Quel che resta del Salone del Libro 2026: la letteratura come politica
LE DISUGUAGLIANZE ECONOMICHE FANNO MALE ALL’ANIMA
Nicolò Zancan, autore di L’ultimo operaio, e Riccardo Staglianò, autore di
Tassare i milionari, libri entrambi pubblicati da Einaudi sulla scia della
tradizione di pensiero laico, sociale e democratico di questo editore, hanno
messo in evidenza come i problemi economici siano di fatto anche problemi
emotivi, come la qualità della vita dipenda dalla disponibilità economica, ma
soprattutto come una società che non dà valore al lavoro sia povera non solo dal
punto di vista materiale ma anche dal punto di vista emotivo e sociale, di
relazione e di significato dell’esistenza. Zancan lo ha fatto attraverso il
racconto della Torino disperata degli ex operai Fiat in cassa integrazione per
sempre, Staglianò cercando di far digerire a un paese poco attento la necessità
e la praticabilità di una piccola tassa destinata ai super ricchi, che non ne
soffrirebbero, ma che darebbe grande respiro alle finanze dello stato, oltre ad
applicare i principi di giustizia retributiva sanciti dalla Costituzione. Le
soluzioni ci sono, sta alla politica metterle in pratica.
LA GRECIA QUESTA SCONOSCIUTA
Il paese ospite del Salone quest’anno era la Grecia. Mai sentito parlare di
Città alla deriva? O di Stratis Tsirkas? Eppure il primo volume, Il circolo, era
stato eletto in Francia, nel 1971, miglior libro straniero dell’anno, e Guanda
l’aveva tradotto e pubblicato in Italia negli anni 80. Poi, nonostante le
traduzioni degli altri due volumi fossero state ultimate, la pubblicazione di
Arianna e Il pipistrello era stata posticipata indefinitamente. Per fortuna ci
ha pensato ora l’editore Aiora, e la trilogia è adesso disponibile e completa.
Certo Città alla deriva è un romanzo scomodo, che denuncia l’incapacità e
l’inadeguatezza della classe politica che ha governato la Grecia dopo la Seconda
Guerra Mondiale e prima del colpo di stato del ’67. Una critica sgraditissima a
suo tempo come adesso, se si considera che il governo greco, in occasione del
conferimento del premio Carlo Magno a Mario Draghi, lo ha ringraziato per quello
che ha fatto per la Grecia. Questo riconoscimento a una politica unanimenente
ritenuta iniqua, che ha stremato un paese già in difficoltà, testimonia lo
scollamento tra la classe dirigente e le persone: quelle che a suo tempo si sono
sacrificate per la libertà, quelle che oggi cercano di resistere tra mille
problemi.
VARSAVIA CROCEVIA DEL MONDO
Francesco Cataluccio, collaboratore di GARIWO (l’organizzazione che si batte per
il riconoscimento dei genocidi e la pace ovunque, che ha creato il Giardino dei
Giusti in molti paesi del mondo oltre che in diverse città italiane), ha scritto
il romanzo Hotel Chopin, ambientato a Varsavia e ispirato all’internazionalità
della città. Infatti attualmente Varsavia ospita non solo una comunità di
ucraini rifugiatisi lì all’inizio della guerra con l’intenzione di rientrare in
patria il prima possibile, e poi stabilitisi con vari commerci e attività quando
si sono resi conto che il ritorno, se ci fosse stato, chissà quando ci sarebbe
stato; ma anche una comunità di israeliani, che se ne sono andati da Israele per
evitare che i figli si trovassero a dover combattere una guerra che sembra
ancora più infinita di quella ucraina. Se il romanzo è surreale e debitore al
mondo fantastico di Il maestro e Margherita, la posizione politica di Cataluccio
è chiara. Bisogna tenere separati i tre elementi che caratterizzano un paese: la
lingua; il popolo che la parla; il governo. Mescolarli è facile e sbagliato. La
lingua è astratta, non è detto che corrisponda a un luogo; il popolo è una cosa
a sé; e il regime non si identifica con un popolo. E dunque sì, le possibilità
di convivenza ci sono, se lo si vuole.
LA STORIA DELLA FAMIGLIA ILLUMINA QUELLA DEL MONDO
Emmanuel Carrère ha presentato il suo nuovo romanzo Kolchoz: un romanzo
famigliare nel senso più stretto del termine, perché è la famiglia di origine
dell’autore, e in particolare la madre, ad essere indagata nel libro. Ma visto
che quella famiglia è mezzo russa e mezzo georgiana, Kolchoz è anche un romanzo
politico. È proprio lo sguardo di Carrère che cambia nel corso del romanzo. Uno
sguardo che si fa più acuto e anche più intransigente man mano che i viaggi, gli
incontri e la conoscenza di quei paesi (Russia, Ucraina, Georgia) si
intensificano e approfondiscono, man mano che la storia spiega l’attualità ma
solo in parte. Uno sguardo che costringe a prendere una posizione e a scegliere
da che parte stare. E Carrère lo fa senza esitazioni.
