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L’occupazione di Pozzo Sella: una lotta nonviolenta
Il 5 novembre del 2000 Giampiero Pinna, approfittando di una situazione favorevole, occupò la miniera dismessa di Monteponi, nei pressi di Iglesias, per chiedere l’istituzione del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna. La sua protesta, forte, civile e nonviolenta, insieme a quella della comunità che gli si strinse intorno, durò un intero anno. Un anno sottoterra è il titolo del libro curato da Andrea Mattei e Daniela Palumbo (edito da LOW nel 2024), che ripercorre la storia di quella lotta, attraverso le testimonianze dirette di coloro che la realizzarono. Giampiero Pinna, morto nel novembre del 2022, viene ricordato come chi si è battuto per la realizzazione del Parco Geominerario e come padre del cammino minerario di Santa Barbara. Ma è giusto tenere a mente che per raggiungere queste conquiste sociali c’è voluta una forte spinta popolare, cui quest’uomo è riuscito a dare voce, con le sue competenze ingegneristiche e politiche e con una forza d’animo considerevole. Quella stessa che lo ha spinto, davanti ad una situazione insostenibile, a mettere il proprio corpo in gioco in un’azione nonviolenta, inizialmente individuale, ma destinata a crescere e a coinvolgere la popolazione. La storia Andando alle radici di tutto questo, troviamo l’estrazione mineraria in Sardegna, che si concentra in particolare nella zona sud-ovest, nel Sulcis-Iglesiente, fin dalla seconda metà del diciannovesimo secolo, con estrazioni soprattutto di piombo e zinco. Le condizioni in cui lavoravano i minatori erano terribili e disumane, eppure la loro assoluta sottomissione durò a lungo, sino almeno al primo fiorire delle organizzazioni dei lavoratori. “Dentro la Galleria Henry di Pranu Sartu – un budello scavato nella roccia per raggiungere i meandri più remoti della scogliera, un’opera straordinaria, impresa ciclopica del 1865, un dedalo di vie dentro la falesia – si consumava l’esistenza di un esercito di schiavi.” Così Giampiero raccontava il passato, mutuato dalle memorie paterne, con un misto di rabbia e d’orgoglio. Nel settembre del 1904, a Buggerru, durante uno sciopero dei minatori, l’esercito sparò sui manifestanti, uccidendone tre e ferendone altri. Da lì il conflitto sociale si inasprì, anche se presto interrotto dallo scoppio della prima guerra mondiale. Si ripropose poi, ma venne nuovamente bloccato dall’avvento del fascismo. Voluta proprio da Mussolini, attorno alla miniera di carbone di Serbariu, nacque la città di Carbonia. Dopo la liberazione le miniere continuarono ad essere produttive, fino alla crisi degli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso, quando cominciarono i ridimensionamenti, i licenziamenti, la cassa integrazione, le chiusure. Giampiero nasce nel 1950, vive l’infanzia nel mondo delle miniere, dove anche i bambini hanno le loro mansioni e le loro fatiche. Gli uomini sotto in galleria, le donne a far le cernitrici, ovvero separare il minerale utile dagli scarti ed i bambini ad aiutarle, o a correre a fare commissioni. Si laurea in geologia e, grazie alle sue capacità, diventa in poco tempo responsabile del Servizio Geologico. Ma nel frattempo i tempi erano cambiati e non c’erano più prospettive produttive: “mi resi conto che questa storia era finita, che la miniera nel suo buio aveva inghiottito il mondo antico (…) Se fossi andato avanti con il mio incarico, avrei dovuto fare il manager con il solo obiettivo di continuare a garantire questo andazzo, mantenere in vita artificiosamente un mondo che si sgretolava a vista d’occhio e una categoria che si rifiutava di prenderne atto, arroccata sui propri diritti acquisiti. Per me era solo sofferenza. Mi licenziai.” Era il 1986, ma il geologo non restò a lungo senza lavoro, perché pochi anni dopo venne nominato amministratore delegato della Progemisa, la società di ricerca mineraria della Regione sarda. Dieci anni dopo, grazie all’apporto e alla spinta di personalità ormai parte della storia della Sardegna, come l’archeologo Giovanni Lilliu, o la maestra di memorie Iride Peis, nacque l’idea di dar vita ad un parco geominerario sardo, che attraverso la valorizzazione della memoria storica ed umana, potesse anche diventare importante per la valorizzazione turistica del territorio, dando occupazione a tanti ex minatori ancora in età lavorativa. Si prendeva anche spunto da esperienze già attuate in altri paesi europei sull’archeologia industriale e la memoria collettiva, come volani per un turismo curioso, rispettoso e intelligente. In soli due anni di tempo il Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna venne approvato dall’amministrazione regionale e perfino riconosciuto nel 1998 dall’UNESCO. Ma mancava ancora l’approvazione della legge istitutiva del parco, da parte del governo italiano. Nel 1999 Pinna venne eletto consigliere regionale, ma intanto l’approvazione della legge istitutiva veniva continuamente rinviata negli ordini del giorno del parlamento italiano e, di conseguenza, il progetto restava lettera morta. “Era quasi un dolore fisico quello che provavo”, racconta Giampiero, “amplificato dall’impotenza di non riuscire più a incidere sul corso delle cose. Fu proprio questa sensazione di impotenza, però, che mi fece risvegliare da quello stato di prostrazione, mi diede la spinta a una reazione, fece rinascere in me una grande voglia di rivolta.” In quei mesi tribolati, nacque pian piano l’idea di un’azione eclatante, simbolica, forte, che servisse a scuotere l’opinione pubblica ed a sbloccare il progetto del parco. “C’era da tornare all’antico, ripescare nella memoria le vecchie forme di lotta, fare quello che avevano fatto i nostri padre, i nostri nonni, gli avi, sempre. Occupare la miniera, scendere nel pozzo e lì fermarsi, presidiare le grotte e non uscirne finché la battaglia non sarebbe stata vinta.” Giampiero è certo, o almeno spera, che la sua azione nonviolenta individuale, si trasformerà in lotta collettiva. Ma deve mantenere la segretezza, per garantire la riuscita del gesto iniziale. Così ne parla solo alla moglie e ai due figli adolescenti, che l’appoggiano e s’impegnano ad aiutarlo. Così, il 5 novembre del 2000, in occasione di una cerimonia ufficiale per il terzo anniversario del riconoscimento dell’UNESCO, gli invitati entrarono nella dismessa miniera di Monteponi, fino a scendere alla Sala Argani di Pozzo Sella. Fu lì, nel profondo della terra, che lui fermò l’attenzione di tutti i presenti per dichiarare: “oggi ho deciso di avviare una difficile azione di protesta civile, con l’occupazione della miniera di Monteponi (…) con questa azione di protesta voglio chiedere che le istituzioni e gli organismi competenti diano seguito agli impegni assunti per ridare fiducia e speranza per il loro futuro ai tanti lavoratori precari, alle migliaia di giovani disoccupati costretti al dramma dell’emigrazione e alle loro famiglie.” Da quel giorno, Giampiero occuperà la miniera per un anno, fino alla realizzazione dell’obiettivo. Ma in questo lungo anno, sarà soprattutto la società sarda a mobilitarsi. Pinna non verrà mai lasciato solo: a turno molte altre persone gli faranno compagnia nelle profondità della miniera, ci saranno dei presidi permanenti di ex minatori all’esterno, manifestazioni studentesche, marce di solidarietà. La lotta, nata grazie all’impegno e al sacrificio individuale, diventa da subito collettiva e, man mano che va avanti, si arricchirà anche della solidarietà non solo dei sardi, ma anche di personalità dell’arte e della cultura, a livello internazionale. Lo scultore Pinuccio Sciola, artista di fama mondiale, volle portare personalmente il presepe in pietra presentato l’anno precedente in Vaticano. Ma gli occupanti di Pozzo Sella (si alternavano spesso più persone, per dare manforte a Giampiero Pinna) ricevettero la visita dell’allora vescovo di Iglesias Tarcisio Pillolla, quella di Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso dalla mafia e di altre personalità importanti, che volevano mostrare la propria solidarietà. All’inizio del 2021 arrivò anche Alberto Granado, l’amico argentino del Che Guevara, noto per il libro “I diari della motocicletta”, quindi fu la volta degli Inti Illimani, che improvvisarono un concerto in miniera. Fu Teresa Piras, storica attivista nonviolenta di Iglesias, a recapitare nella Sala Argani il messaggio audio di Alex Zanotelli: “mi viene spontaneo dare la mia totale solidarietà a questo gesto. So che non è stato facile, so che qualcuno lo potrebbe tacciare di gesto violento, ma non lo è. E’ un tipico gesto di resistenza nonviolenta attiva… ed è per questo che do la mia totale solidarietà a Pinna e a tutti voi che lo state sostenendo (…) non desistete, finché davvero s’avveri il vostro sogno.” Ma la visita per Giampiero più importante fu forse quella più umile. “Senza far torto a nessuno, la testimonianza più importante in quei mesi di battaglia venne da una piccola grande donna di quasi novant’anni. Rosina Carta era la regina delle miniere, la storica cernitrice di Monteponi, che aveva iniziato a lavorare sottoterra da bambina aiutando il papà a piazzare la dinamite in galleria e poi fece per una vita il lavoro di cernitrice.” I tanti sacrifici e sforzi, portarono all’allargamento della visibilità e del consenso, fino all’ottenimento dell’obiettivo. Il 23 ottobre del 2021, la Corte dei Conti approva finalmente il decreto istitutivo del Parco geominerario storico ambientale della Sardegna. Dopo un anno sottoterra, la lotta collettiva nonviolenta era risultata vincente.   