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Gustavo Zagrebelsky / La memoria è uno spazio di tempo comune
La memoria dei popoli talvolta viene convocata da una singola famiglia, da un singolo componente di questa famiglia, e ciò avviene quando sembra che le realtà si disgreghi in un coacervo di strappi, falsità, incoerenze, opposizioni al buon senso e alla buona convivenza. In tali frangenti i padri, quando possono, si rivolgono a figli e nipoti con un linguaggio che possa far da buon tramite fra essi e gli avi. La lingua va tradotta, perché superi i decenni e i secoli, va resa morbida e distesa tanto da attraversare pressoché indenne cambi di regime, guerre, interruzioni genealogiche di famiglie, incontri e scontri di diversi rami. Quando la convocazione arriva da una persona come Gustavo Zagrebelsky possiamo star certi che qualcosa d’importante accade se l’esito degli incontri, del racconto che ne deriva ci viene presentato sotto forma di memoir, di narrazione che non esita a farsi strada nelle complessità storiche e relazionali di una famiglia che ha attraversato le vicende europee di due guerre, dalla Prima guerra mondiale a oggi. L’avanzare dell’età ha questo di bello: avvicina i ricordi e li fonde con gli avvenimenti che ci sono stati raccontati, di certo occorre una grande responsabilità per alleggerire il sentimento del tempo e evitare di confondere cronaca, storia, e tentazione di mitizzare cose personali o aliene. O essere tentati dalle “carinerie” che ogni famiglia racchiude nelle proprie vicende. Zagrebelsky parte dalla grande villa, “vecchia e un po’ cadente” nella campagna piemontese, lì terreni e boschi, alberi e umanità s’incrociano con le diverse età familiari, e l’impresa del ricordare si avvia con tutto il peso che porta con sé, di legami e scissioni, e di faticosi ritorni di ombre e anime. E storie di minoranze venute da diversi lati si presentano con tutto il loro carico: gli esuli russi, e i valdesi. Lo scoppio della Prima guerra mondiale sorprende entrambe le famiglie a Nizza, e lì avviene l’incontro fra il padre dell’autore con Lisín che sposerà poco dopo. Ma quest’esito a Zagrebelsky appare come l’avvenimento felice avviato molto tempo addietro. Mondi lontani che s’incrociano prendendo forma in Memoria di casa con gran favore di particolari e cronache aiutati dalla presenza di immagini che ben presto fanno emergere nel lettore i propri ricordi, e tutte le analogie che facilmente affiorano dalle storie familiari. Merito del libro è anche questo rivivificare una comunità degli animi, qualcosa che proprio in questo presente disforme ha bisogno d’essere tenuto vivo. Dedicare un libro a due famiglie d’origini tanto diverse, ma quanto riunite nel cuore di un’Europa pur devastata, significa contribuire alla generazione di un futuro, dare spazio e mezzi alla coltivazione di un senso da parte di figli e nipoti, gli stessi che erediteranno il continente. Che si prenderanno (e alcuni forse stanno già prendendo) sulle spalle il compito di far passare la notte attuale. Zagrebelsky ha descritto grandi e piccoli rami della storia europea del ’900 attraverso i nomi, le origini e le discendenze, tutto quanto origina e costruisce le famiglie portandole oltre i varchi terribili delle guerre e l’amore indiscusso per le terre, con il loro orgoglioso ritorno alla fertilità. In queste pagine le divisioni e le macerie proseguono negli stessi percorsi che la realtà non ha risparmiato a nessuno. Comprendere è fare memoria, oggi nella testimonianza, e domani nelle parole dette e scritte. Il tempo residuo delle cose, delle storie, delle persone è qui, nell’orizzonte mnemonico, teniamolo prezioso grazie a chi sa voltarsi indietro e – contemporaneamente – voltarsi avanti. L'articolo Gustavo Zagrebelsky / La memoria è uno spazio di tempo comune proviene da Pulp Magazine.
Alba Donati / Riconoscersi e mostrarsi
Quello di Alba Donati non è un semplice libro di narrativa, non è un libro di saggistica e neanche una raccolta di biografie, anzi è l’esatto contrario, è un libro di memorie mediate. In esso c’è la volontà di ricordare gli amori delle letture e di dare una quarta parete (intesa alla maniera teatrale) ad autrici che tutti noi conosciamo per frammenti di scritti (tanto spesso usati in poster e su immagini che nulla riguardano) o per aneddoti della loro vita personale, ma che troppo spesso non trovano il giusto rilievo. Non per non notorietà quanto per non essere state viste e affrontate a tutto tondo, per essere state fraintese o ignorate o ancora giudicate instabili. Cinque vite e cinque racconti corredati da bibliografie ricche e quantomai necessarie ad aprire nuove letture, nuovi orizzonti di conoscenza. E apprezzabile è per il lettore la divisione di “volume su” e “volumi di”. Lo stile è quello rapido e incisivo a cui Donati ci ha abituati con La libreria sulla collina, uno scrivere che intreccia continuamente ricordo e solidità del reale con il sogno e l’atmosfera incantata dei luoghi senza tempo. Il filo conduttore sono le parole e la loro necessità di essere messe in un ordine specifico, chirurgico, e di non essere sprecate o svilite, sottovalutate o travisate. Parole che si fanno anche specchio di chi le scrive. Parole che celano e che svelano, parole cercate e poi illuminate. Così come le gioie e le tragedie, lampi di verità in castelli perfetti di lavoro, famiglia, società. Eppure, tutte queste donne non hanno ancora smesso di parlare e di raccontare l’universo femminile anche contemporaneo, non smettono di far riaffiorare secoli e storie del vissuto di tante altre. Ecco che leggere ogni singolo racconto è anche immergersi nella storia universale che ci porta a essere donne, scrittrici o lettrici oggi: una tela che lega generazioni, strati sociali e lotta. La sopravvivenza di una visione laterale tanto ricca quanto osteggiata, tanto profonda da far male e da richiedere di pensare a quanto ci possa ancora dare la lettura dei testi di queste poetesse. Per sua stessa stesura nel capitolo “La sesta ragazza e altre ancora” Donati ci mette sotto gli occhi come i destini e le parole portino di ragazza in ragazza, da epoca in epoca e di come questo cammino sia ancora lungo e inesauribile. A fine di questo capitolo “I libri sul tavolo” bibliografia che apre alla dimensione fisica del leggere e dello scegliere i volumi, conoscerli e viverli tangibilmente, come corpo. Starci nel mezzo, muoversi ai loro margini, scrivere appunti sulle loro pagine. In qualche modo il lettore può immaginarsi in Lucignana nella libreria sulla collina immerso nel calore dei libri e quasi cullato dai bisbigli dei libri. Chiude il volume la serie di “Biografie astrologiche”, a metà tra esoterismo e scienza esatta che l’autrice ha studiato e composto per ciascuna sorella perché come lei stessa scrive si potrà notare  «che tutte hanno la condanna all’invisibilità in vita e una notorietà postuma».     L'articolo Alba Donati / Riconoscersi e mostrarsi proviene da Pulp Magazine.