L’ATTUALITÀ DI OPERAZIONE SHYLOCK
Operazione Shylock di Philip Roth, da poco ripubblicato e ritradotto da Adelphi
(che ne sta ritraducendo e ripubblicando l’opera omnia), viene raccontato da
Sandro Veronesi (che lo legge per la prima volta) e da Emanuele Trevi (che lo
rilegge per l’ennesima volta). Entrambi concordano sull’attualità sconvolgente
di questo romanzo. Che probabilmente non abbiamo letto con la dovuta attenzione,
a suo tempo. Perché nel delirio del diasporismo del Philip Roth doppione dello
scrittore, nei monologhi meravigliosi e dirompenti, nella storia dell’agente del
Mossad che si interserca con quella di Moishe Pipik (come lo scrittore
denigratoriamente chiama il suo doppio), nella storia dell’amante di Pipik, è
chiaro e limpido come l’odio tra ebrei e palestinesi sia già insanabile negli
anni ’90, quando il libro è uscito. La storia che viene dopo e che sembra averci
colto di sorpresa era già scritta, insieme alle soluzioni impossibili che
invece, chissà, magari un giorno lo diventeranno. E il fatto che ogni punto di
vista sia plausibile, e lì per lì anche convincente, rende l’ascolto l’unico
elemento dirimente. L’ascolto che dà forma al racconto come la bottiglia dà
forma all’acqua. Dunque possiamo avere delle speranze?
COSA C’ENTRA LOLITA CON “NON UNA DI MENO”
Silvia Avallone offre una lettura contemporanea e femminista di Lolita. Tutti
sanno che è un romanzo scandaloso, che nessun editore americano lo ha voluto
pubblicare e che ha visto la luce in Francia, con un successo imprevedibile e
strepitoso. Non importa che Nabokov sia sempre stato adamantino sulle origini e
il senso del romanzo, sottolineando che lui con le ninfette, con la pedofilia,
con le perversioni di cui il romanzo trabocca non c’entrava un bel niente. Se
mettiamo la lente su Lolita e non su Humbert, rispettando anche la scelta non
casuale del titolo, vediamo la fanciulla in fiore a cui viene rubata l’infanzia,
l’adolescente che scopre il suo potere ma lo vorrebbe usare per sé, per essere
libera, e invece si trova prigioniera delle manipolazioni del maschio. Lolita
dunque è tutte le ragazze che si affacciano alla vita e vorrebbero prendersi il
mondo, sperimentare la libertà, il desiderio, essere felici. Per questo Lolita
cerca in tutti i modi di fuggire. Dopo la morte della madre è rimasta sola al
mondo, preda del potere maschile, e Avallone ricorda fin dalla prima lettura il
senso di profonda pietà che ha provato, e che tuttora prova per tutte le
ragazzine che sono nella posizione di Lolita. Che sono tante, molte di più che
quello che vogliamo credere. Sarebbe ora che smettissimo di ignorarle, in modo
che il movimento “Non una di meno” (e tutto quel che gli ruota intorno) potesse
finalmente non essere più necessario.
BERNIE SANDERS CONTRO GLI OLIGARCHI
È sicuramente confortante che tantissima gente sia stata disposta a pagare,
prenotare con largo anticipo e restare in fila più di mezz’ora per ascoltare un
politico americano di sinistra, autore del libro Contro gli oligarchi. Una
testimonianza di salute e intelligenza del nostro paese. Più che la
presentazione di un libro Sanders ha fatto un comizio. In cui ha ricordato come
le disparità economiche rendano il nostro mondo insicuro e poco vivibile oltre
che ingiusto e debole; come gli oligarchi di oggi, i super ricchi, siano ancora
più arroganti e avidi dei ricchi di una volta (i Rockefeller, i Carnegie il nome
è ora legato a università e fondazioni di ricerca); come Trump non sia davvero
rappresentativo degli Stati Uniti e come la maggioranza del popolo americano sia
molto più democratica e amica dell’Europa di quanto non sembri. E sì, la grande
battaglia dei democratici è contro il trumpismo, oltre che contro Trump. Ovvero
contro gli oligarchi e il loro modello di società. E ha concluso dicendo che da
soli non si va da nessuna parte, ma insieme si può andare molto lontano. Come
dire “Yes, we can. But together.
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