Un’azione nonviolenta Potrebbe già bastare il riconoscimento dato da padre Zanotelli, per definire a pieno titolo l’occupazione di Pozzo Sella un’azione diretta nonviolenta. Proviamo tuttavia a ragionarci sopra. L’azione diretta nonviolenta viene definita da Enrico Euli, docente all’università di Cagliari e filosofo nonviolento, come “un’azione agita attraverso il corpo e/o le parole, in forma immediata e creativa, non delegata ad altri, ma assunta responsabilmente in prima persona. E’ importante che esprima insieme, simbolicamente sia la protesta che la proposta di cui si fa portatrice.”[1] Prolungata nel tempo e tale da assumere i connotati di una lotta collettiva e insieme di una campagna di sensibilizzazione, quella dell’occupazione è stata senz’altro un’azione simbolica e creativa, assunta responsabilmente in piena coscienza, da ciascuna persona che vi ha partecipato. Ha espresso perfettamente i chiaroscuri della lotta, in cui nella protesta c’era già la proposta disattesa. Gene Sharp, filosofo e politologo statunitense, morto nel 2018, ha compiuto molti studi e ricerche sulla nonviolenza come metodo politico e sulla disobbedienza civile. Egli sostiene che un’azione diretta nonviolenta debba innanzi tutto superare l’ostacolo della paura: “se fra coloro che sono sottoposti regna una grande paura, anche le piccole sanzioni possono produrre un grande conformismo, mentre di fronte a un elevato livello di coraggio, sanzioni anche aspre possono non garantire la sicurezza del regime. Questa differenza è essenziale per mettere in pratica dei mezzi di lotta nonviolenti di fronte ad una repressione violenta.”*[2] La violenza infatti si elimina, non cedendo ad essa, ma rimanendo saldi di fronte ad essa, come diceva già Gandhi. Infatti, come ci ricorda ancora Euli, “la strategia di trasformazione nonviolenta del conflitto passa attraverso la costruzione di azioni dirette nonviolente, che fondano la loro efficacia ed incisività proprio sulla capacità di comunicare a più persone le ragioni della propria iniziativa politica. Esse agiscono tanto sull’avversario, del quale si cerca il cambiamento, quanto su coloro che si considerano neutrali (inconsapevoli del proprio essere i servitori involontari del sistema) dei quali si cerca la simpatia, il consenso ed infine l’alleanza.”[3] L’occupazione di Pozzo Sella si identifica alla perfezione in queste parole: senza alcun uso della violenza, neppure verbale, ha contribuito a mettere il sistema alle strette e, insieme, ha tessuto un ordito di solidarietà, di simpatie e alleanze. Resta tuttavia un punto almeno apparentemente critico, quello relativo alla segretezza che precede l’azione stessa dell’occupazione. Gene Sharp esamina con attenzione il problema, nel capitolo “Azione aperta e segreto nella lotta nonviolenta.” “Segretezza, artifici e cospirazione sotterranea pongono problemi di non facile soluzione per un movimento che faccia uso dell’azione nonviolenta.”[4] Mentre più avanti specifica che “l’agire in maniera aperta, cioè l’essere sinceri nelle proprie affermazioni, franchi con l’avversario e con l’opinione pubblica sulle intenzioni e i piani del gruppo, appare come un corollario dei precedenti requisiti di libertà dalla paura e di disciplina nonviolenta. La mancanza di segretezza del movimento e addirittura la sua temerarietà nell’osar dichiarare pubblicamente le sue intenzioni, può avere un impatto molto significativo sullo stesso gruppo nonviolento, sull’avversario e su eventuali terze parti. Al contrario, il ricorso alla segretezza, alla finzione e alla cospirazione sotterranea avrà probabilmente un impatto negativo su tutti e tre i gruppi.”