Gustavo Zagrebelsky / La memoria è uno spazio di tempo comune
La memoria dei popoli talvolta viene convocata da una singola famiglia, da un
singolo componente di questa famiglia, e ciò avviene quando sembra che le realtà
si disgreghi in un coacervo di strappi, falsità, incoerenze, opposizioni al buon
senso e alla buona convivenza. In tali frangenti i padri, quando possono, si
rivolgono a figli e nipoti con un linguaggio che possa far da buon tramite fra
essi e gli avi. La lingua va tradotta, perché superi i decenni e i secoli, va
resa morbida e distesa tanto da attraversare pressoché indenne cambi di regime,
guerre, interruzioni genealogiche di famiglie, incontri e scontri di diversi
rami.
Quando la convocazione arriva da una persona come Gustavo Zagrebelsky possiamo
star certi che qualcosa d’importante accade se l’esito degli incontri, del
racconto che ne deriva ci viene presentato sotto forma di memoir, di narrazione
che non esita a farsi strada nelle complessità storiche e relazionali di una
famiglia che ha attraversato le vicende europee di due guerre, dalla Prima
guerra mondiale a oggi. L’avanzare dell’età ha questo di bello: avvicina i
ricordi e li fonde con gli avvenimenti che ci sono stati raccontati, di certo
occorre una grande responsabilità per alleggerire il sentimento del tempo e
evitare di confondere cronaca, storia, e tentazione di mitizzare cose personali
o aliene. O essere tentati dalle “carinerie” che ogni famiglia racchiude nelle
proprie vicende.
Zagrebelsky parte dalla grande villa, “vecchia e un po’ cadente” nella campagna
piemontese, lì terreni e boschi, alberi e umanità s’incrociano con le diverse
età familiari, e l’impresa del ricordare si avvia con tutto il peso che porta
con sé, di legami e scissioni, e di faticosi ritorni di ombre e anime. E storie
di minoranze venute da diversi lati si presentano con tutto il loro carico: gli
esuli russi, e i valdesi. Lo scoppio della Prima guerra mondiale sorprende
entrambe le famiglie a Nizza, e lì avviene l’incontro fra il padre dell’autore
con Lisín che sposerà poco dopo. Ma quest’esito a Zagrebelsky appare come
l’avvenimento felice avviato molto tempo addietro. Mondi lontani che
s’incrociano prendendo forma in Memoria di casa con gran favore di particolari e
cronache aiutati dalla presenza di immagini che ben presto fanno emergere nel
lettore i propri ricordi, e tutte le analogie che facilmente affiorano dalle
storie familiari. Merito del libro è anche questo rivivificare una comunità
degli animi, qualcosa che proprio in questo presente disforme ha bisogno
d’essere tenuto vivo.
Dedicare un libro a due famiglie d’origini tanto diverse, ma quanto riunite nel
cuore di un’Europa pur devastata, significa contribuire alla generazione di un
futuro, dare spazio e mezzi alla coltivazione di un senso da parte di figli e
nipoti, gli stessi che erediteranno il continente. Che si prenderanno (e alcuni
forse stanno già prendendo) sulle spalle il compito di far passare la notte
attuale. Zagrebelsky ha descritto grandi e piccoli rami della storia europea del
’900 attraverso i nomi, le origini e le discendenze, tutto quanto origina e
costruisce le famiglie portandole oltre i varchi terribili delle guerre e
l’amore indiscusso per le terre, con il loro orgoglioso ritorno alla fertilità.
In queste pagine le divisioni e le macerie proseguono negli stessi percorsi che
la realtà non ha risparmiato a nessuno. Comprendere è fare memoria, oggi nella
testimonianza, e domani nelle parole dette e scritte. Il tempo residuo delle
cose, delle storie, delle persone è qui, nell’orizzonte mnemonico, teniamolo
prezioso grazie a chi sa voltarsi indietro e – contemporaneamente – voltarsi
avanti.
L'articolo Gustavo Zagrebelsky / La memoria è uno spazio di tempo comune
proviene da Pulp Magazine.