L’occupazione di Pozzo Sella: una lotta nonviolenta
Il 5 novembre del 2000 Giampiero Pinna, approfittando di una situazione
favorevole, occupò la miniera dismessa di Monteponi, nei pressi di Iglesias, per
chiedere l’istituzione del Parco Geominerario Storico e Ambientale della
Sardegna. La sua protesta, forte, civile e nonviolenta, insieme a quella della
comunità che gli si strinse intorno, durò un intero anno.
Un anno sottoterra è il titolo del libro curato da Andrea Mattei e Daniela
Palumbo (edito da LOW nel 2024), che ripercorre la storia di quella lotta,
attraverso le testimonianze dirette di coloro che la realizzarono.
Giampiero Pinna, morto nel novembre del 2022, viene ricordato come chi si è
battuto per la realizzazione del Parco Geominerario e come padre del cammino
minerario di Santa Barbara. Ma è giusto tenere a mente che per raggiungere
queste conquiste sociali c’è voluta una forte spinta popolare, cui quest’uomo è
riuscito a dare voce, con le sue competenze ingegneristiche e politiche e con
una forza d’animo considerevole. Quella stessa che lo ha spinto, davanti ad una
situazione insostenibile, a mettere il proprio corpo in gioco in un’azione
nonviolenta, inizialmente individuale, ma destinata a crescere e a coinvolgere
la popolazione.
La storia
Andando alle radici di tutto questo, troviamo l’estrazione mineraria in
Sardegna, che si concentra in particolare nella zona sud-ovest, nel
Sulcis-Iglesiente, fin dalla seconda metà del diciannovesimo secolo, con
estrazioni soprattutto di piombo e zinco. Le condizioni in cui lavoravano i
minatori erano terribili e disumane, eppure la loro assoluta sottomissione durò
a lungo, sino almeno al primo fiorire delle organizzazioni dei lavoratori.
“Dentro la Galleria Henry di Pranu Sartu – un budello scavato nella roccia per
raggiungere i meandri più remoti della scogliera, un’opera straordinaria,
impresa ciclopica del 1865, un dedalo di vie dentro la falesia – si consumava
l’esistenza di un esercito di schiavi.” Così Giampiero raccontava il passato,
mutuato dalle memorie paterne, con un misto di rabbia e d’orgoglio.
Nel settembre del 1904, a Buggerru, durante uno sciopero dei minatori,
l’esercito sparò sui manifestanti, uccidendone tre e ferendone altri. Da lì il
conflitto sociale si inasprì, anche se presto interrotto dallo scoppio della
prima guerra mondiale. Si ripropose poi, ma venne nuovamente bloccato
dall’avvento del fascismo. Voluta proprio da Mussolini, attorno alla miniera di
carbone di Serbariu, nacque la città di Carbonia. Dopo la liberazione le miniere
continuarono ad essere produttive, fino alla crisi degli anni Settanta-Ottanta
del secolo scorso, quando cominciarono i ridimensionamenti, i licenziamenti, la
cassa integrazione, le chiusure.
Giampiero nasce nel 1950, vive l’infanzia nel mondo delle miniere, dove anche i
bambini hanno le loro mansioni e le loro fatiche. Gli uomini sotto in galleria,
le donne a far le cernitrici, ovvero separare il minerale utile dagli scarti ed
i bambini ad aiutarle, o a correre a fare commissioni.
Si laurea in geologia e, grazie alle sue capacità, diventa in poco tempo
responsabile del Servizio Geologico. Ma nel frattempo i tempi erano cambiati e
non c’erano più prospettive produttive: “mi resi conto che questa storia era
finita, che la miniera nel suo buio aveva inghiottito il mondo antico (…) Se
fossi andato avanti con il mio incarico, avrei dovuto fare il manager con il
solo obiettivo di continuare a garantire questo andazzo, mantenere in vita
artificiosamente un mondo che si sgretolava a vista d’occhio e una categoria che
si rifiutava di prenderne atto, arroccata sui propri diritti acquisiti. Per me
era solo sofferenza. Mi licenziai.”