[5] Tuttavia, nonostante queste dichiarazioni di principio, lo stesso Sharp ammette che in determinate circostanze e per un tempo limitato, si possa celare qualcosa sulle intenzioni dell’azione, allo scopo di renderla concretamente praticabile. D’altra parte, basterebbe ricordare il boicottaggio degli autobus a Montgomery (USA) nel 1955, o i successivi ingressi non autorizzati di persone di colore nei bar riservati ai bianchi, che sconvolsero un’opinione pubblica divisa fra razzisti, antirazzisti e indecisi. Ebbene, per quanto i movimenti antirazzisti avessero annunciato la protesta, ne avevano taciuto importanti dettagli. I dettagli che, se resi pubblici, avrebbero ostacolato sul nascere lo svolgersi dell’azione stessa. Quindi la nonviolenza, che ha per principio la verità, piuttosto che il sotterfugio, ammette che si possano in certe circostanze tenere temporaneamente segreti i tempi e i modi dell’azione nonviolenta. Volendo fare un salto verso alcune azioni dirette nonviolente agite attualmente, troviamo quelle dei gruppi giovanili, come Ultima Generazione, che per mettere in atto le loro performance dimostrative hanno bisogno dell’elemento sorpresa. La segretezza appare ancor più giustificata, in tutti quei casi in cui l’azione diretta nonviolenta si svolge in un contesto dominato da un regime dittatoriale e poliziesco, o in una situazione di fatto militarizzata. D’altra parte, Jean Marie Muller, filosofo francese della nonviolenza, scriveva nel 1975: “Se l’azione nonviolenta deve svolgersi alla luce del giorno, la sua preparazione dovrà invece, il più delle volte, essere tenuta segreta. Se l’atteggiamento dei resistenti nei confronti dei Servizi d’Informazione deve essere improntato alla massima cortesia, sarebbe invece spingere quest’ultima ai limiti dell’assurdo se si permettesse loro di conoscere in anticipo tutti i preparativi di un’azione. Ciò non potrebbe che compromettere gravemente la sua efficacia e la sua riuscita. Perciò, nella fase preparatoria della campagna di Birmingham, Martin Luther King mantenne segreto il piano della sua azione e spiegò come fosse inopportuno rivelare all’avversario la data o i particolari di un futuro attacco.”[6] Da quanto esposto sembra evidente che l’azione intrapresa nel 2000 in quel sito minerario sardo, possa essere legittimata come nonviolenta, anche e malgrado il livello di segretezza che l’ha preparata. Risulta inoltre particolarmente interessante constatare che lo stesso Pinna non prenda la decisione di mantenere celata fino all’ultimo la sua azione a cuor leggero, ma ci giunga solo attraverso un tormento interiore. Si pone il problema di come l’avrebbero presa gli amici e compagni più vicini, chiede alla moglie Mimma se la sua sia una scelta giusta. Lei gli risponde che si fida che per lui sia l’unica scelta possibile. “La cosa più importante, in quella fase, era mantenere la decisione assolutamente riservata, non far trapelare la notizia della prossima occupazione di Pozzo Sella in alcun modo, perché c’era il rischio concreto di compromettere tutto.” L’occupazione, insieme alla disobbedienza civile, allo sciopero, alla marcia, al boicottaggio, alla non collaborazione, viene annoverata fra le azioni nonviolente. Quel che conta non è solo il rifiuto di utilizzare la violenza, ma anche la necessità che il progetto costruttivo sia da subito evidente, allo scopo di mostrare il perché dell’azione in senso positivo ed allargare il consenso intorno ad essa. Operazione effettuata con efficacia, per quanto riguarda la lotta di Pozzo Sella.   Tra presente e futuro L’insegnamento che può e dovrebbe restarci di questa lotta nonviolenta è quello dell’importanza delle forti azioni simboliche, se attuate in un contesto di solidarietà e partecipazione. Ma è necessario tornare al presente, per verificare se i cambiamenti auspicati siano stati effettivamente realizzati, almeno in parte. Il Parco geominerario della Sardegna esiste ed è attivo in numerosi siti, ma non ancora completato. Il cammino di Santa Barbara, che lo affianca, viene percorso da migliaia di camminatori e di pellegrini, provenienti da varie parti del mondo e sembra ben destinato. Un parziale successo, che tuttavia non basta a creare un’economia sostenibile nel Sulcis-Iglesiente. La RWM, figlia della multinazionale tedesca Rheinmetal, con i suoi impianti in parte illegali situati proprio in quest’area, ci dice purtroppo che ne siamo ancora lontani. L’economia planetaria sembra disposta a produrre soprattutto strumenti per distruggere, uccidere, o controllare. Strumenti sterili, il cui futuro è l’autodistruzione. Strumenti fatti per l’infelicità. Ma il tessuto sociale, ancora una volta non si è fatto trovare impreparato. Partita proprio da Iglesias, ma poi estesasi anche in altre zone della Sardegna, è nata da alcuni anni la Rete War Free – Liberos de sa gherra, una rete di piccole aziende che si consorziano sui principi etici e politici del no agli armamenti, allo sfruttamento sul lavoro, all’ecocidio della Madre Terra. Ricordando che dal 2010 (con uno storico anteprima nel 2001), sono stati i comitati, le associazioni, i movimenti, i sindacati di base, a promuovere manifestazioni, marce e ricorsi alla magistratura, in una lotta di lunga durata contro questa fabbrica che dà combustibile alle guerre. Le azioni nonviolente, come quella che ventisei anni fa illuminò la Sala Argani, nella miniera di Monteponi, per loro stessa natura, possono sempre rinascere. [1] Enrico Euli, Marco Forlani, Guida all’azione diretta nonviolenta – pag. 78 [2] Gene Sharp, Politica dell’azione nonviolenta – 3 la dinamica- Ed. Gruppo Abele 1998 – pag. 16 [3] Enrico Euli, op. cit. – pag. 71 [4] Gene Sharp, op. cit. – pag. 40 [5]   ‘’         ‘’    op. cit. – pag. 43 [6] Jean Marie Muller, “Strategia della nonviolenza” –Marsilio 1975, pag. 137 foto di Maria Perra Carlo Bellisai