Aurelio Picca / Dove il Paradiso ha sapore di peccato
Non è un romanzo il nuovo libro di Aurelio Picca, Roma mia, non morirò più. È un’orazione vicino al corpo disteso, luminoso ma insieme sanguinante, di una delle città più belle del mondo, al contempo amata e fraintesa, nascosta da orde di turisti che si accontentano di cartoline che conoscono già (anzi le cercano) e fuggono via recitando le stesse litanie di una Roma inventata e mai veramente visitata e conosciuta. Ma allora la scrittura di Picca, romano dei castelli (“romani”, per l’appunto) diventa quasi rabbiosa e dolente, cerca con la forza della sua memoria, del suo passato personale, del suo amore pagano, di scartavetrare quelle cartoline e, come un archeologo che ha capito di trovarsi nel punto di una (ri)scoperta preziosa, raspa con le mani per riportare in luce la vita di Roma come era e come, egli stesso spera, sarà per sempre. Roma eterna è quello che ci dicono le guide, ma è anche quello che percepiamo dalle vestigia che la città quasi ci impone: i romani antichi quando costruivano un edificio lo costruivano pensando che dovesse essere “eterno”. L’attenzione per le “rovine” che hanno incantato artisti come Wenders, Fellini e Sorrentino è molto probabilmente la stessa attenzione che ha rapito la sensibilità di Daniele Mencarelli anche lui romano, poeta e scrittore come Aurelio Picca. La vita dei quartieri così diversi e con quella stessa anima in comune anche quando sono in conflitto e in competizione. L’alto e il basso, il molto ricco e il molto povero. La celebrità e l’oblio. Tutto questo sta insieme a Roma, gomito a gomito, a volta l’uno oscura l’altro. Nobili e coatti, preti e mignotte, romani acquisiti e romani “de’ Roma”. Non si sono mai persi di vista. Tutti li conosce Picca e tutti ce li presenta. In questo libro poetico e avvincente. Per far questo accetta, anzi lancia una sfida: scende sul terreno delle “cartoline”. Er Zagaja e la spiaggia di nudisti di Capocotta, come una cartolina degli anni Settanta. Poi una sorta di sarabanda tra Margherita Buy e il suo affascinante “perenne tremore”, l’omicidio di Diabolik, l’ultrà della Lazio coinvolto con le trame nere e la malavita organizzata. Continua con i papi, il sesso, le osterie, i centri sociali, il caffè Palombini, gli etruschi e i cavallari, i castelli romani e il divin amore, Franco Califano, Moravia e Sabrina Ferilli in un incontro di incanto e di tenerezza. Non manca il Tevere e sono sempre presenti il cielo azzurro con le nuvole barocche e il mare con la storia del mitico Kursaal ad Ostia. Ma questo Roma mia non morirò più non è un libro di cronache né di ricordi. Non è un libro nostalgico con il refrain tipo “Roma sparita”, è un racconto poetico. È una dedica e un omaggio a poeti come l’istriano Valentino Zeichen con la sua baracca a borghetto Flaminio mai sostituita con una casa “vera”. Lui, con lo spago che gli teneva i pantaloni. Lui che “non ha venduto e non ha comprato”, “non si è mai ammalato, non ha mai piagnucolato e non è stato mai remissivo”. Poi Elio Pecora, Caproni, Dario Bellezza, G. Gioacchino Belli e l’amatissima Amelia Rosselli che Picca frequentò per dieci anni. “Bella d’ossa e di capelli neri” con i suoi insegnamenti dolorosi che dalla guerra sono arrivati fino ai suoi ultimi giorni con una sensibilità rarissima che trasferisce sui corpi le sofferenze del mondo. Lo sguardo del poeta Picca sulla sua Roma e sugli abitanti che ha conosciuto e di cui mostra di sapere tutto o qualcosa di molto vicino a tutto, non si ferma alle biografie o agli incontri, ma si accompagna al rilievo dei piccoli particolari, quelli che suscitano sentimenti inaspettati e quasi incomprensibili. Arrivano allora gli odori e i colori dei luoghi, il sapore della loro memoria. Senza scomodare divagazioni proustiane, gli scorci romani di Picca sono flash che restituiscono colori nuovi alle “cartoline”. Così si può ripartire con la metropolitana, visitare il cimitero monumentale del Verano, avere notizie del quartiere di san Basilio, andare sul Gianicolo, incontrare artisti e personaggi del mondo del cinema, proseguire forse all’infinito. Forse verso l’infinito. E non è un caso che le ultime pagine siano dedicate all’idroscalo di Ostia e a Pier Paolo Pasolini. L'articolo Aurelio Picca / Dove il Paradiso ha sapore di peccato proviene da Pulp Magazine.