Era il 1986, ma il geologo non restò a lungo senza lavoro, perché pochi anni
dopo venne nominato amministratore delegato della Progemisa, la società di
ricerca mineraria della Regione sarda. Dieci anni dopo, grazie all’apporto e
alla spinta di personalità ormai parte della storia della Sardegna, come
l’archeologo Giovanni Lilliu, o la maestra di memorie Iride Peis, nacque l’idea
di dar vita ad un parco geominerario sardo, che attraverso la valorizzazione
della memoria storica ed umana, potesse anche diventare importante per la
valorizzazione turistica del territorio, dando occupazione a tanti ex minatori
ancora in età lavorativa. Si prendeva anche spunto da esperienze già attuate in
altri paesi europei sull’archeologia industriale e la memoria collettiva, come
volani per un turismo curioso, rispettoso e intelligente.
In soli due anni di tempo il Parco Geominerario Storico e Ambientale della
Sardegna venne approvato dall’amministrazione regionale e perfino riconosciuto
nel 1998 dall’UNESCO. Ma mancava ancora l’approvazione della legge istitutiva
del parco, da parte del governo italiano. Nel 1999 Pinna venne eletto
consigliere regionale, ma intanto l’approvazione della legge istitutiva veniva
continuamente rinviata negli ordini del giorno del parlamento italiano e, di
conseguenza, il progetto restava lettera morta.
“Era quasi un dolore fisico quello che provavo”, racconta Giampiero,
“amplificato dall’impotenza di non riuscire più a incidere sul corso delle cose.
Fu proprio questa sensazione di impotenza, però, che mi fece risvegliare da
quello stato di prostrazione, mi diede la spinta a una reazione, fece rinascere
in me una grande voglia di rivolta.” In quei mesi tribolati, nacque pian piano
l’idea di un’azione eclatante, simbolica, forte, che servisse a scuotere
l’opinione pubblica ed a sbloccare il progetto del parco. “C’era da tornare
all’antico, ripescare nella memoria le vecchie forme di lotta, fare quello che
avevano fatto i nostri padre, i nostri nonni, gli avi, sempre. Occupare la
miniera, scendere nel pozzo e lì fermarsi, presidiare le grotte e non uscirne
finché la battaglia non sarebbe stata vinta.”
Giampiero è certo, o almeno spera, che la sua azione nonviolenta individuale, si
trasformerà in lotta collettiva. Ma deve mantenere la segretezza, per garantire
la riuscita del gesto iniziale. Così ne parla solo alla moglie e ai due figli
adolescenti, che l’appoggiano e s’impegnano ad aiutarlo.
Così, il 5 novembre del 2000, in occasione di una cerimonia ufficiale per il
terzo anniversario del riconoscimento dell’UNESCO, gli invitati entrarono nella
dismessa miniera di Monteponi, fino a scendere alla Sala Argani di Pozzo Sella.
Fu lì, nel profondo della terra, che lui fermò l’attenzione di tutti i presenti
per dichiarare: “oggi ho deciso di avviare una difficile azione di protesta
civile, con l’occupazione della miniera di Monteponi (…) con questa azione di
protesta voglio chiedere che le istituzioni e gli organismi competenti diano
seguito agli impegni assunti per ridare fiducia e speranza per il loro futuro ai
tanti lavoratori precari, alle migliaia di giovani disoccupati costretti al
dramma dell’emigrazione e alle loro famiglie.”
Da quel giorno, Giampiero occuperà la miniera per un anno, fino alla
realizzazione dell’obiettivo. Ma in questo lungo anno, sarà soprattutto la
società sarda a mobilitarsi. Pinna non verrà mai lasciato solo: a turno molte
altre persone gli faranno compagnia nelle profondità della miniera, ci saranno
dei presidi permanenti di ex minatori all’esterno, manifestazioni studentesche,
marce di solidarietà. La lotta, nata grazie all’impegno e al sacrificio
individuale, diventa da subito collettiva e, man mano che va avanti, si
arricchirà anche della solidarietà non solo dei sardi, ma anche di personalità
dell’arte e della cultura, a livello internazionale.
