“umanizzazione della città”. Rispecchia, tale principio, il motto che, in ambito
pedagogico, resta tra i suoi lasciti più memorabili, la preferenza nei confronti
di “una testa ben fatta anziché una testa ben piena”: non accumulazione delle
conoscenze, bensì capacità, in base alla facoltà di organizzare e articolare, di
definire il terreno della ricerca, di stabilire nessi e relazioni.
Da qui si giunge al terzo suo tema fondamentale: l’individuazione dei saperi
necessari all’educazione. I saperi necessari sono sette: conoscere modi e forme
della conoscenza; sviluppare una conoscenza globale, le questioni nella loro
globalità e i fenomeni nei rispettivi contesti; conoscere la condizione umana,
vale a dire la dimensione di complessità che è propria dell’identità
(individuale e collettiva); conoscere l’identità terrestre e il destino
planetario, la tesi della cosiddetta “terrestrità”, proprio perché il destino
umano e il destino terrestre, planetario, non possono essere separati; la
consapevolezza della dimensione di incertezza, o anche, con una formulazione
tanto suggestiva quanto efficace, “apprendere a navigare in un oceano
d’incertezze attraverso arcipelaghi di certezza”; educare alla comprensione,
nella duplice direzione, della “responsabilità” e della “cittadinanza”; educare
alla complessità della persona umana, in quanto soggetto in un contesto sociale,
culturale, planetario, e in quanto articolazione e inter-connessione di
individuo, parte di una società e parte di una specie. Anche questa
interpretazione porta con sé una sfida di eminente carattere politico: in quanto
individuo-parte di un contesto relazionale, di una società, si afferma
l’esigenza e l’urgenza della democrazia; in quanto soggetto-parte di società e
specie, si impone uno sguardo sulla umanità come “comunità umana di destino
condiviso”, come comunità planetaria.
Educazione, società, cultura sono dunque le tre parole chiave che forse, meglio
di altre, definiscono lo spazio della sua ricerca. Non è un caso che,
nell’ambito della sua ricerca pedagogica, i suoi tre saggi fondamentali, “La
testa ben fatta” (1999), “I sette saperi necessari all’educazione del futuro”
(2000) e “Insegnare a vivere” (2014), abbiano ricevuto il patrocinio
dell’Unesco, proprio perché attrezzano una grammatica dell’educazione alla
conoscenza e dell’educazione alla cultura all’altezza delle sfide della
complessità e della cittadinanza planetaria. E così, il suo saggio più
complesso, “Il Metodo” (1977-2004), in sei volumi, delinea i termini
fondamentali della ricerca complessiva, sin dal tema di ciascun tomo: La Natura
della Natura; La Vita della Vita; La Conoscenza della Conoscenza; Le Idee;
L’Umanità dell’Umanità: l’Identità Umana; L’Etica.
Cosa resta dunque della riflessione di Morin? Si tratta di una miriade di spunti
di estrema attualità: contro le separatezze e il pensiero diviso, l’idea di una
unica umanità, di un destino condiviso, di un pensiero guidato dall’etica e
dalla responsabilità, di una battaglia necessaria a difesa della democrazia.
Gianmarco Pisa