Estela Canto / Un memoir vicino a Borges
Estela Canto, giornalista scrittrice argentina molto apprezzata come romanziera e personaggio culturale di spicco nell’Argentina del Novecento, fu amica e assidua compagna del grande scrittore Jorge Luis Borges. Personaggio sfuggente e controverso, Borges divenne solo in tarda età un intellettuale riconosciuto nel proprio paese, e questo fu solo come conseguenza della sua ormai ampia notorietà all’estero. Dominato dalla madre, in grave difficoltà nell’affrontare una reale e completa relazione affettiva, sempre con un piede nella dimensione fantastica della vita e attratto dall’infinito, così ossessivamente pervasivo nei suoi lavori, Borges risultava intimamente prigioniero delle convenzioni, sfuggente e ambiguo: questa sua difficoltà di comprendere la realtà in modo concreto e operativo determinò in larga parte e fino alla tarda età un sostanziale estraneamento dalla turbolenta vita politica e culturale del suo paese. Il lavoro di Estela Canto, che si basa sulla prolungata frequentazione fra i due, ha il grande merito di focalizzarsi da un lato sui complicati aspetti psicologici della loro relazione (e quindi della mente di Borges), e dall’altro di offrire al lettore uno spaccato di vari decenni della travagliata vita politica e culturale dell’Argentina, dagli anni immediatamente precedenti la Seconda Guerra Mondiale, attraverso la dittatura fascista e populista di Peron e i decenni del dopoguerra, fino alla morte dell’autore dell’Aleph, avvenuta a Ginevra nel 1986. Estela Canto, allora molto giovane, conobbe Borges per caso, nel corso di una riunione con un gruppo di scrittori; la loro relazione fu dapprima strettamente letteraria, nonostante una certa affettuosità che Borges manifestò ben presto, ma si evolse in qualcosa di molto particolare: lo scrittore si invaghì di Estela, si propose a lei nonostante le resistenze della propria madre e il rifiuto della donna. Nonostante questo, la loro frequentazione fu relativamente continua e si protrasse per decenni, nemmeno del tutto interrotta dal primo sfortunato matrimonio di lui con Elsa Helena Astete Millán (1967-1970): una relazione che non aveva possibilità di funzionare, come Estela comprese subito. Fu solo in tarda età, quando Borges si sposò nuovamente con Maria Kodama e quando, secondo Estela, Borges si sentì finalmente libero e pienamente se stesso, che il rapporto fra i due si allentò. Come detto, la parte forse più interessante per un lettore europeo ed italiano è il ritratto dell’Argentina di quel tempo, un Paese che da sempre fatica a trovare una propria dimensione: potenzialmente ricchissimo, autentico crogiuolo di popolazioni e culture (quella spagnola, quella italiana, quella indigena), a metà fra modernizzazione europea e radici gauche, fra la sterminata pampa delle grandi proprietà terriere e il fervore di Buenos Aires. Borges percepì e visse questa dicotomia: ossessionato dalle figure dei cuchilleros (i malviventi armati di coltello), da lui vissute come romantiche, immerso in una dimensione mitopoietica tutta personale, lo scrittore fu sempre fermamente contrario alle istanze progressiste, e dunque (sia fisicamente che psicologicamente), cieco a tanti aspetti della modernità. Con questa conoscenza di prima mano, Canto intesse un originale racconto sempre in equilibrio fra l’aneddotica, la penetrazione psicologica e le interessanti riflessioni squisitamente letterarie su diversi aspetti di importanti lavori di Borges. L'articolo Estela Canto / Un memoir vicino a Borges proviene da Pulp Magazine.
