Ancora sulla parata militare del 2 giugno
Ci sembrano incompatibili la parata militare, che è ostentazione della forza
distruttiva delle armi, e l’articolo 11 della Costituzione: la Repubblica è
davanti alla scelta tra riarmo e pace (come già ribadito più volte: Verso il 2
giugno e la parata. Militarizzazione dei territori e conflitto sociale).
Siamo alla vigilia del giorno in cui l’Italia celebra la nascita della
Repubblica con la tradizionale parata militare del 2 giugno, e torna
inevitabilmente ad affacciarsi una domanda profonda sul significato stesso della
democrazia costituzionale nata dalla Resistenza. Perché sussiste un evidente
dissonanza tra l’inchinarsi alle Frecce Tricolori, ai mezzi militari e
all’esibizione della forza dello Stato, e la Costituzione italiana che
custodisce un principio radicale ma spesso rimosso dal dibattito pubblico:
l’articolo 11, quello in cui “l’Italia ripudia la guerra”, come anche dichiara
l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.
Non un generico auspicio morale, ma una scelta storica e politica maturata dopo
il fascismo, la catastrofe bellica e la devastazione prodotta dai nazionalismi
imperiali del Novecento.
La tensione tra la rappresentazione militare della Repubblica e il dettato
costituzionale non riguarda il rispetto dovuto alle Forze armate o alle
istituzioni democratiche, ma il rischio che la guerra venga progressivamente
normalizzata come destino inevitabile delle relazioni internazionali. In un
tempo segnato dal riarmo globale, dall’aumento delle spese militari e dalla
costruzione permanente del nemico, l’articolo 11 torna così ad assumere una
centralità che travalica la dimensione giuridica per investire direttamente il
terreno politico, culturale e antropologico della convivenza democratica,
continua ad affermare con forza e convinzione anche l’Osservatorio contro la
militarizzazione delle scuole e delle università.
La formula secondo cui “l’Italia ripudia la guerra” non rappresenta soltanto una
dichiarazione di principio nata dalle macerie del secondo conflitto mondiale, ma
costituisce il tentativo più avanzato di inscrivere nella struttura
costituzionale una diversa idea di civiltà politica. In essa si condensa
l’esperienza storica dell’antifascismo, della Resistenza e della consapevolezza
maturata dopo la devastazione materiale, etica e morale prodotta dai
nazionalismi imperiali del Novecento.
Le molteplici esperienze di opposizione alla guerra presenti nelle città e nelle
province italiane testimoniano la persistenza di una memoria storica che non è
ancora stata completamente neutralizzata dalla normalizzazione del militarismo
contemporaneo. Dai movimenti contro la leva obbligatoria alle mobilitazioni
contro le basi statunitensi e NATO, dalle campagne contro il riarmo alle
pratiche di obiezione di coscienza nei luoghi di lavoro, emerge un tessuto
diffuso di resistenza civile che spesso rimane frammentato, locale, privo di una
sintesi politica complessiva. Eppure proprio in questa pluralità risiede una
possibilità storica: trasformare le lotte parziali in un progetto collettivo
capace di ridefinire il rapporto tra società, Stato e guerra.
La guerra contemporanea non si presenta più soltanto come evento eccezionale o
dichiarazione formale tra Stati sovrani. Essa permea l’intera organizzazione
economica e culturale delle società avanzate. La conversione bellica
dell’economia, l’aumento delle spese militari, la subordinazione della ricerca
scientifica agli interessi strategici, la costruzione mediatica del nemico e
l’espansione degli apparati securitari delineano una struttura permanente di
mobilitazione. In questo contesto il militarismo non opera unicamente attraverso
le armi, ma mediante la progressiva interiorizzazione dell’idea che la guerra
costituisca un destino inevitabile delle relazioni umane. Il vero trionfo
dell’ordine bellico consiste precisamente nel trasformare la guerra da scandalo
storico a normalità psicologica.
Per questa ragione l’attuazione dell’articolo 11 non può limitarsi a un richiamo
morale o simbolico. Se la guerra tende a diventare struttura economica e
culturale, allora anche la pace deve assumere una dimensione materiale e
organizzativa. Difendere il ripudio della guerra significa interrogare i
meccanismi produttivi che traggono profitto dal conflitto, le alleanze
internazionali che subordinano la sovranità democratica a logiche geopolitiche,
le forme di dipendenza ideologica che riducono il dissenso a marginalità. La
pace, in questo senso, non coincide con l’assenza passiva di guerra, ma con la
costruzione attiva di rapporti sociali alternativi alla competizione distruttiva
imposta dal capitalismo globale.
Le lotte territoriali contro le installazioni militari assumono allora un
significato che va oltre la semplice opposizione locale. Esse diventano momenti
di riappropriazione democratica dello spazio pubblico e della sovranità
popolare. Il segreto che spesso circonda le basi militari e gli accordi
strategici internazionali rappresenta infatti una sospensione implicita della
democrazia: intere porzioni di territorio vengono sottratte al controllo delle
comunità in nome di interessi superiori definiti altrove. In tale dinamica si
manifesta una contraddizione profonda tra costituzionalismo democratico e
integrazione militare globale.
Analogamente, la questione dell’obiezione di coscienza nei luoghi di lavoro apre
un problema filosofico e politico di grande rilievo. In una società in cui la
produzione bellica si intreccia con numerosi settori industriali e tecnologici,
il lavoratore rischia di diventare ingranaggio inconsapevole di processi
distruttivi che non controlla. L’obiezione non riguarda quindi soltanto la sfera
individuale della coscienza morale, ma investe il tema del controllo democratico
sul lavoro e sulla finalità sociale della produzione. La domanda implicita è
radicale: è possibile una democrazia autentica se i processi economici
fondamentali rimangono subordinati alla logica della guerra?
L’orizzonte che emerge da queste riflessioni non è quello di un pacifismo
astratto o puramente testimoniale. Al contrario, si tratta di riconoscere che la
guerra moderna è inseparabile dalle forme di dominio economico e politico che
attraversano le società contemporanee. Di conseguenza, ogni movimento che voglia
realmente attuare l’articolo 11 deve confrontarsi con il problema della
trasformazione sociale complessiva. La pace non può essere ridotta a invocazione
etica; deve diventare pratica politica organizzata, capacità di costruire
alleanze popolari, progetto di democratizzazione radicale delle istituzioni e
dell’economia.
In questo senso il richiamo alla Resistenza assume un valore non retorico ma
storico. La Resistenza italiana non fu soltanto lotta armata contro
l’occupazione nazifascista; fu anche esperienza di autorganizzazione popolare,
di solidarietà collettiva, di elaborazione di un nuovo modello di società
fondato sulla dignità del lavoro e sulla partecipazione democratica. L’articolo
11 nasce precisamente da quella esperienza storica e ne conserva l’ambizione più
profonda: impedire che la guerra possa nuovamente costituire il principio
ordinatore della vita politica.
Oggi, di fronte alla crisi dell’ordine internazionale e alla crescente
militarizzazione delle democrazie occidentali, l’attuazione dell’articolo 11
rappresenta forse una delle ultime possibilità di restituire contenuto
sostanziale alla sovranità popolare. Non come semplice difesa di un principio
costituzionale isolato, ma come ricostruzione di una cultura politica capace di
opporsi alla naturalizzazione della guerra. La vera posta in gioco non riguarda
soltanto la politica estera, bensì l’idea stessa di umanità che si intende
preservare nel XXI secolo.
Laura Tussi