Lo scultore Pinuccio Sciola, artista di fama mondiale, volle portare
personalmente il presepe in pietra presentato l’anno precedente in Vaticano. Ma
gli occupanti di Pozzo Sella (si alternavano spesso più persone, per dare
manforte a Giampiero Pinna) ricevettero la visita dell’allora vescovo di
Iglesias Tarcisio Pillolla, quella di Rita Borsellino, sorella del magistrato
ucciso dalla mafia e di altre personalità importanti, che volevano mostrare la
propria solidarietà. All’inizio del 2021 arrivò anche Alberto Granado, l’amico
argentino del Che Guevara, noto per il libro “I diari della motocicletta”,
quindi fu la volta degli Inti Illimani, che improvvisarono un concerto in
miniera. Fu Teresa Piras, storica attivista nonviolenta di Iglesias, a
recapitare nella Sala Argani il messaggio audio di Alex Zanotelli: “mi viene
spontaneo dare la mia totale solidarietà a questo gesto. So che non è stato
facile, so che qualcuno lo potrebbe tacciare di gesto violento, ma non lo è. E’
un tipico gesto di resistenza nonviolenta attiva… ed è per questo che do la mia
totale solidarietà a Pinna e a tutti voi che lo state sostenendo (…) non
desistete, finché davvero s’avveri il vostro sogno.”
Ma la visita per Giampiero più importante fu forse quella più umile. “Senza far
torto a nessuno, la testimonianza più importante in quei mesi di battaglia venne
da una piccola grande donna di quasi novant’anni. Rosina Carta era la regina
delle miniere, la storica cernitrice di Monteponi, che aveva iniziato a lavorare
sottoterra da bambina aiutando il papà a piazzare la dinamite in galleria e poi
fece per una vita il lavoro di cernitrice.”
I tanti sacrifici e sforzi, portarono all’allargamento della visibilità e del
consenso, fino all’ottenimento dell’obiettivo. Il 23 ottobre del 2021, la Corte
dei Conti approva finalmente il decreto istitutivo del Parco geominerario
storico ambientale della Sardegna. Dopo un anno sottoterra, la lotta collettiva
nonviolenta era risultata vincente.
Un’azione nonviolenta
Potrebbe già bastare il riconoscimento dato da padre Zanotelli, per definire a
pieno titolo l’occupazione di Pozzo Sella un’azione diretta nonviolenta.
Proviamo tuttavia a ragionarci sopra.
L’azione diretta nonviolenta viene definita da Enrico Euli, docente
all’università di Cagliari e filosofo nonviolento, come “un’azione agita
attraverso il corpo e/o le parole, in forma immediata e creativa, non delegata
ad altri, ma assunta responsabilmente in prima persona. E’ importante che
esprima insieme, simbolicamente sia la protesta che la proposta di cui si fa
portatrice.”[1]
Prolungata nel tempo e tale da assumere i connotati di una lotta collettiva e
insieme di una campagna di sensibilizzazione, quella dell’occupazione è stata
senz’altro un’azione simbolica e creativa, assunta responsabilmente in piena
coscienza, da ciascuna persona che vi ha partecipato. Ha espresso perfettamente
i chiaroscuri della lotta, in cui nella protesta c’era già la proposta
disattesa.
Gene Sharp, filosofo e politologo statunitense, morto nel 2018, ha compiuto
molti studi e ricerche sulla nonviolenza come metodo politico e sulla
disobbedienza civile. Egli sostiene che un’azione diretta nonviolenta debba
innanzi tutto superare l’ostacolo della paura: “se fra coloro che sono
sottoposti regna una grande paura, anche le piccole sanzioni possono produrre un
grande conformismo, mentre di fronte a un elevato livello di coraggio, sanzioni
anche aspre possono non garantire la sicurezza del regime. Questa differenza è
essenziale per mettere in pratica dei mezzi di lotta nonviolenti di fronte ad
una repressione violenta.”*[2]
La violenza infatti si elimina, non cedendo ad essa, ma rimanendo saldi di
fronte ad essa, come diceva già Gandhi. Infatti, come ci ricorda ancora Euli,
“la strategia di trasformazione nonviolenta del conflitto passa attraverso la
costruzione di azioni dirette nonviolente, che fondano la loro efficacia ed
incisività proprio sulla capacità di comunicare a più persone le ragioni della
propria iniziativa politica. Esse agiscono tanto sull’avversario, del quale si
cerca il cambiamento, quanto su coloro che si considerano neutrali
(inconsapevoli del proprio essere i servitori involontari del sistema) dei quali
si cerca la simpatia, il consenso ed infine l’alleanza.”[3]
L’occupazione di Pozzo Sella si identifica alla perfezione in queste parole:
senza alcun uso della violenza, neppure verbale, ha contribuito a mettere il
sistema alle strette e, insieme, ha tessuto un ordito di solidarietà, di
simpatie e alleanze.