Dario Bellezza / Pasolini, il corpo, la poesia
Ha ragione Alfonso Berardinelli quando scrive che in questo primo ventennio del Duemila – epoca in cui tutto cambia – pare che “il peggio abbia sopraffatto il meglio”. Pasolini, 50 anni dopo il suo assassinio, nella notte fra l’1 e il 2 novembre 1975, nel pieno della sua presenza pubblica composta di articoli e interviste, e con la straripante visionarietà delle sue opere poetiche, narrative e filmiche, è quel corpo dal cuore esploso all’idroscalo di Ostia. È tenuto in braccio come il Cristo nella Pietà (opera dell’artista urbano Ernest Pignon-Ernest) da un sé stesso che, in giubbotto di pelle, ci guarda dritto negli occhi. Ma la poesia, prima di tutto, la poesia scrive e riscrive il mondo che Pasolini ha visto in vita. Occorre ricordare che anomalie, poliedricità, stando lontani dagli slogan, rivelano come la poesia si assesti negli angoli più riposti dell’epoca, non soltanto nelle piazze in bella luce. Chi si appoggia spiritualmente e carnalmente alla poesia, guardando in faccia la realtà, trovando i padri giusti (pure uccidendoli quando serve), certamente rasenta il pericolo quotidiano. Pochi se ne rendono conto, ma Pasolini lo sapeva. Pasolini guardava la storia e la preistoria, incrociava i territori estremi d’Italia e d’Africa, le macerie messe in luce da Le ceneri di Gramsci, gli undici poemetti scritti nei primi anni Cinquanta, che davano piena ragione poetica di sé. Le terzine di cui sono composti diffondono allarmi e acute tenerezze, rivolte soprattutto ai ragazzi “di vita violenta”, in bilico su torto e ragione, tra enfasi e rigoglio linguistico, e unilateralità estrema. Sono le ceneri di Pasolini disperse nel brusio e dimenticate nella massa: un antidoto ai contrapposti moralismi che ancora oggi circondano il libro, e non solo. I due saggi di Dario Bellezza (Morte di Pasolini e Il poeta assassinato), raccolti per la cura di Stefano Bottero, si confrontano con un’eredità ustionante: pubblicati nel 1981 e nel 1996, raccolgono tratti di biografia personale e pubblica fortemente legati all’opera, alla materia letteraria propria e dell’amico. Non si tratta di pagine convenzionalmente critiche, ma di un’estrema riflessione sull’universo creativo che, in Bellezza, non può prescindere dall’omosessualità. Il sentire artistico del poeta romano si mescola, spesso in modo controverso come in una lotta, alla morte dell’amico, già profetizzata da Pasolini nei tempi in cui l’Italia gli sembrava un tugurio pieno di televisioni suscitanti invidia dagli stessi abitanti. La letteratura uccide come vita, diceva – anche Bellezza lo sa ritrovandosi al centro del conformismo e consumismo successivi all’orribile morte di Pasolini. Ma niente torna, non si stancava di ripetere Arbasino, nell’iper-precisa storia giudiziaria che mette in scena un quadro così “volutamente pasoliniano”. Così come la morte analoga di Giangiacomo Feltrinelli, con tutte le “figurine a posto”. L’opera di Pasolini straripa da tutte le parti, questo lo sappiamo, ma quanto la sua poesia, nella propria condizione di allarme continuo, sfiora le anime di coloro che forse ascoltano e forse no? Una sorta di lingua primigenia si allarga ai film – sottolinea il regista Mario Martone – e consente allo sguardo timbrico del poeta di riscrivere il mondo con la macchina da presa. Una lingua che oggi dovrebbe farci oltrepassare il lutto, per consentire d’essere discordi col mondo robotico e informatico che prelude sempre più a un controllo sociale autoritario. Fuori dai ritornelli, guardiamo al corpo di Pasolini entrando nelle sue poesie con la voglia di fare i conti con l’insieme multiforme (edizione in dieci volumi curati da Walter Siti nei Meridiani) che ha lasciato, abbandonando ogni tentazione di superiorità.   L'articolo Dario Bellezza / Pasolini, il corpo, la poesia proviene da Pulp Magazine.
Leila Slimani / Gelsomini notturni a Punta della Dogana
A Rabat il profumo dei fiori la notte apre i pensieri alle storie – vissute e narrate, che trasportano chi decide di raccontare oltre i suoi passi, sul mare e sotto il cielo, nel cuore del Mediterraneo, dagli spazi eterni delle sabbie alle quinte cremisi e saline di Venezia. Leila Slimani, scrittrice marocchina emigrata in Francia, accoglie l’invito di passare una notte a Punta della Dogana, dove i seicenteschi magazzini progettati da Giuseppe Benoni, capaci di accogliere merci provenienti da ogni dove, sono stati riqualificati nel 2008 dall’architetto Tadao Andō. E trasformati in un centro d’arte contemporanea. Il luogo dov’era il commercio della Repubblica di Venezia, al centro fra il bacino di San Marco, il Canal Grande e la Giudecca, in un continuo via vai di navi e controlli doganali di casse e sacchi, ora accoglie fra le sue mura ricoperte di salnitro una quantità di opere d’arte moderne. Slimani vi giunge da lontano e nota subito come lì si fondano il passato e il presente, l’antico e il moderno, cicatrici e giovinezza. Suona alla porta del museo, è sera. Ma prima di essere accolta la scrittrice per una trentina di pagine ci spiega come sia arrivata fin lì. A Parigi Slimani fa emergere per iscritto quel muro che devono faticosamente erigere coloro che scrivono romanzi (ma non solo, occorre precisare) se intendono portare a buon fine l’intrapresa. La disciplina prende il sopravvento fra le mura di casa, nello specifico il suo studio di pochi metri quadrati. Occorre farsi in quattro perché i protagonisti di un romanzo “non se ne vadano”. Ecco perché una buona dose di disciplina sia necessaria per saper dire di no a molte persone e