June 6, 2026
Pressenza
3,5%: quando la nonviolenza vince
di Bruno Lai BUON COMPLEANNO a Erica Chenoweth! Non tutti conoscono Erica Chenoweth, che invece, a mio parere, merita attenzione. Erica Chenoweth è una docente universitaria statunitense, insegna alla Harvard Kennedy School ed al Radcliffe Institute for Advanced Study. Si occupa di azione nonviolenta e resistenza civile e presso l’Harvard’s Carr Center for Human Rights Policy dirige addirittura un Laboratorio
Solidarietà agli attivisti dell’Osservatorio identificati per azione nonviolenta a bordo dell’Amerigo Vespucci
Il 31 maggio 2025, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, nelle persone di Stefano Bertoldi e Giuseppe Curcio, si è presentato a bordo della nave Amerigo Vespucci e ha fatto un’azione assolutamente nonviolenta con uno striscione, informando i presenti del motivo per cui siamo contrari alla militarizzazione delle scuole e delle università. Tuttavia, Bertoldi e Curcio sono stati trattenuti inutilmente in caserma per oltre due ore, identificati e, avendo constatato che non c’era nessun tipo di reato ascrivibile, sono stati rilasciati. Si tratta di un chiaro segnale del clima di repressione che viviamo, si tratta della messa in atto di un atteggiamento muscolare che si misura in lunghi tempi d’attesa e inutili identificazioni che, peraltro, non sempre sono giustificate, a meno che non sono inerenti a un qualche reato. A sostegno dei nostri attivisti sono arrivati diversi messaggi di solidarietà da parte di associazioni, sindacati o organizzazioni varie, che riportiamo qui di seguito: L’Associazione Per la Scuola della Repubblica odv sostiene e solidarizza con i partecipanti alla iniziativa nonviolenta di Civitavecchia. -------------------------------------------------------------------------------- Il circolo Arci Oltre i Confini di Bisceglie è solidale e complice con gli attivisti dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole. Sempre più in questi giorni qualsiasi iniziativa non gradita al governo, complice del criminale Netanyahu, è attenzionata se non repressa dalle forze dell’ordine. Un’anticipazione del cosiddetto decreto sicurezza che introduce nuovi reati ed inasprisce le pene, criminalizzando forme legittime di protesta. Contro la conversione in legge del DL in questo momento è in corso una partecipata manifestazione nazionale a Roma. Non ci avrete mai come volete voi! -------------------------------------------------------------------------------- La CUB SUR esprime totale e incondizionata solidarietà agli attivisti dell’osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Stefano Bertoldi e Giuseppe Curcio per quanto avvenuto il 31 maggggio 2025 a bordo della nave Amerigo Vespucci. -------------------------------------------------------------------------------- Esprimiamo vicinanza e solidarietà agli attivisti dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università fermati al porto di Civitavecchia dove avevano organizzato (in due) una manifestazione di denuncia contro la presenza di studenti e studentesse nelle caserme e sulle navi militari. La colpa di Stefano e Giuseppe è una sola: avere sventolato uno striscione con sopra scritto «Fuori gli studenti dalla nave scuola. Fuori i militari dalla scuola» all’interno di una campagna che dura da alcuni anni contro la militarizzazione delle scuole e delle università e l’utilizzo dei plessi scolastici per esaltare ruolo e funzioni delle Forze Armate, mentre nel frattempo prosegue il genocidio del popolo palestinese e si procede con il Riarmo Europeo. Una manifestazione simbolica di due attivisti derubricata a motivo di ordine pubblico, due attivisti fermati e portati in caserma dai Carabinieri come documentato dal sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. In questa fase storica nella quale il ricorso alla guerra sembra essere la sola risposta alla crisi è di vitale importanza che docenti, genitori e studenti si sottraggano alla necessità della guerra e alla mera giustificazione della