Resta tuttavia un punto almeno apparentemente critico, quello relativo alla
segretezza che precede l’azione stessa dell’occupazione. Gene Sharp esamina con
attenzione il problema, nel capitolo “Azione aperta e segreto nella lotta
nonviolenta.”
“Segretezza, artifici e cospirazione sotterranea pongono problemi di non facile
soluzione per un movimento che faccia uso dell’azione nonviolenta.”[4] Mentre
più avanti specifica che “l’agire in maniera aperta, cioè l’essere sinceri nelle
proprie affermazioni, franchi con l’avversario e con l’opinione pubblica sulle
intenzioni e i piani del gruppo, appare come un corollario dei precedenti
requisiti di libertà dalla paura e di disciplina nonviolenta. La mancanza di
segretezza del movimento e addirittura la sua temerarietà nell’osar dichiarare
pubblicamente le sue intenzioni, può avere un impatto molto significativo sullo
stesso gruppo nonviolento, sull’avversario e su eventuali terze parti. Al
contrario, il ricorso alla segretezza, alla finzione e alla cospirazione
sotterranea avrà probabilmente un impatto negativo su tutti e tre i gruppi.”[5]
Tuttavia, nonostante queste dichiarazioni di principio, lo stesso Sharp ammette
che in determinate circostanze e per un tempo limitato, si possa celare qualcosa
sulle intenzioni dell’azione, allo scopo di renderla concretamente praticabile.
D’altra parte, basterebbe ricordare il boicottaggio degli autobus a Montgomery
(USA) nel 1955, o i successivi ingressi non autorizzati di persone di colore nei
bar riservati ai bianchi, che sconvolsero un’opinione pubblica divisa fra
razzisti, antirazzisti e indecisi. Ebbene, per quanto i movimenti antirazzisti
avessero annunciato la protesta, ne avevano taciuto importanti dettagli. I
dettagli che, se resi pubblici, avrebbero ostacolato sul nascere lo svolgersi
dell’azione stessa.
Quindi la nonviolenza, che ha per principio la verità, piuttosto che il
sotterfugio, ammette che si possano in certe circostanze tenere temporaneamente
segreti i tempi e i modi dell’azione nonviolenta. Volendo fare un salto verso
alcune azioni dirette nonviolente agite attualmente, troviamo quelle dei gruppi
giovanili, come Ultima Generazione, che per mettere in atto le loro performance
dimostrative hanno bisogno dell’elemento sorpresa. La segretezza appare ancor
più giustificata, in tutti quei casi in cui l’azione diretta nonviolenta si
svolge in un contesto dominato da un regime dittatoriale e poliziesco, o in una
situazione di fatto militarizzata.