affrontare le inevitabili perdite. È a questo punto che iniziano ad apparire ricordi, sogni e allucinazioni mentre l’aria fredda parigina attornia autrice e editrice sedute ai tavolini all’aperto mentre discutono intorno al progetto di una collana dal titolo Una notte al museo. Fra un bicchiere e l’altro di vino la proposta è ben decisa: per Leila si tratta di dormire dentro Punta della Dogana a Venezia, in una clausura circondata da opere d’arte contemporanea, una “chiusura” che fa venire in mente le reclusioni eccellenti di Hölderlin, Emily Brontë, Petrarca, Flaubert, Kafka, Rilke. Miti che offrono a Slimani le loro modalità, venendo incontro al suo desiderio di ritiro dal mondo. Fra rimpianto della decisione, dubbi, il senso opposto di quiete e caos, entrambi ricercati come se si potesse scegliere fra mondanità ed eremitaggio, arriva l’aprile del 2019 e la scrittrice atterra a Venezia. E a piedi, nel silenzio notturno mai pago del continuo sciabordio, appesantita dalla cena e dal vino rosso, si ritrova davanti alla porta del museo: “Sono Leila. La scrittrice che deve dormire qui”. Fuori è notte, nel segreto chiuso delle grandi sale Slimani “farà nottata” chiedendosi se potrà fumare, se sarà osservata dal guardiano, se riuscirà a comprendere le installazioni che la circondano, lei a cui l’arte attuale non l’ha mai troppo interessata. I pensieri corrono, vanno a certe rimembranze parigine, alle letterature dei flâneur, alle paure inflitte dai maschi, alle sciabolate di Virginie Despentes e, soprattutto, agli anni di Rabat, dove non c’erano musei. Alla Leila ragazzina, che leggeva i romanzi acquistati alle bancarelle, l’arte era vista soltanto attraverso la lente occidentale, mondo lontano e inaccessibile. In letteratura e cinema cercava una sconfinata libertà. In quell’enorme spazio ora, da adulta, si ritrova davanti alla “regina reclusa” Emily Dickinson. Questo volevano dalla poetessa, di stare tranquilla e prevedibile. E di voler essere risolutamente libera, si è sempre imposta Slimani. Siamo al centro della notte, al suo centro appare l’installazione di Hicham Barrada: in una serie di terrari dimorano le piante del gelsomino notturno, che Leila conosce bene. In Marocco il “mesk el arabi” è comune, sprigiona il più intenso profumo solo di notte quando i fiori si schiudono. Il mistero delle ore notturne incanta la scrittrice da sempre: l’odore dell’infanzia in quel profumo inebriante che si spandeva vicino alla porta d’ingresso della casa di Rabat. Leila in arabo significa proprio notte. E la libertà per lei adolescente era oltre la porta di ferro. Nelle sale del museo di Punta della Dogana il giardino segreto e orientale, proprio a Venezia, torna prepotente nei pensieri dell’ospite che a piedi scalzi si ritrova a fantasticare sugli anni marocchini. E Virginia Woolf la soccorre perché possa comprendere la costrizione delle donne tra “dentro” e “fuori”. “La questione femminile è una questione di spazi”, pensa. E pensa che occorra studiare la geografia della dominazione esercitata sulle donne per misurarsi col mondo. La notte scorre così, priva di sonno ma colma di trasformazioni giunte da molte parti di mondo, dalle opere artistiche la spinta riporta ai richiami di Rabat, alla voce del muezzin, alla distruzione di intere città, come Beirut per la guerra, come Parigi e i fuochi della modernità, il fuoco devastante di Notre-Dame. La bellezza rasa al suolo dal denaro. Le città esauste, compresa Venezia. Tutti pensieri, si dice Slimani, indotti dal sentirsi un po’ sbalestrati da tutte quelle ore notturne passate insonne. Il tempo viene invertito e stirato dal luogo, dalle opere esposte, e le tracce lasciate si accavallano, addirittura rendono visibili i fantasmi che riempiono l’edificio. Il profumo che i fiori hanno di notte è un libro d’intensa concentrazione, breve e diretto, dove l’immagine anche tragica della vita, dell’impegno dovuto per intenderne pieghe e oscurità, abbagli e poesia, deve restare moralmente sveglio. Slimani, a poche pagine dal termine della sua sosta veneziana, fa emergere il padre dalle nebbie della censura subita in Marocco a causa di uno scandalo politico-finanziario, imprigionato e poi interamente prosciolto. Una ferita causa di morte. Il padre è morto, Leila scrive. Ma il padre avrebbe riso delle “fantasie di reclusione” della figlia. Slimani lo confessa, troppe le lacune per poter rievocare ricordi precisi, e neppure sa se potrebbe scambiare la propria scrittura con la vita del padre. Se riuscirebbe a dirlo. La notte sta finendo sulla Punta della Dogana, la porta d’ingresso e d’uscita di Venezia è ancora lì: luogo di passaggio e frontiera per merci e viaggiatori, per menti di diverse civiltà. Le contraddizioni personali si raccolgono, diventano le nostre di lettori, un concentrato di oriente e occidente a cui va di traverso la condizione di meticcio. Salman Rushdie ha insegnato a Slimani, e a tutti noi, che abbiamo “un’identità allo stesso tempo plurale e parziale”. Nell’ora blu poco prima dell’alba, Slimani esce all’aperto e passa davanti alla chiesa della Salute. Neanche un rumore, caffè e sigaretta al tavolino di un bar appena aperto, e un unico inequivocabile primo pensiero: “la letteratura, come l’arte, se ne infischia delle frontiere tra passato e presente”. E ancora: “Scrivere è stato per me un atto riparatore. Un atto riparatore profondo, legato all’ingiustizia di cui è stato vittima mio padre”. E il profumo del gelsomino notturno è ancora lì, tutt’intorno.   L'articolo Leila Slimani / Gelsomini notturni a Punta della Dogana proviene da Pulp Magazine.