militarizzazione. Ma è altrettanto fondamentale attivarsi contro decreti securitari come quello Sicurezza che rappresentano una involuzione del tessuto democratico e una sorta di repressione preventiva contro l’opposizione sociale, qualunque essa sia e a prescindere dalle forme che caratterizzano il dissenso. La scuola non sia un laboratorio di guerra, l’università e la ricerca non si prestino allo sviluppo di tecnologie duali a uso e consumo delle industrie di armi: queste sono le nostre parole d’ordine per costruire un presente e un futuro estraneo alla cultura della guerra. Confederazione Unitaria di Base -------------------------------------------------------------------------------- Il Sindacato Sociale di base esprime piena solidarietà ai due attivisti dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università che sono stati fermati a seguito di un’azione assolutamente nonviolenta rivolta a denunciare il crescente e ormai dilagante interesse delle forze armate verso gli studenti e le studentesse italiani/e. Come sempre, dietro una patina ammiccante e buonista, i nostri giovani sono stati invitati a salire sulla Amerigo Vespucci, venendo così a contatto con il mondo militare, presentato come affascinante e magari come allettante per una futura carriera in divisa. Stefano Bertoldi e Giuseppe Curcio hanno srotolato uno striscione con su scritto “«Fuori gli studenti dalla nave scuola. Fuori i militari dalla scuola», uno slogan che ben sintetizza il lavoro di denuncia che ormai da anni porta avanti l’Osservatorio; lo striscione è stato requisito e i due attivisti fermati illegittimamente per due ore. Crediamo che l’Osservatorio debba moltiplicare azioni nonviolente e simboliche come questa, perché è venuto il momento di agire in modo sempre più capillare e concreto, è venuto il tempo di portare i nostri corpi laddove si vorrebbe far credere che il contatto tra le giovani generazioni e il mondo militare sia una cosa del tutto normale; crediamo che di fronte al genocidio in atto a Gaza, di fronte alla guerra che incombe in più parti del mondo sia dovere dei docenti e delle docenti italiani/e e di tutti coloro che credono che la guerra debba uscire dalla storia, costruire momenti di resistenza attiva affinché ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze arrivi concretamente un altro insegnamento, anche così si insegna, anche così si mostra loro che è necessario costruire un altro mondo e un altro futuro. Ringraziamo Stefano e Giuseppe per aver rappresentato con coraggio tutto questo e invitiamo tutte le scuole, i docenti, i genitori e gli studenti a dire no a progetti, visite e interventi in collaborazione con le forze armate o forze dell’ordine. La scuola deve essere un laboratorio di pace, di dialogo e di educazione fondata su valori democratici e pacifisti senza collaborazione con chi opera nel contesto della guerra. Sindacato Sociale di Base -------------------------------------------------------------------------------- I Cobas Scuola Cagliari e Bari esprimono piena solidarietà a Stefano Bertoldi e a Giuseppe Curcio, attivisti dell’ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Nessun reato poteva essere loro ascritto, ma sono stati assurdamente trattenuti per due ore dalla polizia col motivo dell’identificazione. La loro protesta si è espressa aprendo uno striscione all’interno del veliero Amerigo Vespucci, pieno di studenti in visita alla nave. La scritta sulla striscione la condividiamo in pieno: “Fuori gli studenti dalla nave scuola. Fuori i militari dalla scuola”. E ancora “Stop genocide in Gaza”, firmato Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Il gesto di Stefano Bertoldi e Giuseppe Curcio è un contributo critico che richiama studentesse, studenti, insegnanti e in generale la cittadinanza, alla consapevolezza di che cosa comporti la funzione e la presenza dei militari malgrado le forme di fascinazione che cercano di esercitare in particolare sui giovani, magari attraverso la visita di una nave di grande rappresentanza come la Vespucci. Cobas Scuola Cagliari Cobas Scuola Bari -------------------------------------------------------------------------------- Il 31 maggio al porto di Civitavecchia, Stefano Bertoldi e Giuseppe Curcio, due attivisti dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sono stati fermati, identificati e, pur essendo chiaro che non ci fosse alcun reato da poter contestare loro, sono stati portati in una caserma e trattenuti per ore. I Cobas-Scuola di Palermo esprimono la loro totale solidarietà nei confronti dei due attivisti dell’Osservatorio di cui si condividono pienamente gli