D’altra parte, Jean Marie Muller, filosofo francese della nonviolenza, scriveva
nel 1975: “Se l’azione nonviolenta deve svolgersi alla luce del giorno, la sua
preparazione dovrà invece, il più delle volte, essere tenuta segreta. Se
l’atteggiamento dei resistenti nei confronti dei Servizi d’Informazione deve
essere improntato alla massima cortesia, sarebbe invece spingere quest’ultima ai
limiti dell’assurdo se si permettesse loro di conoscere in anticipo tutti i
preparativi di un’azione. Ciò non potrebbe che compromettere gravemente la sua
efficacia e la sua riuscita. Perciò, nella fase preparatoria della campagna di
Birmingham, Martin Luther King mantenne segreto il piano della sua azione e
spiegò come fosse inopportuno rivelare all’avversario la data o i particolari di
un futuro attacco.”[6]
Da quanto esposto sembra evidente che l’azione intrapresa nel 2000 in quel sito
minerario sardo, possa essere legittimata come nonviolenta, anche e malgrado il
livello di segretezza che l’ha preparata. Risulta inoltre particolarmente
interessante constatare che lo stesso Pinna non prenda la decisione di mantenere
celata fino all’ultimo la sua azione a cuor leggero, ma ci giunga solo
attraverso un tormento interiore. Si pone il problema di come l’avrebbero presa
gli amici e compagni più vicini, chiede alla moglie Mimma se la sua sia una
scelta giusta. Lei gli risponde che si fida che per lui sia l’unica scelta
possibile. “La cosa più importante, in quella fase, era mantenere la decisione
assolutamente riservata, non far trapelare la notizia della prossima occupazione
di Pozzo Sella in alcun modo, perché c’era il rischio concreto di compromettere
tutto.”
L’occupazione, insieme alla disobbedienza civile, allo sciopero, alla marcia, al
boicottaggio, alla non collaborazione, viene annoverata fra le azioni
nonviolente. Quel che conta non è solo il rifiuto di utilizzare la violenza, ma
anche la necessità che il progetto costruttivo sia da subito evidente, allo
scopo di mostrare il perché dell’azione in senso positivo ed allargare il
consenso intorno ad essa. Operazione effettuata con efficacia, per quanto
riguarda la lotta di Pozzo Sella.
Tra presente e futuro
L’insegnamento che può e dovrebbe restarci di questa lotta nonviolenta è quello
dell’importanza delle forti azioni simboliche, se attuate in un contesto di
solidarietà e partecipazione. Ma è necessario tornare al presente, per
verificare se i cambiamenti auspicati siano stati effettivamente realizzati,
almeno in parte. Il Parco geominerario della Sardegna esiste ed è attivo in
numerosi siti, ma non ancora completato. Il cammino di Santa Barbara, che lo
affianca, viene percorso da migliaia di camminatori e di pellegrini, provenienti
da varie parti del mondo e sembra ben destinato.
Un parziale successo, che tuttavia non basta a creare un’economia sostenibile
nel Sulcis-Iglesiente. La RWM, figlia della multinazionale tedesca Rheinmetal,
con i suoi impianti in parte illegali situati proprio in quest’area, ci dice
purtroppo che ne siamo ancora lontani. L’economia planetaria sembra disposta a
produrre soprattutto strumenti per distruggere, uccidere, o controllare.
Strumenti sterili, il cui futuro è l’autodistruzione. Strumenti fatti per
l’infelicità.
Ma il tessuto sociale, ancora una volta non si è fatto trovare impreparato.
Partita proprio da Iglesias, ma poi estesasi anche in altre zone della Sardegna,
è nata da alcuni anni la Rete War Free – Liberos de sa gherra, una rete di
piccole aziende che si consorziano sui principi etici e politici del no agli
armamenti, allo sfruttamento sul lavoro, all’ecocidio della Madre Terra.
Ricordando che dal 2010 (con uno storico anteprima nel 2001), sono stati i
comitati, le associazioni, i movimenti, i sindacati di base, a promuovere
manifestazioni, marce e ricorsi alla magistratura, in una lotta di lunga durata
contro questa fabbrica che dà combustibile alle guerre.
Le azioni nonviolente, come quella che ventisei anni fa illuminò la Sala Argani,
nella miniera di Monteponi, per loro stessa natura, possono sempre rinascere.
[1] Enrico Euli, Marco Forlani, Guida all’azione diretta nonviolenta – pag. 78
[2] Gene Sharp, Politica dell’azione nonviolenta – 3 la dinamica- Ed. Gruppo
Abele 1998 – pag. 16
[3] Enrico Euli, op. cit. – pag. 71
[4] Gene Sharp, op. cit. – pag. 40
[5] ‘’ ‘’ op. cit. – pag. 43
[6] Jean Marie Muller, “Strategia della nonviolenza” –Marsilio 1975, pag. 137
foto di Maria Perra
Carlo Bellisai