Davide Bregola / Storie disperse che tornano
Il narratore Davide Bregola si rivolge alla scrittura, le chiede notizia di amici scomparsi, come se volesse conquistarsi altre pianure su cui viaggiare, senza smettere, ricordando e rivivendo per sé e per quel lettore che detesta la nostalgia perché li vorrebbe ancora tutti vivi questi scrittori e poeti, questi viaggiatori che hanno mangiato il loro destino. Davide varca spesso confini, e al di là di ambiguità e disordini questa volta guarda bene in faccia scrittori e poeti che a loro volta hanno guardato bene in faccia lui: Vitaliano Trevisan, Umberto Bellintani, Ivano Ferrari, Marosia Castaldi. Le “rovine” del titolo sono le attuali, a cui pochi sanno resistere, ma sono anche il ritratto di conoscenze antiche mai del tutto scomparse nonostante le biografie dicano tutt’altro. Gli incontri avvengono in momenti cruciali, in anni sparpagliati lungo difficoltà e difficili discorsi su come si debba (e si possa) vivere scrivendo e scrivere facendo ogni giorno altre cose. Nell’aureo libretto, scomodamente aureo perché la sua grana è grossa e rustica e talvolta urticante, questi scrittori e poeti diventano stranamente accessibili, poiché in vita altro sono stati, due poeti e due narratori la cui angustia diventa sacra e popolare, folta di immagini e giornate rivolte alla ricerca continua di una strada, di una magione, di un sentimento fatto per contrastare giornate maledette. Davide racconta di sé per raccontare queste quattro esistenze, sempre sul filo dell’esserci e il non-esserci – sono valori e consuetudini inedite, dove il naufragio sembra sciogliersi in qualcosa a cui non ci si può sottrarre. In fondo scrivere è azione innocente e enigmatica, per l’autore di Bondeno (e mantovano al presente) e per i protagonisti del memoir. Per chi poco o nulla sappia di chi ha vissuto separato per scelta e necessità, inizi da queste Lezioni dalle rovine per restare a contatto con una cultura dispersa (da questo folle secolo) che talvolta ha del magico per come ha saputo andare a spasso in terre di pianura e di provincia, di ribalte smangiucchiate e discese in profondità ben poco amene. Ma tant’è, i nostri scrittori disordinati ci hanno lasciato opere di certo difficili da trovare ma ben salde nel mantenere le loro lingue in una forma aliena allo sgretolamento. Sempre e difficile: «Quando penso a loro, a Trevisan, Ferrari, Bellintani, Castaldi, penso a qualcosa che durerà nel tempo, materiale durevole. Arte».   L'articolo Davide Bregola / Storie disperse che tornano proviene da Pulp Magazine.
David Wojnarowicz / Un roadtrip nella polvere dell’American Dream
Sul filo della lama, pubblicato per la prima volta nel 1991, è un libro bello e terribile. L’autore David Wojnarowicz – artista e attivista omosessuale per i diritti delle persone con Hiv/Aids –, è morto nel 1992 a New York per complicazioni correlate all’Aids a soli 37 anni: in quel periodo quasi nulla si sapeva di questo virus, compreso il modo di curarsi. Nato nel 1954 a Red Bank (New Jersey), figlio di un marinaio violento e alcolizzato, David trascorse un’infanzia fatta di abusi ed espedienti, prostituendosi per pochi dollari fin dalla giovane età. È verso la fine degli anni Settanta che riesce ad affrancarsi dalla strada avvicinandosi prima alla scrittura e poi al mondo delle attività visive. La sua opera spazia dalla scrittura, alla scultura, alle installazioni e tutte le sue creazioni hanno come filo conduttore la solitudine, la diversità, una forte denuncia sociale e la difficoltà di vivere in una società antagonista. Anche Sul filo della lama – una raccolta di saggi, un memoir disintegrato in mille frammenti, capitoli, ricordi – è un testo che denuncia la violenza, dà voce agli emarginati e alle minoranze, e mette in evidenza le colpe della politica, dei media e delle organizzazioni religiose americane. Nonostante il doloroso disfacimento del suo corpo e la sofferenza della sua cerchia di amici che, lentamente, uno per uno, muoiono decimati dal virus, il j’accuse dell’autore è energico e potente: lancia strali contro l’amministrazione Reagan che ha cercato in tutti i modi di relegare ai margini dello spazio pubblico ed estetico le persone con sindrome da Hiv/Aids e le soggettività queer. Wojnarowicz condanna apertamente chi detiene il potere perché totalmente disinteressato alle persone di cui, invece, dovrebbe occuparsi e perché tratta le minoranze come “piattelli a una gara di tiro”, potere rappresentato da gente che, per esempio, mentre si preoccupa di eliminare in Costarica alcuni giornalisti impegnati a portare alla luce la verità sull’importazione di cocaina da parte del governo e sull’utilizzo dei profitti derivanti dal narcotraffico per finanziare i contras, si presenta in uno studio televisivo o nel giardino della Casa Bianca o dal palco di una convention, parlando ipocritamente di gloriosi progetti umani che avrebbe in serbo per la società americana, se solo fosse eletto Presidente degli Stati Uniti. Istituzioni indifferenti che invece di investire nella Sanità per garantire cure a tutti mettendo a disposizione strutture adeguate a chi contrae questa terribile malattia o in generale a tutela delle fasce più vulnerabili, alimentano lo stigma nei confronti di chi è colpito dall’Aids e la disinformazione in materia di salute sessuale. Le risorse destinate a contrastare la diffusione del virus sono il minimo indispensabile per