obiettivi e le strategie, la denuncia della costante e invasiva militarizzazione della società e in particolare dell’istruzione. Il trattamento “esemplare” inflitto ai due attivisti è il frutto di un clima repressivo contro ogni forma di dissenso e protesta che trova nell’approvazione del decreto legge sulla sicurezza lo strumento più efficace di controllo e repressione. Come lavoratori della scuola riteniamo che sia nostro compito informare, sensibilizzare e prendere posizione contro la diffusione della cultura securitaria che coinvolge sempre più spesso le/gli studenti in attività finalizzate anche al reclutamento nelle FF.AA. e nelle forze dell’ordine; sosteniamo il personale scolastico che esercita, con determinazione, le prerogative democratiche della scuola pubblica votate alla pace e alla convivenza. Cobas-Scuola Palermo -------------------------------------------------------------------------------- La Scuola per la pace di Torino e Piemonte esprime la propria solidarietà ai compagni dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università, Stefano Bertoldi e Giuseppe Curcio, illegittimamente sottoposti a fermo di polizia a seguito della loro identificazione, in occasione di una loro pacifica incursione di protesta sulla nave Vespucci ormeggiata al porto di Civitavecchia il 31 maggio 2025. La Scuola per la pace aderisce formalmente all’Osservatorio e ne condivide le campagne attraverso l’operato di alcune sue componenti. Ci accomunano il focus sul mondo della scuola, l’approccio critico, il metodo nonviolento, la consapevolezza della necessità di una presenza il più possibile incisiva nei contesti più permeati dalla militarizzazione della società. La Scuola per la pace e l’Osservatorio sono legati a doppio filo da un comune sentire e dalla convinzione che il lavoro di denuncia in cui tutt3 siamo impegnat3 non si esaurisca in aspetti culturali e formativi (che rappresentano comunque il terreno in cui germoglia il nostro agire), ma che sia oggi necessario portare i propri corpi e la propria presenza fisica nei luoghi in cui vogliamo fare sentire la nostra voce. Nel mondo virtuale in cui le nostre vite sembrano a volte essersi smarrite, la semplice ma costante (e si auspica crescente) presenza reale di quanti lottano per la pace rappresenta un messaggio potente. Mentre a Civitavecchia i compagni Bertoldi e Curcio venivano fermati, a Torino si svolgeva la 170° “presenza di pace”, un presidio fisico che da più di tre anni si ritrova in piazza tutti i sabati mattina e a cui la SPP ha sempre garantito il suo sostegno. Nelle stesse ore in cui sulla “Vespucci” gli attivisti dell’Osservatorio esponevano il loro striscione, a Torino la SPP lavorava intensamente a costruire una camminata di solidarietà con il popolo palestinese, la cui ambizione è riempire le vie della città con un corteo la cui ideazione è partita proprio dalle scuole, coinvolgendo insegnanti e studenti. Le campagne della SPP sono le campagne dell’Osservatorio e sappiamo di poter contare sempre gli uni sugli altri: sulla Vespucci c’eravamo idealmente anche noi, compagn3 torinesi, a reggere lo striscione incriminato e a chiedere a gran voce: “Fuori gli studenti dalla nave scuola. Fuori i militari dalla scuola” e “Stop Genocidio”. Ringraziamo i compagni dell’Osservatorio per avere portato un messaggio non solo di pace ma anche di verità a bordo della Vespucci.
Vistodaqui.org: A Civitavecchia contro la militarizzazione delle scuole
DI REDAZIONE PUBBLICATO SU WWW.VISTODAQUI-LAZIO.ORG IL 3 GIUGNO 2025 Ospitiamo con piacere sul nostro sito il Comunicato Stampa di Rifondazione Comunista Lazio, pubblicato su Vistodaqui, il 3 giugno 2025 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in relazione alla vicenda dell’azione nonviolenta di Stefano Bertoldi e Giuseppe Curcio a Civitavecchia. «L’azione dei due attivisti voleva proprio  denunciare il fenomeno della militarizzazione e difendere i valori pacifisti e di convivenza, che dovrebbero entrare nelle scuole, secondo la Costituzione repubblicana. Un’azione di difesa dei nostri giovani il cui fine è proprio la tutela del diritto allo studio contro i tentativi di manipolare i giovani con fini totalmente estranei a quelli costituzionali. Come Rifondazione Comunista Lazio esprimiamo tutta la nostra solidarietà a Stefano, Giuseppe e all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università, sempre più convinti che il lavoro che stanno svolgendo debba essere sostenuto e promosso e stia diventando sempre più essenziale in un mondo che si avvicina passo dopo passo alla barbarie!...continua a leggere su www.vistodaqui-lazio.org.
Attivisti dell’Osservatorio identificati in caserma per azione nonviolenta presso nave Amerigo Vespucci: la repressione avanza
Stamattina, 31 maggio 2025, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, nelle persone di Stefano Bertoldi e Giuseppe Curcio, si è presentato a bordo della nave Amerigo Vespucci e ha fatto un’azione assolutamente nonviolenta alla quale nessun tipo di reato era ascrivibile. Questa azione è stata fatta semplicemente con uno striscione portato in mano, non mostrato da subito, ma soltanto quando si è saliti a bordo. Gli attivisti dell’Osservatorio hanno sostanzialmente informato i presenti del motivo per cui siamo contrari alla militarizzazione delle scuole e delle università e che l’Amerigo Vespucci è uno degli strumenti principali di propaganda, soprattutto tra i giovani, infatti sono stati veramente tanti i giovani saliti a bordo in questa giornata di sabato. Ciò è accaduto mentre a Roma è in corso la manifestazione che esprime il proprio profondo dissenso al decreto sicurezza e oggi gli attivisti dell’Osservatorio sono stati testimoni proprio di quanto sia repressivo il sistema in cui siamo inseriti, infatti Bertoldi e Curcio sono stati trattenuti inutilmente per oltre due ore, pur essendo stati identificati e avendo constatato già da subito che non c’era nessun tipo di reato ascrivibile. Alla fine i due attivisti sono stati gentilmente invitati a uscire, ma solo dopo un’attesa lunghissima, durante la quale uno dei militari in sala d’aspetto ha comunicato loro di essere sottoposti a fermo di polizia, cosa che l’ufficiale più alto in grado, che ha consegnato i verbali, ha assolutamente negato trattarsi di qualcosa di simile ad un fermo. Oggi l’Osservatorio ha toccato con mano che cosa significhi alzare il tiro della repressione anche al di là della legge: si tratta della messa in atto di un atteggiamento muscolare che si misura in lunghi tempi d’attesa e inutili identificazioni che, peraltro, non sempre sono giustificate, a meno che non sono inerenti a un qualche reato. Nel caso dei due attivisti dell’Osservatorio si è andati ben oltre la dichiarazione delle semplici generalità, infatti essi sono stati caricati da una macchina della polizia e con l’inganno condotti in caserma, ben sapendo che non potevano farlo. Tuttavia, i carabinieri hanno sostenuto che li avrebbero accompagnati alla propria auto, ma essendo quest’ultima vicino alla caserma, i militari si sono poi allungati proprio verso la caserma, dove gli attivisti hanno aspettato due ore inutilmente, senza nemmeno partecipare alle cosiddette indagini, che sono racchiuse in una ventina di righe di un verbale molto sintetico. Per la cronaca sullo striscione c’era scritto «Fuori gli studenti dalla nave scuola. Fuori i militari dalla scuola» con la firma dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e con una parte finale che era «Stop genocidio», Lo striscione è stato sequestrato dai carabinieri, tuttavia gli attivisti hanno avuto comunque l’opportunità di fare volantinaggio e constatare chi si avvicina a queste iniziative. Certamente c’erano molti studenti e studentesse, tante/i giovani, c’erano delle scuole coinvolte del territorio, perlopiù scuole superiori, ma anche dei gruppi che si riconoscevano perché avevano dei cappellini colorati in età da scuola media inferiore. Gli attivisti dell’Osservatorio hanno di portare il nostro messaggio a bordo dell’Amerigo Vespucci, nave che risale al 1931, quindi in pieno periodo fascista e, nonostante loro dicano che sulla nave non ci siano armi, resta sempre una nave militare. Durante le visite il messaggio che passa è quello di mostrare in maniera positiva quella che è la carriera militare, quindi i giovanissimi vengono avvicinati per cercare in qualche modo di far propaganda per il reclutamento. L’iniziativa nonviolenta degli attivisti dell’Osservatorio messa in atto questa mattina è stata finalizzata ad entrare nel terreo dei militari, nel loro ambiente, che è quello appunto della nave scuola Amerigo Vespucci, così come i militari sconfinano quotidianamente nel nostro ambito, quello della scuola. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università