far bella figura sui giornali e “pararsi il culo” mentre le persone, pur di salvarsi la vita, sono disposte ad assumere sostanze chimiche per il giardinaggio o a farsi inoculare un vaccino a base di escrementi umani. Anche il Vaticano e la Chiesa cattolica non escono indenni dall’accusa di Wojnarowicz poiché hanno ignorato le evidenze scientifiche che dimostrano come i preservativi in lattice, se correttamente usati, possano prevenire la trasmissione dell’Hiv e di altre malattie; non solo da parte loro non c’è stata una corretta informazione per prevenire la diffusione del virus, ma sono state fatte affermazioni “preistoriche” secondo le quali gli unici modi per prevenire l’Aids sarebbero stati morigeratezza e astinenza, per cui a coloro che ignoravano gli insegnamenti della Chiesa cattolica e contraevano la malattia non restava altro da fare che incolpare sé stessi. L’autore si rivolge anche contro la stampa per non avere dato conto alla società dell’ampiezza dell’epidemia, poiché da un lato chi controlla l’informazione porta avanti il suo programma conservatore con un’accurata selezione di quali notizie diffondere, e dall’altro considera le persone aggredite da questo virus come sacrificabili. L’America è descritta come una nazione di zombie dove ci sono tante tribù: “alcune si occupano di decerebrare le persone sostenendo il governo nel suo lavoro quotidiano, vendono alle masse mucchi di carne marcia, come una storia corrotta e falsa e un futuro corrotto e falso, e nonostante quella carne puzzi di decomposizione e pus e sangue questa particolare tribù celebra queste esalazioni nauseabonde come se fossero virtù costruite su gloriosi slanci”. Leggiamo anche una sorta di resoconto dei lunghi vagabondaggi in automobile di Wojnarowicz, con accurate descrizioni di paesaggi americani, riflessioni su architettura e arte, storie strazianti di amici e amanti che muoiono di una morte lenta e feroce, leggiamo di furtivi incontri clandestini con estranei in servizi igienici, cabine per camion, squallide stanze d’albergo, magazzini fatiscenti, automobili. Non mancano di conseguenza passaggi a contenuto sessuale, con descrizioni alquanto esplicite e crude; non sono, però, racconti gratuiti, scritti per scandalizzare o eccitare il lettore, ma hanno la funzione di liberare la sessualità in tutte le sue forme, normalizzare aspetti naturali come il sesso e il corpo, sottolineando il fatto che ancora oggi questi aspetti sono considerati un tabù, qualcosa da regolamentare e da nascondere se, in qualche modo, non conformi o sgraditi alla morale borghese. Troviamo tutto questo e molto altro nel libro, e quello che più colpisce è l’attualità del pensiero dell’autore: dopo oltre trent’anni le critiche al Sistema sono assolutamente replicabili alla situazione attuale. Sul filo della lama è un manifesto contro il consumismo di cui ancora siamo imbevuti; contro il silenzio e l’indifferenza della politica, della stampa e della società borghese, completamente disinteressati alle minoranze o alle problematiche dei soggetti fragili; contro l’ormai consolidata abitudine a colpevolizzare le vittime, il fenomeno oggi definito victim blaming cui spesso si fa cenno in casi di violenza ai danni delle donne. Questo manifesto torna alla luce in un momento in cui è necessario far sentire voci, se non di ribellione, almeno di critica. Non solo, ha anche il merito di riportare a galla la questione della tossicodipendenza, piaga sociale di cui si parla sempre troppo poco rispetto alla vastità del problema, esteso sia in termini di spettro di sostanze che circolano sia per numero di generazioni coinvolte. In ultimo, va riconosciuta a Wojnarowicz la grande capacità di riuscire ad alternare descrizioni molto crude e violente a immagini di grande poesia come, per esempio, la magia evocatagli da una nuca intravista in metropolitana o come quando, nella parte finale del libro, chiude numerosi paragrafi con la frase: “Cercate il profumo dei fiori finché siete in tempo”.   L'articolo David Wojnarowicz / Un roadtrip nella polvere dell’American Dream proviene da Pulp Magazine.
Hertha Pauli / “Un ponte che colleghi il presente al passato”
Hertha Pauli, nata a Vienna nel 1906, scrittrice e giornalista, anche attrice, rappresenta – attraverso questo libro puntualissimo, grazie a Palingenia – una scoperta appassionante e inquietante per come ci proietta dentro la tragedia della Storia con l’intensità dei dettagli, quando i destini europei e mondiali vennero sbattuti in uno strappo micidiale da parte dei nazionalsocialisti che acquisirono il dominio dell’Austria. Lei e gli amici antinazisti si riunivano al Café Herrenhof, la realtà si stava trasformando rapidamente, la guerra di Hitler iniziava a svillaneggiare ovunque, SS e Gestapo sottoponevano a controlli più che capillari, identificando anche i “mezzi cristiani” e i “mezzi ebrei” come Hertha si definiva amaramente sentendo su di sé e sui compagni la scure delle leggi razziali. Nel marzo del 1938 dovette fuggire a Zurigo, da lì raggiungere Parigi e poi il Sud della Francia ancora libero e infine imbarcarsi, un paio d’anni dopo, a Lisbona alla volta di New York. Un periodo che Pauli racconta in un libro pubblicato trent’anni dopo, definendolo “libro di esperienza vissute”. Una testimonianza “tenacemente consacrata alla vita e all’umanità”, così la definisce Karl-Markus Gauß nella partecipe postfazione dedicata a “lei che aveva visto tutto”. Trecento pagine dove l’Europa che cade a pezzi viene vissuta con la generosità di chi vuol resistere e al contempo tenere fede al proprio racconto che tutto vuol esporre, pensando al futuro, ma descrivendo le ostilità subite perfino nell’amata Francia – quel paese visto da sempre come roccaforte di libertà e cultura. Pauli lega la sua vita ai collegamenti con gli amici e i personaggi che fanno, letteralmente, la storia di quegli anni – racconta con sincerità luoghi e avvenimenti, sapendolo fare tenendosi lontana dai fatti privati – perché sopravvivere non è autocommiserarsi in un’epoca in cui anche a grandi distanze le persone riescono a comunicare attraverso la posta. Sembra strano, soprattutto oggi, come guerra e situazioni logistiche drammatiche (e la censura) non abbatterono la circolazione di missive fatte di carta, francobolli e telegrammi. Macerie, attacchi polizieschi e militari non fermano lei e i suoi amici che hanno nomi come Joseph Roth, Odön von Horváth, Alma e Franz Werfel, Walter Mehring, e altri grandi émigrés di lingua tedesca. Alla corte del parigino Café Le Tournon questi profughi diventano l’essenza di ciò che è ben più importante di casi fortunati o miracoli, ma fautori di uno sguardo rivolto al futuro mondato da guerrafondai assassini. L’esilio non oscurò la lingua che sembrava perduta, anzi venne ritrovata giorno dopo giorno nel vivido delle lettere, nello scambio di scritture che testimoniarono lo strappo nei brutti giorni europei. A Hertha non interessa il racconto della sua famiglia, né del fratello Wolfgang che ricevette il Nobel per la fisica nel 1945. Le peregrinazioni descritte in Lo strappo del tempo nel mio cuore sono oggi una chiamata alla generazione di adulti e ragazzi che vivono un buio illuminato solo da schermi a cui sarà difficile scampare se una guerra molto diversa prederà gli animi di coloro che si aggireranno in territori dove del diritto s’è fatto strame. Pauli voleva ricucire lo strappo del tempo, le tappe della sua esistenza ancora ci parlano spiegando come resistenza d’animo, amicizia, lavoro di scrittori e poeti, uniti nel sapersi muovere sul terreno pattugliato dai drappelli, poterono contrastare le degenerazioni umane nell’oscura insensatezza che pervadeva l’Europa nei primi decenni del Novecento. L'articolo Hertha Pauli / “Un ponte che colleghi il presente al passato” proviene da Pulp Magazine.
Ernesto Franco / Spiccioli di vita
Nico Orengo raccontava negli Spiccioli di Montale come il Mediterraneo, prima del distopico ma realissimo presente, avesse i suoi eroi, le sue farfalle, i legnetti per chi volesse fare gli acquarelli – uscivano dalle scatole Winsor & Newton come figli delle giostre per diventare nipotini della Torre Saracena. A nord della Corsica c’è la frontiera, e chi vuole può prendersi un po’ di riposo alla Mortola dove i giardini Hanbury ricordano ancora le infanzie. È nel bel mezzo di panorami mnemonici che viaggia lo sguardo di Ernesto Franco in Sono stato, dove la moltitudine del proprio io dispiega le ali, in quest’ultimo viaggio dove c’è Genova “scintillante”, il cui mare accoglie – ha sempre accolto – lo scrittore dentro la sua barchetta dalla vela-bandiera genovese: come nell’evocativo disegno di Lorenzo Mattotti che adorna la copertina di Sono stato. Franco non ha paura dei flutti, né di Proust quando spesso fa capolino fra un suono di cicale e una tenera solitudine. Franco è, senza dubbio, tutti i personaggi che si ricombinano nelle pagine come fossero – e sono – particelle dell’universo intero. Né ricordi né “spiccioli” autobiografici, ma frammenti di vita vera: tanto che l’autore può dire in principio: «Sono stato, per un minuto, un’ora, un giorno, un anno uno di questi personaggi». Però poco Montale, e molto Caproni. Poiché dalla collina di Castelletto è più facile scendere giù in Piazza Alimonda, alle spalle di Piazzale Kennedy fra cariche di polizia, un ragazzo morto, e – risalendo verso nord – le torture alla caserma di Bolzaneto. Franco, come molti altri, è stato uno di quelli che in pieno G8 nel 2001 è rimasto ipnotizzato davanti ai container lungo le vie. La domanda a quel punto arriva puntuta: «Come se lo sono potuti permettere?» Sono parecchi i segni che l’uomo del ’56 offre al nostro sguardo coetaneo, dai travestimenti salgariani in piena infanzia, fatti di carta (ma guarda la coincidenza), al Natale del ’77 dove il dono più acclamato è una “pietra” fatta di hashish da cui viene confezionato un cannone di gran successo soprattutto presso i nonni. Dal velista che combatte le onde montanti di libeccio che affondarono la London Valour contro la diga foranea, al ragazzino “specializzato” nel gioco del dottore quando di fronte a lui si piazzano glutei trionfanti offerti all’inevitabile iniezione. E i primi amori… e le decine di fascicoli impilati per comporre enciclopedie… gli odori indimenticabili della carta e della colla… cowboy e 007… la magia della Rollei e della Vespa 50 cc. E sempre Genova, ottobre 1970, al centro del fango. Il ragazzo degli anni Settanta ha la propria colonna sonora nel risorgente Montale, in Pasolini e nel Che, in Martin Luther, John, Bob, Moro… il mondo in discussione partendo da Moby-Dick: capitano, marinaio, ma soprattutto figlio di un padre che lo educava (come il mio) dentro la “stanza degli attrezzi”. Il poeta Ernesto Franco     L'articolo Ernesto Franco / Spiccioli di vita proviene da